Il volto di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini dal 1432 fino alla morte, nel 1468, campeggia da oltre cinque secoli nel Tempio Malatestiano, lo splendido mausoleo progettato per lui da Leon Battista Alberti nella città romagnola. Di Sigismondo Pandolfo, uno dei maggiori politici e mecenati del Rinascimento, si conservano anche altre effigi tra cui varie medaglie realizzate dal Pisanello e da Matteo de’ Pasti.
Il Contesto: Sigismondo Pandolfo Malatesta e il Tempio Malatestiano
Sigismondo Pandolfo Malatesta fu un famoso capitano di ventura del XV secolo. Militò al comando delle truppe pontificie, fiorentine e al servizio della Serenissima. Venne fatto cavaliere e legittimato nel suo potere dall'imperatore Sigismondo del Lussemburgo nel 1433. Uomo di spiccata cultura e conoscitore dell'arte militare, si distinse tra i condottieri del periodo, riuscendo anche ad allargare i suoi possedimenti fra le attuali Romagna e Marche. La fragilità del suo stato era però manifesta, in quanto diviso in due dalla Signoria di Pesaro. Le ingenti spese richieste per ammodernare le fortezze poste a difesa del territorio e soprattutto per aumentare il prestigio personale attraverso la creazione di opere pubbliche e di una corte che ne magnificasse le gesta, lo portarono ad essere sempre molto incline a ricevere piuttosto che a dare. Questo portò però alla sua marginalizzazione da parte delle altre potenze italiane, che lo vedevano come un personaggio ambiguo e poco affidabile. La stagione rinascimentale di Rimini fu per molti versi simile a quella di Urbino di Federico da Montefeltro, dipendendo esclusivamente dalle iniziative del signore, che per i suoi progetti ambiziosi e importanti chiamò artisti da altre regioni di grande importanza, alcuni dei quali (Leon Battista Alberti, Piero della Francesca), furono attivi anche a Urbino. I caratteri autocelebrativi del Malatesta furono però più accentuati e, sia per la brevità che per la diversa statura intellettuale del suo protagonista, il Rinascimento a Rimini non riuscì a originare una cultura dotata di una propria, precisa, fisionomia, tanto è vero che alla morte di Sigismondo le fabbriche restarono interrotte e non si ebbero ulteriori sviluppi artistici.
La chiesa di San Francesco di Rimini era il tradizionale luogo di sepoltura del Malatesta. Tra il 1447 e il 1450, Sigismondo Pandolfo Malatesta la fece trasformare in un mausoleo classicheggiante, un vero e proprio tempio dinastico, su progetto di Leon Battista Alberti. L'impresa più significativa fu la sistemazione di questa antica chiesa. Sigismondo curò inizialmente la costruzione di una cappella funeraria all'interno e fu solo negli anni immediatamente successivi, forse su suggerimento dell'Alberti e in seguito a vittorie e riconoscimenti prestigiosi, che si decise di trasformare l'intero edificio sacro in un monumento funebre che celebrasse Sigismondo e la sua famiglia. All'interno venne lasciata intatta la grande navata unica, aggiungendo cappelle laterali e decorazioni classiche che però erano svincolate da calcoli di proporzione. Protagonista era la ricca decorazione plastica, che arriva a mettere in secondo piano la struttura architettonica, come i pilastri all'ingresso di ciascuna cappella, divisi in settori con rilievi allegorici o narrativi. Diresse questa decorazione Agostino di Duccio, che aveva sviluppato un proprio stile fluido a partire dallo stiacciato donatelliano, di una grazia un po' fredda, "neoattica". I temi sono soprattutto profani e intrecciano complesse allegorie decise probabilmente dallo stesso Sigismondo. L'esterno dell'edificio venne progettato da Leon Battista Alberti, che pensò un involucro marmoreo che lasciasse intatto l'edificio preesistente. L'opera, incompiuta, prevedeva in facciata una tripartizione con archi scanditi da semicolonne corinzie formanti nicchie atte ad accogliere le spoglie mortali di Sigismondo e dei suoi avi. Dovevano infatti essere qui collocate le arche tombali. La possibilità di un cedimento della struttura però, spinse il De Pasti a cambiare parte del progetto originario, murando le nicchie in due archi ciechi. Nella parte superiore era previsto un abbozzo di frontone con arco al centro affiancato da paraste. I fianchi del tempio sono scanditi da una sequenza di archi su pilastri, destinati ad accogliere i sarcofagi dei più alti dignitari di corte e non solo. Fra questi troviamo infatti anche la tomba di Giorgio Gemisto Pletone, le cui spoglie vennero prese da Sigismondo durante la sua crociata in Morea. Fianchi e facciata sono unificati da un alto zoccolo che isola la costruzione dallo spazio circostante. Una medaglia di Matteo de' Pasti del 1450 mostra l'aspetto originario che il tempio avrebbe dovuto avere, con una grande rotonda coperta da cupola emisferica simile a quella del Pantheon.

Gli interventi di Sigismondo Pandolfo Malatesta su Rimini non si inquadravano in un progetto urbanistico unitario, ma si limitavano a dominare l'abitato, segnalando inequivocabilmente la presenza del potere. A comprovare tale suggestione si può menzionare il Castel Sismondo, opera difensiva costruita a ridosso dell'antica porta del Gattolo e stranamente rivolta verso la città. Le cannoniere delle torri erano infatti per la maggior parte rivolte verso il nucleo cittadino. Questo assetto fu probabilmente frutto delle esperienze giovanili di Sigismondo che dovette fare i conti con due sommosse popolari quando non aveva ancora raggiunto la maggiore età. Di Castel Sismondo resta oggi solo parte del nucleo centrale, con le torri mozze e parte dei locali interni, che riescono comunque a suggerire l'originaria imponenza del maniero a sei torri sul borgo.

L'Affresco di Piero della Francesca: Sigismondo in preghiera
Nel Tempio Malatestiano si conserva l'affresco firmato Petri de Burgo opus che riportava anche la data MCCCCLI (1451), oggi abrasa. L'affresco celebrativo raffigura Sigismondo inginocchiato davanti al suo protettore San Sigismondo, re di Borgogna. Questo affresco monumentale votivo si trova nella cappella di San Sigismondo. Al centro esatto dell'affresco sta inginocchiato Sigismondo Pandolfo Malatesta, ritratto di profilo e con le mani giunte, mentre prega San Sigismondo, re dei Burgundi e suo protettore. Il santo è ritratto seduto in trono al di sopra di un gradino nella parte sinistra dell'affresco e reggente in mano i segni della sua dignità regale: lo scettro e il globo, oltre alla berretta sopra la quale si trova un'aureola scorciata in prospettiva.
Le fattezze del santo e la particolare berretta ricordano quelle di Sigismondo di Lussemburgo, l'imperatore che nel 1433 investì il Malatesta come cavaliere e ne legittimò la successione dinastica, ratificandone la presa di potere su Rimini. Il signore della città conferma così la propria fedeltà alla casa imperiale, e forse a questa alludono i due cani. Dietro Sigismondo Pandolfo si trovano, nell'estremità destra inferiori, due cani levrieri accucciati, uno bianco ed uno nero, di estrema eleganza formale, ritratti dal vero con una cura degna delle migliori opere naturalistiche di Pisanello. Essi simboleggiano la fedeltà (quello bianco) e la vigilanza (quello nero).

Lo sfondo scuro, molto lacunoso, fa risaltare le figure, in particolare il profilo del sovrano, ed evidenzia una linea ascendente che va dal profilo del cane bianco, all'orlo del mantello del Malatesta, fino alla figura troneggiante di San Sigismondo, secondo uno schema asimmetrico, che è però regolarizzato dall'impianto geometrico delle paraste sullo sfondo, tra le quali sono appese ghirlande di fiori e, al centro, uno stemma Malatesta. Volutamente conflittuale, da un punto di vista ottico, è l'intelaiatura architettonica della scena: le paraste sembrano reggere l'architrave della cornice ma, a uno sguardo più attento, esse fanno parte dello sfondo, come si vede dalle basi che partono dal pavimento scorciato. Questo effetto inscena una "drammaturgia spaziale", cioè crea una raffinata tensione che fa indurre lo spettatore a soffermarsi con attenzione sulla scena. Un'altra singolarità compositiva è data dall'"illusione di simmetria", data dalla collocazione centrale di Sigismondo Pandolfo Malatesta tra i due pilastri e il sottile bilanciamento delle due estremità, nonostante l'evidente asimmetria. Ciò amplifica anche il senso ascensionale dato dalla linea obliqua già citata.
Il Ritratto su tavola: un'effigie connessa
Allo stesso periodo dell'affresco appartiene il Ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta, tecnica mista su tavola, oggi al Louvre. Piero della Francesca soggiornò nel 1451 presso la raffinata corte di Sigismondo Pandolfo Malatesta e ritrasse il signore in preghiera davanti a San Sigismondo nell'affresco al Tempio Malatestiano, di cui il ritratto su tavola riprende le sembianze. L'attribuzione di Giovanni Morelli a Piero della Francesca fu confermata da Roberto Longhi prima della vendita al museo parigino e venne autorizzata all'esportazione con altri capolavori con una legge speciale che suscitò molte polemiche, nonché successive perplessità da parte della critica. Il dipinto, grazie all'attenzione dedicata ad ogni minimo dettaglio, lascia intendere la sua produzione per esposizione privata, differente da quello contenuto nel Tempio riminese.
Contro la cupa tonalità del fondo, il profilo si staglia netto come un cammeo inciso, con la potenza di un imperatore, secondo la tradizione delle medaglie e delle monete, probabilmente ispirato alla splendida medaglia di Pisanello del 1445 o a quella di Matteo de' Pasti del 1446. La suggestione dell'antico timbra l'ufficialità del ritratto, non contraddetta dall'attenta resa naturalistica dei dettagli somatici, frutto della dimestichezza con i pittori fiamminghi, soprattutto Rogier van der Weyden. Il profilo tagliente con il naso adunco e le labbra sottili dimostra che il personaggio non è idealizzato nella resa fisionomica; anzi, proprio la fierezza dello sguardo e la postura eretta e ferma, nel rispetto della tradizione medaglistica romana, ne esalta le qualità di signore, rigido e dispotico ma degno di rispetto e onore, un vero uomo d'arme e di governo, monumentale e statuario come un busto antico.

La morbidezza della pittura a olio addolcisce la tonalità dell'incarnato e la pettinatura a calotta, di moda presso le corti, incornicia degnamente il volto esaltandone i tratti. Il magnifico tessuto broccato d'oro, nella sua preziosità materica, sottolinea il rango e l'attenzione alla moda, così importante come segno di status e potere. La luce, ancora più intensa per l'astrazione del fondo scuro, plasma efficacemente la diversa consistenza dei materiali e indugia persino sulla minuziosa descrizione della pelliccia che borda la giornea, mossa da un leggero quasi impercettibile spostamento del braccio, tale da rendere vivo un personaggio altrimenti chiuso in una fissità fuori del tempo.
L'Uomo dietro il Ritratto: l'aspetto fisico di Sigismondo
Il vero aspetto di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini e di Fano, era caratterizzato da un naso aquilino e un’escrescenza ossea sul cranio, nascosta dai capelli. I resti del Malatesta, sepolti dopo la sua morte nel mausoleo riminese, erano stati oggetto in passato di quattro ricognizioni. Dopo una prima apertura della tomba nel 1756, seguì nel 1920 un’esplorazione più approfondita che portò anche al recupero, tra gli altri oggetti personali del corredo, della preziosa veste funebre di raso lanciato e broccato ad effetto damasco, poi restaurata e dal 2009 esposta nel Museo della Città. In tale occasione venne realizzata anche una campagna fotografica dello scheletro e del cranio, mentre l’antropologo Giuseppe Sergi compilò una meticolosa relazione scientifica sui resti tuttora inedita.
“L’esame del cranio del condottiero ha confermato la presenza di un’escrescenza ossea (esostosi) in corrispondenza dell’osso temporale destro”, spiega Francesco Maria Galassi, paleopatologo della Flinders University e direttore del FAPAB, autore dello studio. La sporgenza doveva essere evidente, ed è possibile che di conseguenza lui abbia adottato l’iconica acconciatura “a caschetto” proprio per occultare questo difetto, facendosi rappresentare sempre di profilo per evitare che si notasse. La ricostruzione del volto del Malatesta, tuttora inedita e qui pubblicata per la prima volta, è stata presentata nel Festival del Mondo Antico di Rimini.
