Monsignor Nazzareno Marconi, Vescovo di Macerata, si distingue per le sue omelie puntuali e profondamente radicate sia nelle questioni contemporanee che nella dottrina della Chiesa. Tradizionalmente, le sue riflessioni sono un momento significativo per la comunità civile e fedele, offrendo spunti per il discernimento in vari ambiti della vita.
Il Discernimento Politico e Sociale in un Contesto Elettorale
In occasione della messa celebrata nella chiesa di San Giorgio, con la presenza delle autorità civili e militari, e a ridosso delle elezioni politiche del 25 settembre, il vescovo Marconi ha offerto un'omelia politica. Ha dichiarato: «Non intendo nascondermi davanti alla situazione attuale davvero impegnativa: guerra, crisi energetica, la pandemia diventata endemica e gli alti rischi per l’occupazione soprattutto dei giovani.»
Deludendo chi si aspettava un'indicazione di voto diretta, il Vescovo ha ribadito che, seguendo la Dottrina sociale della Chiesa, il Vescovo non deve dire per chi votare o non votare. Il voto è infatti una scelta libera e molto responsabilizzante della coscienza del cittadino.
La Chiesa invita tutti ad essere ben coscienti, illuminati dalla fede e da quei chiari e basilari valori umani che il Vangelo definisce "irrinunciabili" per costruire il bene comune. Il Vangelo, perciò, non indica un partito da votare, ma propone chiaramente un progetto di vita sociale: fraterna, pacifica, produttiva, responsabile.
Principi Guida per il Voto e la Vita Sociale
Tra le regole da seguire per un buon discernimento, monsignor Marconi ha evidenziato in particolare la carità: «Scegliere cercando il bene comune e non solo il proprio interesse egoistico o quello di una piccola parte di cittadini. La logica delle classi o delle lobby va contro la carità, che ama tutti.»
Un altro principio fondamentale è la scelta preferenziale per gli ultimi e i giovani: «Non basta l’assistenzialismo che non dà possibilità di un lavoro dignitoso. Tutte le forze sociali: dagli imprenditori, ai lavoratori, alle autorità statali dovranno impegnarsi insieme, perché la sfida sarà davvero dura.»
L'arte di scegliere nella tradizione cristiana si chiama "discernimento". Papa Francesco ne parla spesso perché oggi, in una società complessa dove tutto è connesso e siamo costantemente bombardati da idee e messaggi, scegliere bene è diventato più difficile. Il Vescovo ha citato San Paolo, che nella lettera agli Efesini, indica le condizioni interiori che impediscono di valutare bene: «Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenza, con ogni sorta di malignità» (Ef 4,30).
Le Sette Regole Ignaziane per un Buon Discernimento
La tradizione spirituale ignaziana indica sette regole per fare un buon discernimento:
- La prima regola è: «La colpa è anche mia». Chi accusa sempre gli altri e non si prende mai la sua parte di responsabilità, non è affidabile.
- La seconda regola è: «La carità». Scegliere cercando il bene comune e non solo il proprio interesse egoistico o quello di una piccola parte di cittadini.
- La terza è: «La chiarezza». Più aumenta la confusione e più si allontana il vero bene. Ciò che è buono è chiaro e semplice.
- La quarta regola è: «La coerenza». Chi non è coerente e cambia bandiera e idee ogni giorno è poco affidabile.
- La quinta regola è: «La scelta preferenziale per gli ultimi ed i giovani». Una società giusta, secondo il modello evangelico, deve difendere gli svantaggiati e costruire occasioni concrete per un futuro di lavoro e dignità.
- La sesta regola è: «Lo sguardo». Dobbiamo guardare il mondo, le idee e le persone dal punto di vista di Dio, cioè dall’alto e guardando lontano.
- Infine, la settima regola è: «Scegli nel silenzio». Le scelte fondamentali vanno ponderate dopo aver ascoltato tanti, mettendosi davanti a Dio ed alla propria coscienza nel silenzio.
Nonostante l'analisi possa essere dura, il Vescovo ha raccomandato vivamente di andare a votare, evitando la tentazione di rinunciare.

Riflessioni sul Mistero Pasquale e la Lavanda dei Piedi
In un'omelia incentrata sul cuore del mistero della fede, la liturgia ci invita a soffermarci sulla cena pasquale di Gesù, il suo ultimo gesto prima della croce. La prima lettura richiama alla Pasqua di Israele: l’agnello immolato, il suo sangue posto sugli stipiti delle porte, segno di protezione e di liberazione. Quel sangue non è magia, ma memoria viva: è il segno di una vita donata che salva.
È in questa tradizione che Gesù comprende e offre sé stesso. Celebrando la Pasqua, egli riconosce nell’agnello una figura della sua stessa vita. Non è vittima di un destino cieco, ma è colui che liberamente si dona. Il suo sangue, cioè la sua vita offerta, diventa protezione e salvezza. Questa è la vera liberazione: non semplicemente uscire da una situazione difficile, ma essere liberati da ciò che dentro di noi genera egoismo, divisione, ingiustizia.

Il Vangelo di Giovanni, anziché raccontare l’istituzione dell’Eucaristia, presenta la lavanda dei piedi. Un gesto apparentemente secondario, quasi domestico, ma in realtà una rivelazione densa di significato. Gesù si alza da tavola, depone le vesti, si cinge un asciugamano e si inginocchia davanti ai discepoli. Giovanni ci indica come dobbiamo comprendere la croce: l’offerta della vita di Gesù non è un atto eroico nel senso umano, ma è un servizio d’amore. È Dio che si abbassa, che si fa vicino, che si mette ai piedi dell’uomo.
Gesù dice a Pietro che senza questa lavanda non può avere parte con lui. Non si tratta solo di un esempio morale, ma di una vera purificazione. Il suo amore ci lava, il suo sangue ci purifica, ci rende capaci di comunione. Questa è la rivelazione sconvolgente: Dio è così. Non è il Dio della forza che schiaccia, ma dell’amore che serve; non è il Dio della prevaricazione, ma della relazione. Questa visione capovolge radicalmente le logiche umane e contemporanee.
Viviamo in un mondo dove spesso si pensa che per vincere bisogna imporsi, che per risolvere i conflitti serve più forza, che la sicurezza si costruisce accumulando potere. Tuttavia, «Non si può vincere il male restando dentro la stessa logica del male. Non si può vincere la guerra con la guerra, la violenza con altra violenza. Non si possono sanare le ingiustizie continuando a costruire sistemi basati sulla disuguaglianza e sullo sfruttamento dei più deboli.»
Gesù rompe questo circolo non con un discorso, ma con un gesto: si inginocchia. È un gesto che disarma, spiazza, e chiede conversione. La lavanda dei piedi non è una scena da contemplare una volta all’anno, ma uno stile di vita, la forma concreta che prende l’amore cristiano. Gesù, celebrando la Pasqua, ci consegna un modo nuovo di vivere: un’esistenza che si spezza e si dona come il pane, che si versa come il vino, che si china come un servo.
Il Significato Profondo del "Regno di Dio"
In un'altra omelia, il Vescovo Marconi ha posto l'accento sulla parola che unifica le letture della domenica: "Regno". Salomone, nella prima lettura, si riconosce incapace di regnare per conto di Dio su un popolo così grande e numeroso, e chiede a Dio, che lo ha posto come re, aiuto e sostegno.
Il Vescovo ha sottolineato la differenza tra un ascolto passivo e un ascolto col cuore: «Ascoltare con le orecchie è facile, è un’azione passiva, ma spesso è falsa. Le orecchie ascoltano, ma il cuore è lontano. Ascoltare col cuore è aprirsi all’altro, guardare anche un po’ con i suoi occhi, sentire le sue gioie e le sue paure, condividere le sue speranze ed i suoi fallimenti. Questo tipo di ascolto fa la differenza.»
Non si può regnare sul popolo di Dio, mettendosi a servizio del Regno di Dio, se non a partire dalla disponibilità ad un tale ascolto. In questo modo, il regnare del Vescovo sarà diverso dai regni umani, i quali non offrono l’ascolto, ma lo pretendono. I potenti di questo mondo si comportano spesso da padroni delle persone, pretendendo di essere sempre ascoltati ed obbediti senza discussioni.
L’annuncio di Gesù è ancora più bello: nel Nuovo Testamento, il Regno di Dio è un tesoro prezioso, una perla di rara bellezza, per la quale vale la pena di vendere tutto. Gesù ci invita ad impegnarci in pienezza con tutto noi stessi perché il Regno di Dio si compia sulla terra, secondo l’annuncio che Lui ha dato. Il Regno che Gesù annuncia è molto più del regno di qualcuno in nome di Dio, come era stato al tempo di Salomone.
Con Gesù, Regno di Dio, vuol dire che Dio stesso viene direttamente a regnare sul mondo. Regnare significa reggere, guidare, sostenere, indirizzare, tracciare il cammino. Il Regnare di Dio significa perciò che l’umanità accetta di lasciarsi guidare, reggere, sostenere e condurre da Dio. L’inizio del peccato e del fallimento dell’uomo è sempre il rifiuto di questo regnare di Dio su di noi. «Dio non ci propone il Suo Regno per opprimerci, come dice il tentatore, ma per donarci la vera libertà, per liberarci dal male.» Il Vescovo ha condiviso la sua esperienza personale: «Tutti i momenti più belli e luminosi della mia vita sono nati sempre quando ho iniziato a fare spazio a Dio, quando ho lasciato che venisse il suo regno e non il mio, che si compisse la Sua e non la mia volontà.»
Che cos'è IL REGNO DI DIO? Potere, controllo e ordine? Gesù afferma l'esatto opposto (466)
L'Omelia dell'Epifania: Il Messaggio Universale dei Magi
Nella cattedrale di San Giovanni a Macerata, in occasione dell’Epifania, monsignor Marconi ha pronunciato un’omelia che ha messo in risalto il significato profondo della storia dei Magi. Ha affermato: «La storia dei Magi ci spiega che quando l’umanità mette in campo le sue virtù migliori, il desiderio non solo di conoscenza ma di sapienza, l’umiltà, la disponibilità a mettersi in cammino alla ricerca di ciò che è vero, buono e bello, il superamento delle frontiere e l’apertura ad ogni uomo nell’amicizia sincera, certo il Signore si rivelerà.»
Il Vescovo ha sottolineato la universalità del messaggio divino: «Il nostro Dio non è il Dio di un gruppo ristretto, di una lobby di amici intenti a gestire i loro privilegi. Il nostro Dio si è fatto uomo per tutti e si fa conoscere a tutti.» I Magi rappresentano infatti tutti i popoli, chiamati all’incontro con Gesù, il figlio dell’unico Padre celeste, che ci rende tutti fratelli tra noi.
L'omelia ha messo in contrasto due tipi di "sapienti" e "potenti". Da una parte, Erode, un potente circondato da consiglieri che conoscono le Scritture, sa tutto sul Messia, ma la sua conoscenza non diventa Sapienza perché non diventa vita. Resta seduto sul trono, concentrato sul suo potere, incapace di incontrare Dio, sebbene ne riempia la bocca. «Mai come nella nostra epoca ci sono tanti potenti e prepotenti apparentemente devoti, ma per nulla convertiti.»
All’opposto si situano i Magi: potenti ma umili, saggi ma desiderosi di conoscere, esperti delle cose del cielo ma capaci di chinarsi sulla terra per contemplare la presenza di Dio in un Bambino. Essi sono profezia di tanti uomini di buona volontà nel mondo di oggi, che testimoniano che il Signore è venuto per tutti. I Magi, una piccola comunità proveniente da popoli e luoghi diversi, hanno imparato ad essere amici tra loro e con la forza di questa amicizia hanno incontrato Dio. «Dio si rivela in una promessa di futuro grazie a una vita che nasce. Quel mite re di pace che è nato per tutti.»

La Parola, la Comunicazione e il Ruolo dei Giornalisti
In occasione della Domenica della Parola, celebrata nella cattedrale di Macerata, è stato festeggiato San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Il vescovo Nazzareno Marconi ha officiato la messa, ricordando ai cristiani che l’umano e il divino sono inseparabili e che, come ha insegnato il Concilio, al centro della vita di fede c’è l’ascolto della parola della Sacra Scrittura, che è una parola umana e soprattutto divina.
Marconi ha richiamato la centralità della persona come tema scelto da Papa Francesco per il messaggio della 60esima giornata mondiale delle comunicazioni sociali (erroneamente attribuito a Papa Leone XIV nel testo originale, ndr). Nell’omelia, il Vescovo ha detto che «la parola è un grande dono, che può renderci sempre più umani, ma può diventare anche un’arma di disumanizzazione, quando diventa menzogna, quando diventa inganno, quando contribuisce ad aumentare le tenebre invece di mettersi come luce al servizio del bene.»
Marconi ha evidenziato il pericolo della parola generata dalla tecnologia e ha ricordato come Papa Francesco amasse dire che «la parola umana, quando si mette in ascolto della parola di Dio, ci aiuta a sognare in grande.» Al termine della funzione, il Vescovo ha esortato a leggere molto e con attenzione, e ha ringraziato i giornalisti presenti, consegnando loro una traduzione originale del Vangelo di Marco a sua firma e un breve estratto della lettera pastorale "In principio la parola" del cardinale Carlo Maria Martini.

La Luce Vera e le Tenebre: Un Invito alla Conversione
Riflettendo sul periodo natalizio e sul Vangelo di Giovanni, il Vescovo Marconi ha invitato a concentrare l'attenzione su Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, definito dal Credo di Nicea "Luce da Luce", quella luce vera venuta nel mondo per illuminare ogni uomo.
Il Vangelo di Giovanni presenta tre elementi connessi al simbolo della luce: le tenebre, la luce vera e la falsa luce. Le tenebre sono una realtà pervasiva che cerca di opporsi alla missione di Gesù. Tuttavia, non dobbiamo guardarci solo dall'opposizione chiara e palese delle tenebre, ma dobbiamo anche, da veri figli della luce, essere più scaltri dei figli delle tenebre e riconoscere la falsa luce che cerca di diffondersi nel mondo. La Bibbia definisce il Padre delle tenebre come "il grande falsario" e "il mentitore".
Questo brano di Giovanni offre due indicazioni per riconoscere "la luce vera" di Cristo. La prima è che: «questa luce illumina». Siamo certi di accogliere il vero insegnamento di Gesù quando questo ci illumina, quando ci rivela che eravamo nelle tenebre, quando non si limita a dire che siamo già a posto, che siamo già luminosi, che siamo capaci di trovare la strada giusta da soli. Riconoscere la vera luce dalla falsa luce richiede sempre l’umiltà di non credersi già saggi, già perfetti, già arrivati. Tutti abbiamo e avremo sempre bisogno di conversione.
La seconda indicazione è che la luce vera, dice San Giovanni, illumina «ogni uomo». L’insegnamento evangelico è davvero universale, rivolto da Cristo a tutta l’umanità, di ogni tempo e di ogni luogo. Ogni volta che la nostra supposta comprensione del Vangelo ci spinge a rinchiuderci in un club, a sentirci una lobby di privilegiati, ad accontentarci di una speranza di salvezza che riguardi solo noi e lasci il resto dell’umanità fuori dalla porta, possiamo essere certi che questa non è la vera luce. Chi non sente profondamente nel cuore il desiderio di impegnarsi per portare la luce di Cristo fino agli estremi confini della terra, per condividerla con ogni fratello in umanità, è lontano dalla sorgente della luce vera.
