Le Omelie sulla Genesi di Origene di Alessandria rappresentano una pietra miliare nell'esegesi biblica, offrendo una profonda interpretazione spirituale e allegorica del testo sacro. Origene, una delle figure più eminenti dell'antichità cristiana, esamina il racconto della creazione non solo nella sua accezione letterale, ma soprattutto come un riflesso delle dinamiche interiori dell'uomo e del suo rapporto con il divino. La sua omiletica appassionata è guidata dalla Parola, coinvolgendo maestro e discepoli, sacerdote e fedeli, nella ricerca incondizionata di Cristo, Persona e Verbo che riassume tutti gli eventi della salvezza, i doni di Dio e le attese dell'uomo.

La Creazione Secondo Origene: Un'Interpretazione Allegorica della Genesi
Il Primo Giorno: Il Verbo e la Luce
L'esegesi di Origene inizia con la prima frase della Genesi: "In principio Dio fece il cielo e la terra (Gen 1,1)". Origene identifica il "principio di tutte le cose" con Cristo Gesù, il nostro Signore e salvatore, il primogenito di tutta la creazione (cfr. 1 Tim 4,10; Col 1,15). In questo principio, dunque, cioè nel suo Verbo, Dio fece il cielo e la terra, come dice anche l'evangelista Giovanni all'inizio del suo Vangelo: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutte le cose furono fatte per mezzo di lui, e senza di lui nulla fu fatto (Gv 1, 1-3)".
Il testo prosegue descrivendo una terra "invisibile e informe, e le tenebre erano sopra l'abisso, e lo Spirito di Dio si librava sulle acque (Gen 1,2)". Questa condizione precede il comando divino "Sia la luce". La terra era invisibile e informe prima che Dio dicesse: "Sia la luce", e prima che dividesse la luce dalle tenebre, come mostra la successione del discorso. Ora poi dice: "Le tenebre erano sopra l'abisso (Gen 1,2)". Origene si interroga sull'identità dell'abisso, identificandolo con quello nel quale staranno il diavolo e i suoi angeli (cfr. Ap 9,11; 11,7; 20,3; 2 Pt 2,4; Giuda, 6). Per questo dunque Dio dissolse le tenebre, come dice la Scrittura: "E Dio disse: Sia la luce; e la luce fu. E Dio vide che la luce era buona, e Dio divise la luce dalle tenebre, e Dio chiamò la luce giorno e chiamò le tenebre notte. E fu sera e fu mattina, un giorno (Gen 1, 3-5)".
Secondo la lettera, Dio chiama la luce giorno, e le tenebre notte. Ma secondo l'intelligenza spirituale, Origene rileva che quando in quell'inizio Dio fece il cielo e la terra, disse che fosse la luce, divise la luce dalle tenebre, e chiamò la luce giorno e le tenebre notte, non disse "giorno primo", ma disse: "Un giorno". Questo perché il tempo, non essendoci ancora prima che fosse il mondo, incomincia a essere dai giorni che seguono.
Il Secondo Giorno: Il Firmamento e le Acque
Per il secondo giorno si legge: "E Dio disse: Sia il firmamento in mezzo all'acqua, e divida acqua da acqua. E così fu; e Dio fece il firmamento (Gen 1, 6-7)". Origene spiega che mentre già prima Dio aveva fatto il cielo, ora fa il firmamento. Infatti fece prima il cielo, di cui dice: "Il cielo è mio trono (Is 66,1)"; poi fa il firmamento, cioè il cielo corporeo. Poiché ogni corpo è indubbiamente solido e consistente, ed è questo che divide l'acqua che è sopra il cielo dall'acqua che è sotto il cielo.
Poiché tutte le cose che Dio avrebbe fatto constavano di spirito e corpo, per questo motivo si dice che in principio, e prima di tutte le cose, è stato fatto il cielo, cioè ogni sostanza spirituale, sopra la quale Dio riposa come su un trono regale. Questo cielo, poi, cioè il firmamento, è corporeo. Perciò, mentre quel primo cielo, che abbiamo detto spirituale, è la nostra anima, la quale anch'essa è spirito, cioè il nostro uomo spirituale, che vede e riconosce chiaramente Dio, questo cielo corporeo, che è chiamato firmamento, è il nostro uomo esteriore, che vede corporalmente.
Come dunque il firmamento è stato chiamato cielo, poiché divide le acque che sono sopra di esso da quelle che sono sotto, così anche l'uomo, che è stato posto nel corpo, qualora sappia dividere e discernere quali sono le acque superiori, sopra il firmamento, e quali quelle sotto il firmamento, anch'egli potrà chiamarsi cielo, cioè uomo celeste, secondo la parola dell'apostolo Paolo che dice: "La nostra vita è nei cieli (Fil 3, 20)". Ciascuno deve dunque sforzarsi di imparare a dividere l'acqua che è sopra da quella che è sotto; affinché, conseguendo l'intelligenza dell'acqua spirituale e la partecipazione a quell'acqua che è sopra il firmamento, tragga fuori dal suo ventre "fiumi di acqua viva zampillante per la vita eterna (cfr Gv 7,38; 4,14)". Deve essere nettamente segregato e separato dall'acqua che è sotto, cioè dall'acqua dell'abisso, nella quale si dice che sono le tenebre, nella quale abitano il principe di questo mondo, il dragone nemico e i suoi angeli (cfr 1 Cor 2,6.8; Ef 2,2; Ap 20,2). È dunque partecipando di quell'acqua superiore, della quale si dice che è sopra i cieli, che ogni fedele diventa celeste: quando cioè abbia il suo spirito nelle cose alte ed eccelse, non avendo pensieri terreni, ma interamente celesti, cercando le cose dell'alto, dove è il Cristo alla destra del Padre (Col 3,1). Allora, anch'egli sarà da Dio ritenuto degno di quella lode che qui è scritta: "E Dio vide che ciò era buono".

Il Terzo Giorno: L'Asciutto e i Frutti della Terra
Anche le cose che sono descritte nel seguito del discorso riguardo al terzo giorno, devono intendersi secondo la medesima interpretazione. Dice infatti: "E Dio disse: Si raduni l'acqua che è sotto il cielo in una massa unica, ed appaia l'asciutto". Dobbiamo sforzarci di raccogliere l'acqua che è sotto il cielo e di rigettarla da noi, affinché, fatto questo, appaia l'asciutto, che sono le nostre opere compiute nella carne: in modo che gli uomini, vedendo le nostre opere buone, "glorifichino il nostro Padre che è nei cieli (Mt 5,16)".
Giacché, se non separeremo da noi queste acque che sono sotto il cielo, cioè i peccati e i vizi del nostro corpo, il nostro asciutto non potrà apparire, né avere fiducia di accedere alla luce. Chiunque infatti opera il male odia la luce, e non viene alla luce [...], in modo che in essa si manifestino le sue opere, e si veda se sono state compiute in Dio (Cfr. Gv 3, 20-21; 1, 5.9-11). E questa fiducia non ci sarà data, se non rigettando e separando da noi, come acque, i vizi del corpo, che sono la materia dei peccati.
Fatto ciò, il nostro asciutto non rimarrà asciutto, come si mostra da quel che segue. Dice infatti: "E si radunò l'acqua che è sotto il cielo nei suoi ammassi, ed apparve l'asciutto. E Dio chiamò l'asciutto terra, e gli ammassi delle acque chiamò mari (Gen 1,9-10)". Come dunque questo asciutto, dopo aver separato da sé l'acqua, nel modo che abbiamo detto sopra, non rimase più asciutto, ma viene chiamato terra, così anche i nostri corpi, se si farà tale separazione, non rimarranno asciutto, ma si chiameranno terra, perché potranno ormai portare frutto per Dio. Giacché in principio Dio fece il cielo e la terra, e poi il firmamento e l'asciutto; e chiamò il firmamento cielo, dandogli il nome di quel cielo che aveva creato prima, e l'asciutto lo chiamò terra, per il fatto che gli dava la facoltà di portare frutti. Se dunque qualcuno, per sua colpa, rimane ancora arido, e non porta alcun frutto, ma spine e triboli, come se portasse esca per il fuoco, anch'egli, secondo quel che produce, diventa "esca per il fuoco (cfr Gen 3, 18; Eb 6, 8; Is 9, 18)"; ma se, con il suo zelo e diligenza, avendo separato da sé le acque dell'abisso, che sono i pensieri dei demoni, si è mostrato terra fruttifera, deve sperare cose simili: di essere anch'egli introdotto da Dio nella terra stillante latte e miele (cfr. Es 3).
Origene invita a considerare poi da quel che segue quali siano i frutti che Dio comanda di produrre a quella terra, cui egli stesso ha fatto grazia del nome. Dice: "E Dio vide che ciò era buono, e Dio disse: Produca la terra erba da fieno, che semina seme secondo la sua specie e secondo la sua somiglianza, e alberi da frutto che fanno frutto, il cui seme è in loro, secondo la loro somiglianza sopra la terra". Secondo la lettera sono manifesti i frutti che produce la terra, non l'asciutto; ma nuovamente Origene li rapporta anche a noi.
"E la terra produsse erba da fieno, che semina seme secondo la sua specie e secondo la sua somiglianza, e alberi da frutto che fanno frutto, il cui seme in loro fa frutto, secondo la sua specie, sopra la terra. E Dio vide che ciò era buono. E fu sera, e fu mattina, terzo giorno (Gen 1, 12-13)". Non solo comanda alla terra di produrre erba da fieno, ma anche seme, affinché sempre possa portare frutto; e non solo comanda alberi da frutto, ma anche che fanno frutto, il cui seme è in loro, secondo la loro specie, cioè tali che sempre possano portare frutto dai semi che hanno in sé. Anche noi, dunque, dobbiamo così sia portare frutto che averne i semi in noi stessi, cioè contenere nel nostro cuore i semi di tutte le opere buone e di tutte le virtù, affinché, avendoli ben fissi nelle nostre anime, da essi ormai compiamo secondo giustizia ogni atto che ci si presenti. Questi infatti sono i frutti di quel seme, i nostri atti, che promanano dal buon tesoro del nostro cuore (cfr Lc 6,45). Se ascoltiamo sì la parola, e dall'ascolto subito la nostra terra produce l'erba, ma quest'erba, prima di giungere alla maturazione e al frutto, si dissecca, la nostra terra sarà chiamata sassosa; se invece le parole dette si radicano più profondamente nel nostro cuore, in modo da portare frutto di opere e da avere in sé i semi di quelle future, allora veramente la terra di ciascuno di noi porta frutto secondo il suo potere: "quale il cento, quale il sessanta, quale il trenta per uno (cfr Mt 13, 20-23)". È giusto e necessario dare anche l'ammonimento che il nostro frutto non abbia in alcuna parte zizzania, cioè loglio, che non sia lungo la via (cfr Lc 8,5), ma sia seminato nella via stessa, in quella che dice: "Io sono la via (Gv 14,6)", affinché gli uccelli del cielo (cfr Mt 13,4; Lc 8,5) non divorino i nostri frutti né la nostra vigna.
Il Quarto Giorno: I Luminari e i Segni
Dopo queste cose, il firmamento può ormai anche essere adornato di luminari. Dice infatti Dio: "Ci siano luminari nel firmamento del cielo, affinché facciano luce sopra la terra, e dividano il giorno dalla notte (Gen 1,14)". Come in questo firmamento, che già era stato chiamato cielo, Dio comanda che ci siano luminari, così può accadere anche a noi, se solo ci sforziamo di essere chiamati e di diventare cielo: avremo dei luminari in noi, che ci illumineranno: Cristo e la sua Chiesa. Egli infatti è "la luce del mondo (Gv 8,12)", che illumina anche la Chiesa della sua luce. Come infatti della luna si dice che riceve la luce dal sole, così che mediante essa anche la notte può essere illuminata, allo stesso modo la Chiesa, ricevuta la luce di Cristo, illumina tutti coloro che si trovano nella notte dell'ignoranza.
"E siano come segni per i tempi, i giorni e gli anni; e risplendano nel firmamento del cielo, per far luce sopra la terra. E così fu (Gen 1, 14-15)". Come questi luminari visibili del cielo sono stati posti come segni per i tempi, i giorni e gli anni, per far luce dal firmamento del cielo a quanti sono sopra la terra, allo stesso modo Cristo, illuminando la sua Chiesa, dà dei segni, mediante i suoi precetti, affinché chi riceve il segno sappia come sfuggire "all'ira che sta per venire (1 Ts 1,10; cfr Mt 3,7; Lc 3,7)", così che quel giorno non lo incolga "come il ladro (1 Ts 5,4)", ma piuttosto possa giungere "all'anno gradito al Signore (Is 61,2)". Cristo dunque è "la luce vera, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1,9)"; illuminata dalla sua luce, la Chiesa diventa essa stessa "luce del mondo", illuminando coloro che sono nelle tenebre (cfr Rm 2,19), come attesta il Cristo stesso ai suoi discepoli, dicendo: "voi siete la luce del mondo (Mt 5,14)".
"E Dio fece i due grandi luminari, il luminare maggiore a governo del giorno, e il luminare minore a governo della notte, e le stelle. Li pose nel firmamento del cielo per far luce sulla terra, governare il giorno e la notte e separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che ciò era buono. E fu sera, e fu mattina, quarto giorno (Gen 1, 16-19)". Come si dice del sole e della luna che sono i grandi luminari nel firmamento del cielo, così anche in noi vi sono Cristo e la Chiesa. Ma poiché Dio ha posto nel firmamento anche le stelle, Origene si chiede quali siano le stelle anche in noi, cioè nel cielo del nostro cuore. Mosè è in noi una stella che fa luce e ci illumina con i suoi atti; e Abramo, Isacco, Giacobbe, Isaia, Geremia, Ezechiele, David, Daniele e tutti coloro dei quali la Sacra Scrittura dà testimonianza che piacquero a Dio. Come infatti "una stella differisce dall'altra nella gloria", così anche ogni santo diffonde in noi la sua luce, secondo la sua grandezza; e come il sole e la luna illuminano i nostri corpi, così Cristo e la Chiesa illuminano le nostre anime. Tuttavia siamo così illuminati se non siamo ciechi nell'anima: infatti, come chi è cieco negli occhi del corpo non può ricevere la luce del sole e della luna, per quanto ne sia illuminato; così anche Cristo concede la sua luce alle nostre anime, ma allora soltanto ci illuminerà, se in nessun modo lo impedisce la cecità dell'anima. In verità, non tutti quelli che vedono sono illuminati dal Cristo in egual maniera, ma ciascuno lo è "secondo la misura con cui è capace di ricevere la forza della luce". Tuttavia non ci accostiamo a lui tutti allo stesso modo, ma "ciascuno secondo la propria capacità (Mt 25,15)". Certamente, coloro che così accedono a lui, ottengono molto di più della sua luce.
INTERPRETAZIONE ALLEGORICA IN ORIGENE (Breve Esposizione)
Il Quinto Giorno: Esseri Viventi e il Significato del "Bene"
"E Dio disse: Producano le acque rettili di anime vive, e volatili volanti sopra la terra, lungo il firmamento del cielo. E così fu (Gen 1,20)". Secondo la lettera, per il comando di Dio sono prodotti dalle acque rettili e volatili, e impariamo da chi sono state fatte le cose che vediamo; ma Origene considera come queste stesse cose avvengano nel firmamento del nostro cielo, cioè nella solidità della nostra anima e del nostro cuore. Infatti dal nostro cuore emergono, come da acque, pensieri buoni e cattivi.
Riguardo a queste cose, si deve fare la stessa considerazione espressa riguardo alle cose precedenti: dobbiamo produrre anche grandi cetacei e animali che si muovono secondo la loro specie. Origene ritiene che in questi grandi cetacei siano indicati i pensieri empi e i sentimenti scellerati contro Dio.
"E Dio vide che erano cose buone, e le benedì dicendo: crescete e moltiplicatevi, e riempite le acque che sono nel mare, e si moltiplichino i volatili sopra la terra. E fu sera e fu mattina, quinto giorno (Gen 1, 21-23)". Si potrebbe chiedere come mai i grandi cetacei e i rettili siano interpretati in male, e i volatili in bene, dal momento che di tutti è stato detto: "E Dio vide che erano cose buone". Origene risponde che proprio le cose che si oppongono ai santi sono un bene per loro, perché, una volta che le hanno vinte, essi diventano più gloriosi presso Dio. Dice l'Apostolo: "Nessuno riceve la corona, se non chi ha lottato secondo le regole (2 Tm 2,5)". Invero, come ci sarebbe lotta, se non ci fosse chi resiste? Non si riconoscerebbe quanto sia grande la bellezza e lo splendore della luce, se non l'interrompesse l'oscurità della notte. Come si loda la castità degli uni, se non perché si condanna l'impudicizia di altri? Come si esalterebbero gli uomini forti, se non ci fossero dei deboli e vili? Se prendi qualcosa d'amaro, il dolce attira lodi maggiori; se guardi il nero, ti apparirà più gradevole il chiaro: in breve, dalla considerazione del male, risulta più luminosa la bellezza del bene. Perché non è scritto: "e Dio disse che erano buone", ma: "Dio vide che erano buone"? Vide cioè la loro utilità, e il motivo per cui, pur essendo tali di per sé, potevano tuttavia rendere ottimi i buoni.
La Vita e l'Eredità di Origene di Alessandria
Origene di Alessandria, noto anche come "Adamanzio l'invincibile", è stato un eminente teologo e filosofo greco antico. Nato da genitori cristiani intorno al 185, probabilmente ad Alessandria, si dedicò all'insegnamento dopo la morte del padre per sostenere la famiglia rimasta senza sostentamento. Riuscì comunque a terminare i suoi studi e insegnò lo studio della grammatica per molti anni. Fin da giovane fu iniziato alla lettura della Scrittura e a diciotto anni fu posto dal vescovo Demetrio a capo della scuola catechetica.
Nel 232, dopo varie vicende causate dalla sua ordinazione sacerdotale, si stabilì a Cesarea di Palestina, dove fondò una scuola che diventò famosa in tutto l'Oriente. Morì nel 253 circa per le torture inflittegli sotto la persecuzione di Decio. La sua straordinaria fecondità letteraria e la profondità della sua dottrina teologica lo rendono una delle figure più grandi dell'antichità cristiana.
Edizioni e Traduzioni delle Opere di Origene: Il Contributo Editoriale
Gli eventi salvifici riattualizzati nei misteri cristiani e i doni divini sono per noi necessari, poiché di essi ci nutriamo. Le attese sono le nostre, poiché ogni individuo ripercorre l'itinerario della chiamata divina e della propria risposta. Origene ci annuncia e ci denuncia le nostre strade verso Dio, le nostre oscurità e ambiguità e insieme le nostre prese di coscienza del destino sempre oltre umano della nostra vita: "Io ho detto: Voi siete dèi..."
L'impegno editoriale nel rendere disponibili le opere di Origene in italiano è significativo, contribuendo alla diffusione del suo pensiero. Un esempio è la prima edizione italiana di un commento alle Scritture, corredato da introduzioni e note di approfondimento. Questo volume raccoglie per la prima volta in una traduzione italiana originale tutto quanto rimane dell'esegesi di Origene sul Libro del profeta Ezechiele, vale a dire 14 omelie nel latino di Girolamo e più di 200 frammenti greci di provenienza per lo più catenaria, molti dei quali tratti dal perduto commentario origeniano. Ogni omelia è preceduta da un'introduzione ed è puntualmente corredata da note di approfondimento. I frammenti corrispondenti alle omelie sono proposti in parallelo con il testo latino per evidenziarne somiglianze e differenze; per gli altri, sono segnalate in nota le frequenti affinità con il Commento a Ezechiele di Girolamo, che spesso ha attinto da Origene.
Anche la composizione del Commentario a Matteo si colloca nel periodo compreso tra il 244 e il 249, nell’ultima stagione della vita che Origene trascorse nella città di Cesarea di Palestina. Eusebio parla di venticinque tomi origeniani sul Vangelo di Matteo; di questi, la tradizione testuale ne ha trasmessi soltanto otto in versione greca comprendenti il commento da Mt 13, 36 a 22, 33. Questi sforzi editoriali, come quelli disponibili su piattaforme quali IBS, permettono di accedere alla ricchezza della dottrina origeniana, rendendo le sue analisi accessibili a studiosi e fedeli.