La devozione popolare verso la sacra icona mariana cresceva di giorno in giorno, e la costruzione del santuario della Madonna dei Lumi fu ultimata nel 1589. L’edificio, che è stato completato nel 1657, è a croce latina e presenta diverse cappelle riccamente affrescate e decorate. Tra queste, nella terza a destra, vi è anche la cappella in cui si trova la venerata effige della Madonna dei Lumi.

La storia di questo luogo di devozione inizia nel gennaio 1584, quando di notte furono visti scintillare dei lumi al di sopra di un’immagine della Madonna col Bambino dipinta nel 1560 dal pittore Giangentile, figlio di Lorenzo d’Alessandro, su un pilone che segnava l’ingresso in un podere. Il luogo si trovava a mezza costa del colle Montenero, sulla cui sommità sorgeva il nucleo medievale di San Severino. I testimoni delle apparizioni, per lo più contadini, si affrettarono a costruire sul posto una piccola cappella, che fu completata nel mese di aprile. Le apparizioni di lumi si ripeterono più volte con grande afflusso di devoti, tanto che in novembre il vescovo di Camerino vi si recò in visita incoraggiando la costruzione di una chiesa più decorosa.
Ricorre quest’anno il 440° anniversario della costruzione del Santuario della Madonna Lumi iniziata nel 1586, quando in tutta la Marca centrale si è consolidata la grande popolarità del Miracolo dei Lumi avvenuto nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1584 in località “Pescara” alle pendici del Castello di San Severino al Monte. In quella notte si verifica un evento giudicato miracoloso da diversi testimoni che vedono dei lumi circondare per circa un’ora l’edicola ed emanare dal dipinto una luce visibile anche nelle campagne circostanti. La notizia si diffonde rapidamente in città e dintorni anche perché le apparizioni luminose si protraggono per diversi mesi fino al 9 settembre 1584, per cui una folla di fedeli accorre sul luogo per invocare la Vergine e chiedere delle grazie, si accumulano numerosi ex-voto d’argento, tavolette dipinte e lampade votive.
Per proteggere questi doni dalle intemperie, il proprietario del terreno Luca Serantoni fa costruire una tettoia sopra l’edicola. Il vescovo di Camerino Giovanni Bovio, che ha giurisdizione religiosa su San Severino, incarica il canonico Luca Tardoli e il vicario generale Gaspare Orsini di svolgere delle indagini e di accogliere delle testimonianze riguardo al miracolo dei lumi. Il 10 giugno 1584 si svolge una solenne processione, alla quale partecipano il clero cittadino e una folla di fedeli. Nel novembre 1584 il vescovo dà disposizioni per la costruzione di una nuova strada di accesso all’edicola e dispone che si proceda alla redazione di un progetto per la costruzione di una nuova chiesa. Il consiglio comunale si rivolge al Duca di Urbino Francesco Maria II della Rovere per avere un aiuto, il quale dà l’incarico della progettazione all’architetto urbinate Ludovico Carducci, che invia un progetto di un santuario ammirato di tutti, tanto che iniziano subito gli scavi delle fondamenta, ma presto si devono sospendere i lavori, perché ci si rende conto che il progetto è troppo grandioso e non sono disponibili le somme necessarie per erigere l’edificio.
I Padri Filippini e la Costruzione del Santuario
Due anni più tardi furono i padri della Congregazione dell'Oratorio di S. Filippo Neri che realizzarono il nuovo edificio sacro dedicato alla Vergine su disegno dell’architetto modenese Giovanni Battista Guerra. Fu questa la prima fondazione nelle Marche dell’ordine dei Filippini, che era stato riconosciuto da papa Gregorio XIII nel 1575.
Per quanto riguarda la storia dei Padri Filippini a San Severino Marche, la città può vantare tre primati: il primo riguarda la nascita di una piccola comunità filippina (la prima in Italia) fondata nel 1571, che ottiene un riconoscimento ufficiale di appartenenza alla Congregazione dell’Oratorio il 22 dicembre 1579, per cui diventa la “figlia primogenita” come la chiama lo stesso Filippo. Questo primato trova una spiegazione nel fatto che tra i più fedeli collaboratoti di Filippo Neri vi è il settempedano Antonio, Talpa (1536-1624) che, dopo aver conseguito la laurea in diritto nell’Università di Perugia ed essere stato giudice a Cesena e a Spoleto, crea questa comunità di “preti dell’oratorio” che si riuniscono nella Chiesa di San Salvatore fino al 1578, quando il Talpa è chiamato a Roma per assumere prima l’incarico di Prefetto della Biblioteca della Chiesa di Santa Maria della Vallicella, poi quello di Rettore della Congregazione di Napoli, che si dedicherà allo studio e alla pubblicazione di alcune opere tra cui il Trattato sopra i confessori, il Modo di conservare l’osservanza religiosa, gli Insegnamenti per sermoneggiare.
Queste comunità si caratterizzano per il loro stile di vita, perché “a differenza dei Gesuiti, i Padri filippini non subivano un apparato di tipo militare monarchico, tutt’altro, come diceva il cardinale Baronio, il nostro Santo non ha voluto che il governo sia di uno solo, ma a guisa di una Repubblica ben ordinata. Essi erano uniti dalla carità e non dai comuni voti, non sottostavano infatti all’obbligo del voto di povertà e di obbedienza, né costituiva per loro peccato mortale l’inosservanza delle regole della Congregazione, dalla quale peraltro poteva uscire in ogni momento per libera scelta” (Fabio Mariano, Le Chiese filippine nella Marche. Arte e architettura, Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo, 1996, p. I Padri filippini stabiliscono la loro sede nella Casa Sassolini alle pendici del Castello e formano una comunità costituita da Piermartino Sassolini, Bartolomeo Achillei Arsenio Talpa, Alessandro Sperelli, Giuliano Tinti, Maurizio Cancellotti, Hilario Collio. Particolare importanza assume la presenza di Muzio Achillei, un teologo, giurista e matematico, autore di diversi trattati, fondatore nel 1580 dell’Accademia dei Conferenti della Florida, che diventa un centro di raccolta di illustri studiosi. L’altro personaggio è Giovanni Severani (1560-1640), storico, filosofo, letterato, matematico e archeologo, autore di numerose opere tra cui le Memorie sacre delle Sette Chiese di Roma (1630) e Roma sotterranea di Antonio Bosio accresciuta da Giovanni Severani (1632).
I Padri dell’Oratorio rimangono a San Severino fino al 1601 e la loro presenza ha per la città una importanza fondamentale, non solo per essersi dedicati allo studio, al culto sacro, alla predicazione, ma anche per le loro attività culturali “come evidentemente appare dalla funzione che fu chiamata a svolgere non solo relativamente alla vita religiosa della città, ma anche, e soprattutto, nei confronti della Congregazione di Roma, e che appare inversamente proporzionale alla brevità della sua esistenza e alla modestia delle sue dimensioni. Della Congregazione di Roma, San Severino costituì infatti in un certo senso la matrice, prima di diventare la figlia primogenita; e al suo sviluppo e alla sua crescita essa contribuì in misura determinante perché consentì alle due maggior fondazioni oratoriane di Roma e di Napoli di verificare nelle sue strutture la validità delle scelte che esse andavano via via adottando” (Maria Teresa Bonadonna Russo, La prima tappa: la Casa oratoriana di San Severino, in Autori vari, La congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri nelle Marche del ‘600, Nardini Editore, 1996, p.
Nonostante questa fruttuosa presenza cittadina, la comunità finisce per essere travolta da una crisi che nel 1601 sfocia nella chiusura da parte della Casa Madre a causa dell’assottigliarsi del numero di sacerdoti, della morte nel 1600 del rettore Severino Puccitelli, del rifiuto di molti padri a trasferirsi a San Severino ritenuta un centro di minore importanza rispetto a Roma.
I Padri dell’Oratorio ritorneranno a San Severino nel 1621 per l’interessamento del Vescovo Ascanio Sperelli (1607-1631), che ottiene un nuovo riconoscimento della Congregazione dell’Oratorio con bolla papale di Gregorio XIV. A questi sacerdoti sono assegnati il Convento e la Chiesa di San Benedetto e l’annesso Oratorio nell’attuale Via Massarelli, un complesso che diventa la sede della rinnovata Comunità oratoriana, la quale riprende la propria attività secondo “il doppio spirito di San Filippo instancabile nel promuovere la virtù e il sapere”.
Intanto nel febbraio 1586 si pensa di affidare ai Padri filippini il compito di sovrintendere alla costruzione del nuovo Santuario, incarico che viene sollecitato dal Municipio e ufficializzato dalla Curia camerte con decreto del 31 marzo 1586. Dopo l’accantonamento del progetto inviato dal Duca di Urbino, arriva da Roma un nuovo progetto di Gian Battista Guerra (1554-1627), fratello laico della Congregazione romana e architetto di fiducia di Filippo Neri. Si propone la costruzione di una chiesa di 120 palmi di lunghezza per 38 di larghezza, con cappelle di 18 palmi di profondità. E’ anche prevista la costruzione di un Oratorio sottostante all’edificio su disegno di Francesco di Battista da Rimini, che seguirà personalmente la realizzazione dell’opera fino all’aprile 1587. I lavori procedono speditamente per cui l’Oratorio è terminato prima del 25 dicembre 1586 e nell’aprile 1587 i Padri prendono possesso del convento, che diventa la loro nuova casa.
Le caratteristiche architettoniche del Santuario corrispondono alle regole dell’architettura filippina basata sulla linearità, la praticità ed economicità delle funzioni sacre senza imporre ad architetti e artisti dei modelli prefissati, purché si rispettino i valori della familiarità e cordialità nella vita comunitaria e nell’apostolato. La piccola comunità degli Oratoriani ottiene in un decennio ottimi risultati nella costruzione del Santuario (che è ancora da completare), quando nel 1596 inizia (come si è visto) la crisi che porterà all’allontanamento dei Padri oratoriani e all’affidamento del Santuario alla Congregazione dei Barnabiti a partire dal 1 luglio 1601.
La Custodia dei Padri Barnabiti e gli Arricchimenti Artistici
I Barnabiti provvedono a completare il Santuario con la costruzione della Cappella dedicata alla Vergine dei Lumi con un maestoso altare realizzato con marmi policromi provenienti dal cantiere romano dalla chiesa di San Maria Maggiore e costruito intorno all’edicola con l’affresco di Giangentile di Maestro Lorenzo. Procedono alla realizzazione della cupola ottagonale abbellita con gli affreschi del pittore sanseverinate Giulio Lazzarelli (1607-1667).
Nella prima cappella di destra è posta sull’altare la tela con il Beato Alessandro Sauli presentato agli Angeli da San Carlo Borromeo del veronese Felice Torelli (1667-1748), con ai lati due tele di autore ignoto con Storie della vita di San Filippo Neri.
Nel Santuario il ciclo pittorico del pittore Felice Damiani è considerato uno dei capolavori del Manierismo ed è formato da sei grandi quadri collocati nelle due cappelle di sinistra: nella prima si trovano Il sogno di San Giuseppe e il Viaggio di Maria e Giuseppe verso la casa di Elisabetta ai lati, al centro la Visitazione; nella seconda vi sono ai lati la Adorazione dei Magi e la Circoncisione con al centro l’Adorazione dei pastori. Le cappelle sono ornate nel soffitto e sulle pareti da stucchi lumeggiati in oro e da affreschi di Vincenzo da Camerino.
Secondo gli storici dell’arte, in questo ciclo Felice Damiani mostra di essere un artista dotato di un notevole “colorismo”, di possedere una grande capacità d’interpretare una realtà, nella quale si muovono i personaggi raffigurati senza retorica, ma con verismo e con un’acuta sensibilità psicologica a cominciare dai protagonisti (la Vergine e San Giuseppe) fino ai popolani o agli aristocratici, Il pittore, che dimostra notevoli qualità narrative, si rifà a altri artisti come Federico Zuccari, Pellegrino Tibaldi, Lorenzo Lotto, Claudio Ridolfi, ad alcuni fiamminghi presenti nella regione come Eugenio Schaychis. Nello stesso tempo Damiani mostra di possedere una propria personalità e originalità, di avere “una sua formula stilistica che ne consente nel tempo un sempre possibile riconoscimento, si caratterizza per una sua maniera sempre oscillante tra una vena pittorica devota e naturale […] una vena più piacevolmente narrativa e descrittiva, più attenta alla verità delle cose, che ne fa spesso un raffinato ritrattista e un sincero cantore dell’evento sacro calato nel quotidiano (Brunella Teodori, Felice Damiani, in “Le Arti nelle Marche ai tempi di Sisto V”, 1992, pp.
I Barnabiti furono allontanati dal santuario nel breve periodo napoleonico, per farvi ritorno con la Restaurazione, quando ripresero ad abbellire il santuario e promossero la costruzione della nuova strada carrozzabile, che venne realizzata nel 1845 con il lavoro volontario di 500 persone animate unicamente dalla devozione mariana. Dopo l’Unità d’Italia gli ordini religiosi, Barnabiti compresi, furono nuovamente soppressi e il santuario fu affidato alle cure del clero secolare.
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Il Santuario di Pieve Santo Stefano e la Tradizione dei Lumi
Il santuario mariano fu eretto tra il 1590 e il 1625 dall'architetto Pietro Cecini per onorare un’immagine della Madonna affrescata in un tabernacolo, che si diceva visitata ogni notte da luminose schiere di angeli. Il tempio, con pianta a croce greca, si presenta elegante e slanciato. Il modello architettonico a pianta centrale riprende la tipologia degli edifici religiosi tardocinquecenteschi voluti dal governo mediceo.
All’interno quattro grandi pilastri dorici, fiancheggiati da altri mezzi pilastri, sostengono una maestosa cupola affrescata con uno scenario del paradiso da Luigi Ademollo (XIX secolo). Del pittore milanese anche i dipinti ai lati e sopra l'altare maggiore: l'Adorazione dei Magi (in alto, centrale), la Deposizione di Cristo dalla croce (a destra) e l'Ascensione (a sinistra), oltre alle dodici figure degli Apostoli sulle pareti dei bracci laterali e dell'ingresso. L’altare maggiore, opera dello scultore fiorentino Pietro Betti, si segnala come indubbio elemento di maggior pregio artistico. Al centro di esso, il venerato affresco della Madonna dei Lumi, di autore sconosciuto, è databile intorno della metà del '400[1].
Ogni 8 di settembre, giorno della natività della Vergine, e la sua vigilia, Pieve Santo Stefano celebra la Festa della Madonna dei Lumi, con una processione dal tempio della Madonna del Colledestro, messe, accensione dei pagliai sul Tevere, disputa del Palio di Lumi e illuminazioni del centro cittadino allestite dai quattro Rioni. La tradizione nasce l'8 settembre del 1631, anno in cui la popolazione, per voce del suo vicario Pietro Strozzi, emette solenne voto di celebrare ogni anno in perpetuo la festa della "Beatissima Vergine", se essa avesse concesso di liberare il paese dalla peste.
L'Oratorio della Madonna dei Lumi a Sant'Elpidio a Mare
Sul colle Castello, in mezzo al verde, si ergono i ruderi dell’ex chiesa di Sant’Agostino Vecchio, cara alla memoria locale come Madonna dei Lumi: la massiccia facciata senza timpano e la base delle mura perimetrali della chiesa dell’antico e importante convento agostiniano, fondato nei primi anni del Duecento, fra i primi insediamenti dell’ordine eremitano nel Fermano.
Addossata a una parete è una piccola cappella, l’Oratorio della Madonna dei Lumi, che dal 1760 racchiude alcuni dei più significativi oggetti della storia medievale di Sant’Elpidio a Mare. Abbandonata dopo il sacco della città nella notte dell’8 settembre 1377, verso la metà del ‘700 i resti della chiesa furono smembrati per ottenere laterizi per il nuovo convento al centro della città. Fu risparmiato solo l’Oratorio, nel quale si conservano tuttora un affresco del XIII secolo - la Madonna dei Lumi, così detta per le tante stelle lucenti che la circondano, che nei secoli ebbe fama di essere miracolosa - e uno stupendo altare in pietra di arte veneta datata 15 maggio 1377.
Quest’altare-sarcofago, la più grande opera lapidea veneta del XIV secolo nelle Marche, è sovrastata da un grande lunotto raffigurante Sant’Agostino nell’atto di dare la Regola ai suoi seguaci, sotto lo sguardo di santi protettori. L’urna fu costruita per custodire la Sacra Spina della Corona del Cristo, come si legge nella scritta che vi campeggia. La storia della reliquia è parte della storia cittadina: fu donata dal re di Francia Filippo IV l’Ardito all’elpidiense fra’ Clemente, uditore speciale del papa al Concilio di Lione Il (1274), che a sua volta la donò al convento agostiniano di Sant’Elpidio. Clemente, poi Priore generale, riformatore e promulgatore (1290) delle Costituzioni dell’Ordine, fu beatificato, e ora è compatrono della città.
Il sarcofago, per secoli smembrato e abbandonato, fu restaurato nel 2006, e ricostruito all’interno dell’Oratorio, nel frattempo divenuto proprietà comunale. Il perimetro della ex chiesa, ora all’aperto, viene utilizzato per iniziative religiose estive. Andrebbe recuperato come spazio culturale all’aperto.
La Madonna dei Lumi a Melara
All’interno della chiesa arcipretale dedicata a san Materno, nel primo altare a destra dell’ingresso, campeggia una bellissima pala che qui giunse dopo un lunghissimo e avventuroso viaggio, donata dal missionario gesuita padre Blas Arriaga. La gente del luogo, nei secoli dedita all’agricoltura e alla pesca fluviale, da più di 250 anni custodisce con amore e rinnova di generazione in generazione la storia di questo dipinto, rimarcando in particolare il modo “miracoloso” in cui arrivò a Melara. L’immagine di Maria Santissima, circondata da ex-voto e da fiori, incarna non solo il sentimento di fede dei melaresi ma conferma il loro legame comunitario. Questa in estrema sintesi la storia del dipinto.
Il Re di Spagna Carlo III nel 1767 aveva cacciato i gesuiti dai suoi possedimenti. Padre Arriaga, uno di questi missionari espulsi dal Messico, esiliati nello Stato Pontificio, fu destinato alla città di Ferrara con altri confratelli. I padri portarono con sé il prezioso dipinto della Madre Santissima del Lume, realizzato molti anni prima in Sicilia in seguito alle apparizioni a una religiosa avvenute a Palermo nel novembre 1722, e che aveva già una prima volta attraversato l’Oceano. La religiosa aveva descritto la visione in cui le apparve Maria con una schiera di serafini, rimanendo colpita dalla “straordinaria affabilità e grazia che effondeva il volto augusto della Vergine”. La monaca ebbe il cuore colmo di gioia nel vedere “la Gran Madre non sola, come altre volte, ma portante nel suo braccio sinistro il suo Divin Figlio in forma di Bambino allegro e sorridente”, e spiegò di avere domandato a Maria il perché di quella visione. La Madonna rispose di volere essere dipinta su una tela così come le stava apparendo e, dicendo questo, “si curvò per trattenere un’anima dal cadere nelle pene dell’inferno”. Un gesuita, padre Giovanni Antonio Genovesi, raccomandò perciò all’artista incaricato del quadro di rappresentare in evidenza i cuori dei peccatori nell’atto di essere presentati alla Vergine.
Dopo la cacciata della Compagnia di Gesù, l’opera - come già detto - fece ritorno in Europa e, diretta a Ferrara, risalì il corso del Po su una barca. Una leggenda raccolta da Savino Chiavegatti, ricercatore locale, riporta che i gesuiti, ormai anziani, temendo di non essere in grado di custodire la preziosa immagine decisero di donarla alla chiesa del primo borgo incontrato sulle rive del grande fiume. Ma ogni volta che affidavano il quadro a una comunità, lo ritrovavano inspiegabilmente sulla barca. Si diffuse presto la voce e il popolo accorreva sugli argini per accogliere la Madonna nelle loro chiese, sperando che vi rimanesse. Così avvenne anche a Melara, dove la popolazione accolse festante il quadro, accompagnandolo all’antica chiesa con una solenne processione.
L’immagine, venerata anche in Sicilia, nelle Americhe e in Asia, vuole significare che la Madre Celeste non abbandona mai quanti ne invocano la vicinanza e l’intercessione nella strada che conduce verso Suo Figlio, il Signore Gesù, la Luce del mondo. Infatti, la scena è dominata dalla figura centrale della Madonna col Bambino, circondata da angeli. Maria Santissima irradia luce su quanto sta attorno, fugando ogni nube e con essa ogni turbamento suscitato dalle tenebre, concentrate nell’angolo in basso a sinistra dove si scorge la testa di un essere mostruoso con le fauci spalancate e i denti aguzzi a rappresentare il demonio pronto a divorare le anime. La Madre Celeste con mano ferma e materna trattiene un peccatore dallo sprofondare in quel recesso infernale dove è relegata tenebra dissolta dalla luce vittoriosa di Cristo.
Il Santuario di Santa Maria dei Lumi a Civitella del Tronto
Dalla cima dell'altura, il santuario vigila da secoli sull'ampio panorama che fronteggia la rupe del paese e ne scorge i possenti bastioni della fortezza borbonica. Gli edifici che compongono l'attuale complesso furono eretti nel 1466[1] e nell'anno 1471 la comunità dei minori osservanti si stabilì negli spazi del monastero. In questo periodo la sede monastica conobbe un'intensa vita spirituale grazie anche all'influenza che san Giacomo della Marca esercitò nel borgo di Civitella e nel resto del territorio teramano. Nel corso dei secoli, le vicissitudini che hanno contrassegnato la storia del santuario mariano sono state costantemente legate alla storia di Civitella sia per gli aspetti religiosi e culturali, sia per quelli civili e militari. Il cenobio, per la sua ubicazione strategica, è stato spesso usato come controparte della fortezza borbonica che domina il paese. Durante la prima guerra mondiale la struttura del convento fu requisita e resa disponibile per il ricovero dei profughi di guerra.
Il complesso poggia su un insieme di edifici più antichi, nel corso del tempo, ha beneficiato di numerosi interventi di restauro che hanno reso poco leggibile la struttura della costruzione originaria. Una consistente opera di riparazione e ristrutturazione è avvenuta nell'Ottocento, per risarcire i fabbricati gravemente danneggiati dagli assedi alla fortezza.[1] Un ulteriore ripristino vi è stata nel 1960 quando il santuario fu quasi totalmente rimaneggiato da vari ampliamenti.
L'intitolazione di questo santuario ai Lumi, o alla Lumera, affonda le sue radici nel racconto di una misteriosa e antica tradizione che narra di un evento prodigioso avvenuto nella seconda metà del XVII secolo. Il sacro edificio apre la sua facciata romanica, a coronamento orizzontale, delimitando un lato dell'ampio piazzale antistante. Il chiostro si apre in un arioso spazio quadrangolare adiacente al lato destro della chiesa.
