Il Metodo Storico-Critico Applicato ai Vangeli: Percorsi e Prospettive

L'avvicinamento della Bibbia alla vita del Popolo di Dio è un compito fondamentale che, iniziato un secolo fa da San Pio X con la fondazione del Biblicum, è stato rinnovato dal Concilio Vaticano II e rafforzato da Benedetto XVI. Questo impegno culturale e accademico mira a permettere al Popolo di Dio di affrontare in maniera adeguata le sfide poste dalla nuova evangelizzazione.

Il Concilio Vaticano II ha significativamente aumentato l'interesse per la Bibbia, in particolare grazie alla Costituzione dogmatica Dei Verbum. Questo documento ha evidenziato l'importanza della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, promuovendo un autentico rinnovamento spirituale e pastorale. Il Biblicum ha contribuito a questo rinnovamento con la ricerca scientifica biblica, l'insegnamento delle discipline bibliche e la pubblicazione di studi e riviste specializzate.

Foto storica del Biblicum o di un evento conciliare

Il Metodo Storico-Critico: Legittimità e Necessità

Il lavoro dell'esegeta moderno deve avvalersi delle metodologie critiche moderne, in collaborazione con specialisti in dogmatica e altre aree teologiche. La Dei Verbum ha ribadito la legittimità e la necessità del metodo storico-critico, riconducendolo a tre elementi essenziali:

  • L'attenzione ai generi letterari;
  • Lo studio del contesto storico;
  • L'esame di ciò che si usa chiamare Sitz im Leben (ambiente vitale).

Al tempo stesso, il documento conciliare mantiene fermo il carattere teologico dell'esegesi, indicando i punti di forza del metodo teologico nell'interpretazione del testo. Il presupposto fondamentale per la comprensione teologica della Bibbia è l'unità della Scrittura, a cui corrisponde, come cammino metodologico, l'analogia della fede, ovvero la comprensione dei singoli testi a partire dall'insieme.

Antonio Di Masi - Corso di Filologia ed Esegesi Biblica

La Scrittura come Unità e la Fede della Chiesa

La Scrittura è una cosa sola a partire dall'unico popolo di Dio, che ne è stato il portatore attraverso la storia. Di conseguenza, leggere la Scrittura come un'unità significa leggerla a partire dalla Chiesa come dal suo luogo vitale e ritenere la fede della Chiesa come la vera chiave d'interpretazione. Se l'esegesi vuole essere anche teologia, deve riconoscere che la fede della Chiesa è quella forma di "sim-patia" senza la quale la Bibbia resta un libro sigillato. La Tradizione non chiude l'accesso alla Scrittura, ma piuttosto lo apre. D'altro canto, spetta alla Chiesa, nei suoi organismi istituzionali, la parola decisiva nell'interpretazione della Scrittura.

L'Evoluzione della Tradizione Preletteraria e la Critica Letteraria

Il metodo della storia della tradizione vede nel costituirsi delle fonti letterarie una svolta decisiva del processo della tradizione. La storia della tradizione orale viene separata da quella della composizione letteraria e dalla redazione seguente. Al mutare del modo della tradizione corrisponde necessariamente un cambiamento del metodo di ricerca.

Studio delle Fonti e delle Varianti

La seconda parte del processo della tradizione richiede il metodo della critica letteraria, praticato da quasi tre secoli. La prima parte, la storia preletteraria, è stata studiata in senso stretto solo negli ultimi decenni attraverso il metodo della storia delle forme. L'espressione "critica storica" è usata diversamente: per alcuni include lo studio della formazione del testo (stadio preletterario, composizione, redazioni successive) o la determinazione del suo ambiente vitale (Sitz im Leben); per altri si riserva alla valutazione della verità storica di ciò che il testo racconta.

Lo studio della storia preletteraria del materiale è richiesto in modo particolare quando lo stesso materiale viene tramandato più volte con piccole varianti o appare in modo simile in un'altra fonte.

Esempio in Genesi: Il Pericolo di Sara

In Genesi, la storia del pericolo in cui incorre l'antenata Sara viene riferita tre volte: in Ge 12,10-20; 20,1-18 e 26,6-11. I fatti principali sono sempre gli stessi: Abramo/Isacco con la moglie Sara/Rebecca in terra straniera, la spaccia per sua sorella, lei corre il pericolo di rapporti coniugali, ma viene riconosciuta in tempo come moglie e restituita. Le principali divergenze riguardano le persone coinvolte (Abramo, Sara, Egiziani; Abramo, Sara, Abimelech; Isacco, Rebecca, Abimelech) e il modo in cui l'inganno viene scoperto (piaghe divine, sogno, osservazione diretta). L'assoluta corrispondenza dei dati principali obbliga ad ammettere che le varianti letterarie avevano dietro di sé lo stesso materiale preletterario. Le differenze non si spiegano solo con una rielaborazione letteraria, poiché almeno due redazioni appartengono allo stesso strato di fonti (Ge 12 e 26 sono jahvisti, il cap. 20 è elohista).

Esempio in Esodo: La Liberazione presso il Mare

In Es 14-15, l'evento della liberazione degli Ebrei presso il mare è descritto in modo vario. Si narra di Mosè che stende la mano, le acque che si arrestano formando un muro per il passaggio degli Ebrei e che poi ricadono sugli Egiziani (Es 14,16-21-22.27a-28). Contemporaneamente, si parla di un vento orientale che prosciuga il mare e blocca i carri egizi, con l'intervento dello sguardo di Yahweh che li spinge in mare (Es 14,21b.25f.27b). L'angelo di Dio e la colonna di nubi si pongono dietro agli Israeliti per celarli agli Egiziani (Es 14,19s). Questi particolari sono talmente intrecciati che una scomposizione in filoni letterari universalmente accettata risulta impossibile. Inoltre, il cap. 15 conserva le figurazioni poetiche degli avvenimenti nei canti di Mosè (Es 15,1-18) e Miriam (Es 15,21). Questo suggerisce che l'episodio della salvezza al mare, con il tempo, ha dato origine a un racconto ricco di varianti, e che i capitoli scritti costituiscono non l'inizio, bensì la fine di tradizioni orali e in parte già scritte.

Schema di fonti del Pentateuco (J, E, D, P)

Tradizione Preletteraria e Formulari Liturgici

Non solo le variazioni dei singoli passi paralleli conducono al postulato di una tradizione preletteraria. I grandi blocchi della tradizione principale corrono su binari diversi già nelle fonti più antiche. Sia lo Jahwista che l'Elohista conoscevano le storie dei padri, la tradizione della liberazione, quella del Sinai, i racconti del deserto e della conquista di Canaan. La constatazione di questa uguaglianza di composizione di temi ha portato la ricerca sulla storia della tradizione a progredire, facendo attenzione ai testi liturgici che mostrano le linee fondamentali della successione dei temi: tradizione dei padri, fuga dall'Egitto e conquista di Canaan.

Questi formulari, composti a mo' di agenda, rivelano diverse funzioni. In Dt 26,5-9, i temi appaiono in una professione di fede che il contadino israelita pronuncia offrendo le primizie: "Mio padre era un Arameo sul punto di morire; egli scese in Egitto e vi dimorò come straniero con poca gente, e là diventò una nazione grande, potente e numerosa. Ma gli Egiziani ci maltrattarono, ci oppressero e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo all’Eterno, il DIO dei nostri padri, e l’Eterno udì la nostra voce, vide la nostra afflizione, il nostro duro lavoro e la nostra oppressione. Così l’Eterno ci fece uscire dall’Egitto con potente mano e con braccio steso, con cose spaventose e con prodigi e segni; ci ha poi condotti in questo luogo e ci ha dato questo paese, paese dove scorre latte e miele (Ed ora, ecco, io ho portato le primizie dei frutti del suolo che tu, o Eterno, mi hai dato!)".

Anche in Dt 6,20-23 e Gs 24,2-13 si trovano narrazioni simili, recitate in occasioni diverse (ringraziamento individuale, istruzione familiare, celebrazioni comuni). È significativo che in questi formulari manchi la tradizione del Sinai, la quale occupa un vasto spazio nell'attuale Pentateuco. Ciò implica che la tradizione sinaitica, assieme alla proclamazione della Legge, fosse stata tramandata separatamente e coltivata in celebrazioni specifiche, forse anche da diversi circoli di tradizione.

La relazione tra tradizione e storia occupa piani diversi. Ad esempio, la tradizione della Pasqua (Es 12,21ss) riprende un rituale delle popolazioni seminomadi legato alla migrazione primaverile. In Israele, tale uso viene posto a servizio del ricordo della fuga dall'Egitto, attualizzando un'azione di salvezza unica e fondamentale compiuta da Yahwé. Lo studio della storia della tradizione si spinge così fino alle tradizioni preletterarie, permettendo di conoscere con maggior chiarezza l'accento delle affermazioni del testo attuale sullo sfondo della tradizione del materiale.

Critica Letteraria: Problematica e Differenze di Linguaggio

La necessità di una critica letteraria risulta evidente anche in Es 2,23-6,8, dove il materiale viene riferito tre volte in forma intrecciata. Confrontando i brani del discorso fatto a Mosè in 3,7s; 3,9s e 6,2-8, si nota che ogni volta Dio si manifesta attento alla miseria del suo popolo in Egitto e desidera liberarlo. Il quesito sorge sul perché qui si debba pensare all'intrecciarsi di filoni letterari e non alla congiunzione di tradizioni preletterarie. Mentre il materiale su Sara circolava in ambienti diversi, le narrazioni in Es 3-6 rimangono nell'ambito unitario della vocazione di Mosè, con identità di contenuto ma piccole variazioni.

Occorre esaminare le differenze nell'uso linguistico, tenendo conto di possibili fonti scritte. La miseria degli Israeliti è descritta con tre vocaboli diversi: "afflizione" (3,7), "oppressione" (3,9), "schiavitù" (6,6). L'insieme denota solo piccole differenze, ma aumentano il problema e rendono possibile l'associazione di fonti. Es 6,5b con il "ricordo" da parte di Yahwé del "patto" indica lo scritto sacerdotale, così come l'esordio di Es 6,2-3 che menziona "Dio onnipotente (El Shaddai)" prima di "Eterno" (Yahweh).

L'uso del nome di Dio rende possibile un primo tentativo di associare i paralleli. Es 3,7 inizia con "E Jahwé parlò", tipico dello Jahwista. Il parallelo 3,9s inizia con una nuova introduzione, ma continua con "E Mosè parlò a Dio". A decidere l'assegnazione delle fonti, più che i nomi di Dio, sono i modi diversi di rappresentarlo e di annunciare la salvezza. In Es 3,8, Yahwé stesso "scende" per liberare il popolo (teologia antropomorfica jahwista), mentre in Es 3,9s Dio si mantiene distante e si serve di Mosè come incaricato (tipico dell'Elohista).

I Vangeli: Argomento Centrale e Storicità

Di che cosa parlano i Vangeli? Qual è il loro argomento centrale e fondamentale? Per il cristiano semplice la risposta è chiara. Tuttavia, a partire dall'Illuminismo, la ricerca storica ha preso strade diverse, moltiplicando le risposte e giungendo a risultati spesso contraddittori. L'esame dettagliato ha frammentato il testo in mille particolari, rischiando di far perdere di vista l'insieme, il "tutto".

La Falsa Dicotomia: "Gesù della Storia" e "Cristo della Fede"

Questa situazione ha creato una diffidenza nel credente semplice nei confronti degli studi che sembravano derubarlo delle sue certezze. Il problema è che se si perde di vista l'insieme, non si comprende più nulla. Come evidenziato da Joseph Ratzinger nel suo libro Gesù di Nazaret, l'esperto rischia di non percepire il senso complessivo, dovendo andare "oltre" il suo metodo storico per considerare il metodo come una via d'accesso e non un luogo in cui indugiare.

Diversamente da quanto sostengono i fautori della demitizzazione, è irragionevole distinguere tra "il Gesù della storia" e "il Cristo della fede". Quanto raccontato dai Vangeli non è frutto di invenzione della prima comunità cristiana, ma corrisponde al vero, includendo profezie e miracoli. La realtà di un Dio che assume la natura umana è sempre una sfida per la nostra ragione limitata. Tuttavia, il metodo storico-critico, quando applicato ai Vangeli e alle Sacre Scritture con un a priori ideologico, ha portato proprio a questa dicotomia.

La realtà - confermata da ritrovamenti archeologici, papirologia e altri contributi scientifici - è che i Vangeli sono documenti con un fondamento storico reale, che ci comunicano la persona e le parole reali del Signore, trasmesse da testimoni oculari. L'artificiosa distinzione tra un "Gesù storico" e un "Cristo della fede" è dura a morire e da essa discende il cosiddetto "cristianesimo dei valori", spesso diluiti in un vago umanitarismo e lontani dalla persona oggettiva di Gesù Cristo.

Nell'interpretazione delle Scritture, il metodo storico-critico ha talvolta introdotto un problematico aut aut, come se il senso storico-letterale escludesse il senso spirituale. Invece, la retta prospettiva cattolica è sempre stata quella dell'et et.

Mappa della Palestina al tempo di Gesù

La Datazione dei Vangeli e le Metodologie

Mentre i razionalisti tendono a spostare in avanti le date di redazione dei Vangeli, la ricerca storica più rigorosa indica che tutti e quattro furono composti prima del 70 d.C.. In particolare, il Vangelo di san Luca risale all'incirca all'anno 54, quello di san Marco al 42-45 e il testo ebraico del Vangelo di san Matteo intorno al 40. Il Vangelo di Giovanni è stato terminato più tardi, verso il 95.

Per datare un testo si usano tre metodi complementari:

  1. Datazione dei supporti: Esame della pergamena, pietra, carta, inchiostro, caratteri o tecniche di stampa.
  2. Metodo "filologico": Studio della lingua e delle espressioni usate per ritrovare la data approssimata della lingua del testo.
  3. Metodo degli "indizi": Riferimenti ad avvenimenti con data certa per collocare il testo temporalmente (es. menzione di televisione o triclini).

Un quarto metodo, discusso con critica, tenta di datare i testi della letteratura giudaico-cristiana, in particolare i Vangeli, in base alle idee espresse o alla filosofia esposta. Questa approccio, tuttavia, è problematico perché presuppone che ogni epoca abbia un tipo di idee univoco e che non sia possibile imbattersi in quel genere di idee al di fuori di quella specifica epoca. Ad esempio, l'idea della lotta di classe è già in Platone, l'idea dello sfruttamento del proletariato è nella Bibbia e l'età dell'oro è in Virgilio, dimostrando che le idee non sono strettamente confinate a una singola epoca.

Contesto di Redazione dei Vangeli Sinottici e Giovanni

  • Marco (verso il 70): Scritto a Roma per una comunità scossa dalla persecuzione di Nerone e composta da cristiani ebrei e pagani. Presenta un Gesù che si rivela progressivamente come Figlio di Dio.
  • Matteo (verso l'80-85): Composto per ebrei convertiti a Cristo, fuggiti da Gerusalemme e rifugiati in Libano e Siria del sud. Presenta Gesù come colui che "compie le Scritture" e il nuovo Mosè.
  • Luca (80-85 ca.): Scritto per comunità del mondo greco che devono consolidarsi ed esprimere la propria fede nella cultura di quel mondo. Luca non parla male del dominio romano, facendo dire a Pilato "Nulla ho trovato in quest'uomo che meriti condanna".
  • Giovanni (verso il 95): Terminò molto tardi, si rivolge a comunità dell'Asia minore in un momento di violente tensioni tra ebrei e cristiani. In contrasto con correnti che riducevano la fede a un sistema intellettuale, Giovanni insiste sull' "Incarnazione del Verbo".

L'influsso di Ireneo, che indicava redazioni precoci dei Vangeli, è evidente in queste datazioni tradizionali, e rende difficile sostenere ipotesi di redazioni tardive o composizioni da parte di "comunità" affabulatrici.

La Posizione della Chiesa Cattolica e i Criteri del Metodo Storico-Critico

Per decenni i risultati del metodo storico-critico, all'interno della cosiddetta "prima ricerca sul Gesù storico", sono stati sinonimo di banalizzazione o de-storicizzazione dei contenuti biblici, inducendo gli studiosi cattolici a una certa diffidenza. Tuttavia, in seguito, il magistero della Chiesa Cattolica ha indicato nello studio critico della Bibbia un utile alleato nell'approfondimento delle verità di fede. Già Pio XII, nell'enciclica Divino Afflante Spiritu (1943), aveva sottolineato la necessità di restituire il testo sacro al suo primitivo tenore, purificandolo dalle deformazioni introdotte dai copisti. Il Vaticano II ha ulteriormente ampliato la gamma metodologica degli studi esegetici.

Il documento della Pontificia Commissione Biblica L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa (1993) ha chiarito che il metodo, se usato obiettivamente, non implica alcun a priori e che il suo scopo è mettere in luce, in modo diacronico, il senso espresso dagli autori e redattori. Benedetto XVI, in Gesù di Nazaret, pur riconoscendo che in passato i risultati sono stati nebulosi e frutto di proiezioni dei ricercatori, ha affermato che "il metodo storico critico - proprio per l'intrinseca natura della teologia e della fede - è e rimane una dimensione irrinunciabile del lavoro esegetico", sebbene "non esaurisca il compito dell'interpretazione per chi nei testi biblici vede l'unica Sacra Scrittura e la crede ispirata da Dio".

Antonio Di Masi - Corso di Filologia ed Esegesi Biblica

Criteri Specifici del Metodo Storico-Critico

Per stabilire l'autenticità e la verità storica di un testo biblico, laddove i manoscritti siano discordanti, il metodo storico-critico si avvale di diversi criteri:

  • Criterio d'imbarazzo (Schillebeeckx) o di contraddizione (B.F. Meyer): Difficilmente la Chiesa primitiva avrebbe ideato elementi che mettono in cattiva luce i suoi protagonisti o il suo operato.
  • Criterio di discontinuità: Riferito a informazioni in contrasto con il contesto dell'autore.
  • Criterio della molteplice attestazione: Difficilmente un evento o detto narrato da autori diversi in modalità e contesti differenti può essere frutto di una molteplice e indipendente invenzione.
  • Criterio della coerenza: Un detto o fatto è tanto più storicamente verosimile quanto più è in accordo e congruente con i dati preliminari.
  • Criterio del rifiuto: Gesù terminò in modo violento e conflittuale il suo ministero poiché si pose in contrasto con la società e i capi dell'epoca.
  • Criterio degli indizi aramaici (Jeremias): Una frase o un termine che richiama parole o strutture aramaiche, conformi al contesto vitale degli eventi narrati, ha un maggiore grado di probabilità di essere un dato originale.
  • Criterio delle tendenze di sviluppo della tradizione sinottica (Bultmann): Presuppone che col tempo la narrazione orale e/o scritta si sia precisata di particolari e ampliata, per cui ampliamenti e amplificazioni possono essere considerati elaborazioni successive.
  • Criterio della presunzione storica (McEleney): Partendo dal presupposto che i resoconti antichi sono redatti da testimoni, l'onere della prova per rigettare informazioni è a carico dei detrattori (in dubio pro traditio).
  • Criterio della lectio difficilior: Quando le fonti testuali presentano diverse lezioni, deve essere privilegiata quella "più difficile", sovrapponendosi in parte al criterio d'imbarazzo.
  • Criterio sinottico: Quando le fonti descrivono parallelamente persone o situazioni, permette di dedurre informazioni non presenti esplicitamente in una singola narrazione.
  • Criterio di economia: Principio del "rasoio di Occam", che suggerisce di preferire modelli teorici semplici, chiari e funzionali.
  • Argomento del silenzio (argumentum ex silentio): Dal punto di vista logico, è una fallacia del pensiero che si manifesta quando si trae una conclusione da una premessa non presente.

Altri Approcci Metodologici

La Pontificia Commissione Biblica ha elencato vari tipi di approcci metodologici sorti recentemente, tra cui l'analisi retorica, narrativa, semiotica, l'approccio canonico, l'approccio mediante il ricorso alle tradizioni interpretative giudaiche, l'approccio attraverso la storia degli effetti del testo, e approcci sociologici, antropologici, psicologico-psicanalitici, liberazionisti, femministi e fondamentalisti.

Vangeli Apocrifi e l'Importanza della Tradizione Orale

I Vangeli apocrifi, scritti non riconosciuti dalla Chiesa come canonici perché non ispirati, a volte presentano dati storici (come i nomi dei genitori di Maria Santissima nel Protovangelo di Giacomo). Tuttavia, essi "mancano di elementi che possano portare la critica a ritenerli fondati storicamente", distinguendosi nettamente dai Vangeli canonici.

Le ricerche dello studioso Birger Gerhardsson hanno ricordato l'importanza della tradizione orale nelle culture antiche, e in particolare nell'ambiente culturale giudaico. A differenza di oggi, molto si basava sulla memoria, e perciò i maestri (i rabbi) usavano ampiamente la ripetizione e si servivano di "costrutti più facilmente memorizzabili, con parallelismi, allitterazioni, assonanze", favorendo una trasmissione precisa delle parole e degli eventi.

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