Una Pasqua Inusuale: Il Contesto della Celebrazione
Il tempo della Pasqua è giunto in un periodo profondamente particolare della nostra storia, caratterizzato da una Pasqua celebrata in casa, con le chiese vuote, e da un Papa, vescovi e numerosi sacerdoti che hanno officiato la solenne liturgia della Risurrezione di Gesù da soli. Tuttavia, non erano realmente soli, poiché, grazie allo spirito e alla tecnologia moderna, moltissimi fedeli si sono collegati via streaming con San Pietro, le cattedrali e le chiese parrocchiali per partecipare spiritualmente alle celebrazioni.

Anche il vescovo Daniele Gianotti ha celebrato la liturgia della Veglia Pasquale nella cattedrale a porte chiuse, affiancato da alcuni sacerdoti, dal diacono e dai ministranti. Si tratta di una liturgia unica nell’intero anno cristiano, che usualmente avrebbe avuto inizio fuori dalla cattedrale con la benedizione del fuoco, simbolo di creazione e vita nuova, da cui viene acceso il cero pasquale, emblema di Cristo luce. Dopo le letture, doveva seguire la liturgia battesimale, con la benedizione dell’acqua. La celebrazione è poi continuata con la liturgia eucaristica, la comunione e la solenne benedizione finale.
Il Cuore dell'Omelia: La Pasqua come "Grande Narrazione"
Rifacendosi alle narrazioni delle letture precedenti, Monsignor Gianotti ha evidenziato che per i cristiani la «grande narrazione» è proprio quella riproposta nella Veglia Pasquale. Questo è l’orizzonte all’interno del quale è possibile tentare di capire il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro. Questo lungo racconto ci parla di un’unica cosa: la Pasqua, e più precisamente la Pasqua di Gesù Cristo. È il passaggio verso Dio, un desiderio che Dio ha da sempre per tutta l’umanità e per tutta la sua creazione. È il passaggio verso Dio riassunto efficacemente nell’espressione di Paolo, secondo la quale Cristo, risorto dai morti, «vive per Dio» (cf. Rm 6, 10).
La Mancanza Iniziale e il Turbamento
Le letture bibliche della Veglia includevano un brano degli Atti degli Apostoli, nel quale Pietro annuncia la risurrezione di Gesù, un estratto dalla lettera ai Colossesi di San Paolo e il Vangelo di Giovanni. Quest'ultimo racconta come Maria di Magdala sia andata al sepolcro, trovandolo vuoto, e sia corsa subito dagli apostoli a annunciare il “furto del corpo del Signore”.
Il vescovo Daniele ha commentato: “Il Vangelo della sua risurrezione incomincia da una mancanza, da un’assenza: da più di un’assenza, anzi.” Intorno alla tomba di Gesù, infatti, è più ciò che non si vede, di quanto si può vedere. La pietra era stata tolta, e non c’era il corpo di Gesù. «La pietra era stata tolta dal sepolcro» (Gv 20, 1), questa è la prima mancanza che si nota. Questa assenza viene interpretata come un segno negativo: quella pietra doveva custodire il sepolcro e il corpo di Gesù. Maria Maddalena non si prende neanche la briga di controllare, per lei quell’assenza è subito segnale di un’altra perdita: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto» (Gv 20, 2).

Ciò che inaspettatamente ci manca è fonte di turbamento, di destabilizzazione. Questa è stata anche la prima percezione che abbiamo avuto quando, nelle settimane scorse, a causa dell’emergenza sanitaria, sono venute a mancare molte cose abituali della nostra vita. Siamo rimasti, prima di tutto, destabilizzati; ci è sembrato che non avremmo mai potuto sopportare tutte queste mancanze. Poi, forse, è subentrata una certa assuefazione: ci siamo adattati. Abbiamo cercato di fare i conti con tutte quelle mancanze, e scoperto una capacità di adattamento inaspettata - e forse anche pericolosa. Il mattino di Pasqua, però, non è fatto per accontentarsi di un possibile adattamento, non è fatto per «farsi una ragione» di ciò che manca.
Dalla Mancanza alla Rivelazione della Presenza
Intorno a quella tomba vuota, Maria continuerà a girare. E a quella tomba vuota vanno, anzi corrono, Pietro e l’altro discepolo. Perché correre, perché affannarsi, se là c’è soltanto il vuoto, l’assenza? Del discepolo arrivato per primo al sepolcro, il discepolo amato da Gesù, che lascia rispettosamente a Pietro di fare la prima ispezione, si dice che entrò poi anche lui nel sepolcro, «e vide e credette» (Gv 20, 8).
L’evangelista non spiega quale fu l’oggetto della visione. Forse i due verbi sono da leggere in modo complementare: vide, cioè credette. Vide con uno sguardo di fede, intuì che quel vuoto, quella mancanza, era solo il lato negativo, l’ombra di una presenza. Vide ciò che avrebbe dovuto da subito ricordare, pensando alle «Scritture»: che Dio passa per sentieri sconosciuti agli uomini; che le sue vie non sono le nostre vie; che ciò che agli uomini appare stolto e incomprensibile, è invece sapienza e potenza di Dio (cf. 1Cor 1, 24). La mancanza, letta nella fede, fa emergere la presenza. La morte lascia il posto alla vita, il peccato cede il passo al perdono, la vergogna e la paura sono sopraffatte dalla gioia, il dolore diventa il passaggio per la consolazione e la grazia che vengono da Dio.
Figli della Risurrezione (Gv 20,1-9): come riconoscere i segni del Risorto (frà Umile mdv)
Il "Vivere per Dio" e la Sfida Contemporanea
Monsignor Gianotti ha sottolineato che vive per Dio chi si lascia raggiungere dal suo amore, dal suo perdono, dall’abbondanza della sua misericordia. E, in sintesi, “Vive per Dio chi sa che non ci può essere distanza tra questo essere «per Lui» ed essere «per l’altro», per il fratello.” Gesù Cristo, in tutta la sua esistenza, ha mostrato di essere colui che in pienezza vive per quel Dio che egli chiama il «Padre suo». La fede pasquale ci mostra, nel suo «vivere per Dio», il senso di tutta la storia e del destino di ognuno di noi. La notte pasquale è la notte battesimale della Chiesa, perché nel battesimo siamo stati inseriti in Cristo, affinché anche noi potessimo, in Lui e per il dono del suo Spirito, «vivere per Dio».
Celebrando la Pasqua di quest’anno, capiamo meglio che essa non è semplicemente un «lieto fine» che ci permette di lasciarci alle spalle tutto il dolore e le fatiche. «Vivere per Dio», in Cristo morto e risorto, è il dono e il compito di tutta la nostra vita. Siamo invitati a chiederci: non potrebbe essere lo stesso anche per le nostre mancanze, per tutto ciò che abbiamo giudicato una perdita, uno spreco, in queste settimane? È vero, abbiamo perso tanto ed è giusto che ci teniamo a recuperarlo. Ma questa perdita apre la porta a qualcosa di nuovo, che è appunto la risurrezione e la vita. La domanda che sorge è: che cosa Dio ci vuole donare, attraverso queste perdite? Anche nella perdita dolorosa (e temporanea) delle nostre Eucaristie, quale dono Dio vuole farci?
Il Vescovo Daniele ha concluso: “Forse, quest’anno, la sfida che viene dalla nostra celebrazione così strana della Pasqua non consiste tanto nel fare la conta delle cose che ci mancano, ma nel provare a scorgere la promessa di Dio, e ciò che il suo amore fedele ci vuole donare. Magari non lo scopriremo subito; avremo bisogno anche noi, come Maria di Magdala, di vagare un po’ in pianto intorno alla tomba vuota del Signore (cf. Gv 20, 11).”
La Benedizione Simbolica delle Uova
Al termine della celebrazione, il vescovo Daniele ha benedetto le uova, una “pratica molto diffusa” che considera l’uovo come il simbolo del dischiudersi della vita, soprattutto in primavera quando la natura si rinnova. Questo è un gesto di devozione religiosa comune sia all’Occidente che all’Oriente.
Gli Auguri Pasquali di Monsignor Gianotti
Prima della solenne benedizione finale, Monsignor Gianotti ha rivolto al piccolissimo gregge presente in cattedrale - che ricordava la presenza spirituale e l’assenza fisica della comunità cremasca - e a tutti coloro che lo ascoltavano via streaming, affettuosi e cordiali auguri di buona Pasqua. In particolare, i suoi auguri sono stati rivolti “soprattutto ai malati, a chi vive tribolazioni, a chi è in Quarantena, a chi è in casa solo.”