Il Significato Profondo dell'Abbandono: Dalla Ferita Umana al Mistero Divino

Il concetto di abbandono è complesso e multiforme, capace di lasciare tracce indelebili nell'animo umano e di suscitare interrogativi profondi sulla fede e sulla relazione con il divino. Esploriamo il significato dell'abbandono sia nella sua dimensione psicologica e relazionale, sia nella sua più alta espressione spirituale, attraverso il grido di Gesù sulla croce.

L'Abbandono Genitoriale: Una Ferita Profonda

L'assenza di un genitore, in particolare di un padre, può creare una profonda ferita emotiva, specialmente nei primi anni di vita di un bambino, difficile da comprendere e accettare. I tassi di abbandono sono ancora molto elevati in alcune regioni del mondo, spesso a causa di problemi sociali come la disoccupazione e la povertà.

Tipi di Abbandono Genitoriale

Il genitore assente può manifestarsi in diverse forme:

  • Assenza fisica e psicologica: È il caso del genitore che lascia l'altro completamente solo nell'educazione del figlio.
  • Abbandono emotivo, ma non fisico: Alcuni genitori sono fisicamente presenti ma non si sentono responsabili della crescita emotiva dei figli. Non parlano con loro, non trascorrono tempo di qualità insieme e non si interessano delle loro vite, spesso credendo che i bambini siano responsabilità esclusiva della madre.
  • Assenza fisica, ma non emotiva: Ci sono genitori che, pur formando un'altra famiglia o vivendo lontani, cercano di essere consapevoli e di tenersi aggiornati su ciò che accade ai loro figli, mantenendo un legame emotivo.

Ogni tipo di abbandono genera le sue specifiche conseguenze, che dipenderanno anche dal carattere del bambino e dalla saggezza del genitore che rimane. Non è considerato benefico per il genitore rimasto cercare di ricoprire contemporaneamente il ruolo di "padre e madre".

Infografica sui diversi tipi di abbandono genitoriale e le loro manifestazioni

Conseguenze Psicologiche nei Bambini

Nel caso del genitore completamente assente, il bambino può soffrire profondamente, tendendo a mettere in discussione la propria vita e sentendosi non amato. L'assenza di un padre o di una madre che lascia il posto all'unica relazione madre-figlio o padre-figlio può, per alcuni, creare un'importante dipendenza nel bambino, rendendogli difficile esplorare, allargare i suoi orizzonti e fidarsi delle proprie abilità. Questo può portare a un senso di esclusione e difficoltà nell'adattarsi al mondo e alla realtà.

La Sindrome dell'Abbandono nell'Adulto

La paura dell’abbandono non è riconosciuta come una fobia o un disturbo a sé stante, ma può comunque generare una profonda angoscia e tristezza. Questa può sfociare in altri disturbi come dipendenze o depressione. L’abbandono può derivare sia da un trauma reale, come un lutto o l'allontanamento di un genitore o del caregiver, sia dallo stile di attaccamento che i genitori adottano.

A seconda delle risposte ottenute dal genitore, il bambino svilupperà uno specifico stile di attaccamento (sicuro, evitante o ansioso) che avrà ripercussioni sul suo essere e sulle sue relazioni future. Se lo stile è sicuro, il bambino crescerà con buona autostima e fiducia in sé e negli altri. Al contrario, uno stile evitante o ansioso può portare a ansie, timori, bassa autostima e scarsa fiducia nelle relazioni. Da adulti, l’abbandono non si verifica nei confronti dei genitori, ma si vive, ad esempio, in caso di separazione dal partner.

Chi soffre della paura dell'abbandono può manifestare comportamenti volti a prevenire che l'altro si stanchi, critichi o sia in disaccordo. Si cerca di creare una relazione "perfetta", ma questo spesso porta a un rapporto fittizio, poiché non ci si mostra per ciò che si è veramente. Questi sentimenti e sintomi associati possono, nei casi più gravi, generare attacchi di panico, ira e depressione. In tali situazioni, seguire una terapia con uno psicologo può essere opportuno.

Comportamenti Classici della Paura Abbandonica:

  • Evitamento: Non legarsi a nessuno per paura di soffrire e di essere lasciati. Si cerca il controllo attraverso l’isolamento o relazioni brevi e poco impegnative, ma tale atteggiamento è inefficace.
  • Controllo o ipercompensazione: Convinzione che il controllo sul partner possa prevenire azioni dannose come il tradimento o la menzogna. Questo comportamento è basato sulla paura e porta a vivere la relazione con l'ansia dell'attesa di un evento negativo.
  • Rassegnazione: L'accettazione passiva di essere abbandonati o di vivere in relazioni insoddisfacenti.

Questi comportamenti difensivi innescano un circolo vizioso che conferma le insicurezze originarie, ovvero la paura di non essere amabili o degni d'amore.

Superare il Trauma dell'Abbandono

Superare il trauma dell'abbandono richiede un profondo lavoro su se stessi. Si consiglia innanzitutto di accettare e esprimere le proprie emozioni, sia passate che presenti. Successivamente, è importante risolvere gli abbandoni e le paure reali, cercando di ricordare razionalmente i fatti e di dar loro un senso. Infine, bisogna porsi domande cruciali:

  • Come ci si è protetti di fronte a questi abbandoni?
  • Si ha ora una prospettiva diversa della vita che permette di accettare e mettere da parte quel sentimento e la paura dell'abbandono?
  • Si è pronti a lasciar andare quella persona scomparsa dalla propria vita e a continuare per la propria strada?

Da questo momento può iniziare il processo per costruirsi come persona e scegliere chi si vuole essere, anche lasciando spazio alla creatività per ritrovarsi.

Il Trauma dell' Abbandono

Il Grido di Gesù sulla Croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"

Il disperato grido di Gesù in croce, "Elì, Elì, lemà sabactàni?", rappresenta un momento di profonda angoscia e solitudine. Gesù, prossimo alla morte, non percepisce più la vicinanza del Padre, che gli aveva sempre promesso di non lasciarlo solo nella sua missione terrena. Per la prima volta, si rivolge a Dio chiamandolo "Dio" e non più "Padre" o "Abbà".

Il Grido di Gesù sulla Croce

Questo grido è quello di un uomo che sta scivolando nel baratro della disperazione, sprofondando nell’angoscia del nulla. In esso si "agita" la non accettazione del suo destino, un tentativo di ribellione. Gesù, che ha sempre creduto di essere nel giusto, di aver difeso i poveri e gli umili, si sente ora abbandonato. Non più figlio di Dio, non più Salvatore dell'umanità, non sa dare un significato alla sua esistenza e alla sua sofferenza. La domanda "Perché ho vissuto, per che cosa muoio se non sono Tuo Figlio?" riflette la condizione di un uomo angosciato di fronte a una morte inspiegabile rispetto a una vita condotta nella ricerca e nella pratica dell'amore di Dio.

Gesù affronta la morte nel più grande tormento, completamente abbandonato. Gli si spalanca l'inferno della disperazione, che consiste non solo nella perdita integrale della vita (anima e corpo), ma anche nella perdita di Dio, nella negazione della speranza e dell'esistenza stessa di Dio. In questo esatto momento, Gesù è "a-teo", senza Dio.

Rappresentazione artistica di Gesù sulla croce durante il grido

L'Inquietante Oscurità e la Solitudine di Cristo

A fare da sfondo al grido di Cristo fu un'inquietante e insolita oscurità, con "tenebre" che avvolgevano il cielo dalle 12:00 alle 15:00. La solitudine del Salvatore non ha termini di paragone; nessuno è stato più solo di Gesù. La sua sofferenza emotiva non era inferiore a quella fisica. Dio Padre non aveva mai lasciato il Figlio prima di questo momento, come testimoniato dalle parole di Cristo ai discepoli: "...mi lascerete solo, ma io non sono solo perché il Padre è con me" (Giovanni 16:32).

Questo abbandono e questa sconvolgente solitudine si verificano perché Gesù Cristo è morto per noi, al posto nostro. Come leggiamo in Abacuc 1:13, Dio ha gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male. Gesù doveva soffrire anche la solitudine e l'abbandono totali, e in questa esperienza è stato tentato in tutto come noi, ma senza peccare. Le sue parole strazianti, incorniciate dall'oscurità, sono illuminanti e ci guidano, ricordandoci che Dio non ci abbandonerà mai perché il nostro Signore ha vissuto il trauma della totale solitudine al posto nostro.

Le Molteplici Interpretazioni del Grido

Il Salmo 22 e la Speranza nella Risurrezione

Il grido di Cristo riprende il Salmo 22 di Davide, che profetando descrive i tormenti della passione del Signore, per poi cambiare improvvisamente registro ed esultare di gioia preannunciando la risurrezione. Ciò significa che Gesù, nella massima amarezza della sua sofferenza, attesta che il Padre non lo abbandona ma che ben presto lo farà risuscitare per una vita senza fine. Pertanto, queste parole di Gesù, anziché scoraggiare, intendono infondere grande speranza: dopo una breve pena, il Padre ci riscatterà. Non è legittimo dire: "se è stato abbandonato Gesù, che diritto ho io di essere ascoltato?", poiché, come annota la Bibbia di Gerusalemme, è un "grido di reale angoscia, ma non di disperazione".

L'Immensità del Dolore di Cristo

Queste parole testimoniano il dolore infinito e immenso che Cristo ha provato in croce. Se durante la sua vita terrena è sempre stato confortato dalla visione beatifica che lo teneva unito al Padre, adesso, come per un miracolo, è privato anche di questa consolazione. Louis Chardon scrive che la parte superiore della sua anima non espande nella parte inferiore alcuna luce o consolazione, privandolo di ogni sollievo. Per questo San Tommaso afferma che il dolore di Cristo ha superato il dolore di tutti gli uomini messi insieme, soffrendo non solo per la perdita della vita corporale, ma anche per i peccati di tutti.

L'Espiazione dei Peccati e l'Amore Divino

Un terzo significato è che Gesù in quel momento espia i peccati di tutti gli uomini con una soddisfazione rigorosa, caricando su di sé tutta la pena che i peccati avrebbero meritato. Gesù vuole sperimentare l’abbandono da parte del Padre per risparmiarci dall'essere abbandonati, specialmente nell'ultimo momento della nostra vita. Il Salvatore ha voluto appropriarsi dei nostri peccati per espiarli, e allo stesso scopo ha voluto essere simile al peccatore abbandonato da Dio ed esposto alla sua severa giustizia. È questo che lo obbliga a voler sperimentare in se stesso, durante un trasporto di amore sovraeminente per noi, i crudeli terrori di questo abbandono finale. Questo ci fa concepire l'orrore dell'abbandono e ci impedisce di cadere in esso mediante una totale confidenza nella sua bontà.

Un Grido "a Dio", non "contro Dio"

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" non è un grido contro Dio, ma un grido a Dio. Dalle parole di Cristo traspaiono l’affetto e la conoscenza profonda e personale del Padre: “Dio mio…”. Il pronome “mio” è come una carezza che la citazione biblica fa avvertire al cuore dell’Uomo di dolore, provato come non mai, e a ciascuno di noi. Le Sue parole, pronunciate a fatica in croce, ci aiuteranno anche a prendere il male sul serio. Il peccato non è una "cosuccia"; è la separazione dal bene e dalla verità di Dio. Però il debito è stato pagato. Il nostro Salvatore si è offerto di pagare per tutte le nostre colpe. Dobbiamo riconoscere la propria situazione, affidarsi a Lui e ricevere il Suo perdono, così che, per la Sua solitudine, non ci sentiremo più soli.

Il Trauma dell' Abbandono

L'Abbandono Fiducioso a Dio: Un Percorso di Fede

L'abbandonarsi a Dio, ovvero l'atteggiamento di abbandono fiducioso, è un modo con cui l'uomo esprime il suo rapporto con il divino, dando concretezza alla Presenza del Padre. Gesù, con il suo modo di rapportarsi al Padre, ci mostra fino a qual punto giunge il vero abbandono.

Il Modello di Gesù

Gesù sapeva non solo che il Padre esiste, ma che è veramente un Padre e che vuole esercitare la sua paternità. Perciò si è affidato a Lui totalmente. Nel deserto, Gesù resiste alla tentazione di usare autonomamente i suoi poteri, riconoscendo che tale pensiero lo priverebbe della sua identità di figlio. Egli ragiona: "Se io sono figlio di Dio, Dio mi è padre: mi occupo perciò solo di ciò di cui egli mi incarica, non faccio se non ciò che Egli mi indica, mi fido di Lui, Egli sa ciò di cui ho bisogno e provvede, proprio perché mi è Padre!" Sul Calvario, la sua situazione interiore è identica, sebbene le condizioni esteriori siano drammatiche. Con l'abbandono al Padre ogni tentazione è vinta, e il Padre interviene con tutta la sua onnipotenza.

L'abbandono di Gesù al Padre è stato completo, e la sua vita ci invita a "diventare come bambini", ovvero a fidarci e affidarci a Dio. Questo atteggiamento non è una rinuncia alla propria personalità, ma un affidarsi, un lasciare che un Altro (Dio) si occupi di noi, come alludeva Isaia con l'aggettivo "confidente".

Come Praticare l'Abbandono Fiducioso

Giungere a un abbandono come quello di Gesù richiede un esercizio costante in piccole occasioni quotidiane. Credere in un solo Dio Padre onnipotente porta a due conseguenze fondamentali:

  1. Attenzione a ricevere gli impulsi di vita da Dio: Prendere da Lui sentimenti e pensieri per il proprio cuore.
  2. Grande fiducia: Avere un Padre che è davvero papà, che si occupa di noi ogni giorno, non solo nelle solennità. Si può lasciare la propria vita alla preoccupazione del Padre, che conosce i nostri bisogni e il perché di ogni avvenimento.

A volte, ciò che Dio ci dice supera la nostra intelligenza, ma se Lui lo dice, lo faremo, come Abramo. L'abbandono implica sottomettere la propria volontà alla Parola di Dio, anziché lasciare che il proprio io prenda il sopravvento. Non è rinuncia all'impegno, ma la fatica di impegnare la fede e l'amore al Padre, come suggeriscono i salmi e il Siracide: "Getta sul Signore il tuo affanno, ed Egli ti sosterrà", "Confida nel Signore con tutto il cuore e non appoggiarti sulla tua intelligenza".

I Benefici dell'Abbandono Fiducioso

L'abbandono è il passaggio dalla fiducia in sé stessi e nelle proprie forze alla fiducia in Dio, che ha strade insospettate d'intervento. Abbandonandosi a Lui, il peso della vita e delle responsabilità si alleggerisce, e la vita stessa diventa sostenuta da Dio. Si ritrova leggerezza, sorriso, fiducia, calma e riposo interiore. È un atto di fede che può portare anche benessere fisico: "Salute sarà per il tuo corpo e un refrigerio per le tue ossa".

Altre conseguenze benefiche includono:

  • Intervento divino: Dio può intervenire e rivelare concretamente la sua presenza e paternità, operando piccoli e grandi miracoli.
  • Crescita di fiducia e fede: Scompare l'ansia, si scioglie l'angoscia, e si vede il futuro con ottimismo basato sulla certezza di Dio.
  • Gioia del cuore: Impossibile essere contenti finché ci si vuole padroni della propria vita. "Lo inondi di gioia dinanzi al tuo volto, perché confida nel Signore" (Sal 21,7).
  • Generosità e disponibilità: L'affidamento a Dio apre gli occhi alle necessità dei fratelli.
  • Lucidità nel riconoscere la presenza del Padre: Si elimina il vuoto tra sacro e profano, riconoscendo Dio in ogni azione e situazione quotidiana.
  • Una vita lunga e libera: Chi si abbandona fiducioso al Padre pone le basi per una vita più serena e lunga, superando la schiavitù del denaro e la frenesia del mondo, e trovando un nuovo ritmo di vita che permette di respirare e di essere liberi.
Illustrazione del concetto di abbandono fiducioso a Dio: una persona che si lascia cadere nelle mani di un'entità luminosa

L'Esempio di Gesù e degli Apostoli

Gesù stesso esigeva dai suoi un atteggiamento di abbandono, dandone l'esempio. Quando dormiva nella barca che si riempiva d'acqua, accusò i suoi discepoli di paura e mancanza di fede. In altre occasioni, esortò all'indifferenza santa di fronte alle cose e ai bisogni materiali, un atteggiamento di libertà dalle preoccupazioni perché c'è Colui che si è dichiarato responsabile della nostra vita. Gli apostoli fecero eco a Gesù: Pietro (1Pt 5,7) invita a "gettare in Lui ogni vostra preoccupazione, perché Egli ha cura di voi", e Paolo (Filippesi 4, 6 ss) esorta a non angustiarsi per nulla, ma a esporre a Dio le proprie richieste.

L'Abbandono non è Pigrizia: "Aiutati che Dio t'aiuta"

L'abbandono a Dio non deve favorire la pigrizia o la comodità. Il noto proverbio "Aiutati, che Dio t'aiuta" è un invito a compiere il proprio dovere senza riserve. Tuttavia, il proprio dovere non è auto-inventato; esso richiede un'attenta dose di ascolto di Dio, di contemplazione e di disponibilità a Lui. Ci si aiuta solo dopo aver compreso in quale direzione e con quali mezzi Dio vuole che ci si impegni. Altrimenti, la frase può suonare pagana o atea, portando all'egoismo e al materialismo.

Quando si eseguono i compiti affidati da Dio, si può vivere nella pace e nella fiducia, certi che Egli è fedele e non mancherà nulla di ciò che serve perché la vita e il lavoro diventino fruttuosi per il regno di Dio. La gioia e la fiducia con cui si sopportano le difficoltà, come una malattia che impedisce opere importanti, sono esse stesse fruttuose per il Regno di Dio.

Il Silenzio di Dio e lo Scandalo dell'Abbandono

Il "Dio che abbandona" e il "Dio abbandonato" sono ambedue "Volti" di Dio che possono scandalizzare. Com'è possibile che Dio abbandoni l'uomo giusto, il figlio innocente? E com'è possibile che un Dio - Gesù Cristo - viva l'abbandono come l'ultimo dei disperati del mondo?

Il silenzio di Dio è stato ampiamente vissuto da molti popoli e persone che hanno subito oppressione, violenza e soprusi senza che Dio intervenisse a difenderli (si pensi all'esperienza degli ebrei nei campi di concentramento nazisti). Questa "passività" divina si può tuttora constatare in diversi ambiti e situazioni politiche, sociali, culturali, esistenziali. In che modo i cristiani si misurano con questo terribile enigma della storia e quindi anche della fede? È nel mistero del Figlio che si abbandona totalmente al Padre, fino al grido di desolazione, che risiede forse la chiave per comprendere un amore così profondo da farsi vicinanza anche nell'estrema lontananza.

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