Il Padre Nostro: Dialogo, Riflessioni Teologiche e la Visione di Papa Francesco

Il progetto "Padre Nostro" ha preso vita in un modo insolito, partendo da una trasmissione televisiva per poi trasformarsi in un libro. Il testo, intitolato "Quando pregate dite Padre Nostro", edito da Rizzoli in collaborazione con la Libreria Editrice Vaticana, nasce da un'intervista rilasciata da Papa Francesco a don Marco Pozza per il programma omonimo, in onda su TV2000. Don Pozza ha spiegato che si è trattato di un "percorso inverso" rispetto a quanto accade di solito, non studiato a tavolino, ma frutto di quella che lui definisce "la fantasia di Dio".

Il libro offre un'opportunità per "ruminare" la preghiera insegnata da Gesù, arricchendo la comprensione attraverso le parole del Vicario di Cristo. Ogni capitolo si conclude con testi del Pontefice che approfondiscono e sviluppano argomenti e temi cruciali come la paternità o il perdono.

Papa Francesco e Don Marco Pozza in dialogo sulla preghiera del Padre Nostro

La Riflessione Personale di Don Marco Pozza sul Padre Nostro

Don Marco Pozza ha condiviso la sua esperienza di fede e il suo approccio alla preghiera del Padre Nostro. La sua fede è descritta come una "somma di risposte senza chiamata", un percepire la forza d'urto dell'essere stato visto da Dio, anche se tardivamente, come Natanaele. Egli ammette di frequentare Dio e i suoi misteri fin da bambino, ereditando dal suo casato la capacità di "scoprire sguardi all’insù, oltre a quelli all’ingiù". Questa eredità, tuttavia, va riconquistata per diventare parte integrante della propria vita.

Un'Infanzia Aneddotica e il Senso della Preghiera

Il Padre Nostro, per don Pozza, ha il volto della nonna che glielo insegnò all'età di quattro anni, probabilmente in cucina, o mentre sciacquava i panni, o sui banchi della chiesa di Calvene. Quella preghiera è diventata la sintesi di tutto ciò che avrebbe potuto osare chiedere a Dio, la più fanciulla, primordiale, "preghiera casa e chiesa". La nonna fu anche colei che stabilì le "giuste posizioni" nella preghiera familiare: prima Dio, poi Maria, un "diritto di prelazione nell’anima".

Per anni, don Pozza cercò di capire il perché amare Dio, per poi scoprire che era più facile amarlo per capirlo, lasciandosi sedurre dal parlare di Lui. Una concezione di Dio "scapigliato, affamato, spalancato", che un giorno l'Abbé Pierre descrisse come un "aprire le porte a un vento che scompiglia".

"Smontare" il Padre Nostro: Otto Parole per la Ferialità

Abituato alla preghiera del Padre Nostro fino a sentirla priva di significato, don Pozza ha intrapreso un'operazione che ha visto fare a suo padre meccanico: ha dovuto "smontare" il Padre Nostro. Da questa operazione sono emerse otto parole che egli definisce "laiche": Padre, nome, Regno, volontà, pane, debiti, tentazione e male. Attraverso queste parole, ha conversato con personaggi noti e anonimi, esplorando il loro rapporto con la fede e la vita vera, spesso nascosta "sotto terra".

Nel "smontare" il Padre Nostro, don Pozza ha scoperto un "festival della ferialità", delle necessità più urgenti, l'essenziale che rimane dopo aver grattato via il superfluo. L'astratto è scomparso, lasciando spazio a un Dio concreto, feriale e festivo, la cui preghiera serve a "ridare gusto alla ferialità, risvegliando l'umano della preghiera". L'unica preghiera che "dica di chi sono figlio, di cosa io necessiti, qual è la meta del mio vagare", come osservava Simone Weil.

Il Carcere come "Terra" del Sacerdozio

Don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, considera il carcere la sua "terra". Il suo sacerdozio non si comprende senza questa realtà, e senza il carcere non si capirebbe il percorso che lo ha portato a dialogare con Papa Francesco. Ha voluto raccontare anche un altro tipo di carcere, quello minorile, dove le persone scontano la pena in giovane età. Il programma televisivo e il libro sono stati per lui un'occasione per portare la "miseria" e i "peccati" a Papa Francesco, sentendo la "misericordia di Dio".

La Visione di Papa Francesco: Paternità, Sicurezza e Fraternità

Nel dialogo con don Marco Pozza, Papa Francesco ha offerto profonde riflessioni sulla preghiera del Padre Nostro, sottolineando il suo significato esistenziale e la sua capacità di radicamento nella vita di ogni credente.

Il Significato di "Padre": Sicurezza e Assenza di Orfanezza

Per Papa Francesco, pregare il Padre Nostro e rivolgersi a Dio con "Tu" infonde un senso di sicurezza. Egli afferma: «Il Padre nostro mi dà sicurezza, non mi sento sradicato, non ho un senso di orfanezza. Ho un padre, un papà che mi porta la storia, mi fa vedere la radice, mi custodisce, mi porta avanti e anche un papà davanti al quale io mi sento sempre bambino, perché Lui è grande, è Dio». Questa preghiera invita a riscoprirsi e vivere come veri figli di Dio, percependo la vicinanza di un Padre che ci abbraccia e conosce tutta la nostra vita, con le sue gioie e le sue difficoltà.

Il Pontefice evidenzia come Dio sia un Padre che accompagna e aspetta, richiamando le parabole del capitolo 15 del Vangelo di Luca, come quella del figlio prodigo, in cui il padre accoglie il figlio pentito senza lasciarlo parlare, ma abbracciandolo e festeggiandolo. Un padre che ammonisce, ma che lascia libero. Il mondo odierno, secondo il Papa, ha un po' perso il senso della paternità ed è "malato di orfanezza".

Padre Nostro – Seconda puntata: "sia santificato il tuo nome"

Il Concetto di "Nostro": Non Siamo Figli Unici

Il termine "nostro" nel Padre Nostro è altrettanto cruciale. Papa Francesco sottolinea che nessuno è figlio unico: «Se non posso essere fratello, difficilmente potrò diventare figlio di questo Padre, perché è un padre di tutti». Pregare con nemici nel cuore o con sentimenti di odio verso i fratelli rende difficile dire "Padre nostro" con sincerità. È lo Spirito Santo che, da dentro, insegna a dire "Padre" e "nostro", guidando alla pace con tutti. Il Papa mette in guardia dalla tentazione di "proprietà privata" che porta a sentirsi figli unici, escludendo gli altri, persino coloro che sono "disprezzati".

«Dire e sentire il "nostro" del Padre nostro significa capire che non sono figlio unico. È un pericolo, quello di sentirci figli unici, che corriamo noi cristiani. No, no: tutti, anche quelli disprezzati, sono figli dello stesso Padre.»

Il Pane, il Perdono e la Volontà di Dio

Papa Francesco ha condiviso ricordi personali per illustrare alcuni passaggi del Padre Nostro. Ha raccontato che da bambino, a casa, insegnava a baciare il pane caduto a terra, simbolo dell'amore di Dio. Per quanto riguarda la volontà di Dio, il Papa afferma: «Se noi siamo sinceri e aperti al Signore, riusciremo a fare la volontà di Dio, perché lui non nasconde la sua volontà, la fa capire a quelli che la cercano, a quelli che non importa li lascia e li aspetta, sempre Lui aspetta».

Sull'espressione "non ci indurre in tentazione", il Papa ha chiarito: «Non mi lasciare cadere nella tentazione perché sono io a cadere, non è Dio che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito».

Ha anche narrato l'episodio di una signora anziana di Buenos Aires che, nonostante dicesse di non avere peccati, ha affermato con sicurezza che "Dio perdona tutto", perché "se Dio non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe".

Dibattito sulla Traduzione del Padre Nostro e Analisi Teologiche

Da qualche tempo, è in corso un dibattito sulla possibilità di riformulare la traduzione del Padre Nostro. Questa preghiera ha attraversato i secoli senza sostanziali variazioni ed è sempre stata ritenuta autentica trascrizione delle parole di Gesù.

Le Spiegazioni del Teologo Silvano Sirboni

Nel 2003, in un articolo di "Famiglia Cristiana" intitolato "Il Padre Nostro di Gesù", il teologo Silvano Sirboni fornì alcune spiegazioni a un lettore preoccupato. Egli riassunse i punti chiave della discussione sulla traduzione:

  1. Gesù pronunciò il Padre Nostro in aramaico, giunto a noi in greco e poi in latino.
  2. Le traduzioni hanno portato a sfumature diverse; ad esempio, l'aggettivo "quotidiano" per il pane traduce l'espressione greca epioúsion, che San Girolamo traduceva con supersubstantialem.
  3. La preghiera fu recitata per secoli in latino, poi in italiano con maggiore attenzione alla traduzione biblica (1967 e 1971).
  4. Dal 1988 è stata avviata una traduzione più fedele ai testi originali, con proposte come rendere "sia santificato il tuo nome" con "fa’ che tutti ti riconoscano come Dio".
  5. La richiesta di perdono, nell'originale greco, "rimetti a noi i nostri debiti come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori", utilizzava un verbo al passato, più impegnativo.
  6. È stata proposta la nuova formulazione "e non abbandonarci alla tentazione" per esprimere più correttamente il senso originario di "non c’indurre in tentazione", che era troppo dipendente dal latino.
  7. Il "Male" è proposto con la maiuscola per indicarne la natura personale.
  8. Sirboni concludeva che non si tratta di manipolazione, ma di esprimere fedelmente il pensiero di Gesù attraverso parole che cambiano in tempi e luoghi diversi.

Osservazioni Critiche e l'Origine Aramaica

Nonostante le spiegazioni di Sirboni, alcuni punti sollevano osservazioni. In particolare, affermare che "quasi certamente Gesù pronunciò il Padre nostro (o un testo simile) in aramaico" non è del tutto preciso. Fin dall'antichità era noto che Gesù aveva predicato in aramaico, come evidenziato dagli ipsissima verba nei testi evangelici. La notizia che Matteo compose il proprio Vangelo in aramaico e che poi ci fu una versione in greco è tramandata da Papia (ca. 130 d.C.).

La questione della relazione tra testo aramaico e testo greco del Nuovo Testamento è complessa. Sebbene alcuni studiosi comparino il testo greco con un testo aramaico ipotetico, esiste un testo aramaico tramandato dalla Peshitta (Vulgata aramaico-siriaca). Applicando il rasoio di Ockham, è più logico ritenere che il Vangelo sia stato scritto direttamente in aramaico per gli Aramei e in greco per i Greci, data la natura mistilingue della Chiesa delle origini.

Mappa delle lingue parlate ai tempi di Gesù e delle prime comunità cristiane

La Rilevanza delle Espressioni Semitiche e della Liturgia Siriaca

In merito alla proposta di rendere "sia santificato il tuo nome" con "fa’ che tutti ti riconoscano come Dio", si osserva che, sebbene riconoscere il Padre come Dio sia un atto di fede importante, non esaurisce il concetto espresso dall'espressione semitica. Rifuggire da tali espressioni, che la lingua greca e latina hanno assimilato senza traumi dall'Antico Testamento, significherebbe rischiare un ritorno a espressioni pagane, senza alternative.

La Santificazione del Nome (Qiddush ha-Shem), come spiegato nell'Encyclopaedia Judaica, ha due modelli di pensiero nella Bibbia: Dio come attore principale o gli Israeliti come iniziatori. Per Ezechiele, la santificazione del Nome è un atto del Signore concesso a Israele. Inversamente, la sua profanazione avviene quando le nazioni dubitano della forza di Dio. Per il secondo punto di vista, l'uomo è responsabile dell'onore di Dio agli occhi del mondo.

La liturgia siriaca attribuisce una parte di rilievo al Padre Nostro, come si evince dall'inizio dell'Ordo Missae (Takhso deQudosho), dove le parole "Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome (nethqadash shmokh). Venga il tuo regno" introducono e concludono la preghiera d'inizio, e l'inno "Santo (qadish), Santo, tu sei Santo" è ripetuto tre volte, suggerendo un rito molto antico della Chiesa ebreo-cristiana delle origini.

Il Coraggio di Pregare il Padre Nostro

Papa Francesco ha sottolineato l'importanza del coraggio nel pronunciare la preghiera del Padre Nostro. «Ci vuole coraggio per pregare il Padre nostro. Ci vuole coraggio. Dico: mettetevi a dire ‘papà’ e a credere veramente che Dio è il Padre che mi accompagna, mi perdona, mi dà il pane, è attento a tutto ciò che chiedo, mi veste ancora meglio dei fiori di campo».

Il Papa ha anche ribadito che "credere è un grande rischio", perché lascia il dubbio che tutto possa non essere vero, ma è un rischio da "osare tutti insieme". Ha criticato una fede superficiale: «Diciamo di essere cristiani, di avere un Padre, ma viviamo non dico come animali, ma come persone che non credono né in Dio né nell’uomo, senza fede, e anche facendo del male, non nell’amore ma nell’odio, nella competizione, nelle guerre. È santificato nei cristiani che lottano fra loro per il potere? È santificato nella vita di quelli che assoldano un sicario per liberarsi di un nemico? È santificato nella vita di coloro che non si curano dei propri figli? No, lì non è santificato il nome di Dio».

Don Marco Pozza ha evidenziato la differenza tra "recitare" e "pregare". Recitare è "materia d’emulazione", un imbottigliarsi in una trama, mentre pregare è "lasciarsi rapire da Dio, per i suoi scopi", abbandonandosi alla Sua volontà. "Abituarsi alla bellezza, tra tutte le bestemmie, è la capoclasse."

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