Nella sua omelia di chiusura della Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) a Panama, Papa Francesco ha rivolto un messaggio potente e diretto ai giovani, enfatizzando la loro importanza non come futuro, ma come «ora di Dio». Il Pontefice ha sottolineato come la fede non debba essere un concetto astratto o distante, ma una realtà concreta e vissuta nel presente.

L'Ora di Dio: Il Messaggio ai Giovani
“Cari giovani”, ha detto il Papa alla conclusione della GMG, “voi non siete il futuro ma l’ora di Dio. Ti chiama e ti chiama nelle tue comunità e città … per alzarsi e parlare … e per realizzare il sogno che il Signore ha sognato per te.” Ha evidenziato come non sempre si creda che Dio possa essere così concreto e quotidiano, così vicino e così reale. Spesso, ha notato, si preferisce un Dio a distanza: bello, buono, generoso, ma che non interferisce. “Perché un Dio vicino e quotidiano, amico e fratello, ci chiede di trarre insegnamenti in termini di prossimità, vita quotidiana e soprattutto fraternità.”
Il Papa ha messo in guardia contro l’idea che la missione o la vocazione siano “una promessa solo per il futuro e non hanno nulla a che fare con (il) presente”. Ha criticato la mentalità secondo cui "essere giovani fosse sinonimo di Sala d’attesa di colui che attende la sua ora", e nel "frattempo" si inventa "un futuro igienicamente ben confezionato e senza conseguenze, ben armati e garantiti, tutti “ben assicurati”." Questa, ha affermato, è la “finzione” della gioia, non la gioia concreta del presente e dell'amore.
Francesco ha esortato i giovani a non far perdere il volo ai loro sogni: “E così li teniamo a procrastinare. E sai una cosa, molti giovani come questo. La ricchezza dell’ascolto tra generazioni, la ricchezza dello scambio e il valore di riconoscere che abbiamo bisogno l’uno dell’altro, che dobbiamo sforzarci di fornire canali e spazi in cui essere coinvolti nel sognare e lavorare domani da oggi. Ma non in isolamento, ma insieme, creando uno spazio comune.” Ha ribadito: “Voi giovani dovete lottare per il vostro spazio oggi, perché la vita è oggi, nessuno può promettervi un giorno di domani. Perché voi, cari giovani, non siete il futuro. Ci piace dire che sono il futuro, no. Voi siete il presente, voi giovani siete l’ora di Dio. Non domani, ora, perché lì, ora, ora, dove c’è il loro tesoro, ci sarà anche il loro cuore (cfr Mt 6,21); e ciò di cui si innamorano conquisterà non solo la vostra immaginazione, ma influenzerà tutto.”
Ha concluso questa sezione con un invito alla passione: “Possiamo avere tutto, ma cari giovani, se manca la passione dell’amore, manca tutto. Per Gesù non c’è “intanto”, ma l’amore di misericordia che vuole annidare e conquistare il cuore. È amore concreto, di oggi, vicino, reale; è gioia festosa che nasce scegliendo e partecipando alla miracolosa presa di speranza e carità, solidarietà e fraternità di fronte a tanto sguardo paralizzato e paralizzante da paure ed esclusione, speculazione e manipolazione.”
La Concretezza della Fede e dell'Amore
Il Santo Padre ha richiamato l'attenzione sulla narrazione evangelica: “Tutti in sinagoga avevano gli occhi fissi su di Lui. Così il Vangelo ci presenta l’inizio della missione pubblica di Gesù. Lo fa nella sinagoga che lo ha visto crescere, circondato da conoscenti e vicini e forse anche da uno dei suoi “catechisti” d’infanzia che gli ha insegnato la legge. Un momento importante nella vita del Maestro con cui il bambino che si è formato e cresciuto in seno a questa comunità, si è alzato e ha parlato per annunciare e realizzare il sogno di Dio.”
Gesù rivela “l’ora di Dio che va ad incontrarci per invitarci a prendere parte anche alla sua ora “per portare la Buona Novella ai poveri, la liberazione dei prigionieri e la vista ai ciechi, per dare la libertà agli oppressi e proclamare un anno di grazia nel Signore” (cfr Lc 4, 18-19). È l’ora di Dio che con Gesù diventa presente, diventa volto, carne, amore di misericordia che non si aspetta situazioni ideali, situazioni perfette per la loro manifestazione, né accetta scuse per la loro realizzazione. È il tempo di Dio che rende ogni situazione, ogni spazio, ogni spazio, giusto e opportuno. Quando? Non lo so. Ora, ora.”
Il Papa ha messo in luce una difficoltà comune: “Ma non tutti quelli che l’hanno sentito si sono sentiti invitati o convocati. Non tutti i vicini di Nazareth erano disposti a credere in qualcuno che conoscevano e avevano visto crescere e che li invitava a realizzare un sogno tanto atteso. Cosa c’è di più, hanno detto, “ma questo non è il figlio di Joseph?” Ha proseguito, “La stessa cosa può accadere anche a noi. Non sempre crediamo che Dio possa essere così concreto, così quotidiano, così vicino e così reale, e ancor meno che si renda così presente e agisca attraverso qualcuno conosciuto come vicino, amico, parente. Non sempre crediamo che il Signore possa invitarci a lavorare e striscio le nostre mani con Lui nel suo Regno in modo così semplice ma forte.”
Un altro rischio è quello di comportarsi come i vicini di Nazareth, che “preferiamo un Dio a distanza: bello, buono, generoso, ben disegnato, ma distante, e soprattutto un Dio che non si preoccupa, un Dio addomesticato. Perché un Dio vicino e quotidiano, amico e fratello, ci chiede di conoscere la vicinanza, la vita quotidiana e soprattutto la fraternità. Non voleva avere una manifestazione angelica o spettacolare, ma voleva darci un volto, fratello e amico, concreto, familiare. Dio è reale perché l’amore è reale, Dio è concreto perché l’amore è concreto.”
Ha avvertito: “Anche noi possiamo correre gli stessi rischi dei vicini di Nazareth, quando nelle nostre comunità il Vangelo vuole rendere concreta la vita e cominciamo a dire: “Ma questi bambini, non sono figli di Maria, Giuseppe, e non sono fratelli di, sono parenti di…..” (Benedicto XVI, Omelia, 1 marzo 2006). Questi non sono i giovani che aiutiamo a crescere….. Zitto, come faremo a credergli? Quello laggiù, non era lui che rompeva sempre il vetro con la sua palla”. Il rischio è che “ciò che è nato per essere profezia e proclamazione del Regno di Dio finisce per essere addomesticato e impoverito.”
Rivolgendosi ancora ai giovani, ha detto: “E anche a voi, cari giovani, lo stesso può accadere ogni volta che pensate che la vostra missione, la vostra vocazione, che anche la vostra vita è una promessa ma solo per il futuro e non ha nulla a che fare con il presente. Come se essere giovani è sinonimo di una sala d’attesa per chi aspetta il proprio turno per un’ora. E nel “frattempo” di quell’ora, noi inventeremo o inventeremo un futuro igienicamente ben confezionato e senza conseguenze, ben armati e garantiti con tutto ciò che è “ben protetto”. E’ la “finzione” della gioia. Non è la gioia dell’oggi, del concreto, dell’amore.”
Questa finzione di gioia, ha spiegato, "tranquillizza" e fa addormentare i giovani, impedendo loro di fare rumore, di disturbare, di fare domande, di interrogare. In questo "frattempo" i loro sogni "perdono il volo, diventano striscianti, iniziano a dormire, strisciano, sono piccoli e tristi “sogni ad occhi aperti”, solo perché consideriamo o consideriamo che non è ancora il loro ora; che sono troppo giovani per essere coinvolti nel sognare e lavorare domani."
Il Papa ha menzionato l'importanza della Vergine Maria come esempio: “Tutti questi giorni in modo speciale ha sussurrato come sottofondo musicale il “do it” di Maria. Non solo credeva in Dio e nelle sue promesse come qualcosa di possibile, ma credeva in Dio e si incoraggiava a dire “sì” per partecipare a questo ora del Signore. Sentiva di avere una missione, si innamorò e questo decise tutto. Cari giovani, volete vivere la concretezza del vostro amore? Che il vostro “sì” continui ad essere la porta d’ingresso dello Spirito Santo per darci una nuova Pentecoste alla Chiesa e al mondo.”
Il Vangelo della Domenica: Luca 4,16-19 e l'“Oggi di Dio”
La riflessione del Papa ha preso spunto dal brano del Vangelo di Luca (Lc 4,16-30), la lettura del giorno: “In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui.”
Il Pontefice ha evidenziato l'approccio di Luca, il quale “nel dare forma alla buona notizia, il Vangelo, attraverso il racconto, ha la consapevolezza di una propria responsabilità davanti a Dio e agli uomini. Davanti a Dio deve essere un “servo della Parola”, capace di tenere conto di altri scrittori precedenti a lui e più autorevoli di lui: “i testimoni oculari”, quelli che hanno vissuto nell’intimità e nella vita pubblica con Gesù (cf. At 1,21-22); davanti agli uomini sente il dovere di rispondere a quei primi cristiani della sua comunità, dando loro una parola come cibo capace di nutrire e confermare la loro fede.” Luca ha composto il suo Vangelo “attingendo con cura alla tradizione apostolica ma nello stesso tempo scrivendo con le sue capacità e la sua sensibilità a dei cristiani di lingua greca negli anni 70-80 della nostra era.”
“Il Vangelo è un canto a quattro voci, quattro racconti, quattro memorie: ma il canto polifonico resta un solo canto, e uno solo è il Vangelo fatto carne, uomo.” Luca, ha sottolineato il Papa, “è molto attento a testimoniare la presenza dello Spirito di Dio in Gesù. Gesù - che è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1) - e lo Spirito santo sono “compagni inseparabili” (Basilio di Cesarea), dunque dove Gesù parla e agisce là c’è anche lo Spirito.”
Luca ha mostrato che Gesù “è stato concepito nell’utero di Maria grazie alla potenza dello Spirito santo (cf. Lc 1,35), e la sua apparizione pubblica quale discepolo di Giovanni il Battista, che lo ha immerso nel Giordano, è stata sigillata dalla discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,22). Proprio questo Spirito conduce Gesù nel deserto, dove viene tentato dal demonio (cf. Lc 4,1-2a), e lo accompagna - è l’inizio del nostro brano liturgico - quando ritorna in Galilea, la sua terra, dalla quale si era allontanato per andare nel deserto e mettersi alla sequela del profeta battezzatore.”
Questa insistenza di Luca “è intenzionata a far comprendere al lettore che Gesù è “ispirato”, che la sua sorgente interiore, il suo respiro profondo è lo Spirito di Dio, il Soffio del Padre. Non è un profeta come gli altri, sui quali lo Spirito scendeva momentaneamente, perché in lui lo Spirito riposava, sostava, dimorava.”
Francesco ha evidenziato un punto cruciale del Vangelo letto: “E cosa fa Gesù nel suo ritorno alla “Galilea delle genti” (Mt 4,15; Is 8,23), terra periferica e impura? Va a “insegnare nelle sinagoghe”. Per iniziare la sua missione non ha scelto né Gerusalemme né il tempio, ma quelle umili sale in cui si riunivano i credenti per ascoltare le sante Scritture e offrire il loro servizio liturgico al Signore. Nelle sinagoghe di sabato si facevano preghiere, poi si leggeva la Torah (una pericope, una parashah del Pentateuco), la Legge, quindi si pregavano Salmi e, a commento della Torah, si proclamava un brano (haftarah) tratto dai Profeti. Non era una liturgia diversa da quella che ancora oggi noi cristiani compiamo ogni domenica.”
Gesù, “un uomo di circa trent’anni, non appartiene alla stirpe sacerdotale, quindi non è un sacerdote, è un semplice credente figlio di Israele ma, diventato a dodici anni “figlio del comandamento”.” E quel sabato, nella sinagoga di Nazaret, Gesù “sale sull’ambone e, aperto il rotolo che gli viene dato, legge la seconda lettura il brano previsto per quel sabato: il capitolo 61 del profeta Isaia.”
Il Papa ha insistito sul concetto di “oggi”: “Chi è questo profeta senza nome, presentato da Isaia? Quale la sua identità? Quale sarà la sua missione? Quando la sua venuta tanto attesa? Oggi, oggi (sémeron) Dio ha parlato e ha realizzato la sua Parola. Oggi, perché quando un ascoltatore accoglie la parola di Dio, è sempre oggi: è qui e adesso che la parola di Dio ci interpella e si realizza. Non c’è spazio alla dilazione: oggi! È proprio Luca a forgiare questa teologia dell’“oggi di Dio”.”
Ha citato vari esempi di questo "oggi" nel Vangelo di Luca: “per la rivelazione fatta dagli angeli a Betlemme; per la rivelazione ad opera dalla voce celeste nel battesimo; nel nostro brano, come affermazione programmatica; durante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme; come annuncio della salvezza fatto da Gesù a Zaccheo; come parola rivolta a Pietro quale annuncio del suo rinnegamento; come salvezza donata addirittura sulla croce, a uno dei due malfattori.”
Ha concluso: “Oggi è per ciascuno di noi sempre l’ora per ascoltare la voce di Dio (cf. Sal 95,7d), per non indurire il cuore (cf. Sal 95,8) e poter così cogliere la realizzazione delle sue promesse. La parola di Dio nella sua potenza risuona sempre oggi, e “chi ha orecchi per ascoltare, ascolti” (Lc 8,8; cf. Mc 4,9; Mt 13,9). Oggi si ascolta e si obbedisce alla Parola o la si rigetta; oggi si decide il giudizio per la vita o per la morte delle nostre vicende; oggi è sempre parola che possiamo dire come ascoltatori autentici di Gesù: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Lc 5,26).”
Gesù è dunque “il profeta atteso e annunciato dalle sante Scritture, il profeta ultimo e definitivo, ma questo non lo proclama apertamente, bensì lascia ai suoi ascoltatori di comprendere la sua identità facendo discernimento sulle azioni che egli compie, accogliendo la novità della buona notizia da lui annunciata. Missione profetica questa, che Gesù ha inaugurato con segni e parole, ma missione affidata ai discepoli nel loro abitare la storia nella compagnia degli uomini.” Infine, ha riconosciuto che “queste parole di Gesù ci possono sembrare una promessa mai realizzata, perché i poveri continuano a gridare, gli oppressi e i prigionieri continuano a gemere e neppure i cristiani sanno vivere la misericordia di Dio annunciata da Gesù.”
tags: #omelia #papa #francesco #27 #gennaio2019