Un Sito Enigmatico nel Cuore della Sardegna
Il sito rupestre di Santo Stefano, alla periferia di Oschiri, è "un unicum nel Mediterraneo: ti sembrerà di essere proiettato in un luogo enigmatico e sorprendente, che evoca suggestioni e interrogativi". Nelle campagne di Oschiri, a metà strada tra Sassari e Olbia, tra silenzio surreale e natura incantata, spicca un banco di granito lungo circa dieci metri, sul quale sono state scolpite con precisa sequenza una serie di incisioni geometriche.
La “tavola” di pietra è stata definita “altare rupestre” perché si trova di fronte alla chiesa di Santo Stefano, che dà nome al sito. L’Altare Rupestre di Santo Stefano si trova proprio di fronte alla chiesa di Santu Istevene (Santo Stefano), costruita in tempi più recenti. Che l’altare fosse un luogo sacro è indubbio, tanto la “sacralità” del luogo è ancora percepibile.

Descrizione del Complesso Archeologico
Il sito di Santo Stefano si trova all’interno di un’area molto vasta caratterizzata da una necropoli ipogeica in cui sono presenti numerose Domus de Janas, circa 8, datate Neolitico recente, precisamente Cultura di Ozieri (3500-2700 a.C.). Vicino, sparse in un boschetto di macchia mediterranea, si trova una necropoli con otto domus de Janas, mentre attorno sono disseminate rocce adattate a nicchie, tra le quali è difficile distinguere mano dell'uomo e della natura. Sono inoltre presenti i resti di un nuraghe.
La conformazione stessa delle rocce circostanti risulta molto particolare e l’intera zona è intrisa di forte sacralità. L'area archeologica di Santo Stefano, nota alla Soprintendenza Archeologica di Sassari già dagli anni '60 ma mai sottoposta ad un'indagine di scavo sistematica, prende il nome dalla piccola chiesa, il cui impianto attuale è comunque tardo. Tutta l'area è circondata da insediamenti neolitici, diverse Domus de Janas, resti di nuraghi e incisioni nella roccia.

L'Altare Rupestre: Dimensioni, Forme e Incisioni
Ciò che rende il sito particolarmente interessante ed unico è la grande roccia lunga circa 10 metri in cui sono state scolpite numerose nicchie di forme triangolari, semicircolari e quadrangolari. Sull’ampia parete granitica dell’altare sono stati incisi motivi di varie forme, combinati tra di loro: incavi triangolari, quadrangolari e semicircolari, attorno decine di coppelle e croci.
La roccia presenta uno zoccolo inferiore completamente privo di incisioni e una parte superiore con due file in cui si distribuiscono 21 nicchie (14 nella fila inferiore e 7 in quella superiore) oltre ad un gran numero di coppelle a delimitare e/o incoronare soltanto alcune forme. Le “immagini” incise non hanno similitudini altrove e questo ne rende difficile ogni decriptazione. Molti segni che la devozione di secoli di fedeli hanno lasciato nelle pietre dell’area sacra di Santo Stefano sono difficilmente databili, anche se un occhio attento può riconoscere diversi "strati" senza peraltro avere la certezza della sequenza in cui collocarli e ancor meno della datazione.

Altre Rocce Istoriate nel Complesso
Tra necropoli e altare sono individuabili altre quattro rocce istoriate, intrise di fascino e sacralità:
- una con tre nicchie quadrangolari e coppelle sopra e sotto;
- un’altra con due incavi triangolari e un bancone, usato forse per offerte votive o rito dell’incubazione;
- una nicchia rettangolare, assimilabile a una tomba a tafone;
- infine una “meridiana” costituita da un incavo circolare, sormontato da uno scalino e circondato da coppelle.
Immediatamente dietro la meridiana si trova una roccia piana sulla quale è incisa profondamente una forma rettangolare, nel lato più corto a nord si trovano una serie di coppelle come a disegnare una “corona”. A un metro di distanza circa, dietro la parte destra di quest’ultima troviamo una roccia con incise 14 coppelle orizzontali, infine a circa 10 metri dall’altare rupestre si trova un’altra roccia con tre nicchie quadrangolari incise, leggermente sfasate fra loro, immediata è l’associazione con le false porte.
Nelle immediate vicinanze della chiesa, in un altro spuntone granitico, si consta la presenza di due nicchie triangolari, nonché di una teoria di tre nicchie quadrate. Fronte alla chiesa è stata scavata nel granito una lunga nicchia rettangolare (attorniata nella parte superiore da coppelle) forse riferibile ad una sepoltura.

Datazione e Contesto Storico-Culturale
La datazione del sito è incerta: la necropoli ipogeica suggerisce un periodo fra Neolitico recente ed età del Rame (IV-III millennio a.C.). Ma c’è chi la fa risalire a dopo l’avvento di Cristo o a età bizantina. A conferma che questo fosse un luogo sacro particolarmente importante, oltre alle croci bizantine incise in tempi successivi nel grande “Altare”, vi è la chiesetta di Santo Stefano, costruita esattamente di fronte e datata 1492. Tutta la zona è attorniata da testimonianze di frequentazioni sin da tempi remoti.
La Presenza Bizantina in Sardegna e il Monachesimo Eremitico
Dopo la conquista bizantina (534) la Sardegna, strappata ai Vandali, formò una delle sette province africane costituite dall'imperatore Giustiniano. Una delle modalità d'irradiazione della cultura bizantina in Sardegna si esplica attraverso il controllo militare delle principali arterie stradali romane: in particolar modo la strada a Caralibus Turrem, poi denominata "via dei Greci", fu mantenuta in efficienza attraverso una serie di Stazioni militari, presso le quali furono edificate chiese dedicate ai santi militari del menologio greco. È evidente che la presenza bizantina tende a sovrapporsi ai centri romani preesistenti, privilegiando non solo gli insediamenti militari ma anche i centri costieri espressione del potere laico ed ecclesiastico.
L'altra modalità di penetrazione della tradizione culturale bizantina in Sardegna è rappresentata dalla diffusione capillare della Chiesa greca, sia attraverso la fondazione di complessi monastici (di cui però abbiamo rarissime testimonianze archeologiche), sia attraverso la presenza d'insediamenti rupestri (come "l'altare" di Santo Stefano) che nella maggior parte dei casi riutilizzano grotte naturali e ipogei scavati nella roccia riferibili all'età preistorica. Un monachesimo cenobitico ed eremitico quindi, che si diffuse in tutta l'isola, anche all'interno della Barbagia che fino all'intervento d'evangelizzazione di papa Gregorio Magno (VI-VII secolo) fu roccaforte di una religiosità ancora pagana. È forse in un contesto di monachesimo eremitico che va valutato l'interessante complesso monumentale di Santo Stefano nel comune d'Oschiri in provincia di Sassari.
Come si accennava in precedenza, queste strutture possono forse riferirsi ad un contesto di monachesimo eremitico, nell'ambito di un orizzonte culturale bizantino. Il comune d'Oschiri si trova, infatti, in quell'area geografica della Sardegna dove è particolarmente diffuso e attestato il fenomeno degli insediamenti rupestri. Ad esempio per alcuni aspetti, il sito di Santo Stefano si può assimilare al Monte Santo nella campagna di Mores, dove in età protobizantina è stato riutilizzato un ipogeo preistorico scavato nella roccia, noto come Crastu de Santu Lioseu. L'insediamento di Mores (come il sito d'Oschiri) potrebbe essere una sorta di laura nella quale non si esclude che i monaci occupassero le piccole grotte, ricavate da anfratti naturali o da domus de janas ricontestualizzate ad un nuovo uso.
Anche nel sito di Santo Stefano si riscontrano complessi megalitici e preistorici: si nota la presenza di rocce tafonate e domus de janas forse riutilizzate come celle di monaci bizantini. Questa ricontestualizzazione dei luoghi di culto preistorici durante l'età protobizantina si rileva anche nel territorio di Bonorva, dove la chiesa di Sant'Andrea Priu si insedia, in età paleocristiana, in un articolato ipogeo preistorico. In particolare nell'insediamento di Bonorva si rileva in prossimità di tombe bizantine, nel nartece, la presenza di una nicchia circolare attorniata da dodici coppelle scavate nella roccia, del tutto simile alla medesima iconografia scolpita nel granito di Santo Stefano ad Oschiri. Questa tipologia di insediamenti rupestri con la tendenza all'isolamento e all'eremitismo è comune a quei territori dell'area meridionale dell'Italia che furono sotto la sfera di influenza culturale e politica di Bisanzio, e sono attestati inoltre anche nei territori dell'Egitto e della Palestina.
Sardegna un itinerario nel tempo 1963 (1° Puntata) Giuseppe Dessì
Ipotesi sulla Funzione dell'Altare e delle Nicchie
È problematico fornire argomentazioni sicure e definitive sulla destinazione d'uso di queste strutture scavate nella roccia. Per correttezza scientifica e metodologica, sembra opportuno elaborare solo delle ipotesi, che possano perlomeno sollecitare nuove prospettive d'indagine relativamente a quest'insediamento.
Confutazione dell'Ipotesi Iconoclasta
È difficile pensare che queste nicchie e le figure geometriche scavate nella roccia possano riferirsi a manifestazioni dell'iconoclastia. Contro queste tesi si possono addurre alcune argomentazioni abbastanza razionali e plausibili. È discutibile sostenere che l'iconoclastia, la controversia sulle immagini che nell'VIII e IX secolo sconvolse l'oriente bizantino, possa essersi radicata in una provincia lontana come la Sardegna.
La Chiesa sarda, se era autonoma e autocefala, non avrebbe accettato l'intromissione né della gerarchia ecclesiastica bizantina né tantomeno di quella romana. A favore d'una probabile iconodulia della chiesa sarda, si pensi che quando fu convocato il concilio di Nicea (dove si afferma che le croci e le sante Immagini dipinte, scolpite o cesellate devono essere esposte alla venerazione dei cristiani), Tomaso II primate della Sardegna delegò a rappresentare la Chiesa sarda il diacono Epifanio della Chiesa di Catania. Altra interessante testimonianza a favore dell'iconofilia dei sardi in periodo iconoclasta si trova nella vita di San Teodoro Studita, in cui è narrato un miracolo che interessa proprio la Sardegna. Nell'isola si cantavano i suoi inni contra orationes leges, quindi contro le disposizioni di Leone III Isaurico a favore dell'iconoclastia. Se per l'aspetto storico la Sardegna sembra non aderì al moto iconoclasta, anche in relazione alla destinazione d'uso di questa struttura possiamo elaborare alcune ipotesi.
Teorie e Interpretazioni
Le cavità scavate nella roccia presentano una certa profondità e con probabilità erano concepite per ospitare simulacri. Non possono essere quindi intese come rappresentazioni simboliche. Si nota poi come le nicchie triangolari del registro superiore siano circondate da coppelle. Queste ultime possono intendersi come decorazioni che "incoronano" i simulacri che avrebbero alloggiato nelle nicchie. Vero che alcune figure geometriche presentano una profondità minima, ma in quel caso si può pensare ad alloggi per pannelli lignei con immagini dipinte.
Oltre la disposizione ternaria di queste nicchie, possiamo notare la presenza di due cerchi scavati nella roccia attorniati da dodici coppelle, allusione abbastanza esplicita al Cristo con i dodici apostoli. Questa è l'unica iconografia aniconica (dell'immagine di Cristo) che potrebbe essere ricondotta ad un ambito iconoclasta. Nulla di strano che accanto a simulacri o immagini dipinte potessero esserci delle "concessioni aniconiche". Fin dal cristianesimo dei primi secoli, bene è attestata nelle catacombe la convivenza d'immagini simboliche con rappresentazioni figurate.
Si può quindi ipotizzare che queste strutture possano riferirsi ad un altare all'aperto (o forse protetto da coperture lignee) in cui andavano a pregare quei monaci che alloggiavano nelle vicine domus de janas ricontestualizzate ad un nuovo uso. Se l'insediamento eremitico sembra l'ipotesi più plausibile, non si può escludere a priori che il santuario di Santo Stefano possa collegarsi ad un insediamento monastico di tipo cenobitico, che magari sorgeva proprio nell'area dove attualmente è la chiesa dello stesso titolo.
Un altro manufatto significativo è la rappresentazione di un fallo in bassorilievo entro una campitura rettangolare. Esiste anche un’altra roccia a Santo Stefano che, a un esame attento, sembra presentare un intervento almeno parziale della mano umana, nonostante la sua somiglianza naturale. Si ritiene quindi che ci siano fondati motivi per pensare che davanti a questa roccia potessero avvenire rituali, cerimonie, legati alla fertilità femminile.
Le due nicchie maggiori nell'altare potrebbero essere un seggio scavato nella roccia, una sorta di trono, in posizione elevata, non un seggio-trono qualsiasi, bensì il seggio della “partoriente”. Immaginare l’“altare” di Santo Stefano come un monumento dove si celebravano rituali legati alla nascita è molto suggestivo nonché sensato. La compresenza di nascita e morte, in una visione ciclica in cui questi due aspetti sono intimamente connessi nella celebrazione dell’eterno ciclo della vita, ci riporta a un passato remoto, ci riporta al Neolitico e al culto della Grande Dea.
Sulla funzione dell’Altare Rupestre vi sono varie ipotesi: che fosse il luogo dove partorivano le sciamane, oppure dove si praticasse la “scarnificazione” dei morti (un rito funebre del periodo neolitico e megalitico che consisteva nel deporre il morto sopra le pietre scanalate perché si liberasse dagli umori e lasciato sotto il sole fino a quando la carne attorno all’osso fosse rimovibile e lasciasse le ossa libere per essere seppellite). Ma il sito pare sia anche riconducibile all’astronomia, come lo sono nuraghe e Tombe Dei Giganti, secondo studi portati avanti da studiosi come Mauro Zedda e il professor Michael Hoskin, considerato uno dei padri dell'archeoastronomia. Si sta infatti ipotizzando che questi monumenti siano legati a culti solari e lunari, dato il loro posizionamento conforme a solstizi invernali ed estivi o lunistizi minori o maggiori.

Prospettive Future
Sebbene unico nella sua eccezionalità, il sito di Santo Stefano è forse meno unico di quello che si pensa comunemente. Da diverse parti della Sardegna emergono notizie di siti “rupestri” con rocce istoriate e diversi simboli, alcuni dei quali sono stati devastati dagli scavatori clandestini, o da riusi delle aree interessate, ma accomunati dal fatto di non essere mai stati studiati e indagati archeologicamente e alcuni dei quali completamente inediti. Scavo archeologico ed una ricerca interdisciplinare potranno dare conferma e allargare nuove prospettive d'indagine. Se si ha una preferenza per i siti archeologici dove la magia e le atmosfere ancestrali così tipiche della Sardegna si avvertono più decisamente, lì dove lo sguardo abbraccia la storia e la storia abbraccia noi, allora, poco fuori dal centro di Oschiri, c’è quello che si sta cercando. Tratto da F. Sanna, L'altare di Santo Stefano a Oschiri, in "Sardegna Antica", a. XI, n.