Significato dell'Omelia della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

Le ultime domeniche del tempo ordinario ci invitano a guardare oltre il presente, verso il compimento finale della storia e la piena realizzazione del Regno di Dio. La liturgia approfitta di questo periodo per parlarci delle realtà ultime, o éschata in greco: la fine del tempo, la fine di questo mondo, la fine delle cose, la fine della nostra vita. La Parola vuole evangelizzare le nostre paure e liberarci sia dall’angoscia sia da una stolta spensieratezza.

Il Contesto Liturgico e la Profezia di Gesù

Le Ultime Domeniche del Tempo Ordinario

Il brano di Luca che ascoltiamo riporta una parte del discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli prima della Passione. Questo testo assume un significato particolare perché Luca raccoglie parole che per i suoi lettori (intorno agli anni 70-80) avevano già trovato un riscontro nella storia, in particolare la distruzione di Gerusalemme, che era già avvenuta.

La Profezia sulla Distruzione del Tempio di Gerusalemme

Gesù si trova a Gerusalemme per la celebrazione della Pasqua. Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, e alcuni ammiravano la sua maestosa costruzione, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Queste parole, definite agghiaccianti, risuonarono come una bestemmia per i giudei del tempo, tanto da essere uno dei capi d'accusa nel processo davanti al Sinedrio.

Il tempio di Gerusalemme, ricostruito da Erode il Grande, era una meraviglia architettonica, orgoglio d’Israele. La spianata era lunga circa 500 metri e larga 300, con una superficie equivalente a 22 campi da calcio. I lavori erano stati iniziati verso il 19/20 a.C. e l’intero complesso architettonico fu concluso solo verso il 63/64 d.C., pochi anni prima della distruzione romana dell’anno 70. Lo storico giudeo-romano Giuseppe Flavio racconta che vi lavorarono 10.000 operai e 1.000 sacerdoti furono appositamente formati come scalpellini e carpentieri per lavorare nelle parti sacre dove solo sacerdoti potevano entrare. Si diceva: “Chi non ha visto Gerusalemme, la splendente, non ha visto la bellezza. Chi non ha visto la dimora (il Santo), non ha visto la magnificenza”. Il tempio era considerato l’ottava meraviglia del mondo.

Ricostruzione dettagliata del Tempio di Gerusalemme al tempo di Erode il Grande, mostrando la sua magnificenza architettonica.

La profezia di Gesù si avverò nel 70 d.C. quando i Romani distrussero il tempio, lasciando solo il famoso “muro del pianto”. Questa distruzione ci fa riflettere: essa è il simbolo anche delle nostre imprese umane. Tanti anni di sogni e progetti, di lavoro e investimenti, di impegno e sacrifici, di colpo distrutti irreparabilmente. Come il tempio è finito miseramente, così finirà ogni corruzione, ogni prepotenza. Il giudizio di Dio sulla città di Gerusalemme è un ammonimento perché i nemici del Signore periranno e saranno dispersi tutti i malfattori.

Invano il profeta Geremia aveva avvertito secoli prima: «Non confidate in parole menzognere ripetendo: “Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore!” [Se non praticherete la giustizia] “Io tratterò questo tempio sul quale è invocato il mio nome e in cui confidate… come ho trattato Silo”» (Ger 7,1-15). Anche la Chiesa spesso ha riposto la sicurezza nei suoi “templi”, nelle sue istituzioni, nel potere e nell'influsso sociale, nelle tradizioni e dogmi, piuttosto che nella fede in Gesù Cristo. Il tempio, per i giudei, era diventato un oggetto di fede, un luogo idolatrico, una falsa garanzia di salvezza, non il Dio di Jahvè.

Il Linguaggio Apocalittico e l'Invito al Discernimento

Non Lasciatevi Ingannare e Non Abbiate Paura

Gli uditori di Gesù gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Gesù però non entra in quella logica curiosa che cerca di conoscere tempi e segni. Non vuole alimentare calcoli apocalittici, ma educare i discepoli a uno sguardo di fede sulla storia. Il suo invito è chiaro: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

Gesù parla di guerre, rivolte, popoli in lotta, terremoti, carestie e segni spaventosi. Questo è il linguaggio tipico dell'apocalittica, che non va inteso come un annuncio di catastrofi imminenti, ma come un modo simbolico per dire che il male accompagna la vicenda umana. Lo scopo del genere letterario apocalittico, infatti, più che incutere terrore, è portatore di una rivelazione, un messaggio di salvezza. La parola ‘Apocalisse’ significa ‘rivelazione - svelamento’. L'ultimo libro della Bibbia, con un linguaggio poetico e misterioso, presenta la fine del mondo non come catastrofe ma come evento di speranza e di vita: cieli nuovi e terra nuova, come un banchetto di nozze (Apoc 21,1-2).

La fede non si nutre di paura, ma di fiducia: è questa la perseveranza che salva. Gesù invita gli ascoltatori a non lasciarsi ingannare dai falsi profeti che annunciano come imminente la venuta del giudizio di Dio. Allo stesso modo, non dobbiamo spaventarci quando sentiremo parlare di guerre e di rivoluzioni: si tratta di eventi storici che riguardano l’umanità di ogni tempo e che egli menziona non per allarmare, ma per rivelare «le doglie del parto» (cf Rm 8, 22) che travagliano la creazione, la quale va verso un fine datole da Dio, verso la terra e i cieli nuovi del Regno.

Oggi, ci preoccupano la minaccia atomica e la crisi climatica, e a volte sembra di essere alle soglie della fine del mondo. Ma la parola di Gesù non è così catastrofica, come sembra a prima vista, ma piuttosto rivelatrice del mistero amoroso della vita e del cosmo. Gesù non racconta la fine del mondo, ma il significato del mondo. Non parla della fine ma “del” fine (lo scopo, il senso).

Sant’Ignazio di Loyola, negli Esercizi Spirituali, invita a meditare sulle “Due Bandiere” per capire quale ‘signore’ vogliamo servire: Lucifero, che convoca i suoi nella grande pianura di Babilonia, o Cristo, che raduna i suoi seguaci nella pianura di Gerusalemme. Siamo chiamati a scegliere: cerchiamo di ricostruire il vecchio mondo o ci adoperiamo a preparare la nuova Gerusalemme? Dice il noto filosofo cattolico Jacques Maritain che i dannati sono “degli attivi” che lavorano tutto il tempo: “Faranno delle città nell’inferno, delle torri, dei ponti, vi condurranno delle battaglie. Intraprenderanno a governare l’abisso, a ordinare il caos”.

Prove, Persecuzioni e la Fedeltà di Dio

Guerre, Rivoluzioni e Calamità: Doglie del Parto

La storia è da sempre segnata da sofferenze, disordini e prove. Tuttavia, le tempeste, i dolori, gli sconvolgimenti non sono segni della fine, ma occasione di nascita. Come scrive Paolo: «tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Siamo solo invitati ad abitarlo con un’altra modalità d’esistenza. Ciò che deve cambiare non è il mondo, ma il nostro modo di abitarlo. L’unica rivoluzione oggi necessaria è quella interiore.

La Persecuzione come Occasione di Testimonianza

«Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza». La persecuzione fa parte del cammino del discepolo. Non è un segno di fallimento, ma un’occasione per testimoniare il Vangelo. Gesù chiede di non difendersi con le proprie forze, ma di affidarsi allo Spirito, che darà le parole giuste al momento opportuno: «Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere».

Annunciare il Vangelo comporta infatti fatica, rifiuti e, talvolta, perfino la perdita della vita. «Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome». Queste parole si stanno avverando! Pensiamo alle persecuzioni del primo secolo cristiano fino ai nostri giorni. La Chiesa cresce nella persecuzione e «il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani» (Tertulliano). La persecuzione, dunque, diviene per i credenti «occasione di martyría, di testimonianza».

Rappresentazione artistica di un martire cristiano, simbolo di fede e testimonianza in tempi di persecuzione.

La Cura e la Protezione Divina: "Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto"

Il Signore incoraggia i suoi con una promessa che attraversa i secoli: «Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Nulla di ciò che siamo o viviamo va perso davanti a Dio. Come commenta san Gregorio Magno, anche ciò che non fa male, come il taglio di un capello, non sarà dimenticato da Dio: è il segno della sua cura tenera e totale per ciascuno dei suoi figli. Luca scrive queste parole di Gesù per rassicurare i suoi seguaci che, in un periodo di persecuzioni e debolezze interne, il Signore avrebbe messo sulle loro labbra le parole sapienti e che la loro vita era preziosa. Se Dio ha cura anche dei frammenti, se mette la sua onnipotenza a servizio anche delle cose piccole, quanto più avrà cura dei suoi figli.

Questa è la bella notizia: nessuno ha potere su di noi, perché siamo nelle Sue mani. Isaia 43 ci ricorda: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore. Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo».

La Perseveranza: Chiave della Salvezza

L'Invito alla Costanza nella Fede

Alla fine, ciò che Gesù chiede è una cosa sola: la perseveranza. Rimanere saldi nella fede, nonostante tutto. «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». È questa fedeltà quotidiana, umile e tenace, che conduce alla salvezza. Di qui l’invito ai cristiani a perseverare nella prova, per quanto dura, con la certezza dell’esito finale, grazie al sostegno perenne e provvidente del Padre.

Il "Giorno del Signore" nel Profeta Malachia

È di grande consolazione anche la parola del profeta Malachia (3,19-20) nella prima lettura: «Sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà - dice il Signore degli eserciti - fino a non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla».

Questa immagine è vivace e piena di speranza: descrive una gioia giovane, libera e irrefrenabile, come quella di animali che, dopo essere stati a lungo chiusi, vengono finalmente liberati alla luce del sole. È il segno di un popolo che ritrova la vita dopo un tempo di oppressione e oscurità. Il “sole di giustizia” è il simbolo del Signore che viene a rischiarare ciò che era immerso nelle tenebre. La sua presenza porta guarigione, libertà e nuova energia. Malachia annuncia “il giorno del Signore”, un’immagine che percorre tutta la profezia biblica ma qui assume un’intensità nuova. Il profeta non descrive un evento cronologico, ma una crisi decisiva, che in ebraico richiama il giudizio e la separazione. Quel giorno sarà “come un forno” per chi si è indurito nell’empietà: la fiamma non distrugge per vendetta, ma rivela e purifica. La stessa realtà - il fuoco di Dio - sarà giudizio o guarigione, secondo la disposizione del cuore.

La Giustizia e la Misericordia di Dio

Questo tema del giudizio di Dio appare anche nel salmo responsoriale, che fa parte del gruppo dei salmi in cui si riconosce la signoria di Dio nella creazione, nei suoi interventi storici per liberare il suo popolo, ma soprattutto nel giudizio finale. Nel giudizio finale si renderà manifesta la giustizia di Dio che salva quelli che vi si affidano, mentre adesso si manifesta la sua misericordia per il peccatore che si pente. Dio non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione. Il giudizio di Dio è nella sua parola che ha la forza di distruggere fino alla radice il male e inibire la prolificazione, ma ha anche il potere di far crescere e fruttificare il bene.

Vivere il Tempo Presente nell'Attesa del Regno

Il Significato del Messianismo di Gesù

Nel discorso escatologico, Gesù spiega il significato del suo intervento messianico, usando il vocabolario e i temi della letteratura apocalittica. L’intervento storico del Figlio dell’uomo inaugura gli ultimi tempi. La pienezza di vita è accordata. L’opera del Messia è collocata sotto il segno dell’universalismo. Egli deve riunire tutti gli uomini dai quattro venti, perché tutti sono chiamati ad essere figli del Padre. Gesù di Nazareth non apporta una pienezza completamente fatta, non è un intervento magico che deresponsabilizzi l’uomo. È vero, la pienezza promessa è giunta ma aspetta di essere compiuta. È un dono, ma insieme un impegno.

«A volte si vorrebbe che i risultati venissero dall’esterno, senza muovere un dito, come per un miracolo. L’azione di Dio per il Regno non si manifesta come una potenza esteriore: sia perché esso ci viene attualmente comunicato attraverso i segni storici che per sé sono oscuri e spesso ambigui e frammentari; sia perché Dio vuole coinvolgere anche l’uomo nella venuta del Regno».

Il Ruolo della Chiesa e l'Amore Universale

Dopo la risurrezione di Cristo, il raduno dell’intera umanità in una comunione di amore con Dio avviene gradualmente e il mondo entra in una fase decisiva della sua crescita, in vista della ricapitolazione universale in Gesù Cristo. Al centro di questo dinamismo la Chiesa ha una parte essenziale, in quanto è il corpo di Cristo. E come tale deve seguire la via del Maestro: la morte per la vita. E deve ancora continuamente superare la tentazione di identificarsi con il regno definitivo e di chiudersi nel particolarismo. I muri di separazione che i popoli e le aree culturali non cessano di elevare tra loro sono fondamentalmente l’ostacolo più grave alla riunione dell’universo. La missione della Chiesa è di superare questo ostacolo. Il mezzo è l’amore dei nemici che abbatte le barriere poste dall’uomo.

Mano tesa tra due persone di diverse etnie o culture, simboleggiando l'incontro e l'amore universale che abbatte i muri.

La missione profetica della Chiesa risponde a una duplice esigenza: dare senso alla storia degli uomini e insieme denunciare le ambiguità e gli errori. È di fondamentale importanza che la Chiesa si lasci guidare dallo Spirito nel discernere gli eventi della storia: infatti, quando meno se lo aspetta, si aprono impreviste possibilità di crescita per l’avvento del Regno. Lo Spirito muove la Chiesa a rendere testimonianza al fatto che nell’intera vicenda del mondo è all’opera una forza di purificazione e di liberazione che tutto proietta verso il Cristo.

Impegno Quotidiano e Rifiuto dell'Oziosità (San Paolo)

San Paolo invita i fedeli di Tessalonica (II lettura) a mettere in atto le proprie capacità a beneficio degli altri, rifuggendo dal vivere «disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione». L’apostolo non esita a proporsi «come esempio da imitare», in quanto ha «lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno». Non che non ne avesse diritto, ma per darsi come modello da imitare. La regola di Paolo era: «chi non vuole lavorare, neppure mangi».

Il lavoro è una benedizione di Dio e al tempo stesso è la forma con la quale l’uomo Lo benedice, ovvero testimonia il fatto che il Signore non sfrutta la sua posizione dominante per servirsi dell’uomo ma si coinvolge in tutte le sue attività per orientarle al bene più grande della comunione. Il lavoro, come la missione, è partecipazione all’opera di Dio per la quale tutto viene ordinato alla Carità. Tutto passa, solo l’Amore resta, tutto finisce solo la Carità rimane per sempre.

Il Giudizio di Dio: Amore e Salvezza

Il Giudizio come Incontro di Fede

La Liturgia di questa Domenica evoca l’ultima venuta del Signore, che è al centro della professione di fede: «E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine». Ricorre il pensiero del “giudizio”, cosa che a molti cristiani incute un sentimento di paura. La venuta di Gesù, tuttavia, non può mai essere momento di paura, ma di gioia, poiché è sempre visita di Dio alle sue creature e il suo giudizio ha come criterio di fondo soltanto l’Amore che salva. Il nostro Dio è un Dio d’amore. Non può salvare l’uomo senza di lui, perciò stringe alleanza con il suo popolo: la salvezza è l’incontro di due fedeltà. Ma se Dio è fedele, il popolo no. Sotto l’azione dei profeti nasce la speranza e l’attesa di un uomo che finalmente saprà dare a Dio una fedeltà assoluta e incondizionata: il Messia.

Quando verrà Lui, Dio accorderà al suo popolo la pienezza promessa. Una promessa di vita tale che non ci sarà più nulla di comune tra il mondo presente e il nuovo paradiso: una nuova terra, nuovi cieli. La prospettiva evangelica ribalta la logica del catastrofismo: non il crollo delle strutture, ma la fedeltà del cuore è ciò che salva.

Discernimento e Sequela di Gesù

Vivere il Cambiamento d'Epoca

La pagina del vangelo si apre con la profezia della fine del tempio. L’annuncio fatto da Gesù suscita stupore e curiosità circa i tempi e i segni che riveleranno il compimento di quell’evento drammatico e gli viene chiesto di circostanziare la sua profezia. La risposta di Gesù rivela che egli si pone su un piano diverso da quello semplicemente storico. Il suo punto di vista è quello del Dio giusto che fa giustizia. Il linguaggio di genere apocalittico vuole rivelare il senso della storia, spesso caratterizzata dalla “follia” del male, al fine di infondere coraggio, serenità e pace in coloro che assistono e sono coinvolti nei travagli della storia dell’uomo.

Il linguaggio apocalittico non ha lo scopo di anticipare i fatti ultimi futuri ma ha il compito di interpretare “il qui” e “l’oggi” alla luce del mistero di Dio, cioè del suo progetto d’amore fedele per l’uomo e per ogni sua creatura. Ogni cosa porta in sé il suo limite e il tempo della sua conclusione. Anche le realtà più imponenti e solide, che sembrano imperiture o che si illudono di essere eterne, sono destinate a finire: è la legge della storia, è la norma del tempo a cui tutto è sottoposto!

Ci sono circostanze drammatiche e dolorose che rivelano ciò che è nella natura delle cose. Guerre, rivoluzioni, conflitti, terremoti, carestie e pestilenze, sono fenomeni che costantemente si verificano nella storia abitata dal male e che caratterizza il limite del mondo creato. Il mistero del male si manifesta nel caos dell’ingiustizia perpetrata da chi vuole prevaricare sugli altri. La follia del potere di possedere esercita una forza distruttiva, sicché chi la impone, da una parte, rivela il suo limite, dall’altro benché possa apparire il contrario, decreta la sua distruzione e la sua fine irrimediabile.

La Scelta della Sequela

Il compito dell’uomo è di trasformare la realtà del mondo in modo che diventi pronta per la parusia, cioè per la venuta finale del Signore. Il tempo presente è l’ora della vigilanza fiduciosa, della laboriosità piena di pazienza, e della perseveranza nel bene. Nella sua risposta, Gesù invita gli ascoltatori a non lasciarsi ingannare dai falsi profeti che annunciano come imminente la venuta del giudizio di Dio. Al posto della curiosità sterile, Gesù invita a considerare la propria responsabilità nella storia presente. I discepoli devono affrontare questo “tempo intermedio” con il coraggio e la fedeltà ed essendo sempre pronti a rendere testimonianza per la fede di fronte a chiunque e a qualunque prezzo.

Questa relazione tra discernimento e sequela di Gesù emerge dalla struttura stessa del testo del Vangelo di questa domenica. Molte persone andavano verso (pros) di lui, ma Gesù precisa che il discepolo è colui che va dietro (opiso) il Maestro. Andare verso Gesù significa andare da lui secondo le nostre necessità, senza però fare mai la fatica di andare dove lui va o di stare dove lui si ferma. Andare verso Gesù significa vivere una fede esteriore, che però non si compromette mai. Il discepolo invece deve mettersi dietro e seguire il Maestro, accettando di andare anche dove non vorrebbe, pur di seguirlo. Solo così ci si familiarizza con lo stile del Maestro, solo così si percorrono le sue strade e ci si ritrova nei luoghi dove non si sarebbe mai immaginato di abitare.

La prima condizione per poter decidere è rendersi liberi. Sant’Ignazio negli Esercizi spirituali usa la parola indifferenza, suggerendo l’immagine di una bilancia che non protende più da una parte che dall’altra. In questo contesto riusciamo a comprendere forse anche meglio cosa voglia dire per Gesù prendere ogni giorno la propria croce: qui la croce sta per la logica del Vangelo, il modo di pensare di Gesù. Prendere ogni giorno la croce su di sé vuol dire assumere questa logica come criterio delle proprie scelte. Avere il Vangelo come criterio vuol dire rinunciare ad avere il proprio io come riferimento delle proprie decisioni. Ecco perché occorre anzitutto rinnegare se stessi, mettere cioè da parte il proprio io, le proprie ragioni, i propri schemi e il proprio interesse, per scegliere secondo il Vangelo.

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