L'omelia del 12 febbraio ci invita a una profonda meditazione sulla fede, sulla purezza interiore e sull'universalità del messaggio di salvezza. Attraverso il Vangelo di Marco, in particolare i passi relativi alla donna siro-fenicia, siamo chiamati a riflettere sull'atteggiamento di Gesù e sulla potenza della fede umile e perseverante.
La Fede della Donna Siro-Fenicia: Un Esempio di Umiltà e Perseveranza

Il Vangelo di oggi ci parla di fede, la fede di una donna siro-fenicia, considerata allora una pagana. L'insistenza di questa donna nei confronti di Gesù, la sua umiltà nel saper accettare anche un primo no, la sua perseveranza e la sua fede ci edificano e ci ammaestrano. Infatti, a volte nella nostra vita accade che le nostre richieste non vengano esaudite.
Del brano di oggi, forse più del miracolo di Gesù colpisce l'atteggiamento di questa donna siro-fenicia, dunque pagana, non appartenente al popolo di Israele. In particolare, ci è di esempio la sua umiltà: prega Gesù con insistenza, non si scoraggia dopo il rifiuto, non si offende dopo le motivazioni del diniego e non parla mossa dall'orgoglio ferito.
Gesù, partito da Genesaret, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli».
Gesù da che la guarigione della figlia farà loro bene solo in questa fede profonda. La parola di Gesù entra in lei come un seme che si rivelerà nel tempo ma intanto già opera prodigi. Dopo la bruciante delusione del comportamento degli apostoli davanti alla folla affamata, Gesù, dopo una tormentata notte a pregare mentre i suoi faticavano in mezzo alla tempesta, ha deciso di portarli con sé in un lungo viaggio in territorio pagano, fino in Siria e in Libano, affinché imparino la compassione.
L'Universalità della Salvezza
Dio, quando chiama in modo particolare alcuni, lo fa sempre per la salvezza di tutti. Lui, nella storia della salvezza, ha scelto un popolo come strumento per portare il Suo Amore a tutta l'umanità. In questo brano del Vangelo questo è tanto evidente da far chiamare a Gesù "figli" gli ebrei e "cagnolini" gli altri... Gesù manifesta l'universalità della salvezza e la sua apertura anche ai lontani, con la guarigione della figlia di una donna siro-fenicia. Essa, straniera agli occhi di un ebreo, implora con umiltà il miracolo.
Il Signore Gesù, nato nel tempo, situato in un ambito geografico limitato, sente pressante in sé il mandato del Padre che lo sollecita ad annunciare la verità e la salvezza a tutto il mondo, spesso quindi egli valica quei confini, angusti rispetto alla sua missione. Egli è venuto non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi. Gesù si rivela mandato a raccogliere tutti i figli di Dio, ovunque si trovino, anche i pagani, in un solo ovile sotto un solo pastore. È aperto a tutti e vuole accogliere tutti. Tutte le cose genuinamente umane trovano eco nel suo cuore.
Allora le disse: «Per questa tua parola, va': il demonio è uscito da tua figlia». Questa madre dimostra di aver intuito che la bontà del Dio Altissimo, presente in Gesù, è aperta ad ogni necessità delle sue creature. Questa saggezza piena di fiducia colpisce il cuore di Gesù e gli strappa parole di ammirazione: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (v. 28). La fede grande è quella che porta la propria storia, segnata anche dalle ferite, ai piedi del Signore domandando a Lui di guarirla, di darle un senso. Ognuno di noi ha la propria storia e non sempre è una storia pulita; tante volte è una storia difficile, con tanti dolori, tanti guai e tanti peccati. Sempre ci sono delle cose brutte in una storia, sempre. Andiamo da Gesù, bussiamo al cuore di Gesù e diciamoGli: “Signore, se Tu voi, puoi guarirmi!”. E noi potremo fare questo se abbiamo sempre davanti a noi il volto di Gesù, se noi capiamo come è il cuore di Cristo: un cuore che ha compassione, che porta su di sé i nostri dolori, che porta su di sé i nostri peccati, i nostri sbagli, i nostri fallimenti. Ma è un cuore che ci ama così, come siamo, senza trucco.
La Rivoluzione della Purezza Interiore
LA VIRTU’ DELLA PUREZZA
Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza».
Questa parola è dura e non immediata da intendere oggi. Gesù desidera darsi tutto a tutti sempre... ma c'è un tempo per ogni cosa e non bisogna dare le perle ai porci. Un dono va fatto rispettando la grandezza di quanto è donato e l'apertura del cuore di chi lo riceve. È un enigma, così come lo sono le parole: "Ancora un poco e non mi vedrete, un altro poco e mi vedrete". Anche nel Vangelo di oggi troviamo un enigma, e precisamente le parole: "Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo".
Queste parole si potrebbero capire in senso fisico, perché nella legge mosaica c'erano molte impurità rituali, concernenti gli alimenti ("le cose che entrano nell'uomo"). E anche quando qualcuno mangiava senza essersi lavate le mani commetteva una impurità rituale. Ma c'erano altre impurità, dovute a "cose che escono dall'uomo", per esempio perdite di sangue e così via. Secondo la legge di Mosè esse contaminano l'uomo.
Gesù qui inaugura davvero la rivoluzione religiosa che egli vuol attuare, proclamando che la purezza religiosa non è esterna ma interiore, che si tratta di purificare il cuore, nel significato biblico della parola. E sappiamo che per la Bibbia il cuore comprende non solo gli affetti, ma tutto l'interno dell'uomo: le intenzioni, i desideri, gli atti di volontà e di intelligenza. Ringraziamo il Signore di aver dato questa luce ai suoi discepoli e di aver portato agli uomini la libertà dall'oppressione di pratiche religiose vane, donando ad essi il suo Spirito.
Oggi, Gesù ci insegna che tutto quello che viene da Dio è buono. È piuttosto la nostra intenzione non retta ciò che può contaminare quello che facciamo. «Purezza d’intenzione. Solo la nostra volontà può rovinare il progetto divino, per cui bisogna essere vigilanti affinché questo non succeda. Molte volte intervengono la vanità, l’amor proprio, lo scoraggiamento per mancanza di fede, l’impazienza al non ottenere i risultati attesi, ecc. Alcuni pensano che i cattivi pensieri provengano dal diavolo e che non abbiano origine nella propria volontà. Il cuore è la dimora dove sto, dove abito. È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. È il luogo dell’incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell’alleanza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2563).
La Ricerca del Regno di Dio e la Cura della Creazione

L'omelia odierna tocca anche il tema della ricerca del Regno di Dio, un concetto che la Chiesa esplora attraverso vari insegnamenti e parabole. Gesù ci invita a non preoccuparci eccessivamente delle necessità materiali, ma a porre il Regno di Dio al centro della nostra esistenza. Egli ci sollecita a riconoscere il valore intrinseco della vita, che trascende il cibo e il vestito.
Il Signore, nella Chiesa, ci parla attraverso la sua Parola, raccolta nel Vangelo e nella Bibbia, e attraverso la catechesi e le omelie. Non solo ci parla ma si fa anche presente in mezzo al suo popolo, in mezzo alla sua Chiesa. È la presenza del Signore. Il Signore che si avvicina al suo popolo; si fa presente e condivide con il suo popolo un po’ di tempo. Anche per questo, alla messa non si va con l’orologio in mano, come se si dovessero contare i minuti o assistere a una rappresentazione. Si va per partecipare al mistero di Dio.
“Cercate piuttosto il regno di Dio e queste cose vi saranno date in aggiunta”. È un’espressione abbastanza misteriosa al nostro orecchio moderno. Anzitutto per il piuttosto. In realtà il testo greco dice “nient’altro che il Regno di Dio - πλὴν ζητεῖτε τὴν βασιλείαν αὐτοῦ”, intesa come quella realtà che sta prima di tutto, al di sopra di tutto. Il regno di Dio vuol dire la buona relazione con Dio e tra di noi, e anche questa è un’affermazione che può essere compresa in molti modi, a cominciare dalle tante parabole con cui Gesù descrive che il Regno dei cieli simile a… il Regno di Dio simile a… Cercate, dunque, prima di tutto la realtà, la dimensione della vita che ha al centro il primato di Dio, la sua presenza amorevole e misericordiosa.
“e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta”. L’aggiunta non va interpretata in modo opportunistico o con una mentalità mercantile. Ecco il grande testo dell’esortazione sapienziale di Gesù. Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Il Regno è diventato vita reale, concreta. Le sorelle monache sanno che non basta essere chiuse in monastero per trovare il regno di Dio, occorre cercarlo in modo insonne. Il verbo ζητεῖν significa cercare con metodo, con studio, con applicazione, con tenacia, non tanto cercare qualcosa di smarrito. È cercare ogni cosa con lo sguardo che ridona la sostanza della vita.
La Cura per il Creato e la Vita Monastica
Il testo evangelico si lega anche alla riflessione sulla cura della creazione, prendendo spunto dalla presenza del Monastero e delle monache sull'Isola di San Giulio. La Bibbia, in particolare il primo capitolo della Genesi, presenta la creazione dell’uomo e della donna in termini di unità: "Facciamo l’uomo... maschio e femmina li creò". La pagina biblica ha detto poco prima che il progetto di Dio era quello di dare all'uomo "un aiuto che gli sia simile, perché non è bene che egli sia solo" (v.18). Il racconto della creazione, Genesi 1, inizia così: “Dio vide che era cosa buona” (cfr Gn 1,4.10.12.18.21.25), un ritornello ripetuto in modo insistente per ogni giorno della creazione. È bello che la Parola ci inviti a guardare alla creazione proprio oggi, in questo luogo da sogno.
Il cristianesimo ha coltivato un atteggiamento possessivo, manipolatore nei confronti della natura. In positivo c’è l’argomento storico: tutto il monachesimo, soprattutto quello benedettino poi cluniacense e, infine, cistercense, è stato il grande movimento che ha sviluppato un rapporto armonioso con la natura. Non dimentichiamo che fino a san Francesco e san Domenico gran parte dei monasteri erano localizzati nella campagna e quindi i monaci sono stati capaci di un’osmosi con la natura, inventando diversi modi di coltivare il territorio perché desse i suoi frutti: l’attenzione all’ambiente, le marcite, le bonifiche, la cultura della vite e dell’ulivo, l’affinamento della produzione della birra, persino l’uso dell’aratro ricurvo.
Riconquistiamo, allora, lo sguardo di Gesù sul mondo che rende presente lo sguardo stesso di Dio: “e Dio vide che ogni cosa buona…”. Ora lo sguardo sulla creazione bella e buona (tob) diventa lo sguardo di Gesù. “Guardate i corvi…”. Luca, a differenza del testo di Matteo che accenna genericamente agli uccelli del cielo (Mt 6,26), parla di corvi. I corvi vengono lasciati andare nel mondo dalla madre dopo pochi giorni dalla nascita, perché imparino ad arrangiarsi da soli. Dice Ravasi: «I corvi sono considerati impuri dalla legge ebraica (Lev 11,15; Dt 14,14; forse per questo Mt 6,26 preferisce parlare di “uccelli del cielo”), ma sono anche un esempio tipico del bisogno di aiuto, perché i piccoli sono abbandonati molto presto dai genitori» (G. Ravasi, La Bibbia per la famiglia, Nuovo Testamento, vol. I, San Paolo, Milano 1998, 239). “Non seminano, non mietono, non hanno ripostiglio nei granai e Dio li nutre”. I due verbi usati da Gesù, per dare sostanza allo sguardo sul mondo, fanno la differenza: l’uno riguarda il cibo e l’altro il vestito. Sono i due gesti della madre e del padre: l’una nutre il figlio e l’altro lavora per vestirlo, per introdurre il piccolo indifeso nella lotta della vita vestendolo, per lanciarlo protetto nel mondo. Sono verbi significativi che indicano la cura essenziale dell’esistenza.
“Non datevi pensiero per la vostra vita e per il vostro corpo, come lo nutrirete, come lo vestirete”. In quest’anno, su questa isola, e tutte le altre volte in cui torneremo, non diciamo semplicemente che quest’isola è bella, quasi fosse una gratificazione estetica tendenzialmente estetizzante, ma piuttosto com’è bello e buono che l’uomo abbia potuto abitare e costruire su questo luogo un ambiente così armonico. Questo lo dobbiamo al favore degli amministratori e alle generazioni di monache che hanno messo tanta fatica, perché come laboriose formichine hanno diffuso la loro opera silente e il loro profumo orante sull’Isola san Giulio.
La Trasfigurazione: Rivelazione di Dio in Gesù

La montagna è sempre il luogo della rivelazione nelle Scritture. Sono gli uomini come Mosè (Es 19) e Elia (1Re 19) che Dio incontra. Si racconta anche che il volto di Mosè venne trasfigurato da quell'incontro: "Quando Mosè scese dal monte Sinai - le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte - non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con il Signore" (Es 34,29). La magnificenza della rivelazione divina si comunica anche a coloro che la ricevono e diventano i mediatori della parola di Dio.
Gesù si mette a brillare come il sole sotto gli occhi di tre discepoli: questo lo individua come colui che è l'ultimo a rivelare Dio, come colui che oltrepassa tutti i suoi predecessori. Ciò è sottolineato ancor più dal fatto che Mosè ed Elia appaiono e si intrattengono con lui. Essi rappresentano la legge e i profeti, cioè la rivelazione divina prima di Gesù. Gesù è l'ultima manifestazione di Dio. È quello che dimostra la nube luminosa - luogo della presenza divina (come in Es 19) - da dove una voce designa Gesù come il servitore regale di Dio (combinazione del salmo 2, 7 e di Isaia 42, 1). La trasfigurazione è la conferma della vita nuova dell'umanità iniziata da quando Dio è disceso nella carne e nella storia. La luce che traspare dalla persona di Gesù è il divino contenuto nell'umanità.
La proposta di Pietro di piantare tre tende ricorda il desiderio di Davide di costruire una casa al Signore e la risposta che sarebbe stato Dio stesso a edificare la sua casa in mezzo agli uomini. La nube che scende e avvolge i discepoli è una sorta di tenda nella quale sentono la Voce che indica nel Figlio la "casa", l'abitazione di Dio tra gli uomini, anzi in loro. Dio abita nei nostri cuori. La trasfigurazione accade in disparte, su un alto monte, uno spazio privilegiato, quasi liturgico. E i cristiani l'hanno sempre collegata alla pasqua di ogni Eucaristia perché la trasfigurazione è illuminazione, rivelazione, miracolosa visibilità di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. È bello restare con Gesù, non andare via. Rendere definitivo e stabile il momento della Gloria.