Non appena ricorre nella liturgia il nome di Giona, la nostra memoria biblica ci fa rintracciare i lineamenti di una persona che, solo con molta fatica, ha accettato di essere profeta di un Dio «misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore» (Gn 4,2). Conoscendo l’epilogo della sua rassegnata - eppure efficace - predicazione nella città di Nìnive, ci troviamo a pensare che sia esattamente la misericordia l’atteggiamento di Dio che risulta inaccettabile al profeta, ben noto alla tradizione biblica per la sua cocciutaggine. Il libretto di Giona è, infatti, una parabola della misericordia divina, poiché mostra come Dio abbia pietà e riguardo di tutti gli uomini, compresi i più acerrimi nemici del Suo popolo.

La Prima e la Seconda Chiamata di Giona
Il Signore Dio non comanda a Giona di proclamare la notizia della sua misericordia, ma di rivolgere alla città malvagia solo l’annuncio asciutto e aspro di una solenne minaccia. Questo, del resto, è il mandato del profeta sin dall’inizio del libro: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me» (1,2). Di fronte a questa chiamata, l'uomo trova ingombrante la Parola, perché esige e turba la quiete, invita e mette in discussione. Giona, in fondo, è un uomo ragionevole: perché andare a Ninive, universalmente nota come città malvagia e irrimediabilmente perduta? Egli conosce bene le armi della ragionevolezza ed è corazzato con l'armatura del "do ut des", l'armatura della legge, compromettendosi solo quando la garanzia della riuscita è alta. Per questo, la parola gli indica Ninive, l’oriente, e lui - senza una parola - s’imbarca per Tarsis che si trova a occidente, fuggendo «lontano dal Signore».
La fuga «lontano dal Signore» comporta però anche una discesa nel degrado e nella solitudine, un cammino verso l’abisso, là dove l’uomo non incontra Dio, ma neppure se stesso. Il sonno profondo nel quale Giona discende è un simbolo eloquente della discesa nel regno della morte. Solo alla fine della storia il lettore conoscerà il senso autentico della vicenda di Giona: quando il profeta che fugge da Dio e da sé dovrà rinunciare alla sua immagine per convertirsi al Dio di grazia e di perdono, capendo finalmente che di quell’amore gratuito ha beneficiato lui stesso.
La Seconda Opportunità e l'Obbedienza Inattesa
Dopo aver fatto però esperienza della salvezza e aver conosciuto la vicinanza di Dio nonostante la sua volontà ribelle, Giona si ritrova adesso sulla spiaggia, vomitato dal pesce che lo aveva inghiottito. L’inizio del terzo capitolo si apre adesso con una nuova possibilità per Giona. "La parola del Signore fu rivolta a Giona, per la seconda volta, in questi termini: «Alzati, va’ a Ninive, la gran città, e proclama loro quello che io ti comando»". Dio dimostra ancora una volta di essere il Dio delle seconde possibilità.
Giona scelse di portare a termine quell’ingrato compito e visse la conversione della città. Giona partì e andò a Ninive, come il Signore aveva ordinato. Il narratore inserisce un dettaglio curioso: Ninive era una città molto grande, «grande per Dio», larga tre giornate di cammino. Ma Giona cominciò a percorrere la città e predicava: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta!». Questo è un messaggio asciutto e aspro, che non parla di pentimento o di una seconda possibilità, ma dà la distruzione come un dato di fatto. Il numero 40 indica un tempo opportuno per fare qualcosa, per prendere decisioni in un'occasione decisiva, forse irripetibile.
La Conversione Radicale di Ninive
Nonostante il messaggio di poche parole di Giona, succede qualcosa di incredibile: i Niniviti si pentono! "I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli." Tutti i niniviti credono a Dio, dal più grande al più piccolo. La notifica di questa possibile sanzione diventa per Nìnive un segno sufficiente a mettere in moto un grande processo di cambiamento, che passa attraverso un momento penitenziale collettivo a cui tutto il creato sembra partecipare: grandi e piccoli, uomini e animali, i cittadini e il re.
Giunta la notizia fino al re di Nìnive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. Poi, per decreto del re e dei suoi grandi, fu reso noto in Ninive un ordine di questo tipo: «Uomini e animali, armenti e greggi, non assaggino nulla; non vadano al pascolo e non bevano acqua; uomini e animali si coprano di sacco e gridino a Dio con forza; ognuno si converta dalla sua malvagità e dalla violenza compiuta dalle sue mani. Forse Dio si ricrederà, si pentirà e spegnerà la sua ira ardente, così che noi non periamo».

Caratteristiche del Pentimento Ninivita
Il pentimento radicale e totale dei niniviti è in netto contrasto con il pentimento superficiale di Giona. La loro fede è sottolineata da due gesti penitenziali molto concreti, tipici dell’uomo del tempo: il digiuno, che richiama la vera fame dell’uomo per la parola di Dio, e il sacco, che richiama l’umiltà e la miseria. Non si tratta dunque di una conversione fittizia, i gesti degli abitanti di Ninive svelano la loro intenzione profonda.
La conversione di Ninive è realmente universale, una decisione insieme dei singoli individui e della collettività (dello stato), e coinvolge l’intera creazione. Il versetto 8 la descrive utilizzando il verbo classico per la conversione, shub, che in ebraico indica prima di tutto il «ritornare indietro». Tale ritorno è un allontanamento dal comportamento malvagio e prima di tutto dalla «violenza» (ḥamas). Il pensiero rivolto a Dio provoca l’allontanarsi della violenza, e come i marinai prima di loro, anch'essi trovano la salvezza. Il pentimento dei niniviti trova la propria forza non nella bravura del profeta, ma nella potenza della Parola di Dio che si applica nei cuori delle persone grazie allo Spirito Santo. Questo ci dovrebbe incoraggiare grandemente: chiunque può pentirsi, perché la salvezza e il ravvedimento vengono dal Signore.
La "Conversione" di Dio e il Suo Vero Volto
Di fronte a questa conversione, la reazione di Dio è sorprendente: "Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece" (Gn 3,10). Dio cambia idea, non resta fermo, statico e uguale a se stesso, ma si lascia convertire dal loro pentimento, dalla loro conversione. Dio sceglie la misericordia e lascia Ninive intatta. Il Dio della Bibbia non si vergogna a presentarsi con sentimenti umani; già alle origini del creato Dio «si pentì» di aver creato l’uomo (Gn 6,6).
Il cuore del versetto 9 sta nella domanda «chi sa?»: «Chi sa che Dio non torni indietro, si penta, ritorni dalla fiamma della sua collera, così che noi non veniamo distrutti?». Il Dio della Bibbia sfugge a ogni determinazione umana. Non siamo noi a dovergli suggerire come comportarsi nei nostri confronti. Cominciamo qui a entrare in quello che forse è il punto centrale del racconto: qual è il vero volto di Dio? Un Dio di pura giustizia oppure un Dio di misericordia? Il libro di Giona, dopo Abdia che mostra un Dio giusto che punisce, e prima di Michea che ricorda come il Signore è uno che «toglie il peccato e passa sopra la colpa», ci rivela un Dio lento all’ira ma di grande amore.

Il Segno di Giona: La Compassione Divina
Nel vangelo, risuona il rimprovero di Gesù alla Sua generazione, definita «malvagia» perché sempre in cerca di segni, alla quale «sarà dato solo il segno di Giona» (Lc 11,29-32). Leggendo il parallelo di Matteo (Mt 12,38-42), ci viene naturale l’associazione tra i tre giorni di Giona nel ventre del pesce e i tre giorni di Gesù nel sepolcro. Ma nella versione di Luca Gesù non fa questo parallelo: dice semplicemente che «Giona fu un segno per quelli di Nìnive». Il "segno di Giona", perciò, non è Giona stesso nella sua vicenda di profeta cocciuto e disobbediente, o quanto accaduto nel ventre del pesce, bensì il messaggio centrale, il “filo rosso” del racconto: la compassione divina.
Il segno di Giona è che Dio - nonostante tutto - avrà misericordia anche della generazione malvagia che chiedeva continuamente un segno a Gesù. Il segno di Giona è che Dio non si stancherà di mandare profeti sulla terra, e continuerà ad avvertire con insistenza gli uomini riguardo alle loro infedeltà e alle conseguenze fatali per la loro vita se non si convertiranno; anzi, manderà loro pure Suo Figlio! È la rassicurazione che Dio - se vogliamo convertirci - è sempre pronto a ravvedersi riguardo al male che ha minacciato di fare.
Giona: Uno Specchio per la Resistenza Umana
Quante volte pensando a Dio ce lo immaginiamo in modo sempre uguale a se stesso, statico, fermo, eterno? Questa è la trappola in cui cade anche il profeta Giona, quando sceglie di allontanarsi da Dio e dal compito che gli ha affidato. Eppure, credere che Dio sia sempre uguale a se stesso ci priva della possibilità di lasciarci sorprendere da Dio, di scoprire quanto diverso dai nostri preconcetti possa rivelarsi, di scorgerne la sua creatività e la sua relazione continua e mutevole con l’umanità.
Giona, il profeta recalcitrante e ribelle, è il profeta di maggior successo della storia. Ma Giona è un personaggio incredibile perché ci rappresenta perfettamente. Siamo spesso dubbiosi, lenti, pigri, ancorati alle nostre sicurezze e abitudini, proprio come Giona che, grato per la sua seconda chance, non è altrettanto pronto ad offrirne una ai Niniviti. La storia di Giona insegna che «l’amore comincia laddove finiscono le corazze dell’io. Quando l’altro mi interessa più della mia sopravvivenza, di qualunque pretesa di giustizia, di qualunque garanzia, effimera o eterna.»
La Chiamata alla Conversione nella Vita Cristiana
Il Vangelo di Marco insiste sull’“irragionevolezza” della sequela di Gesù. Gesù inizia a proclamare l’evangelo nel momento stesso in cui Giovanni viene consegnato, annunciando una sequela a caro prezzo. Espressioni come “venite dietro a me”, “andarono dietro a lui” sottolineano fortemente la vocazione come chiamata a un rapporto personale. Nessun dettagliato programma di vita viene offerto, nessuna sicurezza o previsione sul futuro, solo un legame alla persona. La promessa di renderli “pescatori di uomini” rimane vaga, ma il deserto per Qumran, a differenza della visione cristiana, rappresenta la dissociazione dagli uomini ingiusti, e la via del Signore si prepara lontano da essi. Ritorna il problema di Giona: la scelta tra il Dio della ragionevolezza e il Dio dell’amore.
Gesù – Ep. 13 – La chiamata degli apostoli | Cartone religioso per bambini | Bibbia per bambini
Dio si è avvicinato all'uomo e ha un progetto, questa è già una notizia! Ma chiede qualcosa anche a coloro che la ascoltano: "convertitevi e credete nel Vangelo". Dio all'inizio ci chiede di girare lo sguardo verso di lui, di porci in ascolto della Buona Notizia, di crederci. Ma poi ci chiede anche una svolta concreta, come ha fatto con Simone e Andrea: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". La chiamata di Cristo è imprevedibile, ma è Lui ad avvicinarsi a noi: nella realtà della nostra vita fatta di una routine così difficile da scardinare può avvenire nella quotidianità. Simone e Andrea continueranno a fare i pescatori, ma "di uomini", con una missione, un obiettivo diverso. Comprendere la nostra vocazione può significare proprio questo: la nostra realizzazione personale prende una piega diversa, imprevista.
La Quaresima ci annuncia che c’è un cielo paziente da (ri)scoprire e non solo un vittimismo in cui ripiegarci. La conversione, in fondo, è sempre da intendersi come un movimento che solo noi possiamo compiere con la grazia del Signore. Perché solo noi siamo chiamati a gustare la gioia che la conversione (a Dio) riserva: riconoscere che, oltre gli avvertimenti e le sanzioni con cui la vita continuamente ci ammaestra, esiste solo un Dio, un Padre meraviglioso, disposto a cambiare ogni sua decisione e ogni suo progetto in nostro favore.
Se crediamo a questa verità, la conversione la opera Dio stesso. Non è che noi non dobbiamo fare niente! Occorre che facciamo tutto quello che ci è possibile, come se dipendesse tutto da noi, e poi lasciamo fare a Dio, come se tutto dipendesse da lui! Dobbiamo essere orgogliosi di partecipare alla costruzione del regno di Dio: regno di giustizia (quella di Dio, non la nostra), di verità e di pace!
Preghiera per la Conversione
SIGNORE MISERICORDIOSO, perdona tutti i peccati di questo giorno, della settimana, dell’anno; tutti i peccati della mia vita, degli anni giovanili, della maturità e della vecchiaia. Perdona la mia durezza di cuore, l’incredulità, la presunzione, l’orgoglio; l’infedeltà verso le anime altrui, la mancanza di fermezza nella causa di Cristo e la carenza di zelo nel testimoniare la Sua gloria. Perdona l’impurità in pensieri, parole e opere; la bramosia, che è idolatria; le sostanze indebitamente accumulate o imprudentemente sperperate, anziché consacrate alla gloria di Te, il Sommo Donatore. Perdona i peccati commessi nel privato e in famiglia, nello studio e nello svago, nei luoghi affollati; i peccati nello studio della Tua Parola e il tempo in cui l’ho trascurata. Perdona i peccati contro la luce e la conoscenza, contro la coscienza e i richiami del Tuo Spirito, contro la legge dell’eterno amore. Perdona ogni mio peccato, noto e ignoto, sentito e non sentito, confessato e non confessato, ricordato o dimenticato.