La Via della Felicità: Riflessioni sull'Omelia del 30 Aprile

La liturgia di questa domenica, il 30 aprile, invita a credere che la felicità esiste e che il suo segreto non è in un traguardo da cercare, ma in un cammino da portare avanti. Le Beatitudini ci spalancano un meraviglioso orizzonte: la felicità non è qualcosa da possedere, ma una via da percorrere. Esistono molte vie di felicità, e spesso si trovano dove meno ce lo aspettiamo. È una grande consolazione che il primo discorso pubblico di Gesù non inizi con un lamento ma con un annuncio: “Beati”.

Le Beatitudini e la Felicità Secondo il Vangelo

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi."

Gesù che pronuncia le Beatitudini su un monte, circondato dai suoi discepoli

Le Beatitudini ci dicono che la felicità si può cercare proprio in quelle esperienze che ci appaiono sbagliate: nella debolezza, nel pianto, nella fame di giustizia, nella povertà di spirito. In esse si manifesta la possibilità di essere felici secondo il disegno di Dio. Gesù proclama beati i poveri in spirito, coloro che sanno ricevere perché hanno le mani vuote; quelli che stanno piangendo perché possono essere consolati; quelli che in questo mondo non sono attaccati ai beni ma camminano verso il Regno; quelli che stanno cercando il perdono, invece che di giustificarsi, perché lo troveranno; quelli che non hanno il cuore complicato, perché si accorgono che nella realtà - e persino nella croce - si può scorgere la presenza di Dio; quelli che non s’addormentano finché sentono che c’è qualcuno che ha fame, che piange, che ha meno di noi. Gesù non descrive un elenco di virtù morali, ma il meglio che può uscire dalla trama della nostra umanità.

Le Beatitudini svelano che la realtà, con le sue ombre e le sue luci, può diventare un luogo di felicità. Esse ci liberano dall'illusione di una vita perfetta e ci insegnano a restare dove siamo, lasciando che lo Spirito trasformi le nostre povertà in uno spazio di comunione. Le felicità di questo mondo hanno vita breve, ma quella secondo il Vangelo dura per sempre: è la gioia di chi continua ad amare, anche nel dolore di chi avanza sulla via della vita anche in mezzo alle contraddizioni. In ebraico, infatti, “beati” significa proprio “coloro che vanno avanti”: chi non si ferma, chi non cede al lamento, chi continua a camminare verso Dio e verso gli altri, anche a piccoli passi.

Le Letture che Preparano all'Annuncio di Speranza

La Voce di Sofonia

Questa solenne dichiarazione è preparata nella liturgia da alcune letture che meritano di essere affrontate nel dettaglio. Il primo annuncio di speranza è la voce di Sofonia, che aveva annunciato l’esilio del popolo di Israele. I ricchi e i potenti sono stati tutti deportati e nella terra promessa sono rimasti i poveri, gli umili, quelli che non interessavano ai potenti. Questo è già una fortissima provocazione per noi. Pensiamo che la felicità si trovi necessariamente al termine di quei percorsi dove si raggiungono i soliti idoli: potenza, ricchezza, benessere. Puntualmente ci accorgiamo che le cose non stanno affatto in questi termini. Fondiamo la ricerca della felicità sulla paura di morire e sulla conseguente bramosia di possedere, per poi scoprire che in questa direzione non ci aspetta alcuna vera gioia. Sofonia annuncia che da quel “resto” povero e umile, rimasto dopo l’esilio, Dio potrà ricominciare una storia di salvezza e di speranza: "Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero. Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele (Sof 2,12-13)". Questo è un indizio importante, perché ci ricorda che siamo più vicini alla felicità proprio quando cade la nostra illusione di poterla programmare.

L'Insegnamento di San Paolo

San Paolo ci ricorda che le circostanze in cui la felicità si può cercare seriamente sono quelle porzioni di vita che a noi non piacciono, ma che invece agli occhi di Dio sono un materiale preziosissimo. "Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù (1Cor 1,30)". Questo è il punto rilevante per capire di quale felicità ci parlano le Scritture: ci sono le felicità mondane, umane - quando riusciamo a ottenere qualcosa, a occupare un posto, a non avere malattie - e poi c’è la gioia di essere uniti a Cristo per scoprire come la sua vita possa diventare anche lo stile della nostra vita.

Gesù Buon Pastore: Chiamare, Condurre Fuori ed Essere la Porta

Gesù, Buon Pastore || DON LUIGI MARIA EPICOCO

Le ultime parole che Gesù pronuncia nel Vangelo che abbiamo ascoltato, riassumono il senso della sua missione: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Questo fa un bravo pastore: dona la vita per le sue pecore.

1. La Chiamata del Pastore

Anzitutto, il Pastore «chiama le sue pecore» (v. 3). All’inizio della nostra storia di salvezza non ci siamo noi con i nostri meriti, le nostre capacità, le nostre strutture; all’origine c’è la chiamata di Dio, il suo desiderio di raggiungerci, la sua sollecitudine verso ciascuno di noi, l’abbondanza della sua misericordia che vuole salvarci dal peccato e dalla morte, per donarci la vita in abbondanza e la gioia senza fine. Gesù è venuto come buon Pastore dell’umanità per chiamarci e riportarci a casa. Allora noi, facendo memoria grata, possiamo ricordare il suo amore per noi, per noi che eravamo lontani da Lui. Sì, mentre «noi tutti eravamo sperduti come un gregge» e «ognuno di noi seguiva la sua strada» (Is 53,6), Lui si è addossato le nostre iniquità e si è caricato delle nostre colpe, riportandoci nel cuore del Padre. Così abbiamo ascoltato dall’apostolo Pietro nella seconda Lettura: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime» (1 Pt 2,25). E, ancora oggi, in ogni situazione della vita, in ciò che portiamo nel cuore, nei nostri smarrimenti, nelle nostre paure, nel senso di sconfitta che a volte ci assale, nella prigione della tristezza che rischia di ingabbiarci, Egli ci chiama.

Fratelli e sorelle, mentre siamo qui questa mattina, sentiamo la gioia di essere popolo santo di Dio: tutti noi nasciamo dalla sua chiamata; è Lui che ci ha convocati e per questo siamo suo popolo, suo gregge, sua Chiesa. Ci ha radunati qui affinché, pur essendo tra noi diversi e appartenendo a comunità differenti, la grandezza del suo amore ci riunisca tutti in un unico abbraccio. Questa è cattolicità: tutti noi, chiamati per nome dal buon Pastore, siamo chiamati ad accogliere e diffondere il suo amore, a rendere il suo ovile inclusivo e mai escludente.

2. Il Pastore Conduce Fuori: La Porta Aperta

Dopo aver chiamato le pecore, il Pastore «le conduce fuori» (Gv 10,3). Prima le ha fatte entrare nell’ovile chiamandole, ora le spinge fuori. Prima veniamo radunati nella famiglia di Dio per essere costituiti suo popolo, poi però siamo inviati nel mondo affinché, con coraggio e senza paura, diventiamo annunciatori della Buona Notizia, testimoni dell’Amore che ci ha rigenerati. Questo movimento - entrare e uscire - possiamo coglierlo da un’altra immagine che Gesù usa: quella della porta. Egli dice: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (v. 9). Riascoltiamo bene questo: entrerà e uscirà. Da una parte, Gesù è la porta che si è spalancata per farci entrare nella comunione del Padre e sperimentare la sua misericordia; ma, come tutti sanno, una porta aperta serve, oltre che per entrare, anche per uscire dal luogo in cui ci si trova. E allora, dopo averci ricondotti nell’abbraccio di Dio e nell’ovile della Chiesa, Gesù è la porta che ci fa uscire verso il mondo: Egli ci spinge ad andare incontro ai fratelli. Tutti, nessuno escluso, siamo chiamati a questo, a uscire dalle nostre comodità e ad avere il coraggio di raggiungere ogni periferia che ha bisogno della luce del Vangelo.

Essere “in uscita” significa per ciascuno di noi diventare, come Gesù, una porta aperta. È triste e fa male vedere porte chiuse: le porte chiuse del nostro egoismo, del nostro individualismo, della nostra indifferenza, e perfino le porte chiuse delle nostre comunità ecclesiali. Fratelli e sorelle, per favore, apriamo le porte! Il pastore, dice Gesù, non è un brigante o un ladro; non approfitta del suo ruolo, non opprime il gregge, non “ruba” lo spazio ai fratelli laici, non esercita un’autorità rigida. Incoraggiamoci ad essere porte sempre più aperte: “facilitatori” della grazia di Dio, esperti di vicinanza, disposti a offrire la vita, così come Gesù Cristo ci insegna a braccia aperte dalla cattedra della croce e ci mostra ogni volta sull’altare, Pane vivo spezzato per noi. Questo vale anche per i fratelli e le sorelle laici, catechisti, operatori pastorali, responsabili politici e sociali, e tutti coloro che portano avanti la loro vita quotidiana, talvolta con fatica: siate porte aperte! Lasciamo entrare nel cuore il Signore della vita, la sua Parola che consola e guarisce, per poi uscire fuori ed essere noi stessi porte aperte nella società.

Gesù buon Pastore ci chiama per nome e si prende cura di noi con infinita tenerezza. Egli è la porta e chi entra attraverso di Lui ha la vita eterna: Egli dunque è il nostro futuro, un futuro di «vita in abbondanza» (Gv 10,10). Perciò, non scoraggiamoci mai, non lasciamoci mai rubare la gioia e la pace che Lui ci ha donato, non chiudiamoci nei problemi o nell’apatia.

Il Servizio Umile e l'Accoglienza del Mandato

Nel Vangelo di oggi, Gesù dice: "In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato". Questo passaggio sottolinea l'importanza dell'umiltà e del riconoscimento dell'autorità di chi viene inviato da Gesù. Egli afferma che un servo non è superiore al suo padrone, né un inviato superiore colui che lo ha mandato, evidenziando così la necessità di umiltà e di rispetto nei confronti di chi agisce in nome di Dio. Gesù chiede ai suoi discepoli di diventare servi gli uni degli altri, di mettere la loro intelligenza, il loro tempo, il loro talento, a servizio dei fratelli. Ma lo fa dopo avere lavato i piedi ai discepoli, il gesto umilissimo delegato al servo o allo schiavo. Siamo servi. Del Signore, della Parola, del Regno. Servi inutili, ricorda Gesù, che non conteggiano le ore di lavoro per meritarsi qualcosa ma che condividono con gioia la scelta del padrone che li mette a capo della propria casa. Siamo servi, non padroni, siamo a servizio, non proprietari del Vangelo.

Un'immagine raffigurante Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli

La beatitudine dei discepoli starà nel fare «queste cose», nel fare cioè quello che Gesù ha fatto. Chi accoglie colui che Gesù manda, accoglie Gesù stesso; e chi accoglie Gesù, accoglie colui che lo ha mandato. C'è una catena di solidarietà e di comunione. L'accoglienza di Dio è uno dei fondamenti della nostra vita cristiana. Dio non parla per umiliare, ma per liberarci dall'ego che spesso vuole primeggiare. Il servo non è più grande del padrone: non perché valga meno, ma perché la sua forza, la sua identità e la sua missione non hanno origine in lui stesso. Gesù ci ricorda che un servo non è più grande del suo padrone; e che saremo beati se metteremo in pratica quel che ci dice. Ciò significa che la via è quella che Gesù ha percorso e ci ha insegnato (e che è Lui stesso).

In un contesto più ampio, il concetto di "servi inutili" richiama un atteggiamento di umiltà e disponibilità che fa bene alla Chiesa, richiamando l'atteggiamento giusto per operare in essa: il servizio umile, di cui ci ha dato l'esempio Gesù, lavando i piedi ai discepoli. La misura della fede è il servizio. Questo atteggiamento verso Dio si riflette anche nel modo di comportarsi in comunità: si riflette nella gioia di essere al servizio gli uni degli altri, trovando già in questo la propria ricompensa e non nei riconoscimenti e nei guadagni che ne possono derivare.

L'Amore di Dio e il Grande Comandamento

Il dottore della Legge interrogò Gesù: "Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?". Gli rispose: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti". Gesù si affretta a dire che in realtà ne esiste un secondo, «Amerai il tuo prossimo come te stesso», ma che è simile al primo. Questo perché non ci si illuda che basti un cuore ‘infiammato’ per Dio per essere dei suoi. ‘Con tutto il cuore’, non significa che Dio occupa tutto il cuore per cui non vi è più possibilità di amare altro. Se Dio ti ‘riempie’ il cuore è per rendertelo capace di andare ‘oltre’ Dio, e ‘oltre’ te stesso, ossia verso l’altro. Nel proprio rapporto con Dio o c’è un terzo da raggiungere o diventa tutto un pretesto. Non si può stare soli dinanzi a Dio; ci si salva tutti insieme, collegialmente. La distanza più breve tra Dio e l’uomo passa per il prossimo.

Il Dio di cui parla il nostro testo di oggi non ha niente di comune con gli antichi dei. Dio ha effettivamente amato il mondo, non solamente il mondo ebraico, ma tutto il mondo. L'amore di Dio si è quindi giustamente rivolto verso coloro che non appaiono in nulla come membri della sua comunità. Tra di loro, ci sono anche quegli uomini che resistono al bene. È il mondo nella sua completa secolarizzazione, tale quale lo si può osservare oggi. Ed è certo anche il mondo del tempo di Gesù, con le sue implicazioni morali, politiche e religiose, un mondo che allontana Gesù dalla sua sfera di influenza, perché non sopporta che Dio si impicci dei suoi affari. Dio non si limita quindi a rendere migliori coloro che sono già buoni. Dio non prende le distanze nei confronti del male. Non osserva dall’alto tutte le cose così poco appetitose che sono nel mondo.

L'azione di Cristo di lavare i piedi, entrata nel cuore di ogni cristiano, ricorda la notte in cui il Signore si mise al posto del servo e raccomandò a tutti gli uomini di fare questa inversione di ruoli, non come un gesto effimero, ma come risposta alla ricerca - eterna per la società umana - della felicità. “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica”. Lavare i piedi ai poveri è una metafora cristiana che va contro tutte le regole del buon senso. Per il mondo invece, che disprezza i deboli, i vulnerabili, gli esclusi, il potere risiede nella dominazione e la felicità nella triade empia del potere, del prestigio e del possesso. È un’idolatria seducente.

La Resurrezione di Cristo e la Promessa di Vita

Illustrazione della resurrezione di Gesù con i discepoli ad Emmaus

Nel giorno di Pentecoste, Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l'avete crocifisso e l'avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni.»

I discepoli di Emmaus, mentre conversavano e discutevano insieme, videro Gesù in persona avvicinarsi e camminare con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Dopo aver spiegato loro le Scritture, "Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l'un l'altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?»."

La vita con Gesù procede di bene in meglio, perché con Lui quella Vita che noi desideriamo e che sentiamo di avere dentro, ecco ci viene data sempre di più in abbondanza, in una modalità che noi da soli ce la sogniamo: solo Gesù può dare questa Vita in abbondanza e questa vita in abbondanza è quello che ciascuno di noi desidera.

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