Quante energie sprechiamo per essere notati, per ottenere l’approvazione degli altri, per sentirci amati. Gesù, nel Vangelo, ci fa comprendere tutto questo facendo riferimento al modo scorretto di comportarsi degli scribi e dei farisei: «Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiaciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente». Il filatterio era uno strumento del culto ebraico, costituito da strisce di pergamena con sopra versetti della Bibbia e chiuse in una capsula di cuoio, che il pio israelita applicava al braccio sinistro e al capo durante la preghiera.
Gesù stravolge completamente questo modo di pensare, affermando che dobbiamo fare il bene semplicemente per la gloria di Dio, non per assecondare il nostro desiderio di essere ammirati, di essere apprezzati da tutti, di mettere a tacere le nostre insicurezze. Perché la nostra sicurezza viene da un Padre che è al di sopra di ogni altro padre: «E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo».
Per non cadere in inganno, allora, dobbiamo avere un’idea chiara di quello che siamo nel cuore di Dio. Mai come in questa epoca, siamo schiavi dell’immagine. Facciamo un esempio: anche se andiamo al ristorante, prima di mangiare qualsiasi cosa dobbiamo necessariamente fotografare il piatto e postare la foto sui social, per dire a tutti dove siamo andati e cosa abbiamo fatto quella sera. Siamo diventati così schiavi del nostro io, del nostro ego, che non riusciamo più a godere di nessun momento senza la necessità di apparire. Non solo, ma siamo sempre in competizione, dobbiamo sempre dimostrare qualcosa a qualcuno, e questo scaturisce anche da una forte insicurezza nell’amore: pur di fare in modo che gli altri ci amino, saremmo disposti a fare di tutto.
Anche gli scribi e i farisei di cui parla Gesù nel Vangelo impiegavano tutte le loro energie per essere notati, senza capire che l’unico che avrebbe potuto saziare davvero la loro sete d’amore e di attenzione era proprio Dio. La buona notizia è che, ora che conosciamo questo meccanismo, possiamo uscirne riconoscendo che la vera gioia non è essere notati dagli altri, ma fare del bene per la gloria di Dio.
Il Sacerdozio nella Chiesa
Il Vangelo di questa trentunesima domenica del Tempo Ordinario è senza dubbio molto impegnativo, soprattutto per chi, nella Chiesa, ha ruoli di responsabilità, come i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, ma anche tutti i catechisti e gli operatori pastorali.
Cominciamo sottolineando un aspetto che potrebbe sembrare una banalità, ma non lo è affatto: Dio decide di parlare agli esseri umani servendosi del linguaggio degli esseri umani. Il nostro è un Dio che si è innamorato dell’essere umano a tal punto da farsi uomo proprio per poter parlare agli uomini attraverso un linguaggio che gli uomini stessi potessero comprendere. Se Dio avesse parlato il linguaggio di Dio, noi uomini non l’avremmo capito, come talvolta succede quando ci approcciamo a un passo dell’Antico Testamento e ci risulta incomprensibile, troppo arduo. Per tale motivo, per rendersi accessibile, Dio ha scelto di non limitarsi a Mosè e alla Legge, ma di parlare agli uomini attraverso un linguaggio umano, e questa è la cosa più bella, più particolare ed entusiasmante della nostra religione.
Il nostro Dio ha amato gli uomini fino a sceglierli come interlocutori. Sì, esatto, noi siamo gli interlocutori di Dio! Dio, l’Onnipotente, Colui che è l’origine di ogni cosa, sceglie di parlare con noi! Tutto questo, però, comporta un grande rischio: per parlare attraverso gli uomini, Dio sceglie nel corso della storia dei profeti, affinché possano annunciare la Parola di Dio.
Ma l’uomo ha diversi modi attraverso cui parlare: tutte le scienze umane concordano nel dire che l’uomo usa le parole per comunicare, ma spesso parla anche attraverso la gestualità, attraverso la manifestazione visiva di un’emozione, attraverso il tono di voce, e così via. Tutto in noi parla ed è proprio questo il rischio di cui parlavamo prima, soprattutto quando parliamo di Dio. E non si tratta di un rischio proprio solamente dei sacerdoti, perché nel Battesimo tutti noi diventiamo re, sacerdoti e profeti.
Oggi, nella Nuova Alleanza, tutti siamo sacerdoti perché nel Battesimo abbiamo ricevuto il sacerdozio comune, e ciò significa che ciascuno di noi ha la possibilità di intercedere presso Dio, di parlare con Dio attraverso un linguaggio umano. Poi, alcuni di noi ricevono la vocazione al sacerdozio ministeriale, alcuni di noi sono scelti per predicare ed essere amministratori dei sacramenti, ma né il Battesimo, né l’Ordinazione sacerdotale elimina la nostra umanità.
Dio, allora, vuole parlare agli uomini attraverso un linguaggio umano scegliendo degli uomini che, ahimè, restano uomini. Dov’è il segreto? Il segreto risiede nell'umiltà e nella disponibilità totale a mettersi a disposizione del Signore, per la Sua gloria, non per la nostra. Significa riconoscere i pochi mezzi che abbiamo a disposizione e utilizzare quelli per fare la volontà di Dio. Come diceva San Francesco ai suoi frati: «Umiliatevi davanti a Dio, perché Dio vi rialzerà», che non significa avere una bassa stima di sé stessi, ma significa mettersi totalmente a disposizione del Signore.

La Santificazione Sacerdotale
La vocazione sacerdotale è essenzialmente una chiamata alla santità, nella forma che scaturisce dal sacramento dell'Ordine. I presbiteri sono chiamati a prolungare la presenza di Cristo, unico e sommo pastore, attualizzando il suo stile di vita e facendosi quasi sua trasparenza in mezzo al gregge loro affidato. Essi sono non solo ministri di Dio, ma anche ministri della Chiesa.
Nel corso della storia, molti hanno lavorato nella vigna del Signore. Non siamo i primi. Per questo dobbiamo anche essere umili e riconoscere tutta la preziosa eredità che i nostri predecessori ci hanno lasciato. Le loro esperienze possono tornare utili per noi. I loro scritti possono essere fonte di luce per il nostro cammino, aiutandoci ad apprezzare «nova et vetera» (cfr Mt 13, 52).
La missione del sacerdote si articola in tre compiti specifici: insegnare, santificare e governare. L’insegnamento, l’annuncio della verità, l’annuncio del Dio rivelato in Cristo, o - con altre parole - il compito profetico di mettere l’uomo in contatto con la verità, di aiutarlo a conoscere l’essenziale della sua vita, della realtà stessa. Oggi vorrei soffermarmi brevemente con voi sul secondo compito che ha il sacerdote, quello di santificare gli uomini, soprattutto mediante i Sacramenti e il culto della Chiesa.
Il Ruolo dei Sacramenti nella Santificazione
Che cosa vuol dire la parola “Santo”? La risposta è: “Santo” è la qualità specifica dell’essere di Dio, cioè assoluta verità, bontà, amore, bellezza - luce pura. Santificare una persona significa quindi metterla in contatto con Dio, con questo suo essere luce, verità, amore puro. È ovvio che tale contatto trasforma la persona.
La fede della Chiesa ci dice che Dio stesso crea questo contatto, che ci trasforma man mano in vere immagini di Dio. Così siamo di nuovo arrivati al compito del sacerdote di “santificare”. Nessun uomo da sé, a partire dalla sua propria forza può mettere l’altro in contatto con Dio. Parte essenziale della grazia del sacerdozio è il dono, il compito di creare questo contatto. Questo si realizza nell’annuncio della parola di Dio, nella quale la sua luce ci viene incontro. Si realizza in un modo particolarmente denso nei Sacramenti.
- L’immersione nel Mistero pasquale di morte e risurrezione di Cristo avviene nel Battesimo.
- È rafforzata nella Confermazione e nella Riconciliazione.
- È alimentata dall’Eucaristia, Sacramento che edifica la Chiesa come Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo.
È quindi Cristo stesso che rende santi, cioè ci attira nella sfera di Dio. Ma come atto della sua infinita misericordia chiama alcuni a “stare” con Lui (cfr Mc 3,14) e diventare, mediante il Sacramento dell’Ordine, nonostante la povertà umana, partecipi del suo stesso Sacerdozio, ministri di questa santificazione, dispensatori dei suoi misteri, “ponti” dell’incontro con Lui, della sua mediazione tra Dio e gli uomini e tra gli uomini e Dio.
Nell’esercitare fedelmente il munus sanctificandi, si rafforza la fede nell’efficacia salvifica dei Sacramenti e, in definitiva, nell’operare attuale di Cristo e del suo Spirito, attraverso la Chiesa, nel mondo. Chi dunque salva il mondo e l’uomo? L’unica risposta che possiamo dare è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si attualizza il Mistero della morte e risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? Nell’azione di Cristo mediante la Chiesa, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale redentrice del Figlio di Dio, nel Sacramento della Riconciliazione, in cui dalla morte del peccato si torna alla vita nuova, e in ogni altro atto sacramentale di santificazione.

Preghiera per i Sacerdoti
La Giornata per la Santificazione dei sacerdoti, istituita da Giovanni Paolo II, è un momento di meditazione e preghiera per ricordare che si è a servizio del popolo di Dio, animati dall’amore di Cristo. Tale Giornata aiuti i sacerdoti a vivere nella conformazione sempre più piena al cuore del Buon Pastore.
Giovanni Paolo II, nella Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo del 25 marzo 1995, istituiva così l’odierna Giornata mondiale di preghiera per la santificazione del clero, facendola coincidere con la Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Una correlazione per ricordare agli uomini di Dio di coltivare nel proprio cuore “un grande anelito di santità”, per percorrere le vie di chi si è fatto simile a Cristo, servendo gli uomini e le donne che gli sono affidati, vivendo la propria vocazione in unione con Maria.
“Cristo ha bisogno di sacerdoti santi! Il mondo di oggi reclama sacerdoti santi!”
Papa Francesco, nella sua lettera ai sacerdoti in occasione del 160.mo anniversario del santo Curato d’Ars, patrono dei parroci del mondo, scrive: “Mi rivolgo a ciascuno di voi che, in tante occasioni, in maniera inosservata e sacrificata, nella stanchezza o nella fatica, nella malattia o nella desolazione, assumete la missione come un servizio a Dio e al suo popolo e, pur con tutte le difficoltà del cammino, scrivete le pagine più belle della vita sacerdotale”.
Ringraziamo anche per la santità del Popolo fedele di Dio che siamo invitati a pascere e attraverso il quale il Signore pasce e cura anche noi con il dono di poter contemplare questo popolo nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante.
Preghiamo affinché i sacerdoti possano essere:
- Chiamati direttamente da Dio ed attraverso loro il Signore desidera rendersi presente alla comunità dei suoi fedeli con la sua Grazia.
- Persone che amano Dio ed è felice di servirlo, e proprio per questo ama anche noi e desidera darci affetto.
- Coraggiosi testimoni della bontà divina.
- Plasmati su Cristo, capaci di passare anche le notti in preghiera.
- Appassionati dei giovani, dei poveri, degli ultimi, instancabili nell’insegnare, nel guidare, nel formare.
- Che non si scandalizzino di nessuna miseria umana.
- Che perseverino nella vocazione e nella santità di vita.
- Che siano portatori di salvezza.
O Signore, Eterno Sacerdote, benedici e santifica i Tuoi Sacerdoti, perché possano guidare il popolo che Tu gli hai affidato, uomini e donne bisognosi del Tuo Amore, della Tua Misericordia e della Tua Grazia.
Vergine Maria, Madre dolce dei sacerdoti di Gesù, intercedi presso il tuo Figlio affinché ciascuno di loro possa riuscire a superare se stesso, con le sue fatiche e le sue tentazioni, e a porre in Dio tutto il proprio cuore.