L'Azione Cattolica (AC) ha attraversato un percorso di costante trasformazione e adattamento fin dalle sue origini, un vero e proprio "moto di rivoluzione" che ne ha plasmato l'identità e l'azione nel contesto sociale ed ecclesiale italiano.
Le Origini e i Primi Passi (1864-1904)
Nello Stato italiano unitario, i primi esperimenti di aggregazione di cattolici che volevano assumere un ruolo pubblico militante incorsero nei rigori polizieschi. Fu sciolta ad esempio un’Associazione Cattolica Italiana per la difesa della libertà della Chiesa fondata a Bologna nel 1864, che pure aveva tentato di non presentarsi come legittimista e anti-statale.
Nel 1867, Mario Fani e Giovanni Acquaderni diedero vita al primo nucleo della "Società della Gioventù Cattolica Italiana" (Sgci), che molti anni dopo prese il nome di Azione Cattolica. Il motto che sosteneva il loro impegno, "preghiera, azione, sacrificio", racchiudeva il programma cui si ispiravano: la devozione alla Santa Sede, lo studio della religione, la testimonianza di una vita cristiana, l'esercizio della carità. Altre esperienze, come la Sgci, che unificava dal 1868 vari circoli cittadini, ebbero maggior durata e sfuggirono ai controlli, per i loro caratteri meno evidentemente politici.
Secondo l’espressione di Giovanni Acquaderni, questi giovani intendevano essere “cattolici di professione”. Fu attorno al gruppo direttivo della Sgci che si coagulò l’idea di convocare un grande congresso cattolico nazionale, come avveniva in altri paesi. Sotto la spinta del peggioramento del giudizio sullo Stato unitario, dopo il 1870, i fatti di Porta Pia e l’aggravamento della “questione romana”, l’intransigentismo ritenne necessario passare all’azione. L’Opera era una sorta di organismo federativo nazionale che per trent’anni avrebbe funzionato da alveo coordinatore di tutte le molteplici esperienze spirituali, ecclesiali, economico-sociali e anche elettorali (soprattutto in campo amministrativo) dei cattolici intransigenti.
Un comitato permanente e alcuni gruppi di lavoro nazionali coordinavano un magma in espansione di comitati regionali, diocesani e parrocchiali. Dagli anni ’80, fu piuttosto attivo e autonomo, in particolare, il II gruppo, che si interessava di questioni sociali, guidato da Stanislao Medolago Albani sotto l’influenza di Giuseppe Toniolo. A queste strutture facevano capo circoli locali, società cattoliche, strutture economico-sociali (casse rurali, cooperative, società di mutuo soccorso, via via anche leghe sindacali), quotidiani cittadini ecc. Il coordinamento era in realtà spesso molto blando, anche perché il localismo era forte: l’orgoglio di bandiera gestito da una prevalente struttura democratica interna induceva ogni realtà a difendere i propri margini di autonomia.
L’occasione di incontro privilegiata era il Congresso cattolico nazionale: se ne celebrarono 19 nei trent’anni di vista dell’Opera. Dopo inizi non sempre floridi, segnati da divisioni interne e grandi discussioni con i transigenti, le incertezze legate al cambio di pontificato del 1878 e alle ipotesi conciliatoriste degli anni ’80 rallentarono l’insediamento dell’Opera. Fu dopo il fallimento di questi tentativi, negli anni ’90, che l’Opera conobbe il suo vertice, con la presidenza del conte veneziano Giovanni Battista Paganuzzi.
Al congresso di Milano del 1897, il comitato permanente mostrava un bilancio piuttosto imponente: esistevano 17 comitati regionali, 188 diocesani, 3982 parrocchiali, 708 sezioni giovani (promosse in polemica con la Sgci, che aveva avuto uno sviluppo ritenuto troppo transigente), 17 circoli universitari, 588 casse rurali, 688 società operaie, 24 quotidiani e 155 periodici. La dimensione sociale aveva trovato slancio dopo la pubblicazione della Rerum Novarum nel 1891.

La Riorganizzazione del Movimento Cattolico (Inizi '900)
Gli anni iniziali del secolo videro forti contrapposizioni interne tra gli anziani intransigenti, ancora abbarbicati alla questione romana, e i giovani che si cominciavano a chiamare democratici-cristiani, i quali interpretavano ormai il ruolo del movimento cattolico nel promuovere lo sviluppo sociale e civile e la crescita economica delle masse popolari, preparando anche futuri sbocchi politici in senso democratico. Nel 1904 il nuovo papa Pio X sciolse quindi l’Opera, non tollerando la divisione interna al movimento.
Si allungavano anche le ombre delle polemiche contro il “modernismo”, di cui qualche integrista additava la variante “sociale”. Dalla scelta del papa, con l’enciclica Il fermo proposito del 1905, derivò una riorganizzazione del movimento attorno a tre Unioni (Unione popolare; Unione economico-sociale; Unione elettorale), che configuravano una prima e ancor timida specializzazione dell’apostolato. L’Unione popolare, che doveva riunire gli adulti su un progetto formativo e di testimonianza laicale capillare, per la verità non decollò molto.
Fino alla prima guerra mondiale si sviluppò invece fortemente il movimento sociale: una inchiesta del 1910 censiva 1.800 società operaie di mutuo soccorso, 1.750 cooperative, 1.611 casse rurali e operaie, 102 banche e 374 organizzazioni sindacali locali con 104.614 iscritti.
Il Fermento Associativo tra le Guerre e l'Influenza del Fascismo
Nel frattempo nascevano altre esperienze destinate a un ruolo importante. Nel 1896, alcuni circoli di universitari cattolici davano luogo a una federazione nazionale, la FUCI, sotto l’influsso di don Romolo Murri, impegnandosi in una nuova ricerca sui rapporti fede-cultura. Il modello inglese dello scoutismo venne invece importato da alcuni ambienti, tra cui spiccava un gruppo genovese guidato da Mario Mazza. Nel 1916, con la presidenza del conte Mario di Carpegna, venne fondata un’Associazione Scautistica Cattolica Italiana (ASCI), che conobbe una certa diffusione, in competizione con lo scoutismo di ispirazione nazionale del Cngei. Nel 1906 nasceva anche una Federazione delle Associazioni Sportive Cattoliche Italiane (FASCI), che coordinava parecchie società ricreative e sportive in tutto il paese.
Il primo dopoguerra, sotto la spinta dell’emersione definitiva di una società di massa e nella logica di un tentativo di democratizzazione inedito delle istituzioni monarchiche e liberali, anche il mondo cattolico fu attraversato da un ulteriore fermento associativo, che mobilitò nuovi gruppi e ambienti. Nacquero una Confederazione delle cooperative e una Confederazione dei sindacati “bianchi”, tra 1918 e 1919. I circoli dei giovani della Sgci e della Fuci, ma anche società sportive, scoutistiche e ginnastiche, svilupparono forti capacità di mobilitazione e impegno, trovandosi anche spesso coinvolti in scontri con socialisti e fascisti.
A partire da una esperienza milanese, Armida Barelli lanciò l’originale progetto di una Gioventù femminile cattolica (GF), che iniziò a coinvolgere molte ragazze, non più solo delle classi abbienti. Nel 1923 l’Azione Cattolica viene costituita in 4 sezioni: la Federazione Italiana Uomini Cattolici, la Società della Gioventù Cattolica Italiana, la Federazione Universitari Cattolici Italiani, l’Unione Femminile Cattolica Italiana.
L'Azione Cattolica durante il Fascismo
La fase di fervore si chiuse con l’avvento del fascismo, che dopo le violenze degli anni di transizione e a seguito della svolta autoritaria del 1925-’27, provvide a sciogliere d’autorità la gran parte degli enti autonomi dal partito e dallo Stato. Le associazioni sportive e ricreative cattoliche, oltre quella scout (l’Asci), furono sciolte in occasione della nascita dell’Opera Nazionale Balilla (Onb), che voleva monopolizzare l’educazione dei giovani.
L’Azione Cattolica, durante il periodo fascista, fu l’unica realtà che possedette la legittimità di operare in maniera più o meno autonoma. Tuttavia, nel 1931 Mussolini ordinò la chiusura dei circoli dell’AC. I rapporti tra cattolici e regime si incrinarono definitivamente dopo il sodalizio tra l’Italia e la Germania nazista.
Il movimento cattolico fu allora più strettamente radunato da Pio XI sotto la sigla della nuova Azione Cattolica, che con gli Statuti del 1923 configurava una struttura accentrata e strettamente dipendente dalla gerarchia, divisa in “rami” per età e per genere, oltre che capillarmente presente nelle parrocchie. Il Concordato del 1929 tutelava la sua autonomia, cosa voluta fortemente dalla Santa Sede, salvaguardando il suo ruolo di uno dei pochi spazi associativi indipendenti dal regime. L’AC di massa fu così uno degli spazi più significativi della dialettica che si venne a costituire tra Chiesa e fascismo, che intrecciò strettamente un compromesso formale e una serrata competizione per il controllo delle anime (non senza momenti di tensione e di scontro aperto, come nel 1931 e nel 1938).

Il Secondo Dopoguerra e la Rinascita Associativa
Collegati strettamente a tale esperienza, poterono svilupparsi i movimenti intellettuali, cioè la già citata Fuci e il nuovo Movimento dei Laureati cattolici, germinato dallo stesso ambiente fucino nel 1934. La ripresa democratica del secondo dopoguerra non poteva che riaprire un percorso di innovazione e disseminazione associativa. Grande fu il contributo offerto dall’AC alla stesura della Carta Costituzionale. Negli anni del dopoguerra crebbe il numero di adesioni, superando i 3 milioni.
Il movimento cattolico veniva ancora pensato da papa Pio XII come fortemente unitario e accentrato, unificato attorno alla Chiesa-istituzione, che assumeva essa stessa connotazioni movimentiste. L’Azione Cattolica, nello statuto riformato del 1946, doveva quindi essere formalmente il centro coordinatore di un universo specializzato. La regia di mons. Montini dalla segreteria di Stato fu importante in questa direzione. Di fatto, però, il pluralismo crebbe.
Già nel 1944 erano state fondate le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani (ACLI), come organismo formativo e aggregativo dei lavoratori, pendant della realizzazione di un sindacato unitario con comunisti e socialisti. Dopo la scissione sindacale del 1948 e la nascita di un sindacalismo democratico e non confessionale nella Cisl, le Acli si ricollocarono come “movimento operaio cristiano” fuori dall’orizzonte strettamente sindacale. Ripresero vita anche organismi cooperativi, sociali, assistenziali. Un’esperienza innovativa fu la Confederazione dei coltivatori diretti (Coldiretti), che assunse il ruolo di lobby agricola nella Dc e nelle istituzioni pubbliche.
Nel 1944, nell’alveo della Giac, prendeva le mosse un Centro Sportivo Italiano (CSI), con il parallelo femminile di una Federazione Attività Ricreative Italiane (FARI): era la ripresa di una specifica tradizione soppressa dal regime. Il movimento dei Laureati promosse varie unioni professionali di cattolici che, condividendo lo stesso ruolo lavorativo, riflettevano assieme sul senso spirituale della loro attività e sul rinnovamento cristiano degli ambienti sociali (Unione cattolica insegnanti medi, Uciim; Associazione dei maestri cattolici, Aimc; Unione dei giuristi cattolici italiani, Ugci; Unione cristiana imprenditori e dirigenti, Ucid).
Lo scoutismo dell’Asci riprese vita, dopo lo scioglimento forzato, avvalendosi anche di qualche sperimentazione di attività clandestina nell’epoca del regime e della guerra: tra 1943 e 1944 naufragò un tentativo effimero di riunificazione con lo scoutismo aconfessionale del Cngei. L’epoca postbellica vide anche il primo solido sviluppo di uno scoutismo femminile, raccolto nell’Associazione Guide Italiane (AGI), con figure come Giuliana di Carpegna e Josette Lupinacci.
Nascevano anche nuove realtà, ancor più esterne rispetto al circuito dell’AC. Nel 1944 si formò un Movimento di Rinascita cristiana, ispirato al pensiero dell’abate Cardjin, partendo da una riflessione sugli effetti della guerra nella società mondiale. Nel 1947 a Trento otteneva riconoscimento diocesano l’Opera di Maria, fondata da Chiara Lubich, che poi si evolverà nel Movimento dei Focolari. Dal 1950 il tronco delle congregazioni mariane di ispirazione gesuita dava vita a un percorso di rinnovamento in cui cresceva il ruolo dell’elemento laicale.

L'Impatto del Concilio Vaticano II e la "Scelta Religiosa"
La stagione conciliare, collegata direttamente o indirettamente all’evento del Vaticano II fu indubbiamente un ulteriore momento di grande fermento e di passaggio nella storia dell’associazionismo ecclesiale. Il Concilio Vaticano II si fece interprete dell’ansia di rinnovamento che animava la Chiesa e parlò espressamente dell’AC come scuola di formazione per un laicato responsabile, che faceva proprio il fine apostolico della Chiesa: l’evangelizzazione, la santificazione degli uomini e la formazione cristiana della loro coscienza.
Il forte appello conciliare alla coscienza battesimale del cristiano nel popolo di Dio e la sua riflessione sulla “universale chiamata alla santità” ebbero un immediato riflesso nella critica al modello del primato dell’Azione Cattolica, come via privilegiata dell’apostolato laicale. La stessa AC si dovette profondamente ripensare come una via particolare di apostolato, mentre altre esperienze germinavano. Il carattere immediato e anti-istituzionale della cultura-ambiente dell’epoca influenzò parecchie esperienze aggregative.
Ci fu un fiorire di “gruppi spontanei” che assunsero posizioni critiche di “dissenso” rispetto alla gerarchia, criticando le fragilità nella recezione del concilio, e arrivarono a tentare nel 1968 di costruire anche un coordinamento nazionale. Nacquero varie Comunità di base, utilizzando un modello fortemente radicato nell’America Latina: alcune di esse furono piuttosto effimere, altre molto durature; alcune iniziarono un percorso di rapida politicizzazione nell’esplosione dei movimenti sociali di fine decennio, altre cercarono un percorso più rigorosamente evangelico.
Il coordinamento di tali comunità espresse posizioni politicamente radicali, vicine al movimento dei Cristiani per il socialismo (fondato nel 1973). Alcune esperienze valorizzarono il messaggio di emancipazione e crescita che veniva in quei frangenti dal Terzo Mondo, avviando duraturi rapporti di cooperazione internazionale (Mani Tese sorse nel 1964; l’Operazione Mato Grosso nel 1967, mentre dal decennio precedente operava a Milano il Celim). Movimenti giovanili e laicali si coagularono anche attorno ad alcune delle principali congregazioni religiose missionarie. Nel 1972, sul tronco di precedenti esperienze federative, nacque una Federazione degli organismi cristiani di servizio internazionale volontario (FOCSIV). Tra le esperienze che svilupparono il ribellismo giovanile in un orizzonte di servizio ai poveri e di spiritualità essenziale va ricordata la Comunità di Sant’Egidio, fondata a Roma, nel quartiere di Trastevere, nel 1968. A parte il fiorire molto appariscente ma anche minoritario di queste realtà, va ricordato che nella stessa pastorale parrocchiale la formula del “gruppo di fedeli” divenne abituale, soprattutto a livello giovanile. Una ricerca del 1982 censiva più di 2000 gruppi, dediti a percorsi soprattutto formativi e spirituali, ma anche aggregativi e di solidarietà.
Il Decennio degli Anni '70: Profonde Trasformazioni
L’AC scelse di fare proprie le istanze proposte dal Concilio Vaticano II e decise di rinnovare la struttura organizzativa. Sono gli anni della presidenza nazionale di Vittorio Bachelet. Nel 1969 l’AC si diede un nuovo statuto, nel quale si organizzò la vita associativa attorno a due settori: giovani e adulti. Nascque l’ACR e, facendo leva sul taglio esperienziale, si inaugurò un modo nuovo di fare catechesi. L’associazione fece sua la scelta religiosa.
Il Contesto Storico e la Nuova Identità dell'AC
Il volume ripercorre l’itinerario dell’Azione Cattolica nel decennio ’70, tra la stesura del nuovo statuto, entrato in vigore il 1º novembre del 1969 e la quarta assemblea nazionale del settembre 1980. È la storia dell’AC di Bachelet e di Agnes, di mons. Costa e mons. Maverna; è la storia della «scelta religiosa» dopo una lunga fase di politicizzazione e di «collateralismo» con la DC. Ma questa storia è anche quella del difficile post-Concilio, della contestazione dentro la Chiesa, dell’emergere di istanze di applicazione del Concilio o meglio delle diverse interpretazioni che del Concilio si danno; ed ancora è la storia di nuove istanze di riforme e di sperimentazioni, come le comunità di base o, sul piano politico, dei Cristiani per il socialismo. Ed in Italia l’AC opta per la «scelta religiosa» in un paese politicizzato come non mai. Le contraddizioni del boom economico vennero al pettine in una calda stagione di lotte operaie così come si fecero più improrogabili le riforme di struttura che non avevano trovato risposta nel centro sinistra.
Era arduo scrivere una storia dell’AC in tale complessità. Quella di De Marco è una storia «interna» rivolta più a ricostruire le dinamiche di un’associazione che «riparte» piuttosto che inserire questa stessa «partenza» nel contesto cattolico e non dell’Italia nel decennio ’70. Il referendum sul divorzio del 1974 irruppe sulla scena così come altri eventi della cronaca, come il delitto Moro, ma prevalse come linea di impianto del volume la ricostruzione dello sforzo dell’associazione, della dirigenza in particolare, di adeguare l’AC ai nuovi tempi, sulle piste tracciate dal Concilio. Questo significava un altro modo di essere Chiesa, sempre più «popolo di Dio» e sempre meno societas perfecta; un altro modo di essere dei laici nella Chiesa, collaboratori della gerarchia ma sempre più autonomi ed infine un altro modo di essere laici nel temporale.
Il Metodo di Ricerca e le Fonti del Volume
Un elemento di valore della ricerca è la capacità con cui De Marco porta avanti parallelamente l’evoluzione delle prospettive interne dell’Associazione e lo sguardo su di essa della CEI attraverso l’occhio delle carte di mons. Motolese. Le fonti utilizzate furono due:
- documenti ufficiali e di archivio dell’AC e della CEI (Atti delle assemblee nazionali del 1971, 1973, 1977, 1980 e Verbali del Consiglio nazionale di AC; Atti delle assemblee generali della CEI)
- documenti dell’archivio di mons. Motolese (Verbali di riunioni della Commissione per il laicato e del Consiglio permanente).
Le Fasi Cruciali del Decennio
Il primo capitolo del volume, di natura introduttiva, prende in esame l’elaborazione del nuovo statuto e l’immediato periodo successivo alla sua entrata in vigore. Il secondo capitolo segue i passi dell’associazione dal 1970 fino alla seconda assemblea nazionale svoltasi a Roma nel settembre 1973. Il terzo capitolo, “L’anno della prova”, è tutto centrato sul referendum abrogativo del divorzio del 1974. Il quarto capitolo affronta il biennio 1974-1976, dalla lacerazione nel mondo cattolico sul divorzio a quella rappresentata dalla candidatura per le elezioni politiche di alcuni cattolici nelle liste del PCI. Si trattava di gruppi di laici cattolici, spesso strettamente collaboranti con alcuni preti e religiosi, che intendevano assumere un’esplicita testimonianza pubblica, per difendere e promuovere gli interessi della Chiesa nello spazio creato dalle nuove istituzioni civili laiche, basate sul principio di libertà.
Le Svolte negli Anni '70: ACLI, Scout e Gioventù Studentesca
Negli anni ’70 in Italia ebbero luogo svolte significative all’interno di esperienze consolidate. Le ACLI conobbero un’evoluzione classista e anticapitalista, che le portò a formulare una “ipotesi socialista” per lo sviluppo della società, denunciando il collateralismo con la Dc. La decisione della Cei di ritirare gli assistenti ecclesiastici e la “deplorazione” di Paolo VI furono l’acme di uno scontro che doveva essere ricucito solo lentamente, verso la fine del decennio ’70.
Nel caso degli scout cattolici, la diffusione di posizioni favorevoli all’impegno sociale e politico non spostò la tradizionale centralità della questione educativa, ma un grosso ripensamento portò all’unificazione delle due associazioni, maschile e femminile, in un’unica Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani (AGESCI), che prese vita nel 1974, sottolineando valori nuovi quali quelli democratici e partecipativi, non senza parecchie fatiche.
Prese invece definitivamente le distanze dall’AC nel 1972 il movimento che si era sviluppato a partire dal 1954 come Gioventù Studentesca (GS) nell’ambito dell’AC milanese, ad opera di don Luigi Giussani. Il percorso di GS era diventato molto autonomo fin dagli anni ’60, sottolineando alcuni elementi come la testimonianza nell’ambiente di vita.
Verso il Nuovo Millennio e Oltre
A metà degli anni ’80 si diede vita alla stesura del Progetto formativo apostolico unitario e si definirono le metodologie ed i cammini formativi per le diverse età. Il nuovo millennio si aprì con una carica di novità e con una forte tensione verso il rinnovamento dell’associazione. Durante l’Assemblea Straordinaria del 2003 si approvò lo Statuto aggiornato, si riscrisse il Progetto formativo, a Loreto, nel 2004, un grande pellegrinaggio suggellò l’impegno dell’AC a rispondere con slancio rinnovato alla propria chiamata alla missionarietà.
Negli ultimi anni, seguendo papa Francesco, l’associazione ha accentuato lo slancio missionario per farsi “Chiesa in uscita”. L’Evangelii Gaudium è diventata una bussola preziosa per un rinnovato impegno anche in ambito sociale. Festeggiare i 150 anni è diventato l’occasione per rilanciare l’associazione e renderla sempre più vicina alla vita delle persone.

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