L’orazione del popolo cristiano si esprime in primo luogo con l’assistere al Sacrificio di Cristo, la Santa Messa, che si configura come la preghiera per eccellenza. Accanto ad essa, numerose pie pratiche sono sorte nel corso del tempo, come la recita del Santo Rosario, la devozione dei primi giovedì, venerdì, sabati del mese, l’esercizio della Via Crucis e le novene. Tra queste ultime, un ruolo di primo piano è sicuramente occupato dalla Novena di Natale.
La Novena di Natale rappresenta un patrimonio religioso che unisce numerose generazioni di fedeli nel nome di un sentimento popolare legato al periodo natalizio. Questo antico rito, eseguito in lingua latina, evoca la sacralità dei riti e il sentimento della comunità dei fedeli di fronte al mistero dell'Incarnazione. Pur non appartenendo alla liturgia ufficiale della Chiesa, accompagna da secoli la preparazione spirituale alla solennità della Natività del Signore. Fino al Concilio Vaticano II la Novena era celebrata in latino; successivamente ne sono state diffuse versioni nelle diverse lingue, favorendone una più ampia partecipazione.
Origini Storiche e Diffusione della Novena
La Nascita a Torino nel XVIII Secolo
Secondo la tradizione, la Novena di Natale fu eseguita per la prima volta a Torino nel 1720, presso la chiesa dell’Immacolata annessa al Convitto Ecclesiastico dei missionari vincenziani. In questo contesto si distinse la figura di Padre Carlo Antonio Vacchetta (1665-1747), missionario vincenziano, responsabile delle cerimonie e del canto, insieme al beato Sebastiano Valfré. La tradizione attribuisce a padre Vacchetta la composizione dei testi e della melodia.

Il Ruolo dei Missionari Vincenziani e la Diffusione
Grazie alle missioni popolari portate avanti dai vincenziani, la Novena si diffuse rapidamente dal Piemonte al resto d’Italia e nel mondo, favorita dalla semplicità del canto. Padre Vacchetta e il beato Valfré avevano una particolare pietà verso l'umanità di Gesù e ne propagavano la devozione, invitando i fedeli a contemplare e ad adorare il mistero dell'Incarnazione e della Natività di Cristo. È in questo ambiente particolarmente attento a vivere liturgicamente il Mistero di Gesù, Verbo Incarnato, che la Novena fu scritta e per la prima volta eseguita in canto.

Il Contributo di Gabriella Marolles delle Lanze
A favorirne la devozione e la diffusione fu anche Gabriella Marolles delle Lanze, marchesa di Caluso. Dopo una giovinezza spensierata e due matrimoni, rimasta vedova e venuta ad abitare nei pressi della casa dei vincenziani di Torino, scelse come direttore spirituale il superiore, padre Domenico Amosso. Frequentando la chiesa dell'Immacolata, fu particolarmente commossa dalle funzioni di preparazione al Natale, tanto da stabilire nelle sue disposizioni testamentarie che la Novena si facesse "ogni anno et in perpetuo".
Struttura Liturgica della Novena
La Novena di Natale si celebra nei nove giorni precedenti la solennità del Natale, cioè a partire dal 16 dicembre fino al 24. La sua struttura è simile a quella della Novena dell’Immacolata Concezione, configurandosi sul modello dei Vespri. Si ha un’introduzione fatta da un invitatorio, seguito da un Polisalmo - versetti di vari salmi e cantici biblici attinenti al Mistero dell’Avvento di Cristo e dell’Incarnazione, nel numero di quattordici -, un Capitolo, un Inno (come l'inno En clara vox o Laetentur caeli), un versetto, il Magnificat con le antifone proprie per ogni giorno e un’orazione conclusiva.

I testi della Novena attingono soprattutto alle profezie dell’Antico Testamento, in particolare a quelle di Isaia. Essi esprimono l’attesa messianica e la supplica per la venuta del Salvatore, presente nella storia degli uomini.
Le Sette Profezie dell'Invitatorio
L'invitatorio della Novena è formato da sette profezie. L’antifona che si ripete tra queste profezie immerge immediatamente il fedele nel Mistero che si sta contemplando.
L'Antifona Ricorrente: Fede, Speranza e Carità
Affermando che Cristo è re e Signore, i fedeli compiono un atto di fede, facendo eco al salmo profetico 109 di Davide: «Dixit Dominus Domino meo, sede a dextris meis». Dicendo che il Re Signore è prossimo, compiono un atto di speranza, ponendo in Dio la propria fiducia nella Redenzione. Esortando all’adorazione del Dio Bambino, compiono un atto di carità, verso lo stesso Dio e verso i fratelli, invitandoli a inginocchiarsi davanti a questo grande mistero.
La Prima Profezia: Esortazione alla Gioia
Le prime parole di questa profezia sono riprese da Sofonia 3, 14, mentre più avanti si trova Gioele 3, 18. Quando si dice "figlia di Sion, di Gerusalemme", l’esortazione alla gioia per il Signore che viene tocca il cuore di ognuno. Con la Nuova Alleanza, Cristo, nuovo Adamo, ha ricondotto l’uomo a Dio e ha ricostituito il popolo di Israele, che è prefigurazione del popolo santo acquistato col Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, cioè della Chiesa. L’invito del profeta, dunque, è rivolto per mezzo del ministro ai cristiani, che aspettano, con Simeone, la consolazione di Israele (Lc 2, 25).
La Quarta Profezia: L'Attesa e la Promessa di Redenzione
Se la prima Profezia è un’esortazione di fede, la quarta è un invito di speranza. Quando si percepisce che il Signore è lontano, si è esortati ad aspettarlo con maggiore risoluzione, perché Egli è fedele alla sua Parola e richiama con le parole del Profeta: «tornate a me con tutto il cuore» (Gioele 2, 12). Non è il Signore ad essere lontano, ma l'uomo ad essersi allontanato dalla sua Grazia.
La Simbologia della Pioggia e della Rugiada
Questa profezia riprende il Salmo 71, 6-7: «Descendet Dominus sicut pluvia in vellus, et sicut stillicidia stillantia super terram. Orietur in diebus ejus justitia, et abundantia pacis» (Il Signore discenderà come pioggia sul vello, e come gocce d’acqua stillanti sulla terra. In quei giorni spunterà la giustizia e l’abbondanza della pace). Si legge poi in Isaia: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata» (Isaia 55, 10-11).
La metafora della pioggia indica il Signore come colui che porta a compimento l’opera della creazione: come la terra arida a causa della siccità ha nuovo vigore con le piogge leggere e la rugiada mattutina, così l’umanità inaridita dal peccato originale acquista nuova vita con la rugiada che scende dall’alto, Cristo Signore. Egli, facendosi Carne - «ut carne carnem liberans» -, è venuto a riscattare la carne e donandosi in Cibo e Bevanda salutare, diviene anche espressione perfetta e visibile di quanto prefigurato con la manna data ad Israele nel deserto. Gesù che nasce non è soltanto rugiada, ma anche fonte di vita eterna: «Haurietis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris» (Voi attingerete con gaudio le acque dalle fonti del Salvatore; Isaia 12, 3).
Un’ultima analisi aiuta a comprendere ancora di più questa simbologia, partendo da un versetto tratto da Isaia (Is 45, 8): «Rorate coeli desuper et nubes pluant Justum: aperiatur terra et germinet Salvatorem» (Stillate, cieli, dall’alto e piovano il Giusto le nubi: si apra la terra e germogli il Salvatore). Il movimento discendente della pioggia e della rugiada è accompagnato da quello ascendente del Salvatore che germoglia dalla terra.

L'Accentazione sul Carattere Regale
Viene posto l’accento sul carattere regale di Nostro Signore, ora accresciuto anche della dimensione temporale, legittimata mediante l’ascendenza al re Davide: Cristo è Re per diritto divino, Egli che è Dio, con potestà sui cieli, sulla terra e sugli abissi. Il verbo "impero" acuisce ancora di più questa visione, rendendola più forte e marcata. Non vuol dire, infatti, soltanto comandare od ordinare, ma piuttosto dominare grazie a un’origine del potere inappellabile e inarrivabile, reggere con autorità.
L'Ultima Profezia: La Nascita a Betlemme
L'ultima profezia racchiude in una sintesi tutte le precedenti, dando l’idea spaziale della nascita di Gesù a Betlemme, come profetato da Michea: «E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele. Egli starà là e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio.»
Le Antifone Maggiori o "Antifone O"
Origine e Collocazione Liturgica
Le antifone dei sette giorni centrali della Novena (dal 17 al 24 dicembre) sono note come "antifone maggiori" o "antifone O". Questa denominazione deriva dall'invocazione iniziale, introdotta dalla lettera "O". Alcune fonti datano queste antifone intorno al IV secolo d.C., mentre è certo che fossero già in uso sotto Gregorio Magno nel VI secolo d.C. Ciascuna di esse invoca il Salvatore con un titolo specifico, attraverso il quale il Messia futuro veniva designato nell'Antico Testamento.
Le antifone "O" vengono cantate durante la preghiera della sera, prima del Magnificat, perché, come canta la Chiesa in uno dei suoi inni, "è stato nella sera del mondo (vergente mundi vespere) che il Messia è venuto tra noi". Questo canto gregoriano esprime il desiderio della Chiesa di celebrare ancora una volta il grande giorno della nascita di Nostro Signore e il desiderio di ogni anima di conoscere Cristo e di offrirgli la dimora di un cuore puro e disinteressato.
Avvento: le grandi antifone “O”
La Presenza a Betlemme e San Girolamo
In una delle cappelle ricavate nelle vicinanze della grotta santa di Betlemme si leggono le antifone «O» scolpite con i loro inizi (O Sapienza, O Signore, O Radice di Iesse, O Chiave di Davide, O Astro che sorgi, O Re delle genti, O Emmanuele) su due colonne, che inquadrano uno spazio dove è collocato il tabernacolo. Il richiamo di quei testi, in quel luogo particolare, non può non essere avvertito in funzione eucaristica: Colui che si attende è già presente in mezzo agli uomini e assicura ad essi luce, liberazione e salvezza. Questa cappella a Betlemme è l’ultimo momento dell’evoluzione della grotta nella quale visse san Girolamo, da lui scelta perché consacrata dal "piissimo avvento di Cristo".

San Girolamo, in alcune lettere ai suoi monaci e amici, spiegava la sua scelta: «Tutti i luoghi santi - scriveva il santo - sono venerabili: dove è nato Gesù, dove fu crocifisso, dove risuscitò e dove salì vittorioso al cielo… ma questo luogo è veramente venerabile! Qui è nato bambino, qui infante fu collocato in una mangiatoia, perché non vi era posto per essi nell’albergo (Lc 2, 7)». Per Girolamo, il presepio, anche se in terra, era più prezioso di uno d'argento, e la sua presenza in quella grotta, a distanza di secoli, si unisce al richiamo delle antifone.
Simbolismo dei Titoli Messianici
O Sapienza
Il primo appellativo con cui, negli ultimi giorni d'Avvento, ci si rivolge al Verbo Figlio di Dio è "Sapienza". In Paolo, Cristo è chiamato «sapienza di Dio» (1 Cor 1, 24-30): egli stesso è sapienza e, al contempo, fa conoscere agli uomini la sapienza di Dio. L’antifona, intessuta di testi presi dall’Antico Testamento, ricorda che la Sapienza fu presente a Dio quando Egli creava il mondo e lo ordinava. Nella luce della Sapienza divina, l’uomo troverà la capacità di comportarsi con prudenza nella vita. L'invocazione recita: «O Sapienza, che esci dalla bocca dell'Altissimo, ed arrivi ai confini della terra, e tutto disponi con dolcezza: vieni ad insegnarci la via della prudenza.»
O Signore (Adonai)
Dio è apparso nel deserto a Mosè, e da lui si è fatto riconoscere nel segno del roveto ardente dell’Oreb. Dio si rivela sul monte Sinai come il grande legislatore. A lui si rivolge la preghiera: «vieni» perché si manifesta ancora. Il segno che Dio darà della sua presenza sarà quello del Verbo fatto carne. Egli verrà a liberare il suo popolo dalla schiavitù del peccato e del maligno, non per colpire, ma perché la sua mano venga inchiodata sulla croce: «Per compiere la tua volontà e acquistarti un popolo santo, egli stese le braccia sulla croce…» (Preghiera Eucaristica III). Questa è la liberazione che avviene nella pienezza dei tempi. Il testo ci pone a contatto con il mistero di un Dio che non teme di intervenire nella storia degli uomini, per riunirli e per salvarli. L'invocazione di Avvento è: «Risveglia la tua potenza e vieni…», con la certezza che il Dio forte sarebbe venuto a liberare non in potenza, bensì in umiltà.
O Radice di Iesse
Il simbolo della radice vive nascosta nel suolo della terra, è senza bellezza e non ha forme regolari, eppure è la parte più essenziale per la vita e la sopravvivenza di una pianta. Il simbolismo biblico della radice non prescinde da tutto ciò. Nell’antifona citata, «radice» vuol significare una generazione o discendenza. Il profeta Isaia, a cui si ispira il testo liturgico, aveva predetto: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici» (Is 11, 1). Nell’atmosfera prenatalizia, il germoglio è da intendersi come Cristo: egli è radicato nel popolo di Israele, è legato ad una genealogia umana, che Dio ha predestinato alla storia della salvezza, nonostante in essa ci fossero anelli di miseria e di peccato. Un giorno Egli diventerà «vessillo per tutti i popoli». La croce è il punto vertice della storia del mondo e della vita di ogni uomo, un mistero che spegne la parola sulle labbra dei re, dei potenti e dei sapienti della terra («davanti a lui si chiuderanno la bocca» Is 52, 15), incapaci di capire il mistero del suo annientamento («radice in terra arida» Is 53, 2) e della sua glorificazione. L’antifona si chiude con un invito a Cristo: «Vieni a salvarci» e con un grido: «Non tardare!».
O Chiave di Davide
L’angelo Gabriele, portando a Maria la notizia del disegno di Dio su di lei, le aveva parlato di un Figlio: «Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre nella casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33). Quando, in questi giorni di preparazione di Natale, ci si rivolge a Cristo con l’appellativo: «O Chiave di Davide, scettro della casa di Israele», si riconosce in Lui il Signore da cui derivano tutte le signorie e i poteri.
La chiave racchiude in sé un simbolismo, proprio all’antichità pagana e biblica, di potere, di amministrazione, di responsabilità. La consegna delle chiavi, dopo la presa di una città, equivaleva al riconoscimento che il vincitore era padrone di tutto. A un ministro della casa reale erano date le chiavi della casa, come segno della sua investitura e del suo ufficio. Sulle spalle del pio Eliacim venne messa, per ordine di Dio, la chiave del potere che era stato tolto a Sebnà (cfr Is 22, 20-25). Eliacim è immagine del Messia. La casa di Davide è indicatrice della Chiesa e del regno dei cieli. Solo il Salvatore ha il diritto di introdurre le anime nello stesso regno. Egli porta sulle spalle il simbolo di tale potere, datogli dal Padre: la croce. L’uso dell’immagine della chiave nei giorni dell’Avvento vuole ricordare che Cristo è la chiave che apre il carcere del peccato, a coloro che vi si trovano, vittime di questa miseria. Cristo non viene per condannare, ma per liberare coloro che «giacciono nelle tenebre e nell’ombra di morte» (cfr Lc 1, 79). L'invocazione: «O Chiave di Davide e scettro della casa d’Israele, che apri e nessuno chiude; chiudi e nessuno apre: vieni e libera dalla casa carceraria il prigioniero, seduto nelle tenebre e nell’ombra di morte.»

O Astro che Sorge (Oriente)
Nel linguaggio biblico l’Oriente è quella parte del mondo da cui ogni giorno arriva agli uomini la luce, il calore, la vita. Questa concezione appare già nel racconto biblico della creazione dell’uomo: «Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato…» (Gen 2, 8). Il cristianesimo fin dagli inizi fu consapevole di tale simbolismo: nel Battesimo, il catecumeno rinunciava a satana voltandosi verso l’occidente (regione delle tenebre), per poi giurare fedeltà a Cristo, sole di salvezza, rivolgendosi verso oriente. Tale concetto è il motivo per cui le chiese sono «orientate», con l’abside verso oriente, e i morti sono stati seppelliti con la faccia ad Oriente.
La luce è sempre stata considerata come attributo della divinità: «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre» (1 Gv 1, 5). Dio «è avvolto di luce come di un manto» (Sal 103, 2) ed «abita una luce inaccessibile» (1 Tim 6, 16). Quando il Messia nascerà, afferma Isaia, il popolo che cammina nelle tenebre vedrà una grande luce, su coloro che abitano in terra tenebrosa una luce rifulgerà (cfr Is 9, 1). A quaranta giorni dalla sua nascita, il Salvatore è riconosciuto da Simeone nel tempio come «luce che illumina le genti» (Lc 2, 32). Egli «è la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 2, 32). Cristo stesso assicura: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12). Questa luce si manifesta durante l’esistenza di un cristiano.
O Re delle Genti
Nel mondo pagano, la figura del re apparteneva alla sfera del divino, ritenuto incarnazione della divinità. Per un giudeo, le cose erano diverse: il posto di Dio non poteva essere usurpato da nessun uomo, anche se re. Dio è il vertice e la sua posizione è ben determinata. Quando Israele, in un certo momento della sua storia, volle un re, questi rimase sottomesso alle esigenze della Legge e dell’Alleanza con Dio. Con Davide, la sua situazione di fronte a Dio viene precisata, e Davide riceve da Dio la promessa che il suo regno sarà stabile. Il disegno di Dio, abbozzato nelle profezie, si realizzerà nella pienezza dei tempi. A questi si riferisce il profeta Isaia quando annunzia la nascita del re che porterà al popolo di Dio gioia, vittoria, pace e giustizia. Le promesse proposte dai profeti definiranno il ruolo di Gesù, creatore del regno. Di esso parla l’angelo Gabriele a Maria: «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33). La ricerca dei Magi a Betlemme e l’offerta dei doni sono un riferimento simbolico al regno di Cristo.
O Emmanuel
L'ultima delle antifone si rivolge a Cristo con il titolo biblico che più esplicitamente dichiara la realtà della sua venuta: Lui è l'Emmanuele, Egli è Dio-con-noi. L'invocazione: «O Emmanuel, nostro re e legislatore, attesa delle genti e loro salvatore: vieni a salvarci, Signore nostro Dio.» Questa preghiera proclama la verità che solo Cristo risponde al desiderio di ogni persona di ogni tempo e di ogni luogo di conoscere la verità e l'amore di Dio. Cristo regna diventando il servitore di tutti, offrendo la sua vita totalmente per la salvezza eterna di tutti gli uomini, senza confini.
L'Antifona "O Vergine delle Vergini"
C’è stato un tempo in cui fra le antifone «O», rivolte al Messia venturo, aveva trovato posto un’antifona indirizzata alla Vergine. Il testo esprimeva, nella sua prima parte, la meraviglia del cristiano dinanzi al mistero, unico nella storia dell’umanità, della maternità verginale. Nella seconda parte, l’antifona riportava la spiegazione che la Vergine stessa dava del mistero: «O Vergine delle vergini, come potrà avvenire questo? Nessuna altra donna è mai stata simile a te, né mai lo potrà essere in futuro! - Figlie di Gerusalemme, perché vi meravigliate di me?» L’antifona era nella liturgia dell’«Attesa del parto della Beata Vergine Maria» che si celebrava nella Spagna visigotica il 18 dicembre. La sua festa prese poi la denominazione di «Nostra Signora delle O» o «Festa dell’O» a motivo dell’inizio dell’antifona sopracitata.
Momenti di Preghiera e Invocazioni della Novena
La Novena di Natale comprende vari testi che aiutano i fedeli a prepararsi spiritualmente alla festa della nascita di Gesù. Ecco alcuni esempi di preghiere e invocazioni che ne fanno parte:
- 9° Profezia: «Prope est jam Dominus.» (Il Signore è vicino.)
- Gloria Patri: «Gloria Patri et Filio, et Spiritui Sancto / Sicut erat in principio et nunc et semper, et in saecula saeculorum.» (Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo / Come era nel principio ora e sempre e nei secoli dei secoli.)
- Invocazione del Precursore: «Præcúrsor pro nobis ingréditur Agnus sine Mácula, secúndum órdinem Melchísedech, Póntifex factus in ætérnum, et in seculum seculi. Egli è il Re della giustizia e la sua generazione non ha fine.» (Avanza per noi il Precursore, l’Agnello senza macchia, secondo l’ordine di Melchisedech, fatto Pontefice in eterno e nei secoli dei secoli. Egli è il Re della giustizia e la sua generazione non ha fine.)
- Preghiera di supplica: «Festina, quæsumus, Domine, ne tardaveris, et auxilium nobis supernæ virtutis impende: ut adventus tui consolationibus subleventur, qui in tua pietate confidunt.» (Affrettati, Signore, non tardare e impiega per noi l’aiuto della tua grazia celeste, affinché quelli che confidano nella tua pietà siano sollevati dalle consolazioni della tua venuta.)
- Preghiera finale generale: «O Dio, che nel mirabile Sacramento ci ha lasciato un memoriale della tua Passione; concedici, ti supplichiamo, di riverire i sacri misteri del tuo corpo e del tuo sangue, affinché possiamo sentire dentro di noi il frutto della tua redenzione: tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.»
- Il Magnificat: Durante il canto del Magnificat, i ministri si recano all’altare e, fatte le dovute riverenze, lo incensano. È preceduto e seguito dal canto dell'antifona del giorno.
Al termine della preparazione alla celebrazione della nascita del Signore, giungendo alla vigilia di Natale, la preghiera della Chiesa annuncia: "Oggi saprai che il Signore verrà, e al mattino vedrai la Sua gloria". Non può esserci posto nei cuori per lo scoraggiamento, ma solo fiducia nell'amore di Dio e nella speranza che ci ha redenti da tutti i nostri peccati, avendo mandato il suo Figlio unigenito. Che la celebrazione della nascita di Nostro Signore porti una conoscenza più profonda di quanto Dio ci ha amato e continua ad amarci in Gesù Cristo.