Il Padre Nostro: Significato, Struttura e Interpretazioni Teologiche

Il Padre Nostro è l'orazione domenicale per eccellenza, riconosciuta come la preghiera universale per tutti i cristiani e il modo in cui si rivolgono a Dio in qualità di Padre. È l'unica invocazione dettata da Gesù agli uomini, con la quale Lui stesso si rivolge a Dio. La preghiera del Padre Nostro, trasmessa da Cristo ai suoi discepoli, è la base del rapporto tra i cristiani e Dio Padre. Essa riassume in poche frasi le richieste essenziali che possiamo rivolgere a Dio. Questa preghiera è giunta in due forme: quella di Matteo (6,9-13) e quella di Luca (11,2-4), con la prima più ampia e strutturata e la seconda più breve. Essa non è semplicemente una preghiera da recitare, ma è altamente missionaria e invita a rivolgersi a Dio con sobrietà e umiltà. Fin dalla sua prima parola, Cristo ci introduce in una nuova dimensione del rapporto con Dio.

Gesù insegna il Padre Nostro ai discepoli

"Padre Nostro": Il Nostro Legame Filiale e Comunitario con Dio

Iniziamo rivolgendoci a Dio come “Padre nostro”. Così facendo, ci riconosciamo come un'assemblea, una comunità, una Chiesa, impegnati insieme ai nostri cari, con tutti i nostri fratelli cristiani. La parola “Padre” sottolinea il nostro legame filiale con Dio: ci riconosciamo figli di Dio. È una parola semplice, diretta, ma anche carica di tanto amore. L’aggettivo “Nostro” non esprime un possesso, ma una relazione con Dio totalmente nuova, che forma alla generosità secondo gli insegnamenti di Cristo. Dio ama tutti ed ognuno singolarmente; Egli è tutto per noi quando siamo nella prova e nel bisogno, è tutto nostro quando ci chiama a Sé con il pentimento, la vocazione, la consolazione.

L'espressione “Che sei nei cieli” ci invita a riconoscere che Dio non è un padre terreno, che è radicalmente diverso da noi, e ci permette di lodare la sua grandezza. Straordinariamente altro rispetto a noi, eppure non lontano, anzi ovunque nell'immensità dell'universo e nel piccolo del nostro quotidiano, Sua mirabile creazione. Secondo San Tommaso d'Aquino, questa espressione ci dà, al momento della preghiera, un motivo di fiducia: confidiamo nella potenza di Dio, nella sua intima presenza nel nostro cuore. Il Salmo 8 ricorda con cura: «O Signore, Signore nostro, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra. Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, che cosa è l’uomo, perché ti ricordi di lui? Eppure l’hai fatto poco meno di un Dio, e ogni cosa hai posto sotto i suoi piedi». Il cristiano guarda in alto non per catalogare gli uomini, dividendoli e separandoli, ma per riconoscere che la dignità dell’uomo non sta nella propria bellezza, o nella forza, o nell’intelligenza, bensì nell'essere amato da Dio.

Le Sette Richieste: Un Percorso di Fede e Trasformazione

L’invocazione cristiana si distingue per la grande semplicità e libertà con cui viene rivolta a Dio, invocato come Padre, e per l’ordine delle domande. Troviamo infatti un’esortazione iniziale, “Padre nostro, che sei nei cieli”, seguita da sette richieste: le prime tre hanno come oggetto la Gloria del Padre, come la santificazione del Nome, l’avvento del Regno e il compimento della volontà divina. Nella prima parte vi è un Tu, nella seconda parte predomina il Noi. L’espressione che conclude la prima parte del Padre Nostro “come in cielo così in terra”, non si riferisce solo alla terza domanda, ma anche alle prime due. Si prega perché Dio sia sempre e dappertutto santificato.

Infografica sulla struttura e il significato delle sette richieste del Padre Nostro

1. "Sia santificato il tuo nome"

Con questa frase chiediamo a Dio di essere riconosciuto per quello che è veramente: un Dio santo. "Santo" significa ciò che è solido, incrollabile; ciò che non è terreno; e ciò che è mondato dal peccato, mediante il sangue di Cristo. La prima richiesta che apre l’elenco del Padre Nostro, è costituita dalla “santificazione del nome”. È noto che Dio sia definito “Santo”, il “Santo d’Israele” che per eccellenza è Dio solo. Non si tratta di santificare il nome di Dio in sé, ma di mostrare, di fronte al mondo, la sua presenza, di manifestarsi santo in mezzo agli israeliti. Così avverrà attraverso il nostro impegno a dare il buon esempio e a condurre il Tuo Nome anche presso chi ancora non lo conosce veramente. Questa richiesta è legata al dono del timore di Dio: «Beati i poveri di cuore, perché di essi è il regno dei cieli».

2. "Venga il tuo Regno"

Questa seconda domanda è particolarmente forte. Il regno di Dio è già venuto una volta sulla terra e si è manifestato in Gesù: l'unico uomo in cui Dio ha regnato interamente. La seconda domanda “Venga il tuo Regno”, costituisce un tema molto importante che appartiene all’intera predicazione di Gesù nel Vangelo. Quando recitiamo la frase “venga il tuo regno”, chiediamo a Dio di estendere il suo regno su tutta la terra e di liberare i nostri cuori dal peccato. Il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo. Ciò che appartiene a ogni uomo e che supera ogni differenza fra gli uomini, travolge ogni barriera emarginante. In Gesù è racchiuso il tratto della universalità. San Tommaso d'Aquino, nella sua opera Summa de Théologie, spiega l'interazione che si crea tra noi e Dio durante la recita delle prime due richieste del Padre Nostro: «Il nostro fine è Dio, verso il quale tende il movimento del nostro cuore, per cui chiediamo a Dio di venire nella gloria del suo regno». Questa richiesta è legata al dono della pietà: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”.

3. "Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra"

La terza richiesta della preghiera del Padre Nostro è un atto di abbandono al Signore. Lui solo sa cosa è meglio per noi, quindi solo Lui può guidarci. Recitando il Padre Nostro, accettiamo di confidare in Lui e di mettere la nostra vita nelle sue mani. Gesù ha pregato dicendo: Padre mio, se è possibile passi da me questo calice. Tuttavia, non come voglio io, ma come vuoi Tu (26,39). Questa frase è stata pronunciata da Gesù stesso, nel momento dell'angoscia, prima della sua imminente morte: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Ma non sia fatta la mia volontà, ma la tua» (Luca 22: 42). Siamo chiamati ad accogliere ed osservare pienamente la volontà di Dio, il suo progetto per la nostra salvezza, chiedendo il suo aiuto divino per capire cosa è bene per noi. Gesù è costantemente in un atteggiamento di fondamentale obbedienza, al punto che il suo cibo è fare la volontà del Padre. Questa richiesta è legata al dono della scienza: “Beati coloro che piangono, perché saranno consolati”.

4. "Dacci oggi il nostro pane quotidiano"

Al centro di queste richieste divine, c'è una richiesta molto più semplice, più umana: quella del cibo. Chiedere questo pane è riconoscere la nostra umile umanità, dopo aver lodato un Dio potente e celeste. La richiesta del pane quotidiano è la più umile delle domande del Padre Nostro, ma trovandosi al centro ne indica l’importanza. Essa rappresenta non solo una dipendenza da Dio ma indica il frutto del lavoro dell’uomo che viene chiesto al Padre come dono. Chiediamo al Signore il pane necessario alla nostra vita: non è solo cibo per il ventre, ma anche cibo per l'anima, per lo spirito. Il cristiano vive anche del pane della Parola, del pane dell'Eucaristia: Gesù è il «pane vivo disceso dal cielo» (Giovanni 6: 51). Il pane ha un valore molto simbolico in tutto il Vangelo: dall'Antico Testamento all'Ultima Cena, il pane rappresenta il dono di Dio all'uomo. Questa richiesta è associata al dono della forza: «Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati».

5. "Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori"

Questa frase del Padre Nostro ci invita ad un doppio perdono: chiedere perdono a Dio per i nostri peccati e riconoscerli, ma anche riuscire a perdonare gli altri. Dio è amore: senza perdono non c'è amore. Il perdono è una condizione necessaria per continuare il nostro cammino di santità. Il perdono umano è radicato nel perdono divino: quando lottiamo per perdonare, chiediamo aiuto a Dio! Anche nel Vangelo di Matteo non si parla di peccato ma di debiti; una metafora che ricorre negli insegnamenti di Gesù attraverso le parabole. Ad esempio, nella parabola del creditore senza pietà (Mt 18,23) e dei talenti (Mt 25,14-30) lascia comprendere la situazione dell’uomo davanti a Dio, ma anche di fronte agli altri. Il perdono è missionaria. Neppure qui il cristiano si isola. I diversi testi evangelici ribadiscono i termini di “come” porre questo perdono, come ad esempio Matteo (6,14-15): “Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre Vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”. La parabola illustra che il perdono di Dio precede, del tutto gratuito e senza misura, e il perdono fraterno va preso sul serio. Questa domanda è associata al dono del consiglio: «Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia».

Illustrazione della parabola del servo spietato (Mt 18,21-35)

6. "E non abbandonarci alla tentazione": Il Dibattito sulla Traduzione

La sesta domanda che viene richiesta dall’uomo a Dio è “Non ci indurre in tentazione”. Il verbo qui usato “indurre” può essere equivocato dal fatto che Dio possa tentare, in forma distorta, al male. Questa richiesta ha suscitato diverse interpretazioni teologiche. Uno dei passaggi del Padre Nostro che ha generato più discussioni e cambiamenti è proprio questo: “non indurci in tentazione”. Per secoli, questa è stata la versione accettata e recitata dai fedeli, anche se il significato preciso poteva essere fonte di fraintendimenti. La formulazione “non ci indurre in tentazione” poteva essere interpretata come se Dio fosse in qualche modo responsabile di condurre le persone verso la tentazione o il peccato. Questo, però, è teologicamente problematico, perché non sarebbe coerente con la natura di Dio come fonte di bene e guida verso il bene. Come insegna la Lettera di Giacomo (1,13-14): “Nessuno dica di essere tentato da Dio! A tentarlo sono le sue passioni”.

Nel 2017, Papa Francesco ha approvato una modifica della traduzione italiana del Padre Nostro, sostituendo “non indurci in tentazione” con “non abbandonarci alla tentazione” per chiarire meglio il significato. La nuova traduzione era stata approvata nel novembre 2018 dall’Assemblea generale della Cei. Francesco a sua volta ne ha approvato la promulgazione sulla scia del giudizio positivo da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Questa modifica deriva da “una fedeltà alle intenzioni espresse dalla preghiera di Gesù e all’originale greco. In realtà l’originale greco usa un verbo che significa letteralmente ‘portarci, condurci’. La traduzione latina inducere poteva richiamare l’omologo greco. Però, in italiano ‘indurre’ vuol dire ‘spingere a…’, far sì che ciò avvenga. E risulta strano che si possa dire a Dio ‘non spingerci a cadere in tentazione’”. La nuova traduzione è stata scelta per esprimere meglio il significato del testo originale, ovvero chiedere a Dio di non permettere che la tentazione ci sopraffaccia e di non lasciarci soli di fronte alle prove. Questo riflette una comprensione più chiara del fatto che Dio ci sostiene nelle difficoltà e ci dà la forza per resistere alle tentazioni.

Infografica: Confronto tra le traduzioni del Padre Nostro (

La tentazione è il secondo ostacolo che ci allontana dalla santità. Quando un uomo è tentato, è la sua virtù che viene messa alla prova, per vedere se è pronto a resistere e a vivere nel bene. Resistergli è mostrare grande virtù. La tentazione non è un peccato: il peccato è acconsentire ad essa e soccombere ad essa. Gesù stesso è stato tentato molte volte, come durante i suoi 40 giorni nel deserto. La tentazione fa parte del cammino: dobbiamo lottare per conservare la nostra virtù. “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione; lo spirito è ardente, ma la carne è debole” (Matteo 26: 41). Gesù ci dà il mezzo più efficace per non cedere alla tentazione: la preghiera. La preghiera non è lì per fornirci una sorta di “rimedio” contro la tentazione, ma per darci il coraggio di superare le prove, aprendoci a Dio e confidando in Lui. Questa richiesta è associata al dono dell'intelligenza: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».

7. "Ma liberaci dal male"

L'ultima richiesta del Padre Nostro non è insignificante e costituisce il culmine di questa bella preghiera: "Liberaci dal male", è chiedere la liberazione da tutto ciò che ci allontana da Dio, riassumendo tutta la difficoltà e l'essenza della nostra battaglia spirituale in una frase. Questa invocazione conclusiva chiede la liberazione sia dal male che dal maligno. Il cristiano sa che il male che c’è nel mondo e negli uomini non è causato dalla cattiva opera degli uomini, ma c’è anche un tentatore che spinge a compierlo. La parola greca “poneroû” che significa male; può essere intesa sia come significato “maligno” sia col senso di “dal male”. Di certo è evidente il riferimento a colui che è all’origine del male, cioè “il Diavolo”. Satana ha tentato anche Gesù, ma Lui ha resistito. Il male è forte, conserva sempre il fascino, e nessuno vince il male da solo. Occorre l’aiuto di Dio.

Antiche e Nuove Interpretazioni: Il Commento di San Francesco

Una scoperta recente, un manoscritto della prima metà del 1200 attribuito al “poverello” (San Francesco), illustra un commento al Padre Nostro. Probabilmente appunti di un testo destinato ad essere un’omelia, una predicazione orale e pubblica sul testo del “Pater Noster”. Il testo si compone di otto sezioni, separate da numeri in cifre romane, utilizzando una “formula narrativa” per arrivare in modo più incisivo alla platea degli ascoltatori. In questo commento, il Signore si rivolge con rimproveri agli uomini che, pur invocandolo come “Signore” e “Padre”, disprezzano e disonorano il Suo nome trascurando le Sue opere. Vengono rimproverati coloro che hanno “insudiciato” il nome di Cristo, ricevuto col battesimo, compiendo azioni indegne.

Miniatura medievale raffigurante San Francesco

Il commento prosegue con un appello alla conversione, citando il profeta Malachia, e invita a imitare i santi per entrare nel Regno di Dio: lottare, vincere il mondo e compiere la giustizia. Tuttavia, la volontà di Dio non è sempre interiorizzata dagli uomini, la cui fede non regge la prova della tentazione. Il Signore, attraverso le parole di Isaia, lamenta l’ingratitudine degli uomini: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi mi hanno disprezzato». La sezione dedicata al pane quotidiano si apre con la descrizione di Cristo in croce, ammonendo i peccatori: «Perché mi chiedete il pane quotidiano? Eccomi, pendente sulla croce». Questa parte richiama la devozione di Francesco per la passione di Cristo. I debiti da rimettere, spiega il “colto” del manoscritto, sono le buone azioni trascurate, i peccati e i misfatti. La sesta richiesta, “E non ci indurre in tentazione”, è spiegata come: «Non permettere che siamo vinti dal diavolo tentatore e rivestiamo la sua potenza». I peccatori vengono paragonati a Pietro, Giacomo e Giovanni, che si addormentarono nel Getsemani, mancando di sostenere Cristo nella sua agonia.

La Preghiera del Signore: Sintesi e Modello

Il Padre Nostro, sintesi di tutto il Vangelo (Tertulliano, De oratione, 1), è l'orazione domenicale per eccellenza, perché insegnataci da Cristo stesso (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2759). San Tommaso d'Aquino sottolinea che questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma anche tutti i nostri affetti. Sant'Agostino, nella Lettera a Proba (Epistulae, n. 130), afferma di non trovare una parola nelle Scritture che non sia contenuta e compendiata in questa preghiera. Questo ci dimostra che il Padre Nostro è una preghiera tanto mirabile quanto forse data per scontata, recitata spesso frettolosamente. Ma l'effetto delle recenti notizie sulle traduzioni ha prodotto un seguito di oranti super attenti, parola dopo parola, alla preghiera che le labbra stavano recitando. Una sorta di miracolo che ha messo i bastoni tra le ruote a quel meccanicismo abitudinario che spesso fa recitare con la voce ma non con la mente. È opportuno ricordarsi che già leggere ed ascoltare i Vangeli in italiano è una sorta di interferenza con i veri vocaboli pronunciati dal Rabbi di Galilea, poiché qualsiasi traduzione esistente è già una sorta di cambiamento, una vera e propria interpretazione del testo. Il Padre non smette di essere tale se la nostra imperfezione condisce il nostro modo di pregare, perché, nonostante l’impegno, non riusciamo a fare di meglio. Il Figlio non sospende il suo amore infinito per noi.

Padre Nostro che sei nei Cieli - significato psicologico della preghiera

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