Michele Arcangelo Pezza, universalmente conosciuto come Fra Diavolo, è stato una figura emblematica della storia napoletana tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo. Ricordato come brigante, ma anche come militare al servizio di re Ferdinando IV di Napoli, egli incarnò il complesso ruolo dell'insorgente patriota in lotta contro l'invasore francese. La sua vita, avventurosa e controversa, lo ha reso protagonista di innumerevoli storie e leggende, dipingendolo sia come eroe per la gente che come figura ribelle dal passato difficile.

Le Origini e il Soprannome "Fra Diavolo"
Nascita e Infanzia a Itri
Michele Arcangelo Pezza nacque a Itri, allora parte della provincia di Terra di Lavoro, il 7 aprile del 1771. La sua nascita è registrata nel registro dei battezzati al numero 509 della Parrocchia di Santa Maria Maggiore d’Itri, dove gli vennero dati i nomi Michele Arcangelo, Domenico e Pasquale, come era d'uso nei tempi antichi. La casa natale di Pezza si trovava nel centro storico di Itri.
L'Episodio del Voto e la Nascita del Soprannome
All’età di circa cinque anni, Michele si ammalò gravemente. Vista l'inefficacia delle cure mediche, sua madre decise di fare un voto a San Francesco di Paola, promettendo di "farlo fraticello" se gli avesse salvato la vita. Michele si salvò grazie a questa "benigna" protezione. Per adempiere al voto, venne rapato a zero e vestito con un saio da frate, venendo chiamato "Fra Michele Arcangelo".
Tuttavia, il piccolo Michele si dimostrò fin da subito un elemento astuto e ribelle. Alla scuola parrocchiale del canonico Nicola De Fabritiis, a causa della sua reticenza allo studio e al suo carattere vivace, i compagni e il canonico stesso iniziarono ad apostrofarlo con il soprannome che lo avrebbe reso celebre: "Fra Diavolo". Sebbene di statura tozza, Michele si faceva "rispettare", manifestando un carattere che non doveva essere tranquillo, ma frenetico nel lavoro e nelle relazioni.
I Primi Conflitti e i Reati Giovanili
Con poca voglia di lavorare nell’attività paterna, Michele fu mandato come garzone di bottega dal sellaio Eleuterio Agresti. I suoi "bollenti spiriti" non si placarono con l'età. Nel 1796, ebbe una violenta rissa con Agresti, probabilmente causata dalla gelosia per una ragazza, e lo uccise con uno spillone da sellaio. In seguito, saputo che il fratello della vittima voleva vendicarsi, lo affrontò e lo accoltellò ferendolo a morte. Si macchiò così di un duplice omicidio. Questi eventi drammatici segnarono la nascita della figura di "Fra Diavolo" come brigante, anche se la storia successiva avrebbe rivelato un personaggio ben più complesso.
La Commutazione della Pena e il Servizio Militare
Nel 1797, il padre di Michele Pezza riuscì a ottenere dalla polizia borbonica di Gaeta la commutazione della pena in servizio militare. La richiesta di Michele fu accolta il 20 gennaio 1798 per i due omicidi imputatigli e avvenuti in rissa nel 1796. La pena fu commutata in tredici anni di servizio militare. Così, Fra Diavolo fu assegnato all’antico reggimento Messapia, arruolandosi all'inizio del 1798 come soldato nel corpo di fucilieri della fanteria borbonica. Questo episodio evidenzia come Michele Pezza, pur macchiatosi di delitti in giovane età, pagò il suo debito con la giustizia secondo le disposizioni dell'epoca, a differenza di figure criminali che fuggivano alla propria pena.

La Lotta Contro i Francesi e il Ruolo di "Insorgente"
Il Contesto Politico: La Repubblica Partenopea e la Fuga del Re
Nel dicembre 1798, la proclamazione della Repubblica Romana e l'avanzata delle truppe francesi crearono un periodo di grande instabilità nel Regno di Napoli. Re Ferdinando IV, ossessionato dal sospetto di tradimento, fuggì da Roma il 7 dicembre 1798 e da Napoli il 21 dicembre, riparando con tutta la famiglia a Palermo scortato dalla flotta di Nelson. Napoli fu abbandonata a sé stessa e il vicario del re, principe Pignatelli, trattò la resa prima di fuggire anch'egli a Palermo. Il generale Mack, comandante dell'armata napoletana, si consegnò ai francesi. In questo clima di "viltà generale", come viene descritto, solo il popolo insorse a difesa della propria fede e del proprio paese.
Le Prime Azioni di Guerriglia
In questo scenario di sfacelo politico e militare, Michele Pezza, pur libero da ogni vincolo militare, decise di non tornare alla vita civile. Egli era in servizio nel reggimento della fanteria borbonica quando si unì al tentativo di marciare su Roma per cacciare i francesi e partecipare attivamente alla resistenza. Quando seppe che i nemici erano entrati a Itri, saccheggiandola e fucilando sessanta abitanti, incluso suo padre Francesco, Fra Diavolo entrò nel paese di notte con un gruppo di fucilieri regi e due suoi fratelli per recuperare la salma paterna e seppellirla.
Ritiratosi nel suo paese natio, Pezza decise di assaltare le truppe francesi che transitavano sulla via Appia, da lui ottimamente conosciuta. Si installò nei pressi di Itri, sui monti Ausoni e Aurunci, un punto di passaggio obbligato. In seguito, si unì alla banda del brigante Mammone e insieme bloccarono le comunicazioni militari tra Gaeta, Napoli e Capua, impedendo i movimenti dei soldati francesi. Fra Diavolo rispose prontamente alle esigenze difensive del proprio paese e al proclama del Cardinale Ruffo, mostrando un'instancabile attività che lo rendeva frenetico di fronte all'apatia altrui.
Napoli partigiana: le Quattro Giornate contro il nazifascismo raccontate da chi c'era e dagli storic
Il Riconoscimento del Regno e gli Alleati Inglesi
La sua attività di guerriglia non passò inosservata. Il re Ferdinando IV, rifugiatosi a Palermo con la regina Carolina, lo insignì del grado di colonnello, ponendolo al comando di 1500 fucilieri del reparto volante d’assalto, accampati a Capodichino. La sua forza fu riconosciuta come un esercito regolare, godendo del supporto degli alleati inglesi, in particolare dell'ammiraglio Nelson e del suo successore Sidney Smith. Ferdinando IV lo ripaga in denaro per pagare i suoi soldati, come aveva promesso. Il 24 giugno 1799, Fra Diavolo ricevette da Acton un versamento in contanti di 4000 ducati per le sue spese e quelle dei suoi uomini, inclusa la sua paga.
La Campagna di Roma del 1799
Nell'ambito della campagna per liberare il Regno dai francesi e riconsegnarlo al Papa, il 20 agosto 1799, a Fra Diavolo fu ordinato di raggiungere Frascati con i suoi soldati e di unirsi alle truppe regie in marcia contro la Repubblica Romana. Prima di partire, distribuì ducati ai suoi 1500 uomini, mantenendo una disciplina quasi militare. Entrò nei Castelli romani e riuscì a entrare vittoriosamente a Roma. Dopo tre mesi d'assedio, i francesi capitolarono e abbandonarono Gaeta, e l'apporto di Pezza e dei suoi uomini si rivelò decisivo per i "fasti del 1799". La sua fama crebbe, anche grazie all'uso di cappellani militari e alla capacità di entrare e uscire dai territori occupati di nascosto, sia di giorno che di notte.
Controversie e Disciplina: L'Incidente di Velletri e l'Arresto
Nonostante i successi, la figura di Fra Diavolo fu spesso circondata da controversie. Il 9 settembre 1799, si accampò a Velletri con il compito di impedire saccheggi e violenze. Purtroppo, alcuni dei suoi uomini contravvennero agli ordini, mettendo a ferro e fuoco gli abitati vicini, il che portò a massacri e saccheggi. A seguito di ciò, a Fra Diavolo fu ordinato di trasferirsi con 1000 uomini ad Albano con stipendi e razioni decurtati della metà. Le violenze ricaddero in parte sul suo Comandante.
Successivamente, si rifiutò di restituire un anello d’oro rubato alla regina da un soldato francese fatto prigioniero, come gli era stato richiesto. Questo atto di insubordinazione portò al suo arresto. Venne catturato nel sonno dal Maresciallo di Campo Boucard e dal Brigadiere Generale Castellani e tradotto, in carrozza chiusa ma senza manette, a Roma, dove fu rinchiuso in Castel Sant’Angelo. Subì un processo, ma le vicende che lo resero popolare continuarono a seguirlo.
La Fuga da Castel Sant'Angelo
La sua prigionia a Castel Sant'Angelo fu di breve durata. Complice un nubifragio, Michele Pezza evase nella notte del 4 dicembre 1799. La fuga dalla prigione fu rocambolesca. Rubò il mantello e il cavallo a un giudice e si diresse a Napoli, dove si imbarcò per Procida. Dopo mille peripezie giunse a Palermo, dove poté godere di un periodo di relativa tranquillità. Tornato a Napoli, dovette affrontare vertenze per morosità e liti con la moglie, Fortunata Rachele di Franco, innervosita dalla gravidanza e di natura alquanto prodiga.
Il Ritorno in Campo e l'Ultima Resistenza
La Rinascita della Guerriglia nel 1806
Nel 1806, la situazione politica mutò nuovamente. Napoleone riportò una vittoria decisiva sulla Quarta Coalizione e dichiarò guerra al Regno di Napoli. Il 26 dicembre 1805, Napoleone emanò un proclama che dichiarava che "la dinastia di Napoli ha cessato di esistere". Gli alleati, inglesi e russi, decisero di ritirarsi, e il 15 febbraio 1806 Napoleone entrò a Napoli senza combattere. In questo contesto di generale sottomissione, solo Gaeta non volle arrendersi, e l'invasore trovò il principe d’Assia Philippstatd e Fra Diavolo decisi a difenderla. Vi furono violenti scontri a Roccaguglielma e a Sant'Oliva.
Fra Diavolo rispose prontamente alle esigenze difensive del proprio paese, disobbedendo all'ordinanza di ritirarsi e tornando alla fortezza di Gaeta, dove diede vita a nuove scorribande contro l'esercito francese. Venne richiamato dal re a Palermo, dove fu dichiarato luogotenente di una nuova spedizione che avrebbe dovuto seguire le orme dell’impresa sanfedista del 1799. Fu ricompensato con il titolo di Duca di Cassano, un titolo che però non poteva soddisfare la sua ambizione, dato che i francesi erano riusciti a sedare le rivolte.
Il nome di Michele Pezza, intanto, continuava a risuonare. Nel settembre 1806, dopo aver reclutato partigiani filo-borbonici tra i galeotti di Ventotene e Ponza, sbarcò a Sperlonga per guidare nuove azioni di guerriglia contro le truppe francesi. Si barricò a Sora con 500 uomini, ma dopo tre giorni la città fu circondata. Fra Diavolo riuscì a fuggire sulle Montagne di Miranda, divenendo il ricercato numero uno di tutto il Regno di Napoli. La caccia all’uomo durò quindici giorni.
La Caccia all'Uomo del Generale Hugo
Per contrastare la sua azione, Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, tentò una nuova strategia, nominando il giovane generale Sigisbert Hugo (padre del celebre scrittore Victor Hugo), allora appena trentatreenne. Hugo, un veterano delle guerre in Vandea, era considerato l'uomo giusto per la missione. Tuttavia, appena il Generale Hugo si avvicinava a Fra Diavolo, questi faceva perdere le sue tracce. Nonostante il generale Hugo cominciasse a nutrire una certa simpatia per il suo avversario, la caccia proseguì.
Fra Diavolo fu infine individuato per puro caso da una spia francese nei pressi di Campobasso, in luoghi inusuali per lui, dopo un'azione disperata e uno scontro a fuoco. A quel punto, non gli restava che l'astuzia per raggiungere la costa e imbarcarsi per Palermo. La sfortuna volle che il colonnello fosse assalito da briganti, che lo credettero morente. Michele Pezza si rifugiò nel negozio di un calzolaio che lo aveva ospitato per una bevuta. Quest'ultimo, alle domande dei francesi, rivelò il nascondiglio di Fra Diavolo.

La Cattura, il Processo e l'Esecuzione
L'Arresto Definitivo
Questa fu l'ultima azione militare di Michele Pezza. Dopo alcune scorribande tra Itri, Fondi, e le province di Benevento e Salerno, venne infine catturato dai francesi nel mese di ottobre 1806 a Baronissi. Fu condannato a morte e impiccato a Napoli l’11 novembre dello stesso anno, a soli 35 anni. Fu giustiziato in Piazza Mercato, vestito con l'uniforme di brigadiere dell'esercito borbonico.
Il Processo e il Rifiuto di Tradire
Il processo di Michele Pezza si tenne il 10 novembre 1806, alle ore 10 del mattino, presso il Tribunale straordinario di Napoli, a Castel Capuano. Ebbe come difensore di sua fiducia uno dei principi del foro partenopeo, l'avvocato Francesco Lauria, noto per le sue simpatie filo-francesi. Prima dell’esecuzione, il ministro di polizia, Cristophe Saliceti, tentò di indurre Fra Diavolo a confessioni compromettenti per i Borboni, usando blandizie, promesse e minacce. Gli fu proposta la collaborazione con i francesi, offrendogli di "servire nell’armata francese, conservando il grado di colonnello di gendarmeria, titoli, pensioni ed ogni altra cosa già concessa da re Ferdinando, obbligandosi solo a mantenere l’interna tranquillità, del Regno".
Tuttavia, Fra Diavolo rifiutò sdegnosamente di chiedere la grazia sovrana e di tradire il suo re. La sua risposta fu categorica: «prima mille morti, avrebbe desiderato, che mancare alla fede data al proprio sovrano, il quale per niuna causa avrebbe tradito». Egli preferì morire a 35 anni, lasciando moglie e figli, piuttosto che tradire il suo Paese. La sua unica "colpa" fu l'essere schierato con i vinti, con la parte soccombente, e come spesso accade, "la Storia la scrivono i vincitori".
La Condanna e l'Esecuzione
Il verdetto fu la morte per impiccagione. Fu impiccato l'11 novembre 1806, in Piazza Mercato a Napoli, davanti all'ospedale degli Incurabili. Si disse che le campane di Palermo suonarono lungamente in suo onore mentre veniva giustiziato. La sua esecuzione rappresentò una vittoria per le motivazioni politiche e militari francesi, che tentarono di dipingerlo come un semplice delinquente comune, ma la sua memoria sopravvisse, celebrata in modo diverso dal suo Stato e dal suo Re.

L'Eredità e la Memoria di Fra Diavolo
La Figura Controversa: Brigante o Eroe Patriota?
La figura di Michele Arcangelo Pezza è stata oggetto di continue reinterpretazioni e dibattiti. Victor Hugo, il cui padre fu il suo diretto avversario, lo descrisse come un "brigante-patriota", un insorto legittimo in lotta contro l’invasore straniero. Molti, inclusi i suoi discendenti, oggi residenti a Benevento, difendono la sua memoria, evidenziando come, nonostante i suoi trascorsi giovanili, egli abbia pagato il suo debito con la giustizia e abbia combattuto con lealtà per il suo paese. I suoi avversari diretti, inclusi i francesi, non lo disprezzarono mai; anzi, gli proposero invano di passare nelle loro fila, promettendogli una carriera militare e la conservazione dei suoi titoli, un'offerta che Pezza rifiutò per non tradire la sua fede e il suo sovrano. Anche i francesi, nel tempo, contribuirono a costruire il suo mito e la sua grandezza come colonnello.
Le Opere Artistiche e Letterarie
La storia di Fra Diavolo ha ispirato numerose opere. La più celebre è l'opera lirica di Daniel Auber, "Fra Diavolo, ou L'hôtellerie de Terracine", su libretto di E. Scribe e C. Delavigne, andata in scena per la prima volta a Parigi nel 1830 e che godette di un immediato successo. Anche se spesso lo ritrae in chiave comico-romantica, discostandosi dalla realtà storica, essa contribuì enormemente alla sua fama internazionale. Su di lui sono stati girati diversi film, e la sua figura è stata rievocata anche in contesti moderni, come nelle "interviste impossibili" di Osvaldo Bevilacqua.
Tra i grandi della letteratura che hanno contribuito a consolidare la sua leggenda vi sono Victor Hugo e Alessandro Dumas, le cui opere hanno tramandato la sua storia fino ai giorni nostri. Michele Arcangelo Pezza, con le sue gesta, ha dimostrato coraggio e lealtà fino all’atto estremo dell’accettazione della sua condanna a morte, rendendo omaggio alla sua terra. La sua eredità è un connubio di bellezze artistiche e naturali, un esempio di valori che animano una terra che mostra i segni di un passato capace di infondere nella sua gente tempra ed esemplare spirito identitario.
Il Ricordo nella sua Terra Natale
Il suo paese natale, Itri, non è stato da meno nel celebrarlo. Ancora oggi, la sua memoria è viva, con ricerche e scritti che continuano a dibattere pro e contro la sua figura, e con eventi dedicati a lui in diversi paesi dell’entroterra pontino. La sua figura è un simbolo di resistenza e di attaccamento alla propria terra e alla propria famiglia. Il ricordo del "brigante-eroe" è un elemento distintivo dell'identità culturale e storica del suo territorio.