Il Padre Nostro: Orazione Universale e Guida alla Vita Cristiana

Il Padre Nostro, considerata la sintesi di tutto il Vangelo secondo Tertulliano (De oratione, 1), è l'orazione domenicale ("preghiera del Signore") per eccellenza, poiché insegnataci da Cristo stesso (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2759). Sant'Agostino, nella sua Lettera a Proba (Epistulae, n. 130), afferma che passando in rassegna tutte le preghiere della Sacra Scrittura, nessuna può essere trovata che non sia contenuta e compendiata in questa preghiera. San Tommaso d'Aquino, nella Summa theologiae (II-II, q. 83, a. 9), la definisce un esempio di perfetta armonia, in cui non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell'ordine in cui devono essere desiderate. Questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma anche tutti i nostri affetti.

Nel Vangelo di Luca (11:1), Gesù la diede in risposta alla richiesta di uno dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare». Si trova in due forme: quella più ampia e strutturata di Matteo (6,9-13) e quella più breve di Luca (11,2-4). Il Padre Nostro non è semplicemente una preghiera da recitare, ma un esempio di preghiera privata che, pur essendo usata nel culto, mantiene un carattere personale e ci occorre per imparare a dialogare con il Signore.

Gesù insegna la preghiera del Padre Nostro ai suoi discepoli

L'Invocazione Iniziale: "Padre Nostro che sei nei cieli"

Sin dalla sua prima parola, Cristo ci introduce in una nuova dimensione del rapporto con Dio. Egli non è più solo il nostro "Dominatore" o "Signore", ma è nostro Padre. Di conseguenza, noi non siamo più solo servi, ma figli. Ci rivolgiamo a Lui con il rispetto dovuto a Colui che è anche queste cose, ma con la libertà, la fiducia e l'intimità di figli, consapevoli di essere amati, fiduciosi anche nella disperazione e nel mezzo della schiavitù del mondo e del peccato.

Gesù Cristo ci ha insegnato e permesso di chiamare Dio "Padre", un Padre realmente amorevole e misericordioso. Questa espressione non era mai stata rivelata a nessuno; a noi è stata rivelata nel Figlio, implicando un nuovo nome di Padre, come sottolinea Tertulliano in De oratione, 3. Mediante questa preghiera, i discepoli scoprono una loro speciale partecipazione alla figliolanza divina, di cui l'apostolo Giovanni dirà nel Prologo del suo Vangelo: «A quanti... l’hanno accolto, Gesù ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 12). La preghiera del cristiano è quella di un figlio di Dio che si rivolge al suo Padre con fiducia filiale, indicata nelle Liturgie d'Oriente e d'Occidente con il termine parrhésia: semplicità schietta, fiducia filiale, gioiosa sicurezza, umile audacia, certezza di essere amati (cfr. Ef 3,12; Eb 3,6; 4,16; 1 Gv 2,28; 3,21; 5,14).

"Padre Nostro" e la Fraternità Cristiana

L'aggettivo "Nostro" è fondamentale. Dio non è solo Padre mio o dei "miei" (famiglia, amici, ceto sociale), ma Padre di tutti: del ricco e del povero, del santo e del peccatore, del colto e dell'illetterato, che tutti chiama instancabilmente a Sé, al pentimento e al Suo amore. "Nostro", certamente, ma non confusamente di tutti: Dio ama tutti ed ognuno singolarmente; Egli è tutto per noi quando siamo nella prova e nel bisogno, è tutto nostro quando ci chiama a Sé con il pentimento, la vocazione, la consolazione. L'aggettivo non esprime un possesso, ma una relazione con Dio totalmente nuova, che forma alla generosità secondo gli insegnamenti di Cristo, indicando Dio come comune a più persone. Non c'è che un solo Dio ed è riconosciuto Padre da coloro che, mediante la fede nel Suo Figlio unigenito, da Lui sono rinati mediante l'acqua e lo Spirito Santo.

Quando chiamiamo Dio "Padre Nostro" riconosciamo che la filiazione divina ci unisce a Cristo, «primogenito fra molti fratelli» (Rm 8,29) in una vera e propria fraternità soprannaturale. La Chiesa è questa nuova comunione tra Dio e gli uomini. La preghiera cristiana è sempre comunitaria; anche quando siamo soli, preghiamo come sorelle e fratelli, come parte della Chiesa di Cristo e non possiamo pregare in modo egoistico, per qualcosa che sia per noi e contro altri. Anzi, data la visione universalistica del Vangelo, noi con il nostro "Padre Nostro" preghiamo in contatto con tutta l'umanità. Pertanto, la santità cristiana, pur essendo personale, non è mai individualista o egocentrica. Il "nostro" dell'inizio e il "noi" delle ultime quattro domande non escludono nessuno. La fraternità che proviene dalla filiazione divina si estende pure a tutti gli uomini, perché tutti sono in qualche modo figli di Dio in quanto sue creature e sono chiamati alla santità.

"Che sei nei cieli"

L'espressione "che sei nei cieli" era usuale al tempo di Gesù per parlare di Dio senza pronunciarne il nome per rispetto, e vuole ribadire di quale Padre e Signore stiamo parlando. Significa certo che non lo possiamo osservare con i nostri occhi e sensi fisici, ma anche che sappiamo che Egli ci ascolta e ci risponde con gli accadimenti della nostra vita. Straordinariamente altro rispetto a noi, eppure non lontano, anzi ovunque nell'immensità dell'universo e nel piccolo del nostro quotidiano, Sua mirabile creazione. L'espressione sottolinea la distanza dalle cose e la sua superiorità su di esse, ma ci ricorda che il cristiano guarda in alto, riconoscendo che la sua regola di vita obbedisce a un'altra logica.

Le Sette Richieste della Preghiera

Nel Padre Nostro, l'invocazione iniziale è seguita da sette richieste. Le prime tre hanno come oggetto la Gloria del Padre: la santificazione del Nome, l'avvento del Regno e il compimento della Volontà divina. Le altre quattro presentano a Lui i nostri desideri, riguardando la nostra vita per nutrirla e guarirla dal peccato, e si ricollegano al nostro combattimento per la vittoria del Bene sul Male.

1. "Sia santificato il tuo nome"

Questa è la prima richiesta del Padre Nostro. Parlando del Suo nome, si sta parlando di Dio stesso. Nessuna creatura può accrescere la santità di Dio; il termine "santificare" va inteso nel suo senso estimativo: riconoscere come santo, trattare in una maniera santa. Si chiede che la santità divina risplenda e aumenti nella nostra vita: "Chi potrebbe santificare Dio, dato che è lui che santifica? Ma ispirandoci a quelle parole: ”Siate santi perché io sono santo” (Lv 20, 26), chiediamo che santificati dal battesimo noi perseveriamo in quello che abbiamo cominciato ad essere", come afferma San Cipriano di Gerusalemme. Siamo immersi nel mistero della Sua Divinità e nel dramma della salvezza della nostra umanità, chiedendo di essere "santi e immacolati al suo cospetto nella carità" (cfr. Ef 1,9.4).

Il risultato che chiediamo è che tutti con reverenza lo riconoscano come Dio, onorino il Suo nome e vivano di conseguenza. Ciò è sostanziale a favore della nostra vita e di quella della società, ogni giorno. Sia cioè rispettato ed amato, da noi e dal mondo intero, anche attraverso di noi, nel nostro impegno a dare il buon esempio, a condurre il Suo Nome anche presso chi ancora non lo conosce veramente. Chiediamo al Signore di intervenire affinché noi e gli altri, non solo a parole ma nella vita, riusciamo ad onorarlo come Dio.

"Voi dunque pregate così: PADRE..." - Don Luigi Maria Epicoco- Quaresima 2024 - (1/3)

2. "Venga il tuo regno"

La seconda richiesta esprime la speranza che giunga un tempo nuovo in cui Dio sarà riconosciuto da tutti come un Re che colmerà di benefici i Suoi sudditi. Questa richiesta è il "Marana tha", il grido dello Spirito e della Sposa: "Vieni, Signore Gesù". Si tratta principalmente della venuta finale del Regno di Dio con il ritorno di Cristo (cfr. Tt 2,13). Quando diciamo: "Venga il tuo regno", il quale, volere o no, verrà senz'altro, noi eccitiamo il nostro desiderio verso quel regno, affinché venga per noi e meritiamo di regnare in esso (Sant'Agostino, Lettera a Proba, Epistulae, n. 130). Ciò significa essere pronti a lasciare tutto per entrare nel Regno di Dio, aspettando il giorno in cui il Signore trionfi e vengano il nuovo cielo e la nuova terra, la nuova umanità dei risorti governati direttamente dal Signore.

D'altra parte, il Regno di Dio è già stato inaugurato in questo mondo con la prima venuta di Cristo e l'invio dello Spirito Santo, ed è "giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17). Poiché il Regno di Dio ancora non è qui, l'interpretazione più intimista, cioè che il Signore regni nei nostri cuori e dunque nella nostra vita, ha la sua validità. Desideriamo comportarci di conseguenza oggi, da cittadini in speranza del mondo perfetto del Signore, e preghiamo affinché il Signore ci guidi nelle tormentate vicende umane. Solo un cuore puro può dire senza trepidazione alcuna: "Venga il tuo Regno!".

3. "Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra"

La volontà di Dio è che «tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). Quando diciamo questa frase, non intendiamo fatalisticamente che Dio farà ciò che vuole, ma che noi saremo in grado di fare ciò che Dio vuole. Questo modo di ragionare è sbagliato e non c'entra niente con la richiesta del Padre Nostro. Al contrario, la volontà che si realizza su questa terra è spesso quella umana che impera, portando malattia e distruzione.

Chiediamo al Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo per compiere la Sua Volontà, il Suo Disegno di salvezza per la vita del mondo. Siamo radicalmente incapaci di ciò, ma, uniti a Gesù e con la potenza del Suo Santo Spirito, possiamo consegnarGli la nostra volontà e decidere di scegliere ciò che sempre ha scelto il Figlio suo: fare ciò che piace al Padre (cfr. Gv 8,29). Quando diciamo: "Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra", gli domandiamo l'obbedienza, per adempiere la sua volontà, a quel modo che è adempiuta dai suoi angeli nel cielo (Sant'Agostino, Lettera a Proba, Epistulae, n. 130). L'espressione "come in cielo così in terra" esprime il desiderio che la volontà di Dio si compia in noi che siamo ancora sulla terra, così come si è compiuta negli angeli e nei beati in Cielo. Richiede dunque al Signore di intervenire, con provvidenza e con il Suo Spirito potente, magari in maniera misteriosa per noi, ma in modo di salvarci dalle acque turbolente e dagli abissi.

Mani giunte in preghiera, simbolo di affidamento alla volontà divina

4. "Dacci oggi il nostro pane quotidiano"

Questa domanda esprime l'abbandono filiale dei figli di Dio, perché "il Padre, che ci dona la vita, non può non darci il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni 'convenienti', materiali e spirituali". Il termine "quotidiano" deriva da una parola greca che non è presente in altre parti degli scritti antichi, ed è stata tradotta anche come "necessario" o "per il giorno di domani". Con "pane", poi, nell'area mediterranea si intende tutto il mangiare in genere, e qui anche tutto ciò che serve al nostro sostentamento e al nostro vivere fisico. Questa richiesta è la più umile, ma trovandosi al centro del Padre Nostro, ne indica l'importanza: non solo una dipendenza da Dio, ma anche il frutto del lavoro dell'uomo che viene chiesto al Padre come dono.

Questa preghiera è esaudita, perché noi la rivolgiamo al Signore come Padre di tutta l'umanità. Sappiamo, da statistiche e studi, che il nostro pianeta produce a sufficienza per sfamare tutti i suoi abitanti, ma sono le disuguaglianze e le ingiustizie umane che fanno sì che questa ricchezza non sia distribuita correttamente. "Quando diciamo: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano", con la parola oggi intendiamo "nel tempo presente", in cui o chiediamo tutte le cose che ci bastano indicandole tutte col termine "pane" che fra esse è la cosa più importante, oppure chiediamo il sacramento dei fedeli che ci è necessario in questa vita per conseguire la felicità non già di questo mondo, bensì quella eterna" (Sant'Agostino, Lettera a Proba, Epistulae, n. 130).

Chiediamo al Signore che ci permetta di vivere con serenità e sicurezza, con dignità e libertà dai bisogni, senza fame e con un tetto sulla testa, andando incontro al giorno che viene senza disperazione, sentendo oggi e anche nel domani la Sua cura paterna verso tutti noi. Questa richiesta ci insegna anche qualcosa di fondamentale: è una preghiera per i nostri bisogni vitali, non per la penuria o la malattia. Ci permette di chiedere per noi (senza dimenticare gli altri), anche nelle nostre preghiere personali, ciò di cui abbiamo realmente bisogno.

5. "Rimettici i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori"

"Rimettici i nostri debiti" equivale al "perdonaci i nostri peccati", come nella versione del Vangelo di Luca. Il termine "debiti" deriva probabilmente dall'originale aramaico e si rivela molto interessante per la mentalità moderna. Imploriamo la Tua misericordia, consci che essa però non può giungere al nostro cuore, se non sappiamo perdonare anch'io ai nostri nemici, sull'esempio e con l'aiuto di Cristo. "Quando diciamo: "Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori", richiamiamo alla nostra attenzione che dobbiamo chiedere e fare per meritare di ricevere questa grazia" (Sant'Agostino, Lettera a Proba, Epistulae, n. 130).

Questa richiesta inizia con una "confessione", con la quale confessiamo ad un tempo la nostra miseria e la Sua misericordia. Questo flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso. L'Amore, come il Corpo di Cristo, è indivisibile: non possiamo amare Dio che non vediamo, se non amiamo il fratello, la sorella che vediamo (cfr. 1 Gv 4,20). Il perdono di Dio ci è offerto gratuitamente, e la nostra salvezza è per sola grazia del nostro Signore. Come possiamo allora essere esigenti creditori verso chi ha mancato verso di noi, come nella parabola del servo malvagio (Matteo 18:23-35)? Non possiamo sentirci al di sopra degli altri, né disprezzarli, né esserne invidiosi, ma dobbiamo cercare di perdonare e di collaborare con loro, in una rinnovata visione di umanità.

6. "E non ci indurre in tentazione" / "Non abbandonarci alla tentazione"

Questa domanda si collega alla precedente, poiché il peccato è una conseguenza del libero consenso alla tentazione. "Non abbandonarci in balìa della strada che conduce al peccato, lungo la quale, senza di Te, saremmo perduti." (Sant'Agostino, Lettera a Proba, Epistulae, n. 130). La traduzione di questa frase è oggetto di dibattito, con versioni come "non ci indurre alla tentazione", "dacci la forza di resistere alla tentazione" o "non ci abbandonare alla tentazione". Il verbo greco permette sia "esporre" sia "indurre", ma la lettera di Giacomo chiarisce: "Nessuno, quand’è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno" (Giacomo 1:13-14). Pertanto, la traduzione preferibile per motivi teologici è "non ci esporre alla tentazione" o "non ci abbandonare".

Chiediamo al Padre nostro di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta "tra la carne e lo Spirito". Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza. Dio ci dà sempre la Sua grazia per superare le tentazioni: "Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare" (1 Cor 10,13). Tuttavia, per vincere la tentazione è sempre necessario pregare. Il combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera, come dimostra Gesù stesso sul Tentatore (cfr. Mt 4,11) e nell'agonia del Getsemani (cfr. Mt 26,36-44).

Gesù nel Getsemani in preghiera

7. "Ma liberaci dal maligno"

L'ultima invocazione del Padre Nostro è una petizione per essere liberati dal male. "Quando diciamo: "Liberaci dal male", ci rammentiamo di riflettere che non siamo ancora in possesso del bene nel quale non soffriremo alcun male. Queste ultime parole della preghiera del Signore hanno un significato così largo che un cristiano, in qualsiasi tribolazione si trovi, nel pronunciarle emette gemiti, versa lacrime, di qui comincia, qui si sofferma, qui termina la sua preghiera" (Sant'Agostino, Lettera a Proba, Epistulae, n. 130).

Il Male non è un'astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l'angelo che si oppone a Dio. Il "diavolo" (dia-bolos, colui che "si getta di traverso") è colui che "vuole ostacolare" il Disegno di Dio e la Sua "opera di salvezza" compiuta in Cristo. Chiedendo di essere liberati dal Maligno, noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è l'artefice o l'istigatore, soprattutto dal peccato, l'unico vero male, e dalla sua pena, che è la dannazione eterna. Gli altri mali e tribolazioni possono essere trasformati in beni, se li accettiamo unendoci alle sofferenze di Cristo sulla croce. Il cristiano sa che il male che c'è nel mondo e negli uomini non è causato solo dalla cattiva opera degli uomini, ma c'è anche un tentatore che spinge a compierlo. Nessuno vince il male da solo; occorre l'aiuto di Dio.

Commento al Padre Nostro di San Francesco d'Assisi

Una scoperta recente ha riportato alla luce un manoscritto della prima metà del 1200, attribuito al "poverello" San Francesco, contenente appunti di un testo destinato ad essere un'omelia o una predicazione orale e pubblica sul testo del "Pater Noster". Illustrato da Dominique Poirel nel volume "Commento al Padre Nostro" (Edizioni San Paolo), il testo si compone di otto sezioni, separate da numeri in cifre romane, utilizzando una "formula narrativa" per arrivare in modo più incisivo alla platea degli ascoltatori.

Interpretazione delle Richieste

Nel commento, il Signore prende la parola per esprimere la sua collera e i suoi rimproveri: i nomi di «Signore» e di «Padre» che gli uomini gli indirizzano sono delle bugie, perché, disprezzandolo e disonorandolo, trascurano di compiere le opere di Dio. Sono dunque figli non suoi, ma del diavolo.

  • Santificazione del Nome: Il "nome" di Cristo, ricevuto con il battesimo che li ha resi "cristiani", è stato poi "insudiciato", addirittura "bestemmiato", compiendo azioni indegne. Dopo il rimprovero viene l'appello alla conversione, citando Malachia: il nome del Signore «è grande tra le nazioni», cioè «tra i penitenti».
  • Il Regno: Per entrare a far parte del regno di Dio, bisogna imitare i santi: lottare, vincere il mondo e compiere la giustizia.
  • La Volontà Divina: Il Signore replica che «la mia volontà non è in voi», nel senso che non è interiorizzata. La fede, infatti, non è duratura e non regge la prova della tentazione. Per descrivere l'ingratitudine degli uomini, il Signore riprende le parole di Isaia: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi mi hanno disprezzato».
  • Il Pane Quotidiano: Questa sezione si apre con la descrizione di Cristo in croce. Il Signore ammonisce i peccatori: «Perché mi chiedete il pane quotidiano? Eccomi, pendente sulla croce». Questo rimprovero ricorda la devozione di Francesco per la passione di Cristo. Alla fine, i peccatori sono paragonati a cani incapaci di latrare, facendo il verso a un passaggio di Isaia.
  • I Debiti: I debiti da rimettere sono elencati in ordine di gravità: le buone azioni che i cristiani si sono impegnati a compiere al momento del battesimo e che hanno trascurato; poi, i loro peccati; infine, i loro misfatti.
  • La Tentazione: La sesta richiesta, “E non ci indurre in tentazione”, è spiegata come: «Non permettere che siamo vinti dal diavolo tentatore e rivestiamo la sua potenza». Il Signore risponde con durezza, rimproverando di non averlo assistito nelle sue tentazioni, ma l'accusa si mitiga, assimilando i peccatori a Pietro, Giacomo e Giovanni, gli apostoli che si erano addormentati nel Getsemani.

Il testo termina così con una sorta di unisono tra tutte le voci, poiché l'autore e i peccatori fanno proprio il discorso di Cristo.

tags: #padre #nostro #dio #di #tutti #noi