La preghiera del Padre Nostro ha esercitato un'attrattiva straordinaria su molti pensatori, tra cui Simone Weil, che la considerava la preghiera dialogica per eccellenza. Per Weil, questa preghiera rappresentò una vera e propria rivelazione.
La Scoperta di Simone Weil
Prima di un certo periodo della sua vita, Simone Weil non aveva mai pregato nel senso letterale della parola, non avendo mai rivolto la parola a Dio né pronunciato una preghiera liturgica con intenzione. Talvolta aveva recitato la Salve Regina, ma solo come una bella poesia.
Tuttavia, durante lo studio del greco antico, si dedicò alla traduzione letterale del Padre Nostro. La dolcezza infinita del testo greco la colpì a tal punto che per alcuni giorni non poté fare a meno di recitarlo continuamente tra sé. Questo momento segnò un punto di svolta, superando la sua iniziale diffidenza verso la preghiera e il suo timore del "potere di suggestione della preghiera".
Weil si abbandonò al Padre Nostro come unica pratica d'orazione, dedicandovi un'attenzione totale. Affermava che se, mentre lo recitava, la sua attenzione si sviava o si assopiva, anche solo un poco, ricominciava daccapo sino a raggiungere un'attenzione assolutamente pura. Questa pratica orante le rivelò un potere straordinario, capace di stupirla e stordirla ogni volta.
Talora, già le prime parole del Padre Nostro rapivano il suo pensiero dal corpo, trasportandolo in un luogo fuori dello spazio, dove non esistevano né prospettiva né punto di vista. Lo spazio si apriva, e l'infinità dello spazio ordinario della percezione veniva sostituita da un'infinità alla seconda e talvolta alla terza potenza. Contemporaneamente, questa infinità dell'infinità si riempiva di silenzio, non un'assenza di suono, ma l'oggetto di una sensazione positiva, più intensa di quella di un suono. I rumori esterni le pervadevano solo dopo aver attraversato questo silenzio.

Contesto Storico e Origini Giudaiche
La preghiera del Padre Nostro si presenta solo in due scritti neotestamentari, i Vangeli di Matteo (6,9-13) e di Luca (11,2-4), in due versioni, di cui quella di Matteo è più ampia e strutturata, mentre quella di Luca è più breve. Nessun altro autore la riporta o vi fa cenno, nemmeno l'apostolo Paolo. La sua presenza è attestata nel II secolo, nella versione matteana, nel primo testo di ordinamento della proto-chiesa, la Didaché, o Dottrina dei dodici apostoli.
Il Padre Nostro possiede tutte le caratteristiche di una preghiera ebraica e rappresenta un documento determinante per la ricerca sull'antica liturgia ebraica del I secolo. È l'unica preghiera, a nostra conoscenza, interamente scritta contenente il binomio santificazione del Nome / Regno di Dio, concetti fondamentali dell'attesa messianica tra la rivolta dei Maccabei (165 a.e.v.) e quella di Bar Kochba, e trascritta per intero, sebbene in greco, prima del II secolo.
Questa preghiera, risalente al periodo del secondo Tempio, è molto simile nella forma e nel contenuto a diversi schemi di preghiere contemporanee, documentati nella Bibbia e nella letteratura ebraica extra-biblica, condividendone l'orientamento apocalittico, tipico degli ambienti influenzati dall'attesa del Regno di Dio. Elementi come l'uso di alternative al Nome divino (Padre) e il riferimento alla volontà di Dio suggeriscono un'origine in ambito scolastico, nella casa di studio della Torah, come preghiera privata, non destinata al culto pubblico.
Il fatto che solo Matteo e Luca la riportino in un contesto messianico, mentre è assente da testi presumibilmente più antichi come Marco e Paolo, suggerisce che la versione di Matteo possa essere una rielaborazione di una versione più antica, forse originale di Luca, e reinterpretata per la situazione della diaspora dopo gli eventi del 66-70 e.v. In questo periodo, l'ebraismo sentì l'esigenza di riordinare e trascrivere la tradizione, anche liturgica, per fissarla e darle un orientamento messianico.

Perché il Padre Nostro è diventato la preghiera cristiana per eccellenza?
La preghiera di Gesù entra a far parte della liturgia cristiana con la Didaché. Lì è inserita tra il rito del battesimo e quello dell’eucaristia, collegando i due rituali che comprendevano catechismo, digiuno, battesimo e culto eucaristico. Questa connessione potrebbe indicare che la prassi ebraica di separare le rubriche nello studio della Torah o nel culto sinagogale era ancora in vigore nelle comunità proto-cristiane. È plausibile supporre che le comunità cristiane abbiano adottato la preghiera del loro maestro, mentre quelle ebraiche abbiano adottato il Qaddish.
I discepoli, vedendo Gesù pregare, gli chiesero: «Signore, insegnaci a pregare» (Luca 11,1). Il Padre Nostro è una preghiera radicalmente radicata nella preghiera ebraica e biblica, un discorso a Dio e con Dio, una forma di dossologia in cui l'uomo riconosce la propria dignità di figlio di Dio e, allo stesso tempo, la sua condizione oppressa dalle difficoltà della vita quotidiana.
Analisi delle Petizioni
Il Padre Nostro, nella sua struttura, è una preghiera altamente missionaria che invita a soffermarsi su ogni frase e parola.
Padre Nostro che sei nei cieli
Questa espressione chiarisce la dimensione dell'autentica paternità divina. Siamo suoi figli, gli apparteniamo, e Lui ci ama perché ama Se stesso, e noi siamo cosa sua. Ma Egli è il Padre che è nei cieli, non altrove. Se crediamo di avere un padre quaggiù, non è Lui, ma un falso dio. Non possiamo fare un solo passo verso di Lui, non si cammina verticalmente. Come Padre, tocca a Lui cercarci, non a noi illuderci di poterlo trovare.
Il nostro compito è cambiare la direzione dello sguardo, rivolgere tutta la nostra attenzione a Lui, togliendola dai "commerci umani, troppo umani". Non dobbiamo rattristarci perché Egli è infinitamente "fuori della nostra portata". Al contrario, questo ci rassicura che la potenza del male, anche se travolge il nostro essere, non potrà mai contaminare la purezza, la felicità e la perfezione del nostro Dio-Padre. Egli non sarà mai toccato dalla malvagità che alberga in noi e in questa terra, dominata da violenza, invidia e indigenza.
Il nome "Padre" è il modo costante con cui Gesù si è rivolto a Dio e invita gli uomini a fare altrettanto. Un padre non è mai solo per sé, ma si estende agli altri, e l'amore di un vero padre è espansivo, non circolare. Dio è vicino e Signore, creatore e Padre, amore e onnipotenza, eppure la sua paternità è misteriosa, come ricorda il Salmo 8: «Signore nostro, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra. Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita, che cosa è l’uomo, perché ti ricordi di lui? Eppure l’hai fatto poco meno di un Dio, e ogni cosa hai posto sotto i suoi piedi».
La dignità dell'uomo non risiede nella bellezza, nella forza o nell'intelligenza, ma nell'essere oggetto dell'amore di Dio. La grandezza dell'uomo, nonostante la sua piccolezza, si trova nell'essere oggetto della memoria di Dio.
Sia santificato il nome tuo
Questa invocazione intende la potenza ontologica del nome. Il nome di un essere funge da intermediario tra la mente umana e questo essere, unica via attraverso la quale la mente umana può afferrare qualcosa di esso quando è assente. Dio è il grande assente, lontano nei cieli. L'uomo non può dargli un nome, poiché «Dio solo ha il potere di nominarsi. Il suo nome non può essere pronunciato da labbra umane; il suo nome è la sua parola: è il Verbo». Il suo nome è la sola possibilità per l'uomo di accedere a Lui, il Mediatore che stabilisce la relazione.
L'uomo può accedere a questo nome, pur essendo esso trascendente. Si tratta di una via "nominativa" indiretta, e l'istanza di "santificazione" per quel "nome divino" è un'istanza che chiede ciò che è proprio dell'eternità, un anelito a quella pienezza di realtà cui nulla possiamo aggiungere o togliere. L'uomo esprime così un desiderio puro e legittimo per «ciò che è, ciò che è in maniera reale, infallibile, eterna, del tutto indipendente dalla nostra domanda».
Questa richiesta è "perfetta" perché l'uomo non può bloccare il suo desiderare, essendo egli costituito come desiderio. Il problema è piuttosto togliere il proprio desiderio dalla prigionia dell'Io che lo «inchioda all'immaginario, al tempo, all'egoismo» per proiettarlo nel reale e nell'eterno.
La santificazione del nome di Dio significa che Dio vuole mostrarlo, renderlo visibile. Essa ha tratti essenziali: la santificazione è opera di Dio, è un'iniziativa che tocca il suo popolo per legarlo a sé, implica una novità (si lascia una schiavitù per una nuova appartenenza), ha una trasparenza («Perché io mi manifesti santo in mezzo agli israeliti») e una reale possibilità («Non profanerete il mio nome»). La Chiesa, non primariamente se stessa, deve prolungare lo sguardo verso Dio, mostrando pubblicamente la sua azione.
Il nome di Dio nella Bibbia
Venga il tuo regno
Questo grido è essenzialmente un'invocazione rivolta allo Spirito Santo. Il regno di Dio che deve venire, che ancora non c'è, è infatti «lo Spirito Santo che colma tutta l'anima delle creature intelligenti». Questa immagine dell'acqua come raffigurazione del regno di Dio che deve venire, e di cui siamo disperatamente assetati, è splendida. Questo regno, questo avvento dello Spirito, è davvero il nostro bene primario, come lo è l'acqua nella nostra vita.
Il concetto di regno, sebbene estraneo alla concezione moderna, svolge un ruolo centrale nella Bibbia. Gesù annuncia la regalità di Dio che si avvicina. Il regno di Dio non è politico, ma un regno di vita, pace, amore, giustizia e fraternità, che combacia con i frutti dello Spirito. Si instaura in modo discreto, rispettando la libertà dell'uomo, ma possiede una propria potenza automatica, capace di produrre esiti esaltanti da inizi piccoli e insignificanti. Gesù Cristo è il Regno in persona. Il regno non combacia con la Chiesa, che ne è una primizia, ma sorpassa ogni confine culturale e religioso.
Sia fatta la tua volontà
Siamo certi che tutti gli avvenimenti del passato si sono verificati conformemente alla volontà del Padre onnipotente. Lo stesso varrà per il futuro: una volta compiuto, ogni evento lo sarà in modo conforme alla divina volontà. Questa "conformità" è inevitabile. In precedenza, avevamo strappato il desiderio dalla prigionia del tempo per applicarlo all'eterno e, così, lo avevamo radicalmente trasformato. Ora riprendiamo quel desiderio - divenuto in qualche modo eterno - e lo riportiamo al tempo.
Il desiderio, mutato, cela in sé l'eternità, e ciò si manifesta quando sappiamo desiderare ogni avvenimento compiuto, anche se in apparenza scomodo o doloroso. Si depone così ogni ottica umana nella lettura degli eventi e nella direzione del desiderio. Questa non è rassegnazione né semplice accettazione, atteggiamenti ancora troppo deboli e legati alla prospettiva umana. Piuttosto, «si deve desiderare che tutto ciò che è avvenuto sia avvenuto, e null'altro. Non perché ciò che è avvenuto è un bene a nostro modo di vedere, ma perché Dio lo ha permesso e perché l'obbedienza degli eventi a Dio è in sé un bene assoluto».
La volontà di Dio non rappresenta un'eteronomia che uccide la libertà dell'uomo, ma una teonomia amante dell'uomo, che fiorisce al suo interno come vita e luce. Essa propone all'uomo i "paracarri minimali" per rimanere nella libertà e nella vita procuratagli da Dio. La volontà di Dio è universale e salvifica. Il male nel mondo c'è e non può essere negato né spiegato. Ognuno deve vigilare sui propri comportamenti tendenti al male, perché Dio non rinuncia al giudizio sull'operato umano. Cristo ha vinto il male e dà la possibilità al credente di vivere una vita nell'amore, pur non esente dalla tentazione al male né dalle prove che permettono la crescita dell'uomo nella sua libertà e maturità completa.
La terza domanda del Padre Nostro fa riferimento a Gesù, poiché la sua vita è stata una costante obbedienza al Padre. Il cibo di Gesù era fare la volontà del Padre. L'obbedienza è il cammino che il Padre ha segnato per il Figlio, e l'obbedienza di Gesù è senza distrazioni, ritrovando in essa la sua libertà e la sua consistenza di Figlio. Fare la volontà di Dio è un modo di esistere, non semplicemente compiere azioni buone. Questa preghiera è missionaria, desiderando che la volontà di Dio sia fatta in ogni angolo della terra, perché la nostra salvezza non è completa se non si estende a tutti.
Così in cielo come in terra
Il nostro desiderio, ormai associato alla volontà divina, trova il suo inveramento anche in ambito spirituale. Tutto il progredire (o il regredire) spirituale nostro o di chi amiamo ha sempre un rapporto con l'altro mondo, anche se è un evento che si produce nel tempo. Tutti i nostri eventi spirituali sono «dei particolari nell'immenso mare degli avvenimenti, mossi, con questo mare, in maniera conforme alla volontà di Dio». Anche le debolezze che hanno inquinato il nostro passato devono essere accolte. Contro ogni nostra superbia, «dobbiamo desiderare che esse si siano verificate e dobbiamo estendere questo desiderio all'avvenire», a tutte le nostre fragilità del futuro. Questa è una "correzione" necessaria all'invocazione del regno di Dio: annullare tutti i desideri che non siano quello della vita eterna, e desiderare la vita eterna con spirito di rinuncia, non con brama smodata, perché non bisogna attaccarsi neppure al distacco. L'attaccamento alla salvezza è più pericoloso degli altri, poiché solo Dio decide come e di cosa possiamo beneficiare.
Le espressioni "come in cielo" e "così in terra" sono sempre da intendere come unite, riferendosi non solo alla volontà, ma anche al nome e al regno. Questo sguardo contemplativo ci fa cogliere l'insieme incantevole dell'opera di Dio e la bellezza del suo messaggio. Il cristiano è chiamato ad ammirare Gesù e le sue opere nella preghiera, perché senza questa ammirazione interiore, la missionarietà può mancare di motivazione.
Dacci oggi il nostro pane soprannaturale
Cristo è il nostro vero e unico pane, dice Simone Weil. Egli è sempre alla porta della nostra anima, ma si ferma sulla soglia, non viola il nostro consenso all'unione con la parte eterna della nostra anima. Un consenso del tutto analogo a un "sì" matrimoniale, ma provvisorio, un consenso per l'"oggi". Non possiamo vincolare oggi la nostra volontà di domani, fare oggi con Lui un patto affinché domani sia in noi anche contro il nostro volere. Cristo non può garantire la sua presenza indipendentemente dal nostro consenso, che va reiterato.
Weil aggiunge all'invocazione del pane l'aggettivo "soprannaturale" perché quando parliamo di pane, intendiamo per lo più l'elemento basilare della nostra alimentazione, mentre la filosofa (e la grande preghiera) allude a un altro e ben diverso pane. Il nutrimento che dovremmo sempre desiderare non è il "pane di quaggiù", ma quella fonte d'energia la cui sorgente è in cielo e che non è mai prodotta dalle affermazioni di sé e dal potere in questo mondo.
Noi siamo esseri che continuamente traggono dall'esterno la loro energia. Se la nostra energia non è quotidianamente rinnovata, perdiamo le forze. Tutto ciò che ci stimola - denaro, avanzamento, considerazione, celebrità, potere - è per noi come il pane. Gli oggetti delle nostre affezioni costituiscono il pane di quaggiù. La rivoluzione di Weil sta nel chiedere al Padre un pane che Dio non ci farà certo mancare perché vuole darcelo. Se invece ci attacchiamo al "nostro" pane, se abbiamo fame solo di quello, se tutti i nostri atti sono alimentati solo da energie terrene, saremo inesorabilmente sottoposti alla necessità che ci costringe al male. Privati dell'energia che viene dall'alto, saremmo in balia della necessità, che diventerebbe la padrona della nostra anima.
La sobrietà di questa richiesta - "dacci oggi" - esclude l'affanno per l'accumulo. Affannarsi per accumulare è idolatria, perché la sicurezza della vita non va riposta nell'accumulo. Il pane è da chiedere per oggi, senza pensare al domani, proprio come il popolo d'Israele nel deserto fu istruito a raccogliere la manna solo per la giornata.

E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori
Quando si pronunciano queste parole, tutti i nostri debiti dovrebbero essere già stati rimessi, altrimenti sarebbe impossibile pronunciarle con attitudine spirituale e non solo formale. Non dovremmo più essere paralizzati dal nostro passato: dalle offese subite, dalla mancata riconoscenza, dalle attese deluse. È faticoso il distacco interiore dal passato, dove abbiamo accumulato "proprietà" e dove spesso ci sentiamo "derubati".
I nostri debitori sono tutti gli esseri, le cose, l'universo intero, ma questi presunti crediti sono sempre crediti immaginari del passato verso l'avvenire: è a questi che dobbiamo rinunciare. Rinunciare al passato con i presunti crediti significa permettere a Dio di evitare che i nostri peccati passati intossichino la nostra anima. Se ci attacchiamo al passato, ci attacchiamo anche ai nostri delitti, e Dio, in tal caso, non può impedire l'"orribile fruttificazione" del male del passato in noi.
La remissione dei debiti è la rinuncia alla propria personalità autoaffermativa, a tutto ciò che chiamiamo Io, accettando che in tale Io non c'è nulla che le circostanze esterne non possano far scomparire. La preghiera al plurale, «rimetti a noi i nostri debiti», sottolinea la natura corale della preghiera e la realtà di colpe comunitarie. Questo perdono richiesto è missionario, perché il cristiano non si isola, ma si apre alla fraternità universale.
Il "come" che lega il perdono di Dio al nostro («come noi li rimettiamo ai nostri debitori») è un legame stretto e decisivo. Non è un modello per il perdono di Dio, ma piuttosto un invito a che il perdono di Dio sia per noi un'esperienza che ci spinga a perdonare. Il perdono ai fratelli è di assoluta importanza. Tale perdono non è solo un atto morale, ma un gesto di partecipazione, solidarietà e aiuto verso il nemico, inteso non solo come persona, ma come chiunque ci abbia arrecato danno. La parabola del servo spietato (Mt 18,21-35) illustra chiaramente questo legame: il servo, pur perdonato di un debito immenso, non è capace di perdonare un piccolo debito a un suo con-servo. Questo dimostra che non si è compreso il perdono ricevuto se non si è disposti a estenderlo.
E non ci indurre in tentazione
Questa richiesta, nella sua formulazione tradizionale, sorprende e talvolta infastidisce, poiché si sa che la tentazione non può venire da Dio. Come si legge nella Lettera di Giacomo: «Nessuno, quando è tentato, dica: sono tentato da Dio; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male». Il termine greco può significare sia "tentazione" che "prova". La prova purifica lo spirito e fortifica la fede, ma può essere anche pericolosa, perciò si chiede a Dio di venirci in aiuto.
La vita è tutta una prova, dalle prove eccezionali al logorio quotidiano che può portare, inavvertitamente, alla perdita della fede. La preghiera si riferisce anche a una prova più specifica, la prova di Gesù Cristo nella passione. Dio non può evitarci questa prova, ma può aiutarci a non soccombere. Il credente chiede a Dio di essere custodito nelle tentazioni, affinché non soccomba miseramente. Il senso è: «Fa' sì che per noi, che siamo deboli, queste tentazioni intese nel senso di prove non diventino tentazioni al male. Guidaci e custodiscici nella tentazione, non permettere che nella tentazione cadiamo».
Il nome di Dio nella Bibbia
Ma liberaci dal maligno
L'ultima invocazione del Padre Nostro chiede la liberazione dal male, o dal Maligno. Entrambi i significati sono validi. L'esistenza del male e della sofferenza nel mondo, a volte, non si spiega soltanto con la cattiveria dell'uomo, ma con l'esistenza di un'entità che spinge al male. Il Diavolo è una persona in degrado, una caricatura e perversione di una persona, folle nella sua essenza.
Il male, nella sua natura, è ciò che separa dal Padre. Nessuno vince il male da solo, ma occorre l'aiuto di Dio. Il verbo "liberaci" indica un desiderio profondo di essere svincolati da ciò che ci tiene incollati al male, incapaci di scrollarcelo di dosso. Il male si accumula, ci appesantisce e ci tira sempre più giù.
Satana ha tentato anche Gesù nel deserto, non suggerendo direttamente di disobbedire a Dio, ma piuttosto di agire servendosi del prestigio e della potenza, distogliendolo dal suo compito messianico. La tentazione è sottile: «Se sei Figlio di Dio...». La pericolosità della tentazione sta in questa furbizia del maligno, che può citare le Scritture per deviare dalla vera dedizione al Padre e dalla gloria di Dio.
Il Padre Nostro: una Preghiera Rivoluzionaria
Il Padre Nostro si presenta come una preghiera rivoluzionaria, capace di sconfiggere il delirio di onnipotenza dell'uomo, di sovvertire i criteri mondani di vita consolidati, di vincere il male che attanaglia il cuore dell'uomo e di infondere la speranza certa che il male può essere vinto in Gesù e che nel mondo possa regnare la vita di Dio, Padre buono di tutti i suoi figli.
È una preghiera che invita alla familiarità con Dio. Voi avete in voi lo Spirito che rende figli, e per mezzo di lui gridiamo «Abbà», termine con cui i piccoli si rivolgevano al "babbo". Questa familiarità è la più alta che ci possa essere data, siamo figli al pari di Gesù. Questa consapevolezza ci aiuta a metterci nel giusto rapporto con Dio quando preghiamo, in un clima semplice, fatto di sentimenti profondi e di silenzio interiore, non vuoto ma pieno. È un silenzio in cui si percepisce la grandezza di Dio, un'esperienza che incanta e ispira gioia e rispetto.
La preghiera è anche un invito alla fraternità universale. La comune paternità di Dio è il fondamento trascendente che unisce tutti gli uomini. A differenza della fratellanza, che può unire gli amici ma separare dai non amici, la fraternità, venendo dall'alto, è universale e tende a cancellare i confini naturali e storici. Questo principio di fraternità, che integra uguaglianza e singolarità, si distingue dalla solidarietà per la sua dimensione di gratuità, che va oltre la logica della giustizia. In una società che non riconosce i legami fondamentali, si rischia un individualismo libertario che porta a "volo ergo sum" (voglio, dunque sono), dove la libertà è intesa come scioglimento dai legami. Il Padre Nostro ci richiama a un modello di responsabilità più ricco, fondato sulla relazione con il Padre e tra fratelli.