La crocifissione, un evento centrale nella tradizione cristiana, viene qui analizzata non solo dal punto di vista teologico e storico, ma anche attraverso una lente spirituale e filosofica che ne esplora il significato profondo e universale.
Il Significato Esoterico della Crocifissione
La crocifissione, interpretata in chiave esoterica, assume un significato che va oltre la mera narrazione storica. Secondo questa prospettiva, il corpo è la Croce stessa. Gesù, identificato come il figlio dell'uomo, rappresenta l'ego o l'idea "Io-sono-il-corpo". Il momento della crocifissione simboleggia la morte dell'ego, lasciando spazio all'emergere dell'Essere Assoluto. Questa è vista come la resurrezione del Sé Glorioso, di Cristo, il figlio di Dio.
Di fronte a questa interpretazione, sorge spontanea la domanda sulla giustificazione di un atto così violento come la crocifissione. È lecito chiedersi se uccidere possa mai essere giustificato. La risposta suggerisce una visione radicale: tutti, in un certo senso, si suicidano. La condizione naturale, beatificata ed eterna, viene appiattita dall'esistenza attuale, considerata ottusa. La vita presente deriverebbe dall'uccisione dell'eterna Esistenza positiva, configurando un vero e proprio atto di suicidio collettivo, il che solleva dubbi sulla preoccupazione per il "delitto" in senso stretto.

Il Contesto Spirituale e Filosofico
Il brano che introduce queste riflessioni proviene da "L'insegnamento spirituale di Ramana Maharshi", una raccolta di dialoghi del celebre saggio indù. La presenza di una domanda sulla crocifissione posta a un illuminato indù può inizialmente sorprendere. La ragione di ciò può risiedere nel contesto storico dell'India coloniale britannica e nella presenza di discepoli occidentali che cercavano risposte spirituali universali da una mente illuminata, indipendentemente dalla tradizione religiosa specifica.
Per comprendere la connessione tra l'Advaita Vedanta, la filosofia dell'unità suprema e della non-dualità, e la Passione di Gesù Cristo, è necessario adottare una prospettiva che trascenda il scientismo e il naturalismo immanentista, pilastri del pensiero occidentale moderno. Quest'ultimo tende a ricondurre i fenomeni spirituali a dinamiche puramente "naturali" e sensibili, escludendo l'esistenza di stati ontologici superiori.
La scienza, pur riconoscendo che le dottrine spirituali rispondono a bisogni umani atavici, spesso dichiara tali questioni al di fuori del proprio ambito conoscitivo. Questa evasività, secondo l'autore, nasconde una sorta di "cattiva coscienza", poiché la scienza, riducendo tutto alla soggettività, squalifica il senso, lo scopo, il valore e la qualità, aprendo così la porta al nichilismo, manifestato nella confusione intellettuale, morale e sociale contemporanea, nell'individualismo narcisistico e nello scherno verso ogni dottrina che esorti a guardare oltre l'individualità transitoria.
Oltre lo Scientismo: L'Esperienza Spirituale
Abbandonando lo scientismo, è necessario porsi da un punto di vista che presuppone l'esistenza di livelli ontologici superiori, accessibili all'uomo attraverso un itinerario interiore che comporta una trasformazione del soggetto stesso, fino all'identificazione con la verità attraverso l'intuizione intellettuale.
Come sottolinea Giuseppe Tucci, riportando un'esperienza tibetana, la religione (o, meglio, la spiritualità) non è conoscenza nel senso moderno del termine, ma esperienza, un'ascesa verso piani spirituali superiori e un possesso duraturo di verità eterne, inaccessibili alla teologia ma raggiungibili tramite una visione interiore e immediata.
È importante distinguere tra "spirituale" e "religioso". In Occidente, tutto ciò che non rientra nella scienza viene spesso inglobato nella categoria del "religioso", con un conseguente degrado, poiché per l'uomo moderno la religione è associata a fideismo, sentimentalismo e irrazionalità. Tuttavia, come evidenziato da René Guénon, la religione, nel senso proprio del termine (caratterizzata da dogma, morale e culto), è un fenomeno non universale, distinto dalle vie spirituali orientali.
La conoscenza, nel senso moderno, è intesa come possesso di qualcosa di esteriore, logico-discorsivo o matematico, che rimane distinto dal soggetto. Al contrario, l'esperienza spirituale implica un'identificazione tra soggetto e oggetto, un loro reciproco annullamento. La teologia, essendo un discorso su Dio, rimane esteriore al soggetto. L'esperienza spirituale, invece, mira ad annullare questo divario. Essa può essere vista come la conoscenza suprema, l'intuizione intellettuale, il "trasumanare" in cui l'uomo, spogliato del transitorio, si identifica con il divino.
Ripristinare questo significato supremo di conoscenza nella cultura occidentale è fondamentale per evitare fraintendimenti e aprirsi a nuove possibilità. Se si accetta che solo il sapere scientifico sia oggettivo, tutto ciò che va oltre viene relegato alla soggettività. Accettare l'esistenza di un tipo superiore di conoscenza, però, aprirebbe la strada alla ricerca di una fonte eterna di verità, superando l'egualitarismo intellettuale moderno che nega le differenze naturali di inclinazioni e talenti.

Significato Essoterico vs. Esoterico
Tornando al brano di Ramana Maharshi, la sua risposta alla domanda sulla crocifissione illustra il significato esoterico, ovvero quello interiore e spirituale, distinto dal significato essoterico, rappresentato dalla teologia e dal catechismo. Quest'ultimo si concentra sull'interpretazione letterale degli eventi legati a Cristo, con lo scopo di salvare l'umanità dal peccato originale e dalla dannazione.
La narrazione cristiana tradizionale, presa alla lettera, ha portato a un cristianesimo essoterico, suscettibile di critica razionalistica. La vita di Cristo è stata un esempio di condotta per l'umanità occidentale, ma spesso seguita esternamente: fede nella Parola, bontà verso il prossimo, agire retto. Questo modello ha plasmato secoli di civiltà occidentale.
Tuttavia, la Passione e la Resurrezione possono essere intese come un percorso interiore. Seguendo l'espressione di Meister Eckhart, si può trovare Dio nell'anima, scoprendo che, dopo aver eliminato tutto ciò che è individuale e transitorio, si è Dio stesso. Finché si rimane nel cristianesimo essoterico, ci si identifica con il proprio corpo e la propria individualità empirica. Cristo appare come un paradigma irraggiungibile, ontologicamente distinto da noi.
Dal punto di vista esoterico, invece, le gesta di Cristo diventano simboli del percorso interiore per raggiungere l'Identità suprema (chiamata Atman nell'induismo, o Identità suprema nel sufismo).
La Crocifissione Interiore e la Morte dell'Ego
La crocifissione interiore, la morte dell'ego, è un cammino lungo e arduo. Inizia con la "spoliazione dei metalli" degli alchimisti o lo "sgrossamento della pietra grezza" dei liberi muratori. Questi simboli rappresentano tutto ciò che ci appesantisce e ci impedisce di guardare con serenità e equanimità dentro e fuori di noi.
Questi ostacoli possono includere:
- Posizioni ideologiche rigide.
- Esperienze passate che incasellano gli eventi in categorie fisse.
- L'educazione ricevuta (familiare, scolastica, scientifica).
- Caratteristiche del proprio carattere come impulsività o abulia.
- Soprattutto, l'orgoglio, la corazza dell'io empirico, che offusca la vista e impedisce di riconoscere le proprie responsabilità, debolezze e mancanze.
Questo lavoro interiore preliminare è assimilabile a molti precetti religiosi ed esoterici. Il cristianesimo, anche nella sua versione moralistica, esorta all'amore per l'altro, alla comprensione e al perdono.

Il Dolore, la Sofferenza e le Reazioni Umane
Il dolore è primariamente un danno, una perdita. La malattia limita le capacità fisiche e sociali, trasformando il corpo da strumento di comunione a barriera. Il dolore isola, altera la percezione delle relazioni e suscita interrogativi sul suo significato ("perché soffro?", "perché proprio a me?"). Spesso si associa la sofferenza a una colpa o a un castigo divino, anche quando non vi è alcuna colpa oggettiva.
L'isolamento attuale, ad esempio, porta a sospettare del prossimo, temendo di essere portatori inconsapevoli di male.
Le reazioni umane di fronte alla sofferenza sono varie:
- L'urlo: un modo per affermare la propria esistenza e invocare aiuto.
- La preghiera: un dialogo con Dio, un affidamento che rievoca formule apprese e che esprimono fiducia.
- Il silenzio: un silenzio denso e consapevole, non dovuto all'imbarazzo, ma all'aver esaurito ogni altro linguaggio.
Queste esperienze, comuni a tutti, compongono la trama dell'esistenza umana.
Il Venerdì Santo e la Potenza del Risorto
Il Venerdì Santo ci invita ad adorare Gesù, il Figlio di Dio, morto sulla croce, corpo martoriato e abbandonato. La domanda fondamentale è: perché adoriamo il Crocifisso?
La storia non si ferma al Venerdì Santo. La Resurrezione vince la morte, e a partire da quel sepolcro vuoto, possiamo tornare al Venerdì Santo con una nuova comprensione. Guardando alla croce attraverso la potenza del Risorto, si comprende che Dio non ha mostrato forza o giustizia trionfante, ma un uomo che muore, perdona e patisce come tutti.
La croce non è un mistero di forza, ma di compassione e amore. Essa lascia in noi la certezza dell'amore fedele di Dio, un amore che perdona il peccato, dona forza nella sofferenza e vince la morte.
Gesù e il "No" al Male
Gesù pronuncia un chiaro "No" al male del mondo. Non invita alla rassegnazione o al fatalismo, né sposa un facile dolorismo. La sua ermeneutica dell'esistenza si basa su un Dio che ha creato l'uomo per una vita piena e lo ha liberato per aprirlo a relazioni autentiche.
La vita, secondo la tradizione biblica, è relazione. Ogni menomazione di essa (poca libertà, salute, opportunità) viene riscattata perché Dio desidera la vita piena dei suoi figli. Il "no" di Gesù al male diventa il "no" di Dio stesso all'umiliazione della dignità umana.
Gesù può essere visto come "il protestante", colui che sa opporsi al male e all'ingiustizia, cercando creativamente nuove possibilità di vita. Sebbene non rimuova definitivamente il male, la sua promessa ai credenti è un impegno: credere in sé stessi e amare.
I miracoli evangelici non sono gesti magici, ma "gesti di potenza" o "segni" che rimandano alla potenza divina. Essi avvengono sempre in sinergia con chi chiede la guarigione. La fede, intesa come fiducia in Gesù, è l'elemento decisivo che attiva la sua potenza.
L'alleanza terapeutica tra Gesù e chi cerca guarigione sottolinea il coinvolgimento attivo del richiedente. La fede è una potenza capace di attivare la potenza di Gesù, richiedendo un dialogo, un incontro, un'interrelazione.
Gesù difende Dio dalla tentazione di credere che la creazione sia in balia del male. La sua azione, anche taumaturgica, afferma che il mondo non è dominato da forze oscure. Egli "evangelizza Dio", liberando l'uomo da idee distorte e Dio da immagini perverse.
La preghiera si nutre di immagini di Dio. La crocifissione, con la nudità di un uomo spogliato di tutto, contraddice le categorie convenzionali di sacro e salvifico. Il crocifisso è un "excommunicatus vitandus", un bandito dalla società civile e religiosa. Eppure, siamo chiamati a vedere Dio in quell'uomo.
La pratica terapeutica di Gesù ci insegna che Dio non è come l'uomo solitamente lo intende. Egli incoraggia a credere in Dio e in sé stessi, poiché Dio stesso ripone fiducia nell'uomo. Non abbiamo diritto di disprezzarci, perché Dio ci stima e ci ama.
Etty Hillesum, nel suo diario, esprime una profonda consapevolezza: "Tu non puoi aiutare noi, ma siamo noi a dover aiutare te... L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi... è un piccolo pezzo di te in noi stessi... sembra che Tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali... tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi".
La Crocifissione e le Tentazioni
La crocifissione può essere letta alla luce delle tentazioni nel deserto. Satana propone a Gesù la via facile, la "comfort zone" del religioso onnipotente e trionfalistico. Similmente, anche nella pratica religiosa si possono usare linguaggi di preziosità e sfarzo, quasi a competere con il mondo.
Gesù rifiuta la via trionfalistica. La crocifissione testimonia la radicalità di questo rifiuto. Nel momento più buio, quando la parola del Padre sembra assente ("Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"), è proprio lì, nel silenzio e nell'oscurità, che Dio si manifesta.
La vittoria contro la tentazione ha un prezzo altissimo: buio, silenzio di Dio, morte. Questo prezzo è rivelazione: anche nell'abisso del male, Dio è presente. La nube nell'Antico Testamento è luogo della presenza divina. Dio è salvatore del mondo in Gesù crocifisso: una follia pura, uno scandalo.
Siamo chiamati a raccontare questa follia e questo scandalo, anche in un'epoca di riconoscimento sociale e pubblico del cristianesimo.
Il Silenzio di Dio sulla Croce e la Fede
Nei Vangeli, in particolare in Matteo, gli scherni subiti da Gesù sulla croce sono impietosi: "Tu, che distruggi il tempio... salva te stesso!". Viene rimproverato per aver confidato in Dio, per aver vissuto nella fede.
Questo si inserisce nel tema del silenzio di Dio. Gesù abita l'abisso di una fede smentita, di un volto che non risponde. È come se dicesse: credo a Dio e mi affido a lui anche se non mi parla e mi nasconde il suo volto. È l'atteggiamento di Giobbe: "Anche se mi uccidesse, io spererò in lui".
Questa umanità di Gesù, che abita perfino la sconfessione della sua fede, è ciò che rende la sua figura avvincente. La sua passione e morte, da mille punti di vista fallimentari, rivelano l'intenzione profonda che lo ha mosso.
Nel suo avvicinarsi alla morte, Gesù entra sempre più nel silenzio, concentrato sul nucleo della sua fede, custodendo il "secretum meum mihi" (il mio segreto è per me). Questo segreto è la convinzione profonda che ha nutrito tutta la sua vita e che custodisce anche nella prova tragica, nel rapporto segretissimo con Dio.
Anche quando tutto sembra contraddirlo, siamo chiamati a custodire la verità profonda che dà senso alla vita: "ho fatto bene ad aver servito il Signore". Solo il silenzio, a volte, può custodire certe verità.
La Fede di Gesù: Amore per Dio e per l'Uomo
Gesù, attraverso la frequentazione delle Scritture, giunge a una sintesi fondamentale: amare Dio e amare il prossimo. Non ha mai scisso Dio dall'uomo. La sua radicalità, originalità e intelligenza si manifestano nel modo in cui ha vissuto questa sintesi.
Gesù ha "evangelizzato Dio" tenendo conto dell'intero dell'uomo, della sua miseria, povertà, pochezza e peccato. La rivelazione del Nome di Dio nell'Esodo ("Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà") sottolinea la sconfinata misericordia divina, che supera il giudizio.
Dio, nella sua essenza, conosce il peccato dell'uomo e ne è già perdono. Gesù ha compreso Dio tenendo presente l'uomo e il suo bisogno.
I discepoli percepiscono in Gesù qualcosa di inaudito, un modo di parlare di Dio che non si basa su stereotipi teologici. Gesù ha osato far incontrare Dio e l'uomo, riconoscendo che il cuore di Dio vuole solo la vita dell'uomo. Questo implica una conversione di Dio all'uomo: Dio a servizio dell'uomo.
Il gesto di Gesù nei confronti di Giuda, il nemico personale, testimonia questo servizio radicale. Sebbene questo abbia portato al tradimento e alla morte, la domanda rimane: ha perso o ha vinto? La risposta dipende dallo sguardo.
Riconoscere il Risorto: La Croce e le Scritture
Per riconoscere il Risorto, è essenziale la comprensione della Croce, che a sua volta richiede l'intelligenza delle Scritture.
I due discepoli in cammino verso Emmaus discutono su quanto accaduto, avvertendo che qualcosa sfugge alla loro comprensione. Hanno perso la speranza, ma continuano a parlarne. Luca descrive la loro conversazione con tre verbi: discorrere (mileon), cercare insieme (suzeteon), e dibattere (antiballein). La loro ricerca, seppur corretta, non è sufficiente.
È necessario un "evento" rivelatore: il Risorto si avvicina e si fa loro compagno di viaggio. La sua comparsa è improvvisa e gratuita. I discepoli non lo riconoscono a causa di un'incapacità profonda di sguardo, che investe mente e cuore.
Gesù prende in mano la situazione, non cambiando la direzione del viaggio, ma mutandone il significato: da allontanamento a incontro. Si introduce nella loro discussione con una domanda diretta: "di quali argomenti state dibattendo?".
La domanda dello sconosciuto suscita sorpresa. Uno dei discepoli, Cleopa, esprime lo stupore che qualcuno possa non sapere ciò che è accaduto a Gerusalemme. Gesù, però, è interessato a come raccontano gli eventi, non a cosa è accaduto.
I discepoli narrano la storia di Gesù in tre tempi: il ministero pubblico, la condanna a morte e il silenzio del sepolcro vuoto. La condanna a morte fu opera delle autorità giudaiche, non del popolo o di Dio. I discepoli sono convinti che Gesù fosse un "profeta potente", ma la Croce ha causato una cocente delusione: "Speravamo che fosse Lui il liberatore di Israele".
La Croce ha smentito la speranza messianica, ma ai discepoli sfugge il legame tra il profeta potente e il Messia crocifisso. Il modo di guardare la Croce deve cambiare: non la smentita della speranza, ma il suo fondamento.
Vivere la Speranza nel Mondo
Viviamo in un mondo che esorcizza il pensiero della morte, ma ne subisce l'attrazione. Il passato "avevamo sperato" racchiude sconforto, come se la storia si facesse beffe di chi spera. La sensazione che l'oscurità abbia il sopravvento, la confusione su ciò che è lecito e morale, ci porta a perdere il metro di giudizio.
Il Signore Risorto si incontra lungo la strada della vita, non in luoghi appartati. Il cammino indicato è quello della vita quotidiana, dove si vivono speranze, angosce, pene e sogni degli altri.
Lo stile di Gesù nell'accostarsi alle persone è discreto, rispettoso, cordiale. Come dice Michel Tournier: "Il caso è Dio che passa in incognito". L'incontro con persone e situazioni apparentemente casuali può rivelare la presenza del Cristo pellegrino, quando una parola accende il cuore o un gesto di amicizia inatteso si manifesta.
Tenere gli occhi fissi su Gesù permette di coniugare il verbo sperare non solo al passato, ma di vivere gioiosamente pieni di speranza.
La Speranza: Vanto, Dono e Fedeltà
La speranza non è una semplice consolazione, ma un vanto, la consapevolezza di ciò che si è ricevuto e la promessa di ciò che si riceverà. Non deve essere predicata, ma vissuta.
In una cultura che richiede verifiche immediate, la speranza si manifesta attraverso messaggi di vita. La vita eterna incomincia qui; se non inizia qui, perde di senso.
La speranza si traduce in:
- Leggerezza, scioltezza, libertà di fronte agli eventi della vita, inclusa la morte. Questo non è incoscienza, ma affidamento a Dio ("Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore").
- Capacità di donare senza attendere nulla, di perdonare.
- Fedeltà, pazienza non passiva.
- Non scegliere di stare con i vincitori, ma con i poveri, i sofferenti, gli erranti.
La speranza non si nutre dell'evidenza, è anteriore alle verifiche, è un "assoluto". Come nel Talmud, anche se il Giudice del mondo chiedesse conto delle azioni, la speranza è la perseveranza in Lui.
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