Gli Eremi dei Camaldoli: Storia, Arte e Spiritualità in Italia

Gli Eremi dei Camaldoli rappresentano complessi monastici di profondo significato storico, artistico e spirituale in Italia. Fondati secondo la regola benedettina interpretata da San Romualdo, questi luoghi incarnano un ideale di vita che coniuga la solitudine della cella eremitica con momenti di vita comunitaria. Esistono diversi importanti complessi camaldolesi, tra cui spiccano il Sacro Eremo di Camaldoli in Toscana e l'Eremo dei Camaldoli di Vico Equense in Campania.

Il Sacro Eremo di Camaldoli (Toscana)

La storia di Camaldoli ha inizio pochi anni dopo la fatidica ricorrenza del Mille ed è legata alla figura di San Romualdo, monaco ravennate che predicò la Regola di San Benedetto.

Origini e Fondazione

In viaggio verso la Badia di Santa Trinità, situata alle pendici del Pratomagno, San Romualdo fece sosta attorno al 1012 in una radura non lontana dal crinale appenninico. Lì, affascinato dalla solitaria bellezza della foresta e stimolato dalla concreta possibilità di edificare un ricovero per i pellegrini e i viandanti che frequentavano la zona, decise di edificarvi un eremo. Verso l’anno 1025, il monaco san Romualdo di Ravenna, ricevuto in dono dal vescovo di Arezzo Teodaldo di Canossa (zio della più famosa Matilde), un appezzamento di terreno in un luogo molto solitario dell’Appennino Tosco-Romagnolo, fondò l’Eremo, facendo costruire la chiesa con le prime cinque celle eremitiche. Romualdo interpretò così l’esigenza di una vita in solitudine organizzandola in una struttura di tipo comunitario, comprendendo una comunità di fratelli guidati da una regola e da un priore e prevedendo accanto alla solitudine della cella anche alcuni momenti comuni.

L'Eremo fu consacrato nel 1027; nel 1080 l’ospizio divenne il Monastero. Il termine "Eremo" è una parola greca che significa "deserto", indicando un luogo di solitudine e contemplazione. Il "Monastero" (o Cenobio), invece, è il luogo nel quale i monaci, pur vivendo anche la solitudine, fanno esperienza di vita fraterna e di comunione. Romualdo, intorno all’anno 1025, fondando il Sacro Eremo di Camaldoli, si rifece all'architettura della Laura orientale. Essa è un agglomerato di celle eremitiche con la chiesa per la preghiera comune. All’inizio le celle erano cinque, ora le celle del Sacro Eremo di Camaldoli sono venti e sono distribuite su cinque file che si snodano oltre il cancello della clausura. La cella più recente risale al 1743. L’Eremo di Camaldoli, a circa 1.100 metri di altezza, fu fondato nel 1012 dal monaco benedettino Romualdo.

Mappa schematica del complesso di Camaldoli, con indicazione di Monastero ed Eremo

Il Complesso Monastico: Eremo e Monastero

Salendo dal monastero per circa tre chilometri, a 1.100 metri di quota si trova l’Eremo di Camaldoli, circondato da una riserva biogenetica gestita dal Corpo Forestale dello Stato. L’Eremo camaldolese si colloca tra il modo di vivere solitario (nella cella) e quello della vita comune (la preghiera corale e i pasti). L’eremita, rimanendo fedele ai fratelli e sotto il giogo dell’obbedienza, nella quiete solitaria, si adopera di pervenire alla purezza del cuore e all’intima unione con Dio. Nelle celle dell’Eremo di Camaldoli i monaci vivono ancora oggi in silenzio, preghiera e meditazione.

La Cella di San Romualdo

La Cella di San Romualdo, in cui il monaco visse due anni, è l’unica visitabile tra quelle presenti. È una delle prime cinque celle eremitiche ed è la cella che secondo la tradizione avrebbe abitato San Romualdo. Si accede alla cella dal piazzale della chiesa. Nel XVII secolo fu incorporata nell’edificio che costituì il nuovo ambiente della Biblioteca. La cella di San Romualdo è modello di tutte le celle del Sacro Eremo. La sua struttura rimanda alla spiritualità dei monaci che la abitano. È una piccola abitazione con antistante giardino circondato da mura. L’interno si sviluppa a spirale; è costituita dal corridoio dove poter passeggiare e pregare, dal quale si accede all’interno della stanza dove abita il monaco, che a sua volta si apre su altri due ambienti: lo studio e la piccola cappella. La stanza centrale contiene quanto di più immediato possa servire all’eremita, cioè il letto ad alcova e un piccolo armadio a muro.

Interno ed esterno della Cella di San Romualdo all'Eremo di Camaldoli

Gli Edifici di Culto dell'Eremo

La Chiesa di San Salvatore Trasfigurato

La Chiesa di San Salvatore Trasfigurato si trova al centro dell’eremo. Fu inaugurata dal vescovo di Arezzo Teodaldo nel 1027, ma l’aspetto attuale deriva dai successivi rimaneggiamenti e trasformazioni. L’intervento della seconda metà del Seicento le conferì l’attuale stile barocco all’interno, mentre quello portato avanti tra il 1713 e il 1714 le donò la facciata incorniciata da due campanili simmetrici. L’attuale chiesa sorge nello spazio del primitivo oratorio dedicato al Santo Salvatore Trasfigurato e risale al XVIII secolo. La facciata fu eretta nel 1713. Nelle nicchie sono presenti le statue del S. Salvatore, S. Benedetto e S. Romualdo. Sulla porta di ingresso alla chiesa si ammira un prezioso bassorilievo della Madonna con Bambino di Gregorio di Lorenzo (1460). Nel transetto della chiesa ai lati si trovano due cappelle laterali: a sinistra la Cappella di S. Antonio del deserto dove spicca uno splendido altorilievo in ceramica di Andrea della Robbia (fine ‘400), raffigurante al centro Madonna con Bambino e, da sinistra verso destra, S. Romualdo, S. Maria Maddalena, S. Giovanni Battista e S. Antonio del Deserto. Tra le opere custodite si ricorda la “Madonna in trono con il Bambino tra i santi Romualdo, Maria Maddalena, San Giovanni Battista e Antonio Abate” di Andrea della Robbia (fine XV secolo). Nella cappella di destra dedicata a S. Giuseppe, si trova un dipinto di Venanzio l’Eremita (1659). Il dipinto in fondo alla navata nell’abside rappresenta la Trasfigurazione del Signore con Mosè, Elia e i tre discepoli Pietro, Giovanni e Giacomo di Ezio Giovannozzi (1937). Al centro è presente una pala di scuola toscana (1593) raffigurante il Crocifisso fra i Santi Pietro e Paolo, Romualdo e Francesco. Ai lati dell’abside si trovano due preziosi tabernacoli: quello di destra di Gregorio di Lorenzo (1463), quello di sinistra di Gino da Settignano (1531). Sulle pareti del coro si ammirano dipinti di Giovanni Drago e di Francesco Franci (XVII secolo) raffiguranti scene della vita di S. Romualdo.

Interno barocco della Chiesa di San Salvatore Trasfigurato all'Eremo di Camaldoli

La Cappella del Papa

Al termine del viale centrale delle celle si osserva la Cappella del Papa, una piccola chiesa in stile romanico fatta costruire nel 1220 dal futuro Papa Gregorio IX. Aperta come cappella per la preghiera una ventina di anni fa, era in precedenza il locale adibito a ghiacciaia. In inverno veniva riempito di neve che garantiva un locale refrigerato durante l’estate. Ora è diventata la Cappella “del Vaso di Creta”, così chiamata perché il Santissimo Sacramento è deposto in un Vaso di creta in funzione di tabernacolo. In questa scelta la comunità si è lasciata ispirare da un versetto della Seconda Lettera ai Corinzi di san Paolo: ”Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia chiaramente che questa straordinaria potenza viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4,7).

Esterno della Cappella del Papa all'Eremo di Camaldoli

Il Monastero di Camaldoli e i suoi Ambienti

Il Monastero di Camaldoli è immerso nel verde delle Foreste Casentinesi. L’aspetto attuale è frutto di un intervento eseguito tra XVI e XVII secolo, che portò all’ampliamento del chiostro.

La Chiesa dei Santi Donato e Ilariano

La Chiesa dei SS. Donato e Ilariano sorge su un’area del monastero in cui dall’XI secolo si sono sovrapposte ben quattro luoghi di culto. Nel 1203 un incendio distrusse la prima chiesa e al suo posto ne fu realizzata un’altra nel corso del XIII secolo, completamente ricostruita agli inizi del Cinquecento prendendo come modello quella del Monastero di San Michele a Venezia. Nel XVIII secolo si decise di modificare ancora l’edificio, accorciandolo e trasformandolo completamente al suo interno. I lavori si conclusero nel 1775. La chiesa custodisce importanti tavole di Giorgio Vasari eseguite tra il 1537 e il 1540, che raffigurano la “Deposizione dalla Croce”, “San Donato e San Ilariano”, “San Pier Damiani e San Romualdo”, la “Natività” e la “Vergine in trono con il Bambino tra San Giovanni Battista e San Girolamo”. Le prime tre in origine formavano un trittico, di cui nella chiesa sono presenti ma staccate alcune delle predelle che lo corredavano. Nel 1571 Vasari dipinse per Camaldoli anche un “Cristo nell’orto”, collocato nella Cappella dell’infermeria del monastero benedettino. Tra le predelle di Giorgio Vasari si citano quelle con “Cena degli ebrei”, “Caduta della manna”, “Sacrificio di Isacco” e “Creazione di Adamo”, e quelle con “Ultima cena”, “Abramo incontra Melchisedec”, “Elia e l’angelo” e “Abele offre un sacrificio”. Completa il patrimonio artistico il coro ligneo, con in alto “San Romualdo insegna ai discepoli la visione della Scala” di Santi Pacini (1774).

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La Foresteria e il Refettorio

Il complesso comprende anche il Refettorio con il soffitto a cassettoni completato nel 1609 e la Foresteria, nata assieme al cenobio per accogliere coloro che si volevano dedicare alla vita monastica e trasformata nel corso del Quattrocento. Nella seconda metà di quel secolo ospitò Lorenzo il Magnifico e la sua corte di letterati composta da Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Leon Battista Alberti e altri, giunti a Camaldoli per avviare un confronto con i monaci sugli interrogativi che la nuova cultura rinascimentale si poneva. Parte della Foresteria del Monastero di Camaldoli è dedicata all'accoglienza degli ospiti del cenobio.

Parte della Foresteria del Monastero di Camaldoli

La Farmacia Antica

La Farmacia nacque come laboratorio galenico a uso dei monaci, per preparare le medicine per i ricoverati nel loro antico ospedale, che rimase attivo fino al 1810. Vi si conservano libri e prontuari, oltre agli strumenti come alambicchi, mortai e fornelli. La storia della Spezieria di Camaldoli non è separabile da quella dell’Ospizio del Monastero.

Antichi strumenti conservati nella Farmacia del Monastero di Camaldoli

La Biblioteca Moderna e la Biblioteca Antica

Nel seminterrato del monastero è stata inaugurata nel 2021 la Biblioteca Moderna, con sale pubbliche per la consultazione e la lettura. La Biblioteca Moderna di Camaldoli è provvista di ambienti per la consultazione e la lettura aperti al pubblico, ed è stata progettata dallo studio Menichetti + Caldarelli.

Della Biblioteca Antica dell’eremo, già attiva dall’XI secolo, rimane purtroppo una minima parte a causa delle soppressioni napoleoniche e sabaude dell’Ottocento, che la smembrarono. Oggi gran parte di quell’immenso patrimonio, che la rendeva una delle biblioteche più importanti d’Italia, è suddivisa tra l’Archivio di Stato di Firenze e le biblioteche di Firenze, Arezzo e Poppi. La prima testimonianza di raccolta libraria risale al XIII secolo.

Interno della Biblioteca Moderna di Camaldoli

Il Patrimonio Naturale e la Spiritualità Camaldolese

Fin dall’inizio della sua plurisecolare storia Camaldoli divenne un esempio tra i più significativi di come la gestione monastica abbia contribuito alla conservazione e alla propagazione di valori ambientali e naturalistici. Già nel 1080 Rodolfo, quarto priore dell’Eremo, codificò le consuetudini di vita della comunità dei Monaci Eremiti di Benedetto e Romualdo nel primo di quei Codici Camaldolesi che rivelano questi religiosi come solerti custodi e sensibili curatori del patrimonio forestale: carichi di tensioni mistiche e spirituali, ma anche attenti ai numerosi problemi tecnici, economici e sociali che la conservazione di quel patrimonio comportava. Nel 1520 la tipografia del Monastero stampò la Regola di Vita Eremitica: non si tratta di norme redatte solamente per disciplinare il lavoro, ma di parte integrante della Regola di Vita. La conservazione e l’arricchimento della foresta erano vissuti come atto d’amore verso la natura e il suo Creatore. In seguito, a partire dal XVI secolo, l’attività selvicolturale assunse caratteri in maggior misura volti alla produzione di legname, pur mantenendo una costante attenzione alla salute del bosco. Ancora oggi Camaldoli è un luogo di riferimento per il dialogo ecumenico e interreligioso, ma d’estate si trasforma in uno dei luoghi prediletti da tutti coloro che vanno in cerca di refrigerio dalla calura estiva, grazie alle magnifiche foreste curate per secoli dai monaci. I Monaci camaldolesi professano la Regola di San Benedetto. Tanto al Sacro Eremo che al Monastero si attende soprattutto alla vita contemplativa. Ogni monaco impegnato nel lavoro quotidiano e nella preghiera apre il suo cuore all’ascolto vigile e attento alla Parola di Dio sostegno della fede, cibo dell’anima, sorgente di vita spirituale. Nella comunità di Camaldoli il monaco può essere chiamato di attuare l’unica vocazione monastica o nel Sacro Eremo o nel Monastero.

Scorcio delle magnifiche foreste di Camaldoli

The Forest of Camaldoli

L'Eremo dei Camaldoli di Vico Equense (Napoli)

L’Eremo dei Camaldoli di Vico Equense è un monumentale complesso storico ed artistico che si erge sulla collina dei Camaldoli, nel golfo di Napoli. L’architettura dell’eremo è quella tipica dell’ordine monastico che aveva come stilema la separazione dal mondo civile e dalle città, mediante la costruzione della struttura monastica, costituita da celle con una piccola chiesa a servizio dell’ordine in ampi spazi di territorio incontaminato. L’idea principale alla base del progetto era la regola dell’autosufficienza degli spazi da parte dell’ordine religioso che occupava tale complesso architettonico. Infatti, in linea con questa ottica di pensiero, vi è la realizzazione della cisterna per l’acqua e gli spazi verdi coltivati.

Fondazione e Contesto Storico

A scegliere il luogo, abitato con ogni probabilità dagli antichi romani, furono i monaci dell’ordine camaldolese che costruirono nel 1607 un eremo lontano dalla civiltà, in un luogo in cui si poteva ammirare un panorama di rara bellezza. L’Eremo di Vico Equense fu il quinto che la Congregazione dei Camaldolesi di Monte Corona fondò nel Regno di Napoli, dopo quello di Napoli, di Torre del Greco, di Nola e di Maiori (Eremo dell’Avvocata). Il complesso venne fondato nel 1585 da Giovanni d’Avalos, figlio di Alfonso III d’Avalos. Fu eretto sul luogo dove esisteva una chiesa dedicata alla Trasfigurazione, in seguito intitolata al Ss. Redentore.

Veduta aerea dell'Eremo dei Camaldoli di Vico Equense con il golfo di Napoli sullo sfondo

Architettura e Struttura del Complesso

Il complesso architettonico è composto dall’ex convento, dall’orto conventuale, dalla Chiesa e da una molteplicità di terreni e di pertinenze. La struttura monastica era protetta dal mondo esterno da una doppia cinta muraria su cui spiccavano due torrette che cingevano l’eremo e lo nascondevano al suo interno. L’edificio è stato progettato da Domenico Fontana ed è grazie a lui se la struttura religiosa presenta caratteristiche tardo-rinascimentali. L’intera struttura originaria dell’Eremo di Vico Equense è ancora oggi integralmente conservata, ad eccezione di alcune delle 12 celle monastiche - le celle superstiti oggi sono circa dieci -, e della grande Chiesa antistante l’Eremo, intitolata a S. Maria di Gerusalemme, che sono andate distrutte. Oggi la tenuta è costituita da numerosi corpi di fabbrica ed è circondata da 14 ettari piantati ad uliveto e vigneto. Il complesso è costituito da un locale foresteria a servizio del monastero, una antica dimora con i suoi locali storici, un cellaio, una cisterna per l’acqua e la cappella di famiglia. Completa la grande costruzione centrale un pozzo, risalente all’anno 1586 e posto davanti alla villa ed un vasto giardino caratterizzato da alberi intorno, comprese piante quali i carrubi secolari posti lungo il sentiero delle Grottelle, ricco di patrimonio boschivo.

Dettaglio architettonico della cinta muraria o della facciata dell'Eremo di Vico Equense

La Chiesa e le Opere d'Arte

Alla chiesa si accede da un bel portale in pietrarsa; il tempio, oltre ad avere testimonianze cinquecentesche, è anche caratterizzato dagli interventi barocchi. L’interno è composto da una sola navata e da sei cappelle laterali, tre per ogni lato. L’altare maggiore con il fastoso ciborio venne progettato da Cosimo Fanzago e presenta intarsi di marmi policromi. Nella chiesa dell’Eremo sono presenti opere di alcuni importanti rappresentanti della pittura napoletana di circa due secoli. Pregevoli sono: una tela di Massimo Stanzione rappresentante l’”Ultima Cena”, affreschi di Angelo Mozzillo e dipinti attribuiti ad Antiveduto Gramatica. L’”Ultima Cena” collocata sopra la porta d’ingresso reca la firma di Massimo Stanzione, mentre la “Trasfigurazione” posizionata alle spalle dell’altare maggiore è attribuita a Federico Barocci. La pala sulla parete di fondo, rappresentante “la Trasfigurazione di Cristo”, è cinquecentesca, ma di attribuzione incerta. Le opere pittoriche visibili nelle cappelle laterali sono di: Agostino Tesauro, Ippolito Borghese, Antiveduto Gramatica, Luigi Rodriguez, Fabrizio Santafede, Giovanni Bernardino Azzolino, Cesare Fracanzano. Le varie sculture in stucco che si ammirano lungo la navata sono del sammartiniano Salvatore Di Franco. Da un ingresso posto alla sinistra dell’altare maggiore si accede alla Sala del Capitolo; a destra, una porta sormontata da un dipinto ovale di Cesare Fracanzano immette nel vestibolo della sacrestia. La Sala del Capitolo è impreziosita da affreschi e tele di Evangelista Schiano.

Interno della chiesa dell'Eremo di Vico Equense con l'altare maggiore di Fanzago

Panorama e Amministrazione Attuale

Dall’eremo si gode un panorama suggestivo sul golfo di Napoli e i monti circostanti. Un panorama che spazia dalle isole d’Ischia, Capri e Procida, alle isole pontine (Ventotene e Ponza), alla costa laziale meridionale, al promontorio del Circeo (nella provincia di Latina, Lazio), ai monti del massiccio del Matese che separa la Campania dal Molise. Dopo molte vicende storiche che attraversano gli anni della rivoluzione napoletana del 1799 ed il regno borbonico fino al decreto del re Giuseppe Bonaparte, che il 13 febbraio 1807 abolì tutte le comunità religiose, il complesso divenne di proprietà della famiglia Giusso che lo acquistò direttamente dalla Corona di Napoli. L’eremo nel corso della sua storia è stato soppresso due volte: nel 1807, durante il periodo napoleonico, e nel 1866 dai Savoia. Nel 1885, l’eremo ritornò ad essere gestito dai Benedettini Camaldolesi. Attualmente il complesso è retto dalle suore Brigidine. Con nota di trascrizione prot. 1139 del 5.07.1989 l’allora Ministero per i beni culturali e ambientali, oggi MIC, ha esercitato il diritto di prelazione. Affidato per secoli ai monaci camaldolesi, dal 1998, dopo essere stato ristrutturato e rinnovato, è abitato dalle suore Brigidine dell’ordine del SS. Salvatore di S. Brigida. La visita all’Eremo sarà l’occasione per cogliere l’essenza di un luogo che parla di storia ed arte, oltre ad essere, soprattutto, un sito dell’anima.

Panorama dal colle dell'Eremo di Vico Equense sul Golfo di Napoli

The Forest of Camaldoli

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