La Metafora Biblica di Dio come Abisso

L'Abisso nelle Mitologie Antiche e nella Bibbia

L’idea che il mondo sia stato strappato dal caos delle acque primordiali è presente anche nei miti dei popoli dell’antico vicino Oriente. Il poema babilonese Enuma Elish o Poema della Creazione (I millennio a.C.) presenta alle origini del mondo una divinità maschile Apsu, le acque dolci, e una femminile Tiamat, le acque salate. Da loro nacquero tutte le altre divinità. Nella battaglia finale tra gli dei, Tiamat, che aveva creato disordine, venne sconfitta dal giovane dio Marduk che ne tagliò il corpo in due, creando con una parte il cielo e con l’altra la terra.

Nella Bibbia, tuttavia, Dio è creatore e signore di tutto quello che esiste. Egli domina gli abissi e i mostri che li abitano, o piuttosto li simboleggiano, e dispone pienamente degli elementi primordiali per rendere armoniosa e ordinata l’opera della creazione: Dio […] separò le acque che sono sopra il firmamento dalle acque che sono sotto… (Gen 1,7). Nella tradizione biblica sopravvivono anche alcuni mostri fantastici della mitologia mesopotamica: il Leviatan, abitatore degli abissi, e Raab, la forza del male scatenata prima della creazione e che Dio ha vinto imponendo ordine al caos primitivo. Il libro di Giobbe, i Salmi e i profeti, affermano che il dominio dei mostri marini e degli abissi (Leviatan e Raab) è saldamente nelle mani di Dio: Lodate il Signore dalla terra, mostri marini e voi tutti, abissi (Sal 148,7).

L'Abisso come Sheol e Luogo di Profondità

Il termine abisso indica anche gli inferi, in ebraico Sheol, la misteriosa e oscura dimora dei morti, una fossa collocata sotto i pilastri che secondo la cosmogonia biblica reggevano la piattaforma della terra. Nelle tradizioni bibliche più antiche, tutti - buoni e cattivi - scendevano in questo luogo (Sal 6,6; Is 14,9-11) e lì conducevano un’esistenza assolutamente priva di importanza e forza vitale (Is 38,18). Era la regione delle ombre, dell’oscurità, del silenzio e della dimenticanza (Sal 115,17).

Secondo diverse interpretazioni cristiane e gnostiche, l'Abisso rappresenta un luogo di oscurità e profondità insondabile. Nella cristianità, è l'alternativa alla presenza divina, temuto dai demoni e associato a figure come il Leviatano e il drago. Nell'gnosticismo, è uno spazio dove entità spirituali sono immerse. Per la Chiesa Cattolica, simboleggia la punizione e la malizia. Nel contesto cristiano, l'abisso è spesso associato a luoghi di oscurità, confinamento e tormento, un luogo che i demoni temono più della possessione e una prigione per Satana, un pozzo senza fondo dove sarà rinchiuso. Metaforicamente, rappresenta un luogo di profonda oscurità e disperazione.

Rappresentazione del caos primordiale o della creazione biblica che mostra Dio che separa le acque e domina i mostri marini.

Dio Creatore e la Sapienza nell'Ordine del Cosmo

La rappresentazione del Dio Creatore è un aspetto fondamentale e meraviglioso nella Bibbia. I testi che la descrivono, pur essendo stati redatti probabilmente per ultimi, sono collocati tra i primi (cf Gn 1-11). Il Volto di un Creatore nasce dalla Sapienza biblica che pensa il mondo come “creato”. Guardando il mondo, il sapiente biblico si accorge che ogni cosa vive all’interno di un ordine di relazione con l’altra, a partire dai grandi luminari - il sole e la luna - per arrivare alla terra e al mare e all’asciutto e a tutte le varietà degli esseri viventi.

Lo splendido quadro del libro dei Proverbi offre un’edizione sapienziale della creazione del mondo. Ad aprire la scena è la Sapienza, figura femminile che prende la parola per raccontare cosa avvenne all’inizio, quando ancora non c’erano né la luce, né le stelle. La Sapienza, inizio e figlia, è quasi una figura di quel “Verbo”, anch’Egli Figlio, di cui parlerà Giovanni nel suo Prologo, presentando la persona di Gesù (cf Gv 1,1ss).

Dio non è stato mai solo, dal primo momento della sua opera di creazione e fino alla fine. Egli è un Artefice che si lascia aiutare dalla donna Sapienza nella costruzione e nell’intelligenza di tutte le cose. Il Creatore biblico non è un Dio onnipotente solitario che con una specie di bacchetta magica, guidata dalla sua stessa voce, dà luogo alle creature. La Sapienza guardava il Creatore e sembra perfino che lo consigliasse quando Egli entrava nel punto focale dell’opera creativa: stabilire dei limiti, tracciare dei confini.

Principio della Sapienza è, infatti, che ogni cosa ha un limite. Altrimenti tutto sarebbe soltanto una parte e non potrebbe accendersi il gioco della vita. Ogni cosa sta di fronte all’altra ed è con essa alleata. Se il mare non avesse un limite non ci sarebbe l’asciutto. Se il sole non fosse in alto non potrebbe illuminare la terra, che sta in basso. Nella relazione tra diversi è il segreto della vita del Creato. Il motivo del creare di Dio è ludico ed estetico: Egli ha fatto il mondo per puro piacere e per poterne godere insieme all’uomo!

Lo Spirito Santo: L'Abisso d'Amore di Dio

Ci domandiamo: Chi è Spirito Santo? La risposta è semplice: è la terza persona della Trinità e propriamente l’abisso d’amore tra le tre divine persone. Non è solo l’amore, ma l’abisso d’amore fatto persona. Lo Spirito è l’ineffabile profondità di Dio, la sua essenza più intima. Egli infatti, «scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Nessuno ha mai potuto conoscere i segreti di Dio se non lo Spirito di Dio» (1Cor 2,10-11).

«Nella sua mano sono gli abissi della terra» (Sal 94,4), recita il salmista. La parola “abisso” (lat. abyssus, gr. ἄβυσσος «senza fondo») si può intendere in senso materiale a indicare una grande e smisurata profondità. Si può anche intendere in senso figurato, come quando si dice di essere sull’orlo dell’abisso. Si può soprattutto intendere come impenetrabile amore divino: l’abisso de l’etterno consiglio (Dante).

Illustrazione dello Spirito Santo come fiamme o colomba, che simboleggiano l'amore profondo e la presenza divina.

L'Abisso del Cuore Umano e l'Invocazione dello Spirito

La Sacra Scrittura afferma che anche l’uomo è un abisso: «Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso» (Sal 63, 7). L’uomo è un mistero a se stesso e il suo cuore un abisso. I due abissi si cercano: «Abyssus abyssum invocat, l’abisso invoca l’abisso» (Sal 42,8).

L’abisso di Dio è lo Spirito Santo, il Paraclito, colui che è sempre pronto a venire incontro, perché è accanto a noi, anzi è già dentro di noi. Egli non si dimentica di noi e non si allontana da noi, siamo noi che ci dimentichiamo di lui. L’abisso del cuore dell’uomo rimane un abisso, fin quando lo Spirito Santo non scende e prende dimora nella nostra anima. Pregare vuol dire risvegliare in noi la presenza dello Spirito.

San Bernardo afferma: «L’abisso luminoso chiama l’abisso di tenebre, l’abisso di misericordia chiama l’abisso di miseria. Il cuore dell’uomo è di per sé un abisso, e un abisso senza fondo. Ma se la mia iniquità è così grande, la tua benevolenza, Signore, è molto più grande. Per questa ragione, quando la mia anima è turbata da me stesso, mi ricordo la grandezza della tua misericordia e in quella trovo sollievo, e quando arrivo al fondo della mia debolezza non voglio ricordate niente se non la tua giustizia».

Il versetto del Salmo 42, «Abyssus abyssum invocat», può essere inteso sia come un monito al male che ne attrae altro, sia in una comprensione più profonda: la ricerca e lo studio della vastità del cuore dell’uomo, con le sue aspirazioni, dolori, convinzioni e dubbi, è il luogo dove si facilita l’esperienza della vastità della Misericordia di Dio. Si è invitati a cercare “più su”, poiché l’insaziabilità del desiderio si guarisce riconoscendo un “oltre” che è Dio, il “tutto” e il traguardo.

I Motivi per Invocare lo Spirito Santo

L’invocazione dello Spirito Santo è giustificata da diverse ragioni fondamentali:

  1. Andare controcorrente: In un mondo materialista che spinge verso istinti negativi, dobbiamo essere come i salmoni che tornano all’origine, là dove sgorga la vita vera.
  2. Accogliere l'identità donata da Dio: Spesso cerchiamo l’autorealizzazione dimenticando di essere un’identità donata, per cui tutto è grazia.
  3. Relazionarsi con gli altri: La vita è relazione e lo Spirito Santo, generato nel circolo d’amore della Trinità, è la comunione fatta persona. Invocandolo, si entra nel segreto della relazione divina.
  4. Ottenere vittoria sul male: Nella lotta con “il forte”, si riporta vittoria affidandosi al “più forte”. Lo Spirito offre una forza più potente, capace di vincere ogni forma di male.
  5. Superare la solitudine: Invocando lo Spirito Santo rinasce fiducia, speranza e comunione, superando la nostra insuperabile solitudine, perché lo Spirito è la stessa armonia.

Le Caratteristiche Essenziali dello Spirito Santo

Lo Spirito è la forza (dynamis) che crea, rinnova e ringiovanisce ogni cosa. È l’irruzione di Dio che non tollera il chiuso, ma spalanca le porte come un forte vento e un soffio primordiale. Si compie così la promessa del Risorto di inviare la sua “forza” (cf. At 1,8). Lo Spirito giunge all’improvviso, dall’alto, come «un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempie tutta la casa» (At 2,2).

È lui “la promessa del Padre” (cf. At 1,4), annunciata da Gesù: «Sarete rivestiti di potenza dall’alto» (Lc24,49); «Riceverete la forza (dynamis) dallo Spirito Santo» (At 1,8); «Sarete battezzati in Spirito Santo tra non molti giorni» (At 1,5).

È la Parola infuocata. All’immagine del vento si aggiunge quella del fuoco che richiama il roveto ardente e il Sinai col dono delle dieci parole (cf. Es 19,16-19). Nella tradizione biblica il fuoco accompagna la manifestazione di Dio, consegnando la sua parola viva ed energica (cf. Eb 4,12). Il fuoco esprime simbolicamente l’azione di scaldare, illuminare e saggiare i cuori, sostenere le opere umane, purificandole e rivitalizzandole.

La Chiesa nasce dal fuoco dell’amore e da un “incendio” che divampa a Pentecoste e si spande in tutta la creazione. Si realizza così la nuova alleanza, fondata non più su una legge scritta su tavole di pietra, ma sull’azione dello Spirito di Dio che fa nuove tutte le cose e si incide nella carne dell’uomo.

Lo Spirito Santo si manifesta mediante una sinfonia di suoni che unisce armonicamente le diversità, presentandosi come il direttore d’orchestra che fa suonare le partiture delle lodi per le «grandi opere» di Dio. È l’artefice della comunione e l’artista della riconciliazione. Lo Spirito edifica la comunità dei credenti armonizzando l’unità del corpo e la molteplicità delle membra, facendo crescere la Chiesa oltre i limiti umani.

È la perfezione del compimento. Il giorno di Pentecoste “si compiva” il piano di Dio nella storia (At 2,1).

MEDITAZIONE 16 GIUGNO 2019 - SOLENNITA' SANTISSIMA TRINITA'

L'Abisso del Mondo Moderno in Contrasto con l'Abisso Divino

Nel quarto capitolo di "Al di là del bene e del male" (1886), Friedrich Nietzsche osserva: «Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro». Il problema della nostra civiltà è che ha guardato troppo a lungo nelle profondità insondabili dell’abisso del relativismo, del materialismo, del nichilismo: è l’abisso degli abissi, cioè il nulla, il vuoto.

I padri della modernità sognavano di riempire il vuoto, creato dalla distruzione sistematica della tradizione, con i loro nuovi idoli: la ragione scientifica, il progresso illimitato, l’edonismo, la teoria dei diritti innati e inalienabili, il successo fine a se stesso. La civiltà moderna, che ha azzerato la tradizione e reciso i legami con la trascendenza, si affida totalmente a soluzioni tecnologiche per i problemi dell’esistenza. Questa corsa senza meta e questo movimento senza uno scopo determinato è come un vortice che spinge gli uomini a lasciarsi attrarre e affascinare, negando una destinazione finale o una sosta.

Questa fascinazione culturale delinea una situazione psicologica e morale in cui l’abisso finisce per trasformarsi in colui che guarda, afferrando e possedendo l’essere umano. Gli uomini moderni sono diventati, alla lettera, il popolo dell’abisso, non sapendolo e reagendo con incredulità a qualsiasi avvertimento.

L’abisso in cui guardano gli uomini moderni non è uno spazio “neutro”, ma è lo spazio di ciò che si oppone al senso, al valore, al giusto, al bello; è lo spazio del male: l’abisso della mistificazione, dell’eresia, della menzogna promossa a verità. Sprofondati nel relativismo, assuefatti al soggettivismo e rotti a qualsiasi arbitrio morale, gli uomini moderni non solo si ritengono in diritto di capovolgere tutti i valori, ma non si rendono più conto della perversione di cui sono artefici e vittime.

La sola via d’uscita è la riscoperta del valore dell’umiltà, del sapersi piccoli, del riconoscersi creature. In ognuno c’è una scintilla divina, fatti a immagine di Dio. Senza Dio, si cade in un abisso senza fondo. Lo Spirito Santo è colui che guida a uscire da questo abisso per sprofondare nell’abisso di Dio.

Immagine concettuale che rappresenta il vuoto o il nichilismo della modernità, magari con persone che guardano in un baratro senza fine.

La Morte come "Buco Nero" e la Risurrezione come "Buco Bianco": Una Metafora Teologica

Possiamo usare le parole della scienza in analogia per comprendere meglio la fede. Il fisico teorico Carlo Rovelli, nel suo libro "Buchi bianchi", parla dello spazio come granulare, una rete, suggerendo che la struttura profonda della materia dell’universo è fatta di relazione. Non è forse ciò che intende dire la Bibbia quando afferma che l’essere umano è «ad immagine» di Dio (Gn 1,26) e che Dio è relazione in se stesso (Trinità, 1 Gv 4,16)?

Se il buco nero è l’orizzonte dell’esistenza oltre il quale nessuno riesce a guardare e dal quale «nessuno è tornato mai a raccontare», esso può essere una metafora di ciò che la teologia cristiana dice sulla morte. Rovelli lavora «sull’ipotesi che i buchi neri si possano trasformare in bianchi». La fisica quantistica ci dice che la tessitura del mondo, la realtà, è una rete tessuta all’interno di una relazione; che «la struttura profonda della materia è granulare», dunque non si spezza perché il suo fondamento è la relazione.

Immaginando una massa che cada in un buco nero, essa si condenserà sempre. Tuttavia, secondo Rovelli, questa caduta non sarà infinita. La relazione come struttura del tutto è centrale anche nella prospettiva cristiana. La teologa femminista Shelly Rambo, in "Quel che resta del dolore. Il trauma e la testimonianza dello Spirito", ripropone una lettura della Risurrezione che prende sul serio il dolore e la morte, allontanandosi da un modello trionfalistico.

Il fisico ipotizza che la materia assorbita dal buco nero, cadendo in un campo dove spazio e tempo sono deformati, entrerebbe in una sorta di imbuto non infinito, dove in fondo c’è ancora la rete granulare dello spazio che non si spezza e che forse potrebbe trasformarsi in un buco bianco. La Tradizione cristiana parla della Discesa agli inferi di Cristo (1Pt 3,19), dove Cristo ha ritrovato Adamo (l’umanità) e l’ha liberata dalla morsa della morte, risalendo alla vita. La liturgia parla di un amore divino che non ha potuto abbandonare Cristo nel sonno della morte.

Nel vuoto del Sabato santo, tra il Venerdì di passione e la domenica della vita, resta l’amore. Per il credente è lo Spirito, il tra dell’amore divino, che delicatamente vibra sul caos (come all’inizio della creazione, Gn 1,1). Nel trauma la morte persiste nella vita; vita e morte non hanno più confini precisi così come spazio e tempo sono deformati. Al fondo della morte, resta l’eros, il legame dell’amore, la relazione alla persona amata. La struttura profonda dell’esistenza è la relazione.

Maria Maddalena, rimanendo al bordo del sepolcro, dimora nell’amore, nella relazione con Gesù che, sebbene inghiottito dal buco nero della morte, non sarà assorbito all’infinito nel nulla. Quella relazione resta (Gv 20,16). La morte non può assorbire l’amore. Il filo dell’amore non si spezza al bordo della realtà, e procedendo nel tempo e spazio deformati dal dolore, ha luogo una trasformazione. Ci si accorge di aver camminato sull’abisso e di aver ripreso a vivere. Questo perché lo Spirito cova sull’abisso (Gn 1,2). È un amore debole, come il «mormorio di un soffio leggero» (1Re 19,12), ma capace di far persistere.

Tra morte e vita persiste lo Spirito Paracleto, promesso da Gesù come continua presenza di Dio con i discepoli. La struttura quantistica dello spazio e del tempo impedisce alla materia di schiacciarsi ulteriormente nel buco nero; essa diventa una stella di Planck che rimbalza e inizia ad esplodere. Il buco bianco della Risurrezione «potrebbe essere come un pezzettino di capello che fluttua» e, non interagendo con la luce, «non la si vede». Eppure ciò che non vediamo potrebbe essere costituito da «miliardi e miliardi di questi delicati piccoli buchi bianchi che ribaltano il tempo dei buchi neri».

La trasformazione da morte a vita non può essere semplicemente vista. Nessuno vide l’ora della Risurrezione. Forse la nostra vita è piena di tanti fili di Resurrezione che non vediamo. Il credente sa che la struttura stessa della vita è relazione: è relazione il Dio trinitario, è relazione la creazione, è relazione quel restare amoroso al bordo della morte. Questa relazione amorosa è l’alito dello Spirito, che in ebraico è femminile. È il debole amore che resta nei traumi di quando perdiamo qualcuno. Questa spinta verso la vita, anche «attaccati all’inferno», dimostra che in Cristo, che ha amato fino in fondo e ha accolto totalmente le potenzialità divine, entrando nel buco nero della morte ha ribaltato il tempo. Ecco perché diciamo che «Cristo è lo stesso ieri oggi e sempre» (Eb 13,8).

Diagramma o illustrazione concettuale che raffigura un buco nero che si trasforma in un buco bianco, con riferimenti alla morte e alla risurrezione.

La Parabola del Ricco Epulone e l'Abisso dell'Egoismo

La parabola del ricco epulone, raccontata da Gesù ai farisei, descrive una situazione ingiusta: c’è chi vive nel benessere eccessivo e chi nella povertà totale. Il ricco vive estraneo alla sofferenza degli altri, la sua unica occupazione sembra essere banchettare, da cui è definito epulone. Distanziato dall’abisso dell’egoismo e dalla mancanza di solidarietà c’è il povero, Lazzaro, che desidera ciò che cade dalla mensa del ricco.

Il peccato del ricco non è la ricchezza in sé, ma la sua indifferenza: egli si gode le sue ricchezze senza avvicinarsi alle necessità del povero. La ricchezza diventa male quando è l’unica ragione di vita, distruggendo e disumanizzando l’uomo, rendendolo egoista e indifferente. Gesù ci invita a scavare fino al cuore e contemplare il vuoto che esso contiene, se non è abitato dall’amore e dal dono. Una vita di lusso rende ancora più vuota l’esistenza, fino all’annullamento nella tomba.

Alla luce della morte, i ruoli si invertono: il ricco ha bisogno e Lazzaro diventa il suo unico possibile benefattore. La salvezza per il ricco non consiste nel ricevere una goccia d’acqua, ma nell'aprire la porta rimasta chiusa per il povero. È necessario ascoltare la parola di Dio, come Mosè e i Profeti. Troppe volte i cristiani affermano la fede in Cristo risorto senza negare al povero Lazzaro le briciole.

Siamo chiamati a una vera conversione che diventa testimonianza e profezia, ribaltando una mentalità sbagliata in un mondo di troppi poveri e pochi ricchi. Dio continua a giocare le sue carte a favore dei poveri, e fare la scelta per Gesù è fare la scelta a loro favore.

tags: #metafora #biblica #dio #abisso