Le riflessioni di Don Luigi Maria Epicoco offrono spunti preziosi che, pur attingendo a diversi contesti evangelici e liturgici, convergono in temi fondamentali della vita cristiana, risuonando con la spiritualità del Tempo Ordinario. I suoi insegnamenti si concentrano sulla realtà dell'incontro con Cristo, la natura della fede, la gestione delle prove e la ricerca della vera speranza e del nutrimento spirituale, elementi che possono illuminare la comprensione di passaggi come quelli proposti nel XIX Tempo Ordinario Anno B.
La Chiarezza Divina e la Fragilità Umana: L'Amore nel Matrimonio (Mt 19,3-12)
In un episodio evangelico, alcuni farisei si avvicinarono a Gesù per metterlo alla prova, chiedendo: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Gesù rispose, richiamando le Scritture: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne.»
Di fronte alla cristallina chiarezza di queste parole di Gesù, c’è poco da commentare. Tuttavia, è fondamentale stare attenti a non confondere la chiarezza con la realtà. Cristo è chiaro, ma sa anche bene cosa accade nella vita degli uomini, conosce le mille situazioni complesse in cui ci veniamo a trovare e sa bene come certe volte l’amore possa diventare un inferno.
Eppure, voler bene a qualcuno non significa cambiare le carte in tavola per trasformare le nostre cadute in diritti. Se l'amore è ciò che rende la vita veramente umana, è vero anche che l’amore è un dono che rende vulnerabili. Infatti, se si ama qualcuno, allora la vita di quella persona, nel bene o nel male, ci riguarda profondamente. La sua gioia sarà la nostra gioia, e il suo dolore sarà il nostro dolore.

L'Amore Coraggioso di Maria: Forza nella Sofferenza
Il dolore che Maria prova è la testimonianza del suo amore per Gesù. Lei soffre perché non può restare indifferente davanti alla sofferenza di Suo Figlio. L’amore che ha per Lui la rende vulnerabile. Ed è qui la cosa che lascia senza fiato: Maria, pur sperimentando questa lancinante sofferenza, non indietreggia. Lì dove c’è il Figlio, lì c’è la Madre. Ecco allora che una festa che celebra Maria non è la festa del suo dolore, ma del Suo coraggioso Amore che non indietreggia neppure davanti al dolore. È a Lei, quindi, che dobbiamo chiedere di aiutarci a saper vivere così, ad amare così, a non indietreggiare davanti alla vita concreta di chi amiamo.

Ricchezza Terrena e Vera Libertà (Mt 19,23-30)
Gesù afferma: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli.» Troppe volte si è letto questo versetto del Vangelo pensando che Gesù in qualche maniera colpevolizzi la ricchezza e il benessere.
Ciò da cui Gesù mette in guardia non è il benessere della gente, che in alcuni non rari casi è anche il frutto di un serio e onesto impegno delle persone, ma bensì l’opzione di pensare che la vita dipenda essenzialmente da ciò che si ha. Chi si convince di questo in realtà non è ricco ma succube della propria ricchezza. Se si è ciò che si ha, allora basta togliere ciò che si ha e si smetterà anche di essere.
Ma se si è a prescindere da ciò che si ha, allora potrà anche capitare che nella vita si perderanno le cose che si possiedono, ma non si soccomberà sotto la malasorte, perché la propria vita è fondata su altro. Questa libertà fa la differenza. La grande domanda è se una persona che ha molto è capace di staccarsi davvero da ciò che ha. Le cronache dei giornali riportano ultimamente storie in tal senso: ricchi ereditieri che rinunciano alle loro fortune perché sproporzionate rispetto alla loro singola vita. Forse questo ci dà speranza che non solo San Francesco aveva capito questo segreto, ma molti altri che probabilmente ancora non hanno incontrato Gesù Cristo ma sembrano sulla strada giusta.

L'Incontro Trasformativo con Zaccheo (Lc 19,1-10)
Il Vangelo narra che Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché Gesù doveva passare di lì. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua.» Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto.» Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo.»
Zaccheo è un uomo piccolo. Non solo in statura, ma soprattutto nel cuore. È uno che ha costruito la propria vita accumulando, trattenendo, difendendo ciò che pensava potesse salvarlo. E invece, come spesso accade, ciò che ci illudiamo possa riempirci finisce per renderci ancora più soli. Nulla di più semplice, nulla di più decisivo. La vita spirituale comincia sempre da una mancanza che diventa domanda.
Zaccheo sale su un sicomoro perché non vuole rinunciare a quel desiderio. Non gli importa di esporsi al ridicolo: quando si è disperati, si smette di avere paura di ciò che la gente pensa. E il Vangelo ci sorprende come sempre: è Gesù a fermarsi, è Gesù a cercarlo, è Gesù a pronunciare il suo nome. «Zaccheo, scendi subito, oggi devo fermarmi a casa tua.» Non perché Zaccheo se lo meriti, ma perché il cuore di Dio ha un’urgenza: incontrare ciò che è perduto.
E così la casa che Zaccheo teneva chiusa per paura diventa il luogo in cui Dio entra e rimette ordine. Non con rimproveri, ma con una presenza che scioglie le difese. Non è moralismo, è liberazione. Quando incontri Cristo, scopri che ciò che trattenevi per sopravvivere non ti serve più per vivere. Il Vangelo di Zaccheo è un invito a non censurare i desideri che ci abitano, anche quelli che sembrano piccoli. Perché proprio da lì può nascere la possibilità che Dio ci sorprenda. È un invito a lasciarsi trovare. «Oggi voglio fermarmi a casa tua.» Il problema non è se siamo degni, il problema è se abbiamo ancora il coraggio di salire su un sicomoro pur di vederlo passare.
ZACCHEO: Aveva tutto ma gli mancava l'amore di Dio!
Il Silenzio del Sabato Santo e la Speranza Pasquale
Don Luigi Maria Epicoco riflette sul significato del Sabato Santo, il giorno tra la morte e la resurrezione di Gesù. Egli sottolinea come questo silenzio non sia assenza di speranza, ma un’attesa carica di significato. Epicoco esprime la sua gratitudine per il legame profondo che lo unisce a San Pio da Pietrelcina e a Padre Raffaele, figure che testimoniano come anche i santi abbiano i loro santi. Queste parole, dedicate alla meditazione sulle ultime ore di vita di Gesù, ci immergono nel silenzio benedetto del Sabato Santo, che ci spalanca davanti la Pasqua.
La rappresentazione della passione del Signore, che alcune comunità realizzano ogni anno, è un gesto di evangelizzazione straordinario. La persona umana non è fatta soltanto di testa e di ragionamenti; è qualcosa di molto più complesso. Se il Vangelo è semplicemente un libro che si legge o dei ragionamenti che si mandano a memoria, è troppo poco. Questa tradizione, che non deve cadere nel folclorismo o in una semplice tradizione paesana, custodisce e mantiene viva la testimonianza di cambiamenti ed evoluzioni, richiedendo coraggio per non limitarsi a ripetere ciò che c’è.
Tra le pagine più belle del Vangelo ci sono i racconti della passione di Gesù: passione, morte e resurrezione. I Vangeli nascono innanzitutto per raccontare queste tre tappe. Tutto il resto - persino l’infanzia di Gesù, come nei Vangeli di Matteo e Luca - è un “di più” che si aggiunge al cuore. Durante la Settimana Santa, e soprattutto durante il Triduo Pasquale, si rallentano le ultime ore di vita di Gesù per poter gustare fino in fondo quello che accade.
Tuttavia, c’è un rischio ogni volta che ci si accosta a questa storia, poiché essa racconta un’atrocità. Immaginare di sentirsi soli, di sentire dolore, di non sentirsi capiti da nessuno e di percepire che Dio non c’è è terribile. Ma possiamo abituarci a questa atrocità, come quando si guardano scene di guerra al telegiornale cenando, continuando a mangiare come se nulla fosse. San Pio, ad esempio, non si limitava a vedere la Passione: la portava fisicamente su di sé.
Quest’anno si vive un Giubileo dedicato alla speranza. La risposta ovvia è: la Pasqua. La nostra speranza si fonda sulla Resurrezione. Perché anche nel buio più profondo, il Padre ha disseminato delle “soste di luce”. E queste soste sono molto vicine alla nostra esperienza quotidiana. Se si ha mal di denti, tutta l’attenzione è lì, non si pensa al fatto che le mani o i piedi stanno bene. Allo stesso modo, quando si soffre, la sofferenza diventa totalizzante. Gesù cade, non ce la fa più. Per noi oggi: quante volte ci sentiamo obbligati ad aiutare qualcuno (un familiare malato, un amore in difficoltà) e vorremmo scappare? Il contrario? L’indifferenza. Una madre che vede morire il figlio. Eppure, Gesù le dice: «Donna, ecco tuo figlio.» Tutto sembra finito. Gesù è morto, sepolto. I discepoli sono nascosti per paura. Eppure, proprio in quel silenzio, sta per accadere l’imprevisto. Il Sabato Santo ci insegna: il silenzio non è rassegnazione, è attesa. Rappresentare la Passione è bello, ma non fermiamoci al Venerdì Santo. La speranza è Pasqua.

Fiducia e Responsabilità: La Parabola delle Mine (Lc 19,11-28)
Alcune parabole di Gesù rendono più di molte altre il significato della Sua missione. È il caso della parabola in cui Gesù mette in scena un re che si allontana dal suo regno per ricevere il titolo regale e nella sua assenza consegna a un gruppo di servi la responsabilità del suo denaro. È un tremendo atto di fiducia che si manifesta in due modi che non dobbiamo mai separare: consegnare il denaro e allontanarsi.
Quasi mai si legge la lontananza di Dio dalla nostra vita come un Suo atto di fiducia. Se Dio non interviene sempre è perché si fida di noi e non perché non gli interessa. La sensazione dell’assenza di Dio deve spingerci a tirare fuori il nostro meglio e non le nostre paure e le nostre visioni ansiogene sulla vita. Quasi tutti i servi capiscono questa lezione, e al ritorno del re si trovano con questa conseguenza:
- «Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città.»
- «Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. Anche a questo disse: Anche tu sarai a capo di cinque città.»
Ma c’è un ultimo servo, una sorta di minoranza, che però fa un ragionamento abbastanza diffuso: «Venne poi anche l’altro e disse: Signore, ecco la tua mina, che ho tenuta riposta in un fazzoletto; avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato.» In fin dei conti sembra che il ragionamento di quest’ultimo servo non faccia una piega, eppure è completamente sbagliato, e lo è per un dettaglio importantissimo: quest’uomo ha ragionato con una logica perfetta ma a partire dalla sua paura. Se si ragiona assecondando le proprie paure si faranno sempre scelte logiche ma che avranno come risultato la nostra infelicità.
La parabola si conclude con l'affermazione: «Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci. (...) A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.» Questa è la fine di ogni paura, seppur logica.
