In tutti e tre i cicli liturgici, la IV Domenica di Pasqua è dedicata alla figura del Buon Pastore, presentando un brano tratto dal Vangelo di Giovanni. Dopo averci condotto, la Domenica precedente, tra i pescatori, il Vangelo ci introduce oggi tra i pastori, due categorie di uguale importanza nei testi sacri. La maggior parte della Giudea era un altipiano dal suolo aspro e sassoso, più adatto alla pastorizia che all'agricoltura. L'erba scarsa e la mancanza di muri di protezione richiedevano la costante presenza del pastore in mezzo al gregge, un ruolo di veglia insonne e attenzione continua.

L'Immagine del Pastore nelle Scritture
Nell'Antico Testamento, Dio stesso viene rappresentato come pastore del suo popolo: "Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla" (Salmo 23,1). Egli è il nostro Dio e noi il popolo che egli pasce (Salmo 95,7). Allo stesso modo, il futuro Messia è descritto con l'immagine del pastore: "Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri" (Isaia 40,11). Questa immagine ideale di pastore trova la sua piena realizzazione in Cristo, che si impietosisce del popolo vedendolo "come pecore senza pastore" (Matteo 9,36) e chiama i suoi discepoli "il piccolo gregge" (Luca 12,32). Gli apostoli stessi lo riconoscono: Pietro lo chiama "il pastore delle nostre anime" (1 Pietro 2,25) e la Lettera agli Ebrei "il grande pastore delle pecore" (Ebrei 13,20).
Le Caratteristiche del Buon Pastore secondo Giovanni (Gv 10,27-30)
Il brano evangelico di questa Domenica (Gv 10,27-30) mette in risalto alcune caratteristiche fondamentali di Gesù Buon Pastore. In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre che me le ha date è più grande di me e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola».
La Conoscenza Reciproca
La prima riguarda la conoscenza reciproca tra pecore e pastore: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono». In Israele, gli ovini erano allevati principalmente per lana e latte, rimanendo per anni con il pastore che finiva per conoscerne il carattere e chiamarle con affettuosi nomignoli. Gesù conosce i suoi discepoli (e, in quanto Dio, tutti gli uomini) "per nome", ovvero nella loro più intima essenza. Egli li ama con un amore personale che raggiunge ciascuno come se fosse il solo ad esistere davanti a lui. Si dice che Cristo "non sa contare che fino a uno: e quell'uno è ognuno di noi".
Il Dono della Vita e la Sicurezza Eterna
Un'altra cosa che il brano odierno di Vangelo ci dice del buon pastore è che Egli dà la vita alle pecore e per le pecore, e nessuno potrà rapirgliele. L'incubo dei pastori d'Israele erano le bestie selvagge - lupi e iene - e i briganti, che costituivano una minaccia costante in luoghi isolati. Questo evidenziava la differenza tra il vero pastore - quello che pasce le pecore di famiglia, che ha la vocazione di pastore - e il salariato, che si mette a servizio unicamente per la paga. Di fronte al pericolo, il mercenario fugge e lascia le pecore in balia del lupo o del brigante; il vero pastore, invece, affronta coraggiosamente il pericolo per salvare il gregge. Questo spiega perché la liturgia ci propone il Vangelo del buon pastore nel tempo pasquale: la Pasqua è stato il momento in cui Cristo ha dimostrato di essere il buon pastore che dà la vita per le sue pecore.
Dal Piano Mistico all'Esistenziale: Leopardi e Pascal
Lasciando per un momento il piano mistico, possiamo scendere a una considerazione più esistenziale, ispirata dalla famosa poesia di Leopardi, il Canto notturno d'un pastore errante dell'Asia. Il poeta immagina un pastore che, non avendo con chi parlare in una notte serena, si rivolge alla luna chiedendosi: «Ove tende questo vagar mio breve?». È il grido sull'assenza di senso della vita, un correre su vie sassose per cadere al fine nel "precipizio silenzioso del nulla". Un'invocazione che culmina nell'invidia verso il gregge che "riposa beato", mentre l'uomo è assalito da un "tedio" mortale. Leopardi definì l'uomo una "passione inutile", un puntino sperduto nell'universo, in contrasto con la visione di un universo sereno e provvidenziale. Tuttavia, sotto questo pessimismo, si può intravedere "il sospiro dell’essere finito e caduco verso l’infinito e l’eterno".

La Risposta della Parola di Dio al Vuoto Esistenziale
La Bibbia ha parole non meno forti di quelle del poeta sull'insignificanza dell'uomo: "Un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l'uomo che passa; solo un soffio che si agita" (Salmo 38,6). Il salmista si sente un puntino rispetto all'universo, esclamando: "Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi?" (Salmo 8,4-5). Il filosofo Pascal ha espresso questo contrasto tra miseria e grandezza dell'uomo, definendolo una "canna che pensa". Nonostante la sua fragilità fisica, l'uomo è superiore all'universo che lo annienta, perché "sa di morire, e la superiorità che l'universo ha su di lui; mentre l'universo non ne sa nulla" (Pensieri 347 Br.). Ma la sola consapevolezza della nostra fragilità non basta a renderci felici. La consolazione più grande sta nel fatto che Dio "si cura" di noi: Egli è il nostro Pastore! Se non si trova qui la ragione profonda del vivere, non la si troverà da nessuna parte, perché nulla e nessuno può riempire "quell'anelito all'infinito e all'eterno" percepito nel lamento del pastore errante. Chi ha scritto questo salmo era probabilmente anche lui un pastore; ma un giorno ha scoperto di essere anche una pecorella e di avere egli stesso un pastore che vegliava su di lui. Due canti, quello di Leopardi e questo del salmista ebreo, simili tra loro per sublimità di poesia, ma tanto diversi nel tono! Non è detto che l'uno smentisca l'altro. Quante persone, specie giovani studenti liceali, ha aiutato l'amaro canto di Leopardi a porsi il problema del senso della vita.
La Potenza della Risurrezione di Cristo
Accostiamoci ora al significato della Risurrezione di Cristo, l'evento fondante della fede cristiana. Ci fu un momento in cui il grido: “È risorto!” risuonò per la prima volta nel mondo. "Non abbiate paura. Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso." Le donne si precipitarono, entrarono trafelate nel cenacolo e, prima ancora che cominciassero a parlare, ognuno dei presenti capì che qualcosa di inaudito era accaduto. Tutte insieme, confusamente, si misero a gridare: "Il Maestro, il Maestro, Gesù, Gesù!". "Gesù, che cosa?". "È risorto, è vivo!". Gli apostoli dovettero sgridarle perché si calmassero e parlassero una alla volta. Ma intanto un brivido era corso per tutto il corpo ai presenti; il senso del soprannaturale aveva riempito d'un tratto la sala e il cuore di ognuno. Quest'onda sonora adesso raggiunge anche noi. Sono passati venti secoli ed essa risuona oggi limpida e fresca come la prima volta.
Le Prove della Risurrezione
Le garanzie di un fatto realmente accaduto non mancano. San Paolo, scrivendo a non più di 25 anni dai fatti, elenca numerosi testimoni oculari ancora in vita: prima Pietro, poi i Dodici riuniti, poi cinquecento fratelli in una volta. "Ultimo fra tutti," conclude l'Apostolo, "apparve anche a me" (1 Corinzi 15,8). Chi parla è dunque un testimone oculare. Ma a convincerci della verità del fatto è anche un'osservazione generale. Al momento della morte di Gesù i discepoli si dispersero; il suo caso fu dato per chiuso: "Noi speravamo che fosse lui…", dicevano i discepoli di Emmaus. Evidentemente, non lo speravano più. Che cosa ha potuto determinare un cambiamento così totale, se non la certezza che egli era veramente risorto? Non potevano essersi ingannati, perché hanno parlato e mangiato con lui dopo la sua risurrezione; e poi erano uomini pratici, tutt'altro che facili a esaltarsi. Essi stessi sulle prime dubitano e oppongono non poca resistenza a credere. Neppure possono aver voluto ingannare gli altri, perché se Gesù non era risorto, i primi ad essere stati traditi e a rimetterci (la stessa vita!) erano proprio loro. Se l'ipotesi di autosuggestione fosse vera, essa costituirebbe, alla fine, un miracolo non meno grande di quello che si vuole evitare di ammettere. Suppone infatti che persone diverse, in situazioni e luoghi diversi, abbiano avuto tutte la stessa allucinazione.
Il Significato della Risurrezione: Un "Big-Bang" Spirituale
La risurrezione di Cristo è, per l'universo spirituale, ciò che fu per l'universo fisico, secondo una teoria moderna, il Big-bang iniziale: un'esplosione di energia tale da imprimere al cosmo quel movimento di espansione che dura ancora oggi. "La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo" (Sant'Agostino). Tutti credono che Gesù sia morto, anche i pagani, gli agnostici lo credono. Ma solo i cristiani credono che è anche risorto e non si è cristiani se non lo si crede. Risuscitandolo da morte, è come se Dio avallasse l'operato di Cristo, vi imprimesse il suo sigillo. La morte di croce non sarebbe stata sufficiente ad attestarci che Gesù è veramente il Messia, l'inviato di Dio? No, non sarebbe stata sufficiente! Molti sono morti martiri di una causa sbagliata o addirittura iniqua. La loro morte è servita a dimostrare che credevano nella loro causa, non che la loro causa fosse giusta. La prova più forte che Cristo è risorto è che è vivo! Vivo, non perché noi lo teniamo in vita parlandone, ma perché lui tiene in vita noi, ci comunica il senso della sua presenza, ci fa sperare. Come san Serafino di Sarov, un monaco russo, che salutava le persone gridando: "Gioia mia, Cristo è risorto!".
La resurrezione di Cristo
"Le mie pecore ascoltano la mia voce": Ascolto, Conoscenza, Sequela
Questa parola di Gesù ci invita a riflettere sulla relazione speciale che abbiamo con Lui e con Dio Padre. Il Vangelo di oggi, breve e denso, è costituito da pochi versetti in cui udiamo un'unica voce: quella di Gesù in prima persona. Egli ci dice che le sue pecore ascoltano la sua voce, lo conoscono ed esse lo seguono. Questo è l'atteggiamento di chi crede: egli crede perché ha ascoltato parole affidabili. L'ascolto è il primo passo per entrare in relazione, molto più del semplice "sentire". Sentire non è lo stesso che ascoltare: l'ascolto è un atto volontario per cui si decide di prestare attenzione attraverso la sensibilità e l'intelligenza di cui siamo dotati. Significa innanzitutto riconoscere colui che parla dalla sua voce, dal suo timbro particolare, con impegno e discernimento tra quelli che parlano. Tutta la fede ebraico-cristiana dipende dall'ascolto: "Shema‘ Jisra’el! Ascolta, Israele!" (Deuteronomio 6,5; Marco 12,29), e "la fede nasce dall'ascolto" (Romani 10,17). "Le mie pecore ascoltano la mia voce. Non comandi da eseguire, ma voce amica da ospitare. L'ascolto è l'ospitalità della vita. Per farlo, devi "aprire l'orecchio del cuore", raccomanda la Regola di san Benedetto."
La seconda azione è il seguire: "Esse mi seguono" (Gv 10,27). Materialmente significa andare dietro a Lui ovunque vada (Apocalisse 14,4), ma anche conformare la nostra vita alla sua. Il pastore sta quasi sempre davanti per aprirgli la strada verso pascoli abbondanti, ma sa stare anche in mezzo, quando le pecore riposano, o dietro, quando le pecore devono essere custodite. In questa condivisione di vita, in questo coinvolgimento, nasce la conoscenza: "Io conosco le mie pecore" (Gv 10,27). Per questo la voce del Pastore tocca ed è ascoltata: perché conosce cosa abita il cuore. Gesù ci conosce prima che noi conosciamo Lui, ci scruta anche dove noi non sappiamo scrutarci. Ma se guardiamo a Lui fedelmente, se "ruminiamo" le sue parole, allora anche noi lo conosciamo. E da questa conoscenza dinamica, sempre più penetrante, ecco nascere l'amore, che si nutre soprattutto di conoscenza. "Cor ad cor", presenza dell'uno accanto all'altro, possiamo umilmente dire: "Io e Gesù viviamo insieme".
La Mano Forte e le Due Parole Perfette: "Nessuno, Mai"
Gesù ci promette la vita eterna e ci assicura che nessuno potrà strapparci dalla sua mano o da quella del Padre. Il Vangelo mostra le tre caratteristiche del pastore: "Io do loro la vita eterna / non andranno mai perdute / nessuno le rapirà dalla mia mano!". La vita di Dio è data adesso, non alla fine del tempo. È salute dell’anima ascoltare, respirare queste parole: "Io do loro la vita eterna!" Senza condizioni, prima di qualsiasi risposta, senza paletti e confini. La vita di Dio è data, seminata in noi come un seme potente, un seme di fuoco nella nostra terra nera. Come linfa che risale senza stancarsi, giorno e notte, e si dirama per tutti i tralci. Il Vangelo prosegue con un raddoppio straordinario: "Nessuno le strapperà dalla mia mano". Poi, come se avessimo ancora dei dubbi: "nessuno le può strappare dalla mano del Padre". È il pastore della combattiva tenerezza. Siamo un "amato non strappabile dalle mani di Dio", un legame non lacerabile. Come passeri abbiamo il nido nelle sue mani, come bambini ci aggrappiamo forte a quella mano che non ci lascerà cadere. Il Vangelo è una storia di mani: mani di pastore forte contro i lupi, mani tenere impigliate nel folto della nostra vita, mani che proteggono il nostro lucignolo fumigante, mani sugli occhi del cieco, mani che sollevano la donna adultera a terra, mani sui piedi dei discepoli, mani inchiodate e poi ancora offerte: Tommaso, metti il dito nel foro del chiodo! Mani che ci tocca per guarirci; mano che ci rialza se cadiamo; mano che ci attira a sé quando, come Pietro affondiamo (Matteo 14,31); mano che ci offre il pane di vita; mano che si presenta a noi con i segni dell’aver sofferto per darci la vita (Luca 24,39; Giovanni 20,20.27); mano che ci benedice (Luca 24,50), tesa verso di noi per accarezzarci e consolarci. L'Apostolo Paolo ha gridato: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? (...) né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore" (Romani 8,35.38-39). Neppure la morte (la Sua!) interrompe il legame d’amore che ci lega al nostro Pastore!
Il Buon Pastore nell'Iconografia Cristiana
L'immaginario del Buon Pastore è profondamente radicato anche nell'arte e nella cultura. Ciò che vediamo rappresentato in diverse opere è un crioforo, ovvero il portatore di un ovino sulle spalle. Le prime rappresentazioni greche di criofori sono molto antiche, spesso in un ambiente cultuale, rappresentando chi porta l'animale per il sacrificio o la divinità stessa che lo accetta. Nell'ambiente di cultura romana, la raffigurazione di un pastore con un agnello sulle spalle, presa dall'immaginario greco, era assai diffusa e veniva riferita a una pluralità di temi positivi, fra i quali il più significativo è quello della filantropia (humanitas). Mercurio e l'eroe Ercole, ad esempio, conducevano pietosamente le anime dei defunti nell'aldilà, caricandosele sulle spalle come un pastore porta un agnello. Queste immagini erano intese come personificazioni virtuose della bontà verso il genere umano.
I primi cristiani assunsero senza difficoltà la categoria del luogo "bucolico" e delizioso, trasformandolo nel Paradiso, luogo del riposo eterno, e il buon pastore citato nei vangeli divenne il Cristo che porta il defunto nell'aldilà. Le stesse caratteristiche di bontà e filantropia di origine pagana furono assunte dalla rappresentazione del Cristo Buon Pastore. Proprio negli scritti dei Padri della Chiesa si trovano riferimenti al Buon Pastore che scende agli inferi per cercare la pecora smarrita, oppure del pastore che guida le pecore (le anime) con la sua voce. Questa immagine divenne una delle principali raffigurazioni per i sarcofagi e le catacombe fino al primo quarto del IV secolo, testimoniando come ogni fedele "incarna" ciò in cui crede nella propria cultura.

Gesù: Pastore "Bello" in quanto Agnello Pasquale
Ogni anno la liturgia pasquale ci esorta a soffermarci sulla figura del buon Pastore. Ogni anno nella predicazione si sottolinea il fatto che il termine greco utilizzato è Kalos, che mette in evidenza più che altro la bellezza ancor più della bontà. Il Vangelo di oggi è molto essenziale e concentra i tratti del Pastore in pochi particolari. È pastore perché "conosce" le pecore che sono "sue" senza possibilità di essere "strappate dalla sua mano" e "dà loro la vita eterna". Non possiamo dimenticare che questi tratti del Pastore sono pasquali: Gesù è Pastore perché è Agnello, come ben descrive la seconda lettura (Apocalisse). Oggi non possiamo leggere il Vangelo senza l'Apocalisse, perché un testo illumina l'altro e lo approfondisce rivelandocene risvolti nuovi e nascosti. Gesù è l'Agnello divenuto Pastore proprio perché ha "donato la sua vita per le pecore" (Gv 10,11.15.28).
"Conoscere" non indica semplicemente il sapere chi sono, ma riguarda la relazione coinvolgente e personale che il Pastore ha con le pecore e le pecore hanno con lui: "conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me" (Gv 10,14). Questo verbo, nella Scrittura, indica anche il rapporto sponsale. Il nostro Pastore, quindi, ci "conosce", cioè ci ama. Per questo la voce di Colui che ci conosce è una voce inconfondibile! Gesù è il Pastore che "conosce coloro che ha scelto" (Gv 13,18), e li conosce "come il Padre conosce lui e lui conosce il Padre" (Gv 10,15). Gesù instaura con i suoi la medesima relazione d'amore che ha con il Padre, chiamandoci a entrare in quella stessa relazione d'amore che fa di Lui e del Padre una cosa sola. Si tratta di una conoscenza che crea indistruttibili legami di comunione che niente può sciogliere. Solo ora, dopo la Pasqua del Pastore/Agnello, i suoi possono conoscerLo e seguirLo, riconoscendolo al suono della sua voce, come Maria Maddalena riconosce il Risorto al suono della sua voce: "Maria!" (Giovanni 20,16).