La morte è un tema che la cultura contemporanea tende a esorcizzare, pur riproponendola quotidianamente attraverso i mezzi di informazione. Parlare della morte è spesso considerato "politicamente scorretto", eppure rimane una delle poche certezze nella vita. Vivere questo momento come qualcosa da cancellare non giova all'igiene spirituale personale e non rende giustizia all'annuncio evangelico, poiché Gesù è venuto affinché "abbiamo la vita e l'abbiamo in abbondanza". Questo è il paradosso del cristianesimo: Gesù è venuto a dirci: "Vi do la vita attraverso la morte".
Fin dall'inizio della Chiesa, il battesimo era visto come un percorso di morte e risurrezione. Il fonte battesimale con i suoi scalini permetteva al catecumeno di essere immerso in una vasca, significando la morte al peccato per risorgere a vita nuova. Gesù afferma: "Ecco io faccio nuove tutte le cose", una vita in un regno diverso: "Vidi un cielo nuovo ed una terra nuova, il cielo e la terra di prima erano scomparsi ed il mare non c'era più". Si tratta di qualcosa che trascende la nostra dimensione terrena; non possiamo ridurre tutto all'immanenza, altrimenti la vita diventa inintelligibile e invivibile. La morte è esorcizzata dalla cultura dei consumi, che spinge a "consumare bene senza un domani", per non essere "meno consumatori".
L'Incompiutezza della Vita e le Beatitudini
Le Beatitudini, il primo lungo e articolato discorso programmatico di Gesù nel suo ministero pubblico, ci presentano da subito un senso di incompiutezza nella nostra vita. Gesù promette il "centuplo quaggiù insieme a persecuzioni" e per la completezza "nel futuro la vita eterna". Non è una promessa eterea e ingenua. Sebbene in questa vita si possa ricevere il centuplo per ciò che si lascia per il Signore, non vi è pienezza. Questo è espresso nelle Beatitudini:
- "Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli", ora ma non qui.
- "Beati quelli che sono nel pianto perché saranno consolati", qui ma non ora.
- "Beati i miti perché avranno in eredità la terra", qui ma non ora.
- "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati", qui ma non ora.
- "Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia", qui ma non ora.
- "Beati i puri di cuore perché vedremmo Dio", qui ma non ora.
- "Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio", qui ma non ora.
- "Beati i perseguitati della giustizia perché di essi è il regno dei cieli", non qui ma ora.
- "Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia, rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli", non qui ma ora.
Le Beatitudini ci offrono questo senso di incompiutezza, manca sempre un pezzo. Anche nella nostra vita manca sempre un pezzo: o riusciamo a vedere la morte come un passaggio a una pienezza, oppure essa diventa uno spettro che opprime con la paura la nostra esistenza. Gesù Cristo è venuto a riscattarci dalla morte e dalla paura della morte, mostrandoci i beni che ci vengono dati in pienezza, non qui, non ora, ma in pienezza, e questo è il cammino della fede, che è il contrario della paura.
La Morte nella Tradizione Carmelitana: Aneddoti di Fede
Il modo di vivere la morte dipende da una fede vera. Se si crede veramente che dopo questa vita ce ne sia un'altra, e se ne siamo profondamente sicuri, la morte non è più un grande dramma e si riescono a dare molte risposte ai "perché" della vita. La fede insegna a vivere bene per morire meglio, perché "non ci si porta via niente", "il sudario non ha tasche" e "nessuno porta dietro al suo corteo il camion del trasloco". Ciò che si risparmia per sé non si può portare con sé, ma il valore risiede nelle opere fatte in vita. In questo contesto, è significativo osservare come la morte sia vissuta con una prospettiva di fede autentica, che trasforma il lutto in attesa gioiosa o serena rassegnazione.
Primo Aneddoto: la Celebrazione in Bianco
Un giovane sacerdote riceve la notizia della morte del papà di una monaca carmelitana nel giorno della Domenica in Albis. La priora chiede di celebrare la messa esequiale "in bianco" per "fare più festa". Questo contrasta con i concetti comuni di lutto e rivela una prospettiva di fede che vede la morte come un passaggio alla pienezza della vita con Dio.
Secondo Aneddoto: la Partenza dello Sposo
Al funerale di una monaca, il corteo funebre si snoda verso il giardino del monastero. Il feretro, caricato in un carro funebre, riflette il sole sul vetro posteriore, mostrando solo dei fiori bianchi. Le monache, tra sorrisi e pianti, sembrano dire alla consorella: "Te ne vai con lo sposo, beata te". L'atteggiamento richiama la partenza di un viaggio di nozze, con fiori bianchi e amiche commosse ma contente.
Terzo Aneddoto: la Serenità di Fronte alla Morte
Durante esercizi spirituali in un eremo di carmelitani scalzi, un monaco novantaduenne muore serenamente. La comunità vive l'evento con naturalezza. Anche il priore, osservando il mantello del defunto un po' storto nella bara, commenta: "È lo stesso, tanto quando risorge, si dà una scollatine e va' tutto a posto". Questa invidiabile naturalezza di fronte alla morte, anche di una persona amata e con cui si è condivisa una vita di preghiera, dimostra una profonda fede nella risurrezione.
La Morte e l'Eucaristia: un Cammino di Risurrezione
Papa Francesco spiega il significato dell'Eucaristia durante l'udienza generale del mercoledì
Gesù è presente tra noi vivo e risorto nell'eucaristia, proprio mentre i ministri pronunciano le parole che riguardano la sua morte: "Questo è il mio corpo offerto, questo è il mio sangue versato". In quel momento Cristo si rende presente attraverso le parole della sua morte. La liturgia richiama continuamente questo: con il battesimo e con l'eucaristia, si può comprendere che il Signore è venuto per darci la vita, e questa vita viene attraverso il dato certo della morte. Per questo siamo chiamati a fare delle nostre piccole morti quotidiane un cammino di risurrezione. La Vergine Maria ci accompagni a vivere con profondità questo momento e perché la nostra preghiera di suffragio sia autentica.
Approfondimento sul Pensiero di Gianfranco Ravasi sulle Beatitudini
Il Card. Gianfranco Ravasi, noto esegeta e Presidente del Pontificio Consiglio della cultura, ha definito il Discorso della Montagna "Il più grande discorso all’umanità di ogni tempo". Le Beatitudini, nucleo centrale di questo discorso, sono state oggetto di sue recenti pubblicazioni e interventi. Ravasi sottolinea che il "beato" cristiano è colui che "leva lo sguardo verso l’alto, verso l’eterno e l’infinito e ascolta un messaggio controcorrente, sconcertante e fin provocatorio".

Egli evidenzia come "poveri, sofferenti, miti, affamati e assetati, misericordiosi, puri, artefici di pace, perseguitati sono convocati da Cristo come suoi discepoli, chiamati a edificare quel Regno di Dio da cui sono esclusi coloro che conoscono solo la frenesia del piacere, del potere e del possesso". Questo è il contenuto rivoluzionario delle Beatitudini, un paradosso che sconvolge le fragili certezze del senso comune. A chi sono destinate le Beatitudini? Ravasi ricorda l'universalità dell'impegno di vita che le parole di Cristo propongono, sottolineando come le legittime istanze di giustizia terrena debbano essere ricondotte a una visione d'insieme trascendente.
Le Beatitudini nella Cultura e nell'Arte
Seguendo queste coordinate, Ravasi esplora i suggestivi sentieri dello spirito, rintracciando le Beatitudini già nell'Antico Testamento e proponendo un confronto stimolante con le Beatitudini ebraiche. L'orizzonte si allarga ai più svariati contributi culturali: la parola si fa poesia in versi di Ungaretti o Turoldo, musica in oratori di César Franck e Georges Migot, sequenza cinematografica nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini o nel finale del Grande dittatore di Charlie Chaplin, o immagine artistica nelle opere di Caravaggio e del Beato Angelico, nelle architetture del santuario sul Monte delle Beatitudini in Terra Santa. Un viaggio sorprendente in cui compaiono personaggi inattesi come Ennio Flaiano o Herman Melville. Il discorso della Montagna, considerato una delle più maestose pagine di letteratura mai scritte, ha ispirato romanzieri, pittori, filosofi e registi, a prescindere dal loro credo, per il suo messaggio egualitario e di eversiva bellezza, esposto in comandamenti semplici, chiari e attuabili, capaci di dar vita a una società ideale. È il primo dei cinque grandi discorsi pronunciati da Gesù nel Vangelo secondo Matteo, un appello universale a condurre una vita morale, nell'essere e nell'agire. Il messaggio è molto più di un semplice codice etico: Matteo lo propone come una sorta di Magna Charta di indole teologica, religiosa e spirituale, pensata come solenne rinnovamento dell'alleanza con Dio, riproponendo, anche nella simbologia topografica, la Rivelazione divina enunciata da Mosè sul Sinai.
Le Diverse Versioni di Matteo e Luca
Il monte da cui Cristo proferì quel messaggio ricorda nella sua cornice geografica, più simbolica che fisica, il Sinai. Matteo convoglia materiali differenti, probabilmente pronunciati da Gesù in momenti diversi, ordinandoli in un unico discorso per rendere manifesto il parallelismo mosaico. Ravasi, ricollegandosi agli studi dei più importanti esegeti biblici, analizza anche le Beatitudini secondo Luca, pagine meno celebri rispetto al discorso matteano ma equivalenti a livello contenutistico. L'arcivescovo si sofferma su un aspetto solo in apparenza secondario: la diversa ambientazione del discorso nei due vangeli. Nella versione lucana non viene pronunciato su un altopiano ma su una piana.
Le ragioni di tale incongruenza vengono lucidamente esposte da Ravasi, il quale mette in luce come la diversa collocazione geografica del discorso rispecchi differenti programmi riguardanti la missione evangelizzatrice dei discepoli. Per Matteo, il messaggio annunciato da Gesù era di carattere universale, rivolto quindi alla stessa maniera di Mosè sul Sinai, un appello a fare proselitismo tra chiunque fosse preparato ad accogliere la novella cristiana. In Luca, invece, il discorso è più criptico, quasi iniziatico, come un invito a intraprendere un percorso di difficile realizzazione, pensato solo per quei pochi capaci di seguire già in vita, e non solo dopo l'avvento del Regno, il pieno messaggio cristiano. Per tale motivo il discorso avviene su una pianura, affinché possa essere udito solo da coloro fisicamente prossimi a Gesù.
Papa Francesco spiega il significato dell'Eucaristia durante l'udienza generale del mercoledì
Ravasi analizza con maestria filologica e grande perizia esegetica, servendosi di un lessico comprensibile al grande pubblico, le due versioni delle Beatitudini contenute nei Vangeli di Matteo e Luca, per illustrarne il lascito culturale e l'influenza avuta nel corso dei due millenni. Egli confronta inoltre i due testi con gli archetipi vetero-testamentari delle Beatitudini della tradizione giudaica, portando alla luce il grande debito dei vangeli nei confronti della Torah. La montagna di Matteo rimane nel realismo della sua forza emblematica, essendo il simbolo una componente decisiva nella lettura della realtà, come poeticamente confessato dallo scrittore Luigi Santucci: "Quella rapsodia rivoluzionaria, che ci esalta nelle sue cadenze ancor prima che nei contenuti, per me ha aria e sapore di montagna... Le Beatitudini che Lui proclama lievitano solo a una certa quota; e perciò Egli salì, ritengo, ad annunciarle 'sul monte'".
La Commemorazione dei Defunti e la Speranza
Nel giorno della Commemorazione dei defunti, ci apriamo alla speranza. "Tutti noi avremo un tramonto, tutti!". Ma il pensiero della morte non ci deve affliggere, perché siamo incamminati verso quella riva. La gioia che il mondo dà è vanità e non può essere trattenuta, mentre la tristezza di chi soffre ingiustamente è meglio della gioia di chi ha commesso iniquità. Nel ricordo speciale, accompagnato dalla preghiera, per i nostri cari che hanno raggiunto la Casa del Padre, è il dono della serena rassegnazione che ci guida.
Se fosse vero che dopo la morte c'è Dio o il nulla, è una domanda che inquieta anche gli atei più incalliti. La catechesi del 25 ottobre 2017 afferma che "il paradiso è l'abbraccio con Dio". Le esigenze mutate della società contemporanea, come la burocratizzazione dei loculi funerari o le operazioni quasi industriali delle cremazioni, lasciano amarezza e persino una fitta al cuore. L'avanzare lentamente lungo i vialetti dei cimiteri, il sostare davanti a volti noti e ignoti fissati in uno sguardo atemporale, l'ingenuità dei monumenti funerari e dei mazzi di fiori costituiscono invece una quieta meditazione sul limite della vita, sul fluire del tempo, sulla tenerezza della memoria. Riproponiamo il tema della morte e dell'oltrevita che è stato materia costante di arte, letteratura, filosofia e teologia. Come non ricordare in quest'anno dantesco la suprema triade dei "Novissimi" che sono l'architettura stessa della Commedia?
La Saggistica Escatologica
Nella saggistica escatologica, si evidenziano due volumi. Il primo, provocatorio nel titolo per l'uso della parola "inferno", presenta un palinsesto testuale intenzionalmente sparpagliato. Squarci mistici si alternano a macabre testimonianze, come quella del ghigliottinando Jacques Fesch negli anni Cinquanta. L'autore, un monaco eremita, Yvon Kull, presenta una tesi originale, seppur ancorata a Origene, Ireneo e alla dottrina della "apocatastasi", ovvero di una "restaurazione" salvifica universale finale. L'arcivescovo emerito di Bruxelles, André Léonard, sintetizza la tesi nella sua prefazione: "Dio ci ha fatto esistere in vista di vivere ciascuno la propria vita per l'eternità. Egli ci accorda la libertà, preziosa ma rischiosa, di rispondere con un 'sì' o con un 'no'. Nel primo caso possiamo ricevere dalla grazia il dono dell'immortalità beata. Nel secondo caso, Dio risponderebbe al nostro rifiuto non imponendoci l'esistenza eterna ma lasciandoci ritornare nel nulla. L'inferno eterno sarebbe dunque la caduta nell'inesistenza eterna".
La seconda opera, più pacata nell'aspetto editoriale e nell'iconografia, è uno scritto corale guidato da Claudia Manenti, nato dalla Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro, dedicata allo studio e alla promozione dell'architettura sacra. Attraverso le analisi di ricercatori, si è condotti nell'orizzonte funerario liturgico. Irrompe una visione pasquale cristiana raffigurata attraverso i segni della liturgia esequiale e il suo innestarsi in una società multireligiosa o secolarizzata (come la "funeral house" o l'industria del "caro estinto" che ha provocato la definizione di "pornografia della morte"). L'obiettivo si sposta nei cimiteri, ma anche negli spazi "laici" per il commiato o la sepoltura delle ceneri. Una sorta di basso continuo che accompagna i vari saggi di questo volume è la dimensione religiosa e pastorale, che rende meno fredde le analisi antropologiche, artistiche, sociologiche e giuridiche, proiettando gli spazi e i riti dei defunti "verso l'Aldilà", come recita il titolo.
Omelia per le Esequie di Giovanni Cantoni
Nell'omelia durante le esequie di Giovanni Cantoni, celebrate da S. E. mons. Gianni Ambrosio, vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio, il 20-1-2020, si fa riferimento alla prima lettura, in cui l'apostolo Paolo, scrivendo a Timoteo, getta uno sguardo retrospettivo alla sua vicenda cristiana. L'incontro con Gesù Cristo è la sorgente della sua vocazione e missione: essere al servizio di Cristo e del suo Vangelo per il bene e la salvezza di tutti gli uomini. Paolo contempla con serenità la sua vita, pur provata da molte difficoltà, e le sue parole sono simili a un testamento: "È ora il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la corsa. Ho conservato la fede" (2Tim. 4, 6-7).
Le due immagini che Paolo usa per descrivere la sua vocazione e missione confermano la sua donazione integrale a Gesù: l'armatura del soldato che ha combattuto la buona battaglia e l'immagine sportiva della corsa nello stadio. La frase finale della Lettera suggella l'adempimento della missione, poiché Paolo ha sempre tenuto alta la fiaccola della fede: "Ho conservato la fede". Lo sguardo è proteso oltre la storia, verso l'"epifania" completa del Signore, la manifestazione finale di Cristo che accoglierà Paolo con il premio (la corona), confermando la verità della vita del suo apostolo: "Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione" (2Tim. 4, 8).
Giovanni Cantoni ha atteso con amore la manifestazione di Gesù Cristo. La preghiera è affinché il Signore consegni a questo fratello la corona di giustizia. È una preghiera di suffragio per un fratello che ha offerto una testimonianza luminosa della sua fede nel Signore Gesù. Per questo, insieme all'invocazione della misericordia di Dio, si rende grazie al Signore per aver donato un cristiano che nella sua vita ha reso vive e concrete le varie immagini con cui Gesù invita i suoi discepoli a essere vigilanti: "Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese" (Lc. 12, 35).
Nella tradizione cristiana, la vigilanza in vista dell'attesa del Signore che viene è sempre stata fondamentale. Con l'invocazione "Vieni, Signore Gesù", si conclude il libro dell'Apocalisse (Ap. 22, 20). Occorre camminare e sapere dove andare: le vesti ai fianchi e le lampade accese indicano la vigilanza da attuare sia di giorno che di notte. Siamo grati al Signore per la testimonianza di fede vigile e attenta che Giovanni Cantoni ha dato fino all'ultimo, anche durante la lunga malattia. Le verità di fede sono la luce nella notte, perché ci dicono chi siamo e da chi siamo attesi, ci rendono vigili e forti per non lasciarci sedurre dagli idoli, incantare dalle favole, attrarre dalle insidie di chi ritiene assurda la vita umana.
Giovanni ha approfondito la bellezza e la ricchezza della fede cristiana attraverso la meditazione della Parola di Dio, lo studio della grande tradizione cristiana, la preghiera personale e comunitaria, la fedeltà "cum Petro e sub Petro" e agli insegnamenti magisteriali della Chiesa. Il suo insegnamento è apologetico nel senso migliore del termine: ha approfondito la fede cristiana mostrandone la ragionevolezza e la bellezza, ha aiutato a cogliere l'abissale differenza fra il bene e il male, fra la verità e la menzogna, fra la bontà e la cattiveria, fra la virtù e il vizio. E soprattutto ha indicato la meta a cui tutti dobbiamo tendere, la santità, dono di Dio che impegna a cooperare alla diffusione del suo regno di amore e di pace. Il Signore ha provato e purificato il suo servo Giovanni attraverso tribolazioni e incomprensioni, poi attraverso una lunga malattia.
"Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli" (Lc. 12, 37). Questa promessa di felicità è rivolta ai discepoli che hanno seguito Gesù che, pur essendo il Signore e il Maestro, si fece servo, fino a lavare i piedi (cfr. Gv. 13, 14-15). Ogni cristiano che segue il Maestro e il Signore depone nel cuore della Chiesa e nel cuore di tutta l'umanità un tesoro di testimonianza che arricchisce e fa vivere il nostro patrimonio spirituale e culturale. Grazie, caro Giovanni, per questo dono fatto a tanti fratelli e sorelle, a cominciare dai tuoi cari familiari.
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