Il concetto di indulgenza è un pilastro della fede cattolica, inteso come la possibilità di cancellare una pena temporale dovuta a un peccato commesso in vita, una pena da scontare in Purgatorio, in maniera totale o parziale.
Spesso, per spiegarla al meglio, si ricorre all'esempio del foro sul muro e del chiodo che l'ha procurato. Il chiodo rappresenta il peccato che, una volta confessato e perdonato attraverso la Confessione sacramentale, “non c’è più”. Resta, tuttavia, l'effetto del male commesso, ovvero il foro, che l'indulgenza ha il potere di "chiudere". Riassumendo, l'assoluzione sacramentale cancella i peccati (la colpa), mentre l'indulgenza cancella la pena temporale, che non significa terrena, ma con una durata limitata nel tempo, non senza fine: può essere scontata sulla Terra o in Purgatorio.

Origini e Sviluppo Storico dell'Indulgenza
Radici Bibliche nell'Antico Testamento
Secondo la religione cattolica, l’origine dell’indulgenza è antichissima e va ricercata nei primi libri dell'Antico Testamento. In essi, si faceva riferimento a una libertà “pratica”, con riscontri diretti in società, attraverso tre ricorrenze istituite da Dio stesso:
- il settimo giorno della settimana, in memoria della Creazione (Es 20,8-10), in cui si aveva diritto al riposo;
- la “settimana di anni”, ovvero un anno sabbatico in cui si lasciavano i terreni a riposo, ogni sette di coltivazione (Lv 25,1-7);
- le “sette settimane di anni”, consistenti in una sorta di anno giubilare, per cui, ogni cinquant'anni, gli Israeliti rimettevano i debiti ai poveri (cancellando i debiti o restituendo le terre) e liberavano gli schiavi, in memoria della misericordia di Dio che li aveva liberati dalla schiavitù d’Egitto. Nell’anno sabbatico e in quello giubilare, Dio comandava agli Israeliti di avere indulgenza verso i poveri e verso gli schiavi.
L'Elevazione Spirituale nel Nuovo Testamento
Nel Nuovo Testamento, però, fu individuata un’elevazione di questa libertà da materiale a spirituale, intendendola, dunque, come una liberazione dal peccato e dalla pena. Questa tesi si basa sulla frase che Cristo disse al buon ladrone crocifisso: «In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso» (Lc 23,43). Qui appare evidente non solo un'immediata remissione della colpa, ma anche della pena: al buon ladrone viene di fatto applicata una indulgenza plenaria. Questo non intacca la giustizia divina, perché si era acquistato l'indulgenza con le sofferenze della crocifissione, riconoscendo: «Stiamo ricevendo la giusta pena per le nostre azioni» (Lc 23,41). Aveva cioè maturato i requisiti, perché la misericordia di Dio viene sempre applicata con giustizia. Dobbiamo, pertanto, meritarci i suoi Meriti.
Dalle Indulgenze "Ad Personam" alla Commercializzazione
Inizialmente, si parlava di indulgenze “ad personam”: i peccatori gravi (quali assassini, adùlteri e rinnegatori della propria fede) erano costretti a scontare le cosiddette Pene canoniche, punizioni che duravano anni e che cambiavano del tutto la vita dell'individuo. Tali pene erano così dure da essere consigliate solo ai più anziani e da chiedere una riduzione direttamente a vescovi o a confessori in attesa del martirio. Erano, quindi, indulgenze concesse per compassione e per puro senso del perdono, senza che il penitente dovesse dare qualcosa in cambio.
Con il tempo, le pene furono alleggerite (digiuno, dormire su un letto di ortiche...) e divennero utili nell'educazione a una maggiore santità (pellegrinaggi) e nel riparare concretamente, in società, all'azione peccaminosa (elemosina). Si sviluppò, così, la tendenza in coloro che ricevevano l'indulgenza di fare un'offerta in denaro, di cui la Chiesa si serviva per opere di apostolato, come la carità, la costruzione e il finanziamento di ospedali, ospizi, scuole.

Dal XIV al XVI secolo, però, dall'offerta libera si passò a un vero e proprio prezzo, la “questua”, per queste indulgenze che divennero oggetto di un commercio perverso. Questo fu alimentato dall'ignoranza della popolazione che non distingueva tra peccato e pena, abbandonando anche il sacramento della confessione. La pratica si diffuse a tal punto che: chi non acquistava questo sconto di pena, veniva considerato un cattivo cristiano; iniziavano a girare false bolle papali e vescovili con lo scopo di raccogliere denaro; i nobili e i principi pretendevano una parte del ricavato raccolto sui propri territori.
La Dottrina Cattolica dell'Indulgenza
Giustizia e Misericordia
La giustizia riparativa fa parte del corredo insostituibile dell'umanità, poiché ad una colpa corrisponde una pena. Questa è necessaria per il danno fatto, per la correzione del reo, per dare l'esempio, per evitare ripetizioni e per riparare lo scandalo arrecato. Tutto quanto detto fin qui ci aiuta a comprendere cosa siano, in ambito cattolico, le cosiddette indulgenze.
È un errore pensare genericamente all'indulgenza come una sorta di “sanatoria”, di amnistia, di un “liberi tutti”, ottenibile con formule o, come pensava qualche nobile del Cinquecento, con denaro, senza l'incomodo del pentimento, soprattutto della confessione, ma anche del necessario percorso di conversione, che esige di lasciare i comportamenti di peccato della propria vita. Niente di più sbagliato! Infatti, il peccato - così si chiama il “reato” nella morale cattolica, cioè una violazione della legge di Dio contenuta nei Dieci Comandamenti - viene rimesso, quanto alla colpa, solo dal pentimento di chi lo commette e dalla richiesta di perdono a Dio.
Ogni peccato porta con sé la sua pena, come sua necessaria conseguenza. La colpa commessa offende Dio e introduce un disordine, in chi lo commette e in chi lo subisce, proporzionato alla gravità dell'atto. Per i peccati “mortali” la pena è la perdita della comunione con Dio e la morte eterna. La pena può esserci rimessa per grazia: accade quando, sinceramente pentiti, chiediamo perdono a Dio nel Sacramento della Confessione o - nella reale impossibilità - con un atto di contrizione perfetta, unito al proposito di confessarsi al più presto.
Quando il peccato mortale ci viene rimesso, la pena eterna viene commutata in pena temporale, come per i peccati veniali. Il perdono della colpa, che solo Dio può dare, non significa automaticamente che ci è rimessa anche tutta la pena temporale dovuta per quel peccato. Questa pena temporale può essere scontata in vari modi: con la penitenza, con la mortificazione, con le sofferenze accettate di buon grado per amor di Dio, con il lavoro e l'impegno quotidiano, con la pratica della carità in tutte le sue manifestazioni, con la preghiera assidua, con la partecipazione frequente ai Sacramenti e al Santo Sacrificio della Messa.
La pratica delle indulgenze, quindi, ha un effetto mitigante sulla pena temporale che dovremmo scontare in Purgatorio.
Canti 16, 17 e 18 del Purgatorio: analisi e spiegazione | Divina Commedia
Il "Tesoro della Chiesa"
L'indulgenza è un dono molto prezioso. La Chiesa può concedere al penitente questo “sconto” in virtù dei meriti di Cristo (cf. 1Pt 1,18-19, 1Cor 6,20) e dei santi. Come è vero che il peccato di un singolo danneggia anche gli altri a lui collegati, è altrettanto vero che la santità di uno dei membri del Corpo di Cristo è di grande beneficio a tutte le altre membra (cf. CCC 1475).
In sintesi, nel suo impegno di purificazione ciascun penitente non è isolato. Si trova inserito in un mistero di solidarietà, per cui la santità di Cristo e dei santi giova anche a lui. Dio gli comunica le grazie da altri meritate con l'immenso valore della loro esistenza, per rendere più rapida ed efficace la sua riparazione.
La Chiesa è ministra della Redenzione e, in base «al potere di legare e sciogliere accordatole da Gesù Cristo» (CCC, n. 1478), concede il perdono dei peccati e accorda l'indulgenza ai suoi figli bisognosi, a determinate condizioni, concedendo loro l'indulgenza plenaria o parziale. A tale scopo utilizza, a nostro vantaggio, il “tesoro della Chiesa”, ossia la soddisfazione infinita ottenuta dai meriti di Gesù Cristo, della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi. In questo modo, la Chiesa supplisce alla nostra evidente insufficienza.
Tipi e Condizioni per Ottenere l'Indulgenza
Indulgenza Plenaria e Parziale
- L'indulgenza plenaria è la remissione, cancellazione totale dinanzi a Dio della pena temporale (quindi non dei peccati) dovuta ai peccati commessi e non ancora scontata dall’assoluzione e dalla penitenza. È come un secondo Battesimo, in quanto rimette pienamente (da cui il termine plenaria) la pena dovuta ai peccati. Chi l’acquista non ha più nulla da scontare. Se muore prima di aver contratto altri debiti con la Giustizia divina, va direttamente in Paradiso, senza passare per il Purgatorio.
- L'indulgenza parziale è la remissione o cancellazione parziale dinanzi a Dio della pena temporale dovuta ai peccati.
Le indulgenze, sia parziali che plenarie, possono essere applicate a se stessi o ai defunti a modo di suffragio. L'indulgenza plenaria può essere acquistata una sola volta al giorno.
Condizioni per Acquistare l'Indulgenza
La Chiesa collega l'indulgenza all'attuazione di certe opere penitenziali (come la preghiera, il digiuno e l'elemosina), ma la cosa principale, che deve sempre esserci, è la conversione del cuore (il distacco dal peccato, anche veniale. I peccati veniali insieme ai mortali sono la causa della pena temporale).
Per acquistare l'indulgenza plenaria è necessario eseguire l'opera indulgenziata e adempiere tre condizioni:
- Confessione sacramentale;
- Comunione eucaristica;
- Preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice (per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice).
Le opere indulgenziate sono tutte quelle riportate nel Manuale delle indulgenze. Per ottenere l'indulgenza plenaria, opere di facile attuazione includono:
- mezz'ora di Adorazione davanti al Santissimo Sacramento;
- mezz'ora di lettura devota della Sacra Scrittura;
- il Santo Rosario recitato in chiesa, in famiglia o in gruppo;
- la Via Crucis.
Per ottenere l'indulgenza parziale, invece, occorrono le seguenti opere:
- se nel compiere i propri doveri e nel sopportare le avversità della vita si innalza con umile preghiera l'anima a Dio, aggiungendo, anche solo mentalmente, una pia invocazione;
- se con spirito di fede e con animo misericordioso uno pone se stesso o i suoi beni a servizio dei fratelli che si trovano in difficoltà;
- se in spirito di penitenza uno si priva spontaneamente e con suo sacrificio di qualche cosa lecita;
- se in particolari circostanze della vita quotidiana si rende spontaneamente aperta testimonianza della propria fede davanti agli altri, anche semplicemente facendo bene in pubblico il segno della Croce.
Casi Speciali e Contesti Contemporanei
Il Perdono di Assisi
Il 2 agosto ricorre la festa di “Santa Maria degli Angeli alla Porziuncola”, ma quasi tutti collegano questa data al cosiddetto “Perdono di Assisi”. Nel 1216, Francesco d'Assisi si recò a Perugia, dove un conclave aveva da poco eletto il nuovo papa Onorio III. Oggi questa richiesta può sembrarci del tutto normale, ma bisogna ricordare che fino ad allora, per secoli, ottenere l'indulgenza era una cosa rara e legata spesso al compimento di un pellegrinaggio, le cui mete erano tradizionalmente Roma, Gerusalemme o Santiago di Compostela.
Al tempo di Francesco esisteva già il sacramento della riconciliazione (la confessione e il perdono dei peccati), ma al gesto sacramentale si legava sempre anche un gesto esistenziale, che dimostrasse concretamente il lavoro interiore di conversione che si stava compiendo. Tali pellegrinaggi evidentemente non erano realizzabili da tutti, tanto meno dalla gente povera. Probabilmente è proprio il contatto con i poveri che accese in Francesco il desiderio di rendere possibile anche a loro un pellegrinaggio più “facile”, ma che ottenesse gli stessi benefici spirituali, senza necessità di spese o oboli. Questo tesoro di grazia, che la Chiesa chiama indulgenza, è un dono straordinario che rimuove davanti a Dio la pena per i peccati commessi e che la Chiesa apre in modo speciale in ogni Giubileo.

Indulgenza in Tempo di Pandemia (COVID-19)
In tempi di emergenza, come quello della pandemia da COVID-19, la Chiesa ha dato la possibilità di ottenere l'indulgenza plenaria a malati di coronavirus, agli operatori sanitari, ai familiari e a quanti, con modalità differenti, si prendono cura di chi sta male. Proprio in virtù della situazione attuale, sono state stabilite condizioni particolari che non prevedono la presenza fisica alle celebrazioni, salvo poi provvedere appena possibile.
Il decreto della Penitenzieria Apostolica, pubblicato il 20 marzo 2020, stabiliva che: «Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa o della Divina Liturgia, alla recita del Santo Rosario o dell’Inno Akàthistos alla Madre di Dio, alla pia pratica della Via Crucis o dell’Ufficio della Paràklisis alla Madre di Dio oppure ad altre preghiere delle rispettive tradizioni orientali, ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile.»
Inoltre, l'Indulgenza plenaria si può ottenere anche da parte di chi, in punto di morte, sia impossibilitato a ricevere l'Unzione degli infermi o il Viatico, «purché sia debitamente disposto e abbia recitato abitualmente durante la vita qualche preghiera». Per quanto riguarda le anime del Purgatorio, esse vengono aiutate dai suffragi dei fedeli e specialmente con il sacrificio dell'Altare a Dio gradito (cfr. Conc. Tr. Sess. XXV, decr. Indulgenza 1471).
A maggior ragione, un gesto molto significativo in questo senso è stato quello del Papa che, in un momento di emergenza globale, presiedette un momento di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro, con la piazza vuota, per chiedere al Signore di ascoltare l'invocazione di tutti gli uomini e le donne in quel tempo segnato dall’epidemia. La preghiera prevedeva l'adorazione del Santissimo Sacramento, con il quale al termine il Pontefice impartì la Benedizione Urbi et Orbi, con la possibilità di ricevere l'indulgenza plenaria, eccezionalmente “cambiata” alla luce dei tempi particolari che si vivevano.
Infine, l'indulgenza plenaria per quanti visitino un cimitero e preghino per i defunti, anche soltanto mentalmente, stabilita di norma solo nei singoli giorni dal 1° all’8 novembre, può essere trasferita ad altri giorni dello stesso mese fino al suo termine. Tuttavia, per quanto riguarda le condizioni spirituali per conseguire pienamente l'indulgenza, si ricorda di ricorrere alle indicazioni già emanate nella nota “Circa il Sacramento della Penitenza nell’attuale situazione di pandemia”, emessa dalla Penitenzieria Apostolica il 19 marzo 2020.

La Chiesa di Sant'Antonio Abate e Wolfgang Amadeus Mozart a Milano
A pochi passi dal Duomo di Milano, in via S. Antonio Abate, si incontra l'omonima chiesa. Questo edificio rappresenta anzitutto un trionfo del Cristianesimo sul paganesimo: l'edificio primitivo fu infatti edificato nel 1272 sulle rovine di un tempio degli anni di Diocleziano (284-305 d.C.).
I primi proprietari della cappella furono i Canonici regolari di S. Antonio di Vienne, dedita al soccorso dei malati del cosiddetto “fuoco di S. Antonio”. Il convento-ospedale, in seguito, fu unito dal duca Francesco Sforza (1401-66) al non lontano Ospedale Maggiore (oggi sede dell'Università Statale di Milano), obbligando i canonici regolari a trasferirsi. La chiesa fu quindi sottoposta al patronato della famiglia Trivulzio.
San Carlo Borromeo (1538-84) individuò, però, S. Antonio Abate come il luogo ideale in cui insediare a Milano l'ordine dei Teatini, fondato da san Gaetano da Thiene (1480-1547) e dal vescovo di Chieti Gian Paolo Carafa (ovvero Papa Paolo IV, 1555-59), per la formazione del clero. Si deve proprio ai Teatini la forma attuale del chiostro e della stessa chiesa, entrambi riedificati tra il 1577 e il 1632.
Per ornare gli altari e le pareti intervennero i più grandi artisti dell'epoca, da Giulio Cesare Procaccini (1574-1625) a Giovanni Battista Crespi detto “il Cerano” (1573-1632) - autori delle tele nelle cappelle dedicate all'Annunciazione e a S. Gaetano - dai fratelli Giovanni (1584-1631) e Giovanni Battista Carlone (1603-84) a Tanzio da Varallo (1582-1633) e Francesco Cairo (1607-65).

Sulla controfacciata si nota immediatamente il pregevole organo a canne. Questo strumento fu rimaneggiato nel 1865, ma sull'organo più antico posò le sue dita Wolfgang Amadeus Mozart (1756-92), che nel corso di un suo soggiorno milanese diresse in questa chiesa la prima esecuzione del suo mottetto sacro Exultate, jubilate il 17 gennaio 1773. Da allora in poi, pur essendo stato modificato nel corso del tempo, l'organo di S. Antonio Abate è noto a Milano come “l'organo di Mozart”.
L'altare maggiore della chiesa merita una menzione particolare. Esso sembra infatti frutto dei lavori di ristrutturazione tipici dei decenni posteriori al Concilio Vaticano II (1962-65). Leggendo, però, la data in caratteri latini impressa nel marmo si scopre che risale ad un restauro filologico del 1931, voluto dal beato card. Alfredo Ildefonso Schuster (1929-54), cultore di storia della liturgia, allo scopo di riprodurre la forma perfetta di un altare medievale.

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