Il pontificato di Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, si inserisce in uno dei periodi più travagliati della storia contemporanea, segnato da guerre mondiali, totalitarismi e l'alba dell'era nucleare. La sua figura, osannata da alcuni e criticata da altri, è complessa e profondamente radicata nella sua formazione e nella sua spiritualità.

Le Origini e la Formazione di Eugenio Pacelli
Nascita e Famiglia
Eugenio Maria Giuseppe Pacelli nacque a Roma il 2 marzo 1876, secondogenito di Filippo Pacelli, avvocato rotale, e Virginia Graziosi. La sua era una famiglia appartenente alla nobiltà pontificia, molto vicina alla Santa Sede e distinta per la fedeltà ai valori religiosi, storici e sociali. Contrariamente a un'immaginazione di educazione rigida o condizionamenti sulla scelta vocazionale, ogni membro della famiglia Pacelli scelse il proprio percorso in massima libertà. Il giovane Eugenio espresse con la medesima libertà il suo desiderio di consacrarsi a Dio.
Primi Passi Ecclesiastici e Guida Spirituale
Dopo aver frequentato il liceo statale Visconti, nel 1894 iniziò gli studi ecclesiastici al corso di filosofia dell'Università Gregoriana e come allievo del collegio Capranica, che lasciò l'anno successivo per ragioni di salute, ottenendo una speciale autorizzazione a vivere in famiglia. Completò la sua formazione nel seminario romano di Sant'Apollinare, dove si laureò in teologia nel 1901 e in utroque iure nel 1902. Ricevette l'ordinazione sacerdotale il 2 aprile 1899. Nel 1895 frequentò anche per un anno i corsi della facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Roma.
Fondamentale per la sua crescita spirituale fu la direzione del padre oratoriano Padre Giuseppe Lais, a cui Eugenio, ancora bambino, venne affidato dal padre. Padre Lais, che radunava attorno a sé i ragazzi del Rione, era particolarmente contento della pietà del piccolo Eugenio, il quale, non di rado, nei giochi domestici, imitava la celebrazione della Santa Messa, essendosi costruito un altarino domestico. È attribuita a quest'età la sua significativa espressione, riportata da molti biografi, di essere pronto ad affrontare il martirio, «anche la morte in croce… ma senza i chiodi».
Il giovane Eugenio partecipava ai servizi di Culto con i suoi coetanei nella chiesa della Vallicella e diventò molto presto "Prefetto delle Cerimonie" grazie alla sua intensa pietà, diligenza e precisione. All'altare di San Filippo Neri, egli celebrò la sua seconda Messa, in gratitudine ai Padri dell'Oratorio e, in particolare, a Padre Lais, che lo aveva guidato spiritualmente fin dall'età di otto anni.
La fragilità del suo fisico, che egli stesso definì "mediocre" in un tema del Ginnasio, gli impose un anno di pausa negli studi liceali, ma non gli impedì una singolarissima robustezza d'animo e una volontà ferrea, con un chiaro fondamento in Dio. Si narra che andasse a scuola sempre con il fratello Francesco e che, anche se doveva entrare un'ora dopo di lui, si fermasse in chiesa a pregare. Molti ritengono che le premesse di molte perle del suo servizio ecclesiale abbiano trovato origine in quelle ore benedette di silenzio e orazione.

Carriera Diplomatica e Incarichi di Rilievo
Gli Inizi in Curia e la Commissione per il Diritto Canonico
Su segnalazione del cardinale Vincenzo Vannutelli, Eugenio Pacelli fu introdotto come apprendista (nel 1901), poi come minutante (nel 1905) alla Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari. Il segretario di questa congregazione, Pietro Gasparri, nel 1904 lo nominò segretario della commissione per la redazione del codice di diritto canonico da lui presieduta.
Nel 1911 succedette a Umberto Benigni quale sottosegretario agli Affari ecclesiastici straordinari, divenendone segretario aggiunto nel 1912 e segretario titolare nel 1914. In tale veste continuò ad affiancare il cardinale Gasparri, nominato Segretario di Stato dal nuovo papa Benedetto XV. Il giovane Eugenio non tralasciò mai di lasciarsi appassionare dal diretto ministero pastorale, dedicando tempo ed energie sia all'ascolto delle confessioni sacramentali, sia alla formazione delle anime consacrate e delle giovani.
Il Ruolo durante la Prima Guerra Mondiale e in Germania
Pacelli ebbe un ruolo attivo nell'applicazione della linea pontificia in occasione della Prima Guerra Mondiale, partecipando ai tentativi della Santa Sede dapprima di evitare l'estensione del conflitto all'Italia - obiettivo di una sua missione a Vienna nel 1915 - e quindi di favorirne una soluzione negoziale. Per dodici anni fu il perno delle relazioni della Santa Sede con la Germania e con l'episcopato tedesco, trovandosi in uno degli epicentri della tumultuosa fase politica e sociale attraversata da quel Paese tra il 1918 e il 1919. In ogni occasione ebbe cura di rappresentare le sorti della Germania come determinanti per il futuro dell'Europa e della Chiesa non solo tedesca, tanto più in presenza dell'ondata rivoluzionaria partita dalla rivoluzione bolscevica del 1917 ed estesasi verso occidente.
Espresse il suo disgusto nei riguardi di quella che definì una «tirannia russo-giudaico-rivoluzionaria», addebitandone le cause, oltre che alla propaganda comunista, alla responsabilità delle potenze vincitrici, e denunciando il pericolo di una saldatura tra l'estremismo di sinistra e i movimenti della destra nazionalista, da lui definiti «bolscevismo nazionale». Pur senza condividere i principi liberal-democratici della Costituzione di Weimar, ne segnalò i lati vantaggiosi per la Chiesa cattolica, specialmente in materia scolastica.
Si adoperò per una normalizzazione dei rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica di Weimar, perseguendo nel contempo una linea concordataria. Ebbe parte di primo piano nell'apertura delle relazioni diplomatiche che portarono nel 1920 alla creazione della nuova Nunziatura di Berlino, di cui assunse la titolarità conservando anche quella di Monaco, dove continuò a risiedere per alcuni anni assistendo tra l'altro al fallito putsch di Hitler nel 1923. A Monaco condusse i negoziati che portarono nel 1924 alla firma di un concordato con la Baviera, cui fecero seguito, nel 1929, quello con la Prussia e, nel 1932 (ma quando Pacelli era già rientrato a Roma), quello con il Baden. Restarono invece interrotti i negoziati da lui avviati in vista di un concordato con il Reich.
Segretario di Stato e Viaggi Internazionali
Richiamato a Roma nel novembre del 1929, il 16 dicembre fu elevato da Pio XI alla porpora cardinalizia per venire quindi nominato il 7 gennaio 1930 Segretario di Stato in sostituzione del cardinale Gasparri. La sua profonda conoscenza della lingua tedesca lo impegnò per la realizzazione del Concordato della Santa Sede con la Germania di Hitler (1933), quantunque temesse in partenza il fallimento dell'accordo.
Un aspetto qualificante dell'opera di Pacelli fu l'estensione del raggio d'azione del suo impegno come Segretario di Stato o come rappresentante pontificio anche in aree extraeuropee. Tra la fine del 1934 e gli inizi del 1935 intraprese un lungo viaggio in America Latina quale legato pontificio al Congresso eucaristico di Buenos Aires, da dove raggiunse Montevideo e Rio de Janeiro, incontrando i capi di Stato dei Paesi visitati. Nell'aprile 1935 presenziò alle cerimonie indette a Lourdes per il giubileo della Redenzione. Nell'ottobre-novembre 1936 compì un lungo tour negli Stati Uniti, incontrando decine di vescovi, stabilendo contatti con esponenti del mondo cattolico americano e visitando privatamente Franklin Delano Roosevelt, appena rieletto alla presidenza, con il quale avviò un rapporto destinato a protrarsi nel tempo. Nel luglio 1937 fu nuovamente in Francia come delegato pontificio per la consacrazione a Lisieux della basilica dedicata a Santa Teresa, sostando anche a Parigi, accolto con il massimo onore dai ministri del governo di Fronte popolare.

Il Pontificato di Pio XII: Tra Guerra e Pace
L'Elezione e l'Inizio della Seconda Guerra Mondiale
Alla morte di Pio XI, 10 febbraio 1939, il 1° marzo successivo si aprì il Conclave, che l'indomani elesse il nuovo Papa: Eugenio Pacelli, che assunse il nome di Pio XII. Per la prima volta dopo quasi tre secoli la tiara pontificia era posta sul capo di un Segretario di Stato, alla cui rapida elezione non fu estraneo uno scenario internazionale solcato da bagliori di guerra. Uomo di grandissima esperienza diplomatica, avvertiva che lo attendeva uno dei più travagliati periodi storici.
Purtroppo, il pericolo del sanguinoso conflitto internazionale si fece più assillante, tanto che il 24 agosto 1939 Pio XII indirizzò a tutto il mondo il Radiomessaggio Un'ora grave, con il quale invocava ancora una volta la pace: «È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada… La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono. Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace». Anche l'Esortazione indirizzata il 31 agosto ai Governi d'Inghilterra, Francia, Germania, Italia e Polonia perché si riducesse la tensione in corso resterà inascoltata. L'indomani, 1° settembre 1939, iniziò la Seconda Guerra Mondiale con l'invasione della Polonia da parte della Germania nazista. Il 3 settembre la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Germania. Nei mesi successivi il conflitto investirà quasi tutti i Paesi d'Europa, con l'Italia che si unì alla Germania il 10 giugno 1940.
Nella drammatica e tragica situazione che via via si venne determinando, Pio XII utilizzò i nobilissimi - ma insufficienti - strumenti di cui disponeva. Il 20 ottobre 1939 indirizzò ai Presuli della Chiesa la sua prima Enciclica, la Summi Pontificatus, con la quale espresse la propria angoscia per le sofferenze che stavano per abbattersi sulle persone, sulle famiglie, sulla società. Già in questa enciclica le cause della guerra erano ricondotte all’abbandono di un ordine fondato sulla legge morale e sulla Rivelazione, al distacco dei popoli «dall’unità di dottrina e di fede, di costumi e di morale una volta promossa dall’opera indefessa e benefica della Chiesa», alle concezioni esaltanti un potere illimitato degli Stati.
Comunicazione e Azione Pastorale durante la Guerra
I mezzi di cui disponeva per la comunicazione sociale erano pochi. Quelli tradizionali, cioè gli scritti utilizzati per le Encicliche, le Epistole e le Bolle, superavano con difficoltà le censure e i confini degli Stati in guerra l'uno contro l'altro. Con felice intuizione il Pontefice, seguendo l'esempio inaugurato da Pio XI, utilizzò con lodevole frequenza il mezzo radiofonico che la nuova tecnica aveva messo a disposizione. Quasi 200, compresi quelli Natalizi, furono i Radiomessaggi da lui trasmessi a tutto il mondo in diverse lingue.
Fedele esecutore della parola di Cristo, nella terribile tempesta che colpì il mondo intero, Papa Pacelli operò con tutti i mezzi di cui disponeva per alleviare le miserie dei profughi, dei rifugiati, dei bombardati, degli affamati, dei perseguitati, degli ebrei, sia in Italia, sia all'estero. Per la Roma nella quale nacque e mosse i primi passi esistenziali e pastorali, il Venerabile Pio XII era pronto a dare la vita. Tanto che, quando la città fu occupata e gli fu consigliato caldamente di mettersi in salvo, lasciando l'Urbe, fu sempre decisa e immutata la sua risposta: «Non lascerò mai Roma e il mio posto, anche se dovessi morire». Roma, tuttavia, non significò mai, per Pio XII, semplicemente una città, ma "la" città, l'Urbe dai sacri destini, sinonimo di cattolicità e universalità.
Contro il nazismo dispotico e violento, già duramente condannato da Pio XI, anche Pio XII intervenne più volte con diversi messaggi, in particolare con quello Natalizio del 1942. In tale occasione, egli aveva definito inspiegabile come in alcune regioni «disposizioni molteplici attraversino la via al messaggio della fede cristiana, mentre concedono ampio e libero passo a una propaganda che la combatte. Sottraggono la gioventù alla benefica influenza della famiglia cristiana e la estraniano dalla Chiesa; la educano in uno spirito avverso a Cristo, instillandovi concezioni, massime e pratiche anticristiane; rendono ardua e turbata l'opera della Chiesa nella cura delle anime e nelle azioni di beneficenza; disconoscono e rigettano il suo morale influsso sull'individuo e la società». L'amarezza del Papa si aggravava constatando che tali angosciose disposizioni, lungi dall'essere state mitigate o abolite, erano andate talvolta inasprendosi.
Spesso interveniva per denunciare l'infamia del conflitto in corso. Nell'Allocuzione Nella desolazione del 12 marzo 1944, indirizzata ai profughi raminghi e senza focolare, sottolineò le disastrose conseguenze del flagello bellico che non conosceva «né leggi né freni». E nell'Allocuzione È ormai passato del 2 giugno 1944 ripeté il proprio grido «guerra alla guerra», contro l'immane tragedia che «ha raggiunto gradi e forme di atrocità che scuotono e fanno inorridire ogni senso cristiano ed umano».
Gli atteggiamenti di «riserbo» e di «imparzialità» tra le parti, assunti da Pio XII come norma generale, e fatti anche valere di fronte alle opposte, reiterate, sollecitazioni a conferire una legittimazione religiosa alla guerra contro l’Unione Sovietica, da un lato, o contro la Germania nazionalsocialista, dall’altro, non corrispondevano solamente a una linea tradizionale della Santa Sede; ma dipesero anche dalla percezione dei gravissimi pericoli per l’intera cristianità insiti sia nell’eventuale vittoria dell’Asse, sia, viceversa, nella vittoria di una coalizione in cui si trovasse in posizioni di forza l’Unione Sovietica, centro propulsore del comunismo internazionale.

La Fine del Conflitto e l'Era Post-Bellica
Solo la pace e la sicurezza impostate sulla giustizia potevano garantire ai popoli un pubblico ordinamento conforme alle esigenze fondamentali della coscienza umana e cristiana. Sono i concetti che Pio XII ripeterà il 9 maggio 1945 nel Radiomessaggio Ecco alfine con il quale, terminata la guerra, inginocchiato «in ispirito dinanzi alle tombe, ai burroni sconvolti e rossi di sangue, ove riposano le innumerevoli spoglie di coloro che sono caduti vittime dei combattimenti o dei massacri disumani, della fame o della miseria» raccomandò tutti a Cristo nelle proprie preghiere. E invitò a riprendere il cammino: «Fugata dalla terra, dal mare, dal cielo la morte insidiatrice, assicurata ormai dall'offesa delle armi la vita degli uomini, creature di Dio, e quanto ad essi rimane dei privati e dei comuni averi, gli uomini possono ormai aprire la mente e l'animo alla edificazione della pace».
Già in quella fatidica giornata egli intravedeva il cammino che l'Europa avrebbe dovuto affrontare: problemi e difficoltà gigantesche, «di cui bisogna trionfare se si vuole spianare il cammino a una pace vera, la sola che possa essere duratura». Con visione assolutamente anticipatrice, fin dal 1940, nell'Allocuzione Grazie, Venerabili Fratelli del 24 dicembre, egli aveva affermato che dopo la fine della guerra l'Europa non sarebbe più stata quella anteriore al conflitto, ed aveva indicato dettagliatamente i presupposti indispensabili per il nuovo ordinamento, fondato sulle norme della moralità.
La Guerra Fredda e la Lotta al Comunismo
La conclusione della guerra 1939-1945, che vide l'Unione Sovietica fra le potenze vincitrici, aprì alla diffusione del comunismo fra le Nazioni dell'Europa centro-orientale e in Cina, nonché in altri paesi fra i quali la Francia e l'Italia. Già nell'Allocuzione Nell'accogliere del 5 giugno 1945 il Papa denunciò la violenza brutale esercitata su Nazioni medie e piccole alle quali si voleva imporre un nuovo sistema politico o culturale che la grande maggioranza delle loro popolazioni recisamente respingeva. Denunciò «uccisioni di sacerdoti, deportazioni di civili, eccidi cittadini senza processo o per vendetta privata», e le notizie provenienti dalla Slovenia e dalla Croazia.
L'Europa apparve divisa in due: era nata quella «guerra fredda» che Papa Pacelli descrisse con tanta efficacia nel Messaggio Ecce ego declinabo del 24 dicembre 1954: «È impressione comune che il principale fondamento, su cui poggia il presente stato di relativa calma, sia il timore. Ciascuno dei gruppi, nei quali è divisa l'umana famiglia, tollera che esista l'altro, perché non vuole perire egli stesso. Evitando in tal modo il fatale rischio, ambedue i gruppi non convivono, ma coesistono. Non è stato di guerra, ma neppure è pace: è una fredda calma».
Era una tacita intesa nella quale anche il comunismo aveva precise responsabilità, come dichiarò esplicitamente il Pontefice nel Radiomessaggio natalizio Col cuore aperto del 1955: «Noi respingiamo il comunismo come sistema sociale in virtù della dottrina cristiana, e dobbiamo affermare particolarmente i fondamenti del diritto naturale».
Nel frattempo maturò in Ungheria un caso drammatico che colpì tutto il mondo. Il Primate della Chiesa cattolica, il Cardinale Giuseppe Mindszenty (già incarcerato per alcuni mesi dai nazisti nell'autunno 1944 per il suo atteggiamento autonomo e antirazzista), il 27 dicembre 1948 venne arrestato dai comunisti ungheresi sotto l'imputazione di tradimento e di complotto contro la Repubblica. L'8 febbraio 1949 venne condannato all'ergastolo. Pio XII protestò energicamente in più occasioni, in particolare rivolgendosi all'Episcopato ungherese il 2 gennaio 1949, al Corpo diplomatico riunito in udienza plenaria il 16 febbraio 1949, e a una moltitudine di cattolici convenuti in piazza San Pietro il 20 febbraio 1949. Con decreto del Sant'Uffizio del 1° luglio 1949 scomunicò il comunismo ateo, e il 29 giugno 1956 indirizzò alla Gerarchia cattolica dell'Europa orientale l'Epistola apostolica Dum maerenti animo, con la quale denunciò ancora una volta le dolorose condizioni in cui si trovava il mondo cattolico in quelle regioni. L'accusa del Papa contro i luttuosissimi eventi da cui era colpita l'Ungheria fu incessante, tanto che il 28 ottobre 1956 indirizzò un'Enciclica all'Episcopato di tutto il mondo affinché fossero indette pubbliche preghiere per il popolo ungherese. Questa invocazione indusse le autorità ungheresi a concedere la libertà, il 31 ottobre 1956, al Cardinale Mindszenty.

Il Magistero di Pio XII e la Dottrina Sociale della Chiesa
Dalle sue profonde radici traggono linfa e vigore gli straordinari contributi dottrinali e teologici che il Venerabile lascia alla Chiesa: dalla Mystici Corporis alla Divino afflante Spiritu, dalla Mediator Dei alla proclamazione del Dogma dell'Assunzione durante l'Anno Santo del 1950. Il suo Magistero si caratterizza per una radicale fedeltà al dato scritturistico, patristico, storico e dottrinale e per una profetica capacità propulsiva, in grado di investire non soltanto l'ambito dottrinale, ma anche quello più propriamente teologico, pastorale e spirituale. In Lui la pastorale traeva vigore e realismo dalla dottrina e la dottrina riceveva stimolo dall'esperienza e dal sentire pastorale.
Per la Dottrina Sociale della Chiesa è centrale il verbo "parlare", poiché Pio XII non scrisse encicliche sociali ma ne parlò nei radiomessaggi, concretizzando la locuzione latina: “Non nova, sed noviter” (Presentazione nuova ma non concetto nuovo), avendo compreso che non necessitavano cose nuove ma "forme nuove"; ad esempio, il rinnovamento del linguaggio, vecchio e inadeguato alle mutate situazioni della società. Accenni alla Dottrina sociale sono presenti in vari radiomessaggi trattando della persona come fondamento della vita sociale e soggetta di diritti inalienabili, inviolabili e universali. Interessanti sono il Radiomessaggio della Pentecoste del 1941 e quello natalizio del 1942. In quello del 1941, in occasione del 50° anniversario della Rerum Novarum, si intrattenne su tre argomenti: l'utilizzo dei beni materiali, il lavoro e la famiglia.
Altra storia - Pio XII
La Nascita dell'Era Atomica e il Silenzio di Pio XII
Nel 1945, il mondo cambiò per sempre in pochi istanti. Le esplosioni atomiche su Hiroshima e Nagasaki segnarono l'inizio di un'era nuova e inquietante: l'era nucleare. Mentre le città giapponesi venivano inghiottite dalle fiamme, la Chiesa cattolica, allora guidata da Pio XII, scelse la via del silenzio e della preghiera. Un atteggiamento che molti criticarono come timido, ma che rifletteva la complessità di un momento in cui il mondo intero si interrogava sul senso di quella catastrofe e sul ruolo della fede di fronte a un male così assoluto.
Questo punto, controverso sin dall'epoca bellica, fu il rifiuto da parte di Pio XII di valicare il confine degli appelli e delle riprovazioni contro gli orrori della guerra e la loro estensione alle popolazioni civili, o delle parole di solidarietà verso le vittime e i perseguitati «senza veruna colpa propria, talora solo per ragioni di nazionalità o di stirpe» - come suonava il radiomessaggio natalizio pontificio del 1942 -, per accedere a specifici atti di condanna ecclesiastica o a precise imputazioni di responsabilità a proposito degli eccidi di civili e dello sterminio degli ebrei: sul quale la Santa Sede disponeva di precoci e autorevoli informazioni.
Pio XII e il Progresso Scientifico e Tecnologico
Quantunque impegnato nelle mille esigenze spirituali, politiche e organizzative del suo ministero, Pio XII seguì attentamente anche le vicende scientifiche del suo tempo. Nel Radiomessaggio Nell'alba e nella luce pronunciato il 24 dicembre 1941, in piena guerra, egli esaltò il progresso quale «dono di Dio» e ricordò che la Chiesa, madre di tante Università europee, ancora esaltava e convocava i più preparati maestri delle scienze. Del pari, nell'Allocuzione Nel ritrovarci dell'8 febbraio 1948 egli elogiò calorosamente gli sforzi degli scienziati che, superando mille difficoltà e mille ostacoli, erano giunti alla conoscenza più profonda delle leggi che riguardano la formazione e la disintegrazione dell'atomo, dando vita alla cosiddetta «era atomica».
In linea con tali convincimenti, Pio XII dedicò la sua viva attenzione anche ai mezzi della comunicazione sociale. Esperto utente dei Radiomessaggi, dei quali si era largamente servito durante la guerra, quando la Televisione italiana stava per iniziare le sue regolari trasmissioni, il 4 gennaio 1954 egli inviò ai Vescovi d'Italia un'Esortazione con la quale esaltò il nuovo «meraviglioso mezzo offerto dalla scienza e dalla tecnica all'umanità», ma al contempo li invitò a vigilare attentamente sui danni che da esso potevano derivare. Del pari, quando il 6 giugno 1954 venne costituito l'Ente «Televisione Europa» che comprendeva le Radiotelevisioni di Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Danimarca e Gran Bretagna, il 6 giugno 1954 il Papa salutò con gioia in diverse lingue l'avvenimento.
La necessità di illuminare il mondo cattolico sui problemi derivanti dai nuovi mezzi della comunicazione sociale indusse Pio XII ad indirizzare alla Gerarchia della Chiesa una lunga ed articolata Enciclica sul tema.