In tutte le civiltà, la luce trascende il fenomeno fisico per divenire un archetipo simbolico, denso di iridescenze metaforiche e profonde qualità religiose. La sua connessione primaria è di natura cosmologica: l'ingresso della luce segna l'incipit assoluto della creazione, il suo essere ed esistere. Il termine "luce", in ebraico ’ôr e in greco phôs (dalla radice del verbo phainō, che significa "mostrare", "rendere manifesto"), non indica soltanto la luce come mezzo fisico per vedere, ma anche la luce che emana la verità raggiunta tramite la conoscenza. Questo significato profondo è riconosciuto dalla filosofia, che intende la luce come ciò che permette di vedere, di distinguere le forme e la profondità della realtà.

La Luce come Principio Cosmico e Archetipo Universale
L'avvio della Bibbia, considerato il "grande codice" della cultura occidentale, è emblematico: «Dio disse: "Sia la luce!" e la luce fu!» (Genesi 1,3). Un evento sonoro divino, una sorta di "Big bang trascendente", genera un'epifania luminosa, squarciando il silenzio e la tenebra del nulla per far sbocciare la creazione. Questa prima esperienza dell'uomo è il passaggio cosmico dalla notte al giorno, un atto costitutivo della creazione che richiama un avvicendarsi tra vita e morte, luce e tenebra. Nella riflessione salmica, l'esperienza della vita e della storia cosmica è presentata così: «Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia» (Salmo 19,3).
Anche altre antiche culture riconoscono il ruolo primario della luce. Nell'antica cultura egizia, l'irradiarsi della luce accompagna la prima alba cosmica, con il sole che divenne il cuore della teologia faraonica. La teologia indiana dei Rig-Veda considerava la divinità creatrice Prajapati come un suono primordiale che esplodeva in una miriade di luci, e il fondatore del Buddismo assunse il titolo di Buddha, "l'Illuminato". Perfino l'Islam ha scelto la luce come simbolo teologico, con un'intera sura del Corano (la XXIV, An-nûr) intitolata "la Luce", contenente il versetto: «Dio è luce in cielo e sulla terra. La sua luce è come quella di una lampada collocata in una nicchia... Luce su luce è Dio. Egli guida chi ama verso la sua luce» (Corano 24,35).
La Luce nella Rivelazione Biblica
Il tema della luce rappresenta una categoria centrale della rivelazione biblica. La Bibbia, a differenza di altre civiltà che semplificano l'identificazione della luce con la divinità stessa, introduce una distinzione significativa: la luce non è Dio, ma Dio è luce. Questa prospettiva simbolica esclude un aspetto panteistico e conserva la trascendenza, pur affermando una presenza della divinità nella luce che rimane, però, "opera delle sue mani".
Dio come Luce e Sorgente della Vita
Nel Nuovo Testamento, in particolare negli scritti attribuiti all'evangelista Giovanni, si dichiara: ho Theòs phôs estín, «Dio è luce» (1Giovanni 1,5). Il Salmo 36,10 afferma: «È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce». Dio è vestito di luce (Salmo 104,2) e la sua presenza è luce (Esodo 13,21; Isaia 60,19). La luce di Dio è salvezza (Salmo 27,1) e il giusto gode della luce della vita (Salmo 97,11). Il messaggio biblico presenta Dio come interamente Luminosità, Vita, Verità, Luce.
Gesù Cristo: la Luce del Mondo
Il simbolismo della luce nell'Antico Testamento trova il suo compimento e la sua personificazione in Gesù Cristo nel Nuovo Testamento. Egli si presenta così: egô eímì to phôs tou kósmou, «io sono la luce del mondo» (Giovanni 8,12). L'inno che apre il Vangelo di Giovanni presenta il Lógos, il Verbo-Cristo, come «luce vera che illumina ogni uomo» (Giovanni 1,9), e che «splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Giovanni 1,5). Gesù trasmette la sua luminosità a chi accetta di lasciarsi guidare dalla sua parola attraverso l'ascolto che diviene sequela: «Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Giovanni 8,12).
IL PROLOGO DEL VANGELO DI GIOVANNI!
La Luce nell'Antico Testamento: Rivelazione e Dono
La Creazione e l'Ordine
La luce è il principio della creazione (Genesi 1,1-2): «Dio vide che la luce era cosa buona». Essa divenne la realtà di tutta la creazione. L'autore biblico immagina la creazione della luce nei versetti 3-5 della Genesi come precedente quella degli astri nei versetti 14-19, suggerendo una certa indipendenza della luce stessa. L'idea fondamentale è l'alternarsi ordinato di giorno e notte, che crea l'ordine basilare e si contrappone al caos iniziale. Le tenebre sono un simbolo negativo, associato al caos e alla desolazione, ma non vi è un dualismo ontologico tra luce e tenebre, poiché Dio si pone al di sopra di questo dualismo (Isaia 45,7: «Io formo la luce e creo le tenebre»).
Manifestazioni della Gloria Divina
Nell'Antico Oriente la luce era considerata un elemento di Dio stesso. Similmente, nell'Antico Testamento, la manifestazione di Dio nel cosmo e nella storia è accompagnata da teofanie nelle quali prevale l'elemento luminoso, simbolo della presenza misteriosa e della potenza salvifica di Yahweh. La luce è il riflesso della gloria di Dio, come la veste di cui egli si copre (Salmo 104,2). Esempi includono la teofania ad Abramo come «forno ardente e fiaccola fumante» (Genesi 15,17-21) e l'incontro vocazionale di Mosè con l'angelo di Dio nel roveto ardente (Esodo 3,1-6) e la colonna di nube e di fuoco nel deserto (Esodo 13,21). Al Sinai, l'incontro con Dio si svolge in una nube luminosa, e lo splendore della gloria divina brillerà sul volto di Mosè, tanto da costringerlo a velarsi (Esodo 34,29-30).

La Luce come Dono per l'Umanità e la Legge
La luce non è solo espressione comunicativa dell'opera della creazione, ma costituisce uno dei doni vitali per gli uomini. L'uomo, accogliendo questo dono, diviene partecipe della luce divina. Il «dono» della luce per l'umanità implica la possibilità per ciascuno di riflettere e godere della luce della divinità. Un'ulteriore applicazione della luce intesa come dono è la Legge (Torah), considerata «lampada» per i credenti (Proverbi 6,23; Salmo 119,105), che rischiara i passi dell'uomo e lo guida sicuro in mezzo alle tenebre. La Legge di Dio illuminerà tutti i popoli che camminano nelle tenebre, come nell'oracolo profetico: «Poiché da me uscirà la legge, il mio diritto sarà luce dei popoli» (Isaia 51,4).
Il Servo Sofferente e la Luce Escatologica
La figura veterotestamentaria più significativa per la sua prospettiva vocazionale legata al simbolismo della luce è quella del «servo sofferente di Yahweh», il quale riceve il mandato di annunciare la salvezza e la giustizia a tutti i popoli (Isaia 42,6; 49,6). Dopo il suo intimo tormento, egli «vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza» (Isaia 53,11), diventando «luce delle nazioni». L'immagine escatologica della luce è infine collegata al giudizio finale, dove i giusti godranno della piena luce (Sapienza 3,7; Daniele 12,3).
La Luce nel Nuovo Testamento: L'Insegnamento di Gesù e la Responsabilità dei Credenti
L'Occhio e la Luce Interiore
Il Vangelo di Matteo paragona l'occhio umano a una lampada: «La lampada del corpo è l'occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!» (Matteo 6,22-23). Questo detto non si riferisce solo a un'illuminazione interiore, ma al valore dello sguardo sulla realtà e sulle relazioni con gli altri, che può essere "semplice" (retto, limpido) o "cattivo" (malizioso, invidioso). L'occhio esprime l'intenzionalità fondamentale che il soggetto applica alla realtà, e questa si riflette sulla sua situazione complessiva di vita, descritta come luminosa o tenebrosa.

I Credenti come "Luce del Mondo" e "Sale della Terra"
Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? ... Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere belle e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Matteo 5,13-16). Questa unione tra il messaggio profetico (Isaia 58,7-10) e il vangelo (Matteo 5,13-16) può essere intesa come la luce intesa come responsabilità dei credenti. La fede è chiamata a divenire luce, pur sapendo che al credente la luce non appartiene e che lui può soltanto accoglierla e rifletterla.
Isaia e Matteo convergono nell'affermare che la luminosità del credente si manifesta in opere di giustizia e carità, in un agire corporeo e relazionale. Il vero digiuno, afferma Isaia, consiste nel lavoro di liberazione, giustizia, condivisione e solidarietà (Isaia 58,6-7). Il vangelo sottolinea che la luce dei credenti si traduce in opere belle (érga kalà), un invito a lottare per vincere la tentazione di un'ascesi fine a se stessa e per opporre azioni belle, sapienti e sapide ("essere sale"), calde e luminose ("essere luce"). Le opere di misericordia e giustizia si radicano nel cuore del credente e suppongono un lavoro interiore di sgombero, un'ablatio necessaria per divenire capaci di amore e giustizia, eliminando l'oppressione, il giudizio e la calunnia. Fare il bene è anche farsi del bene, poiché «la tua ferita si rimarginerà presto» (Isaia 58,8).
La Trasfigurazione e la Vittoria Pasquale
La luminosità di Gesù, come nella Trasfigurazione (Matteo 17,2; Marco 9,3; Luca 9,29), indica la sua condizione divina. La luce che proviene da Dio avvolge anche gli angeli o i personaggi che appartengono alla sfera divina. La risurrezione di Gesù è descritta in tutta la sua luminosità (Matteo 28,3), che riflette la gloria di Dio e la vittoria della vita sulla morte tenebrosa. La luce che irradiava Cristo-Sole era, così, destinata ad avvolgere anche il cristiano.
L'Identità del Cristiano e la Lotta contro le Tenebre
I cristiani, divenuti nel battesimo figli di Dio, sono «figli della luce» e lo mostrano nell'amore fraterno: «Chi ama il suo fratello rimane nella luce» (1 Giovanni 2,10). L'apostolo Paolo esorta a «camminare nella luce», a «essere figli della luce», a «indossare le armi della luce gettando via le opere delle tenebre» (Romani 13,12; Efesini 5,8-9). La scelta cristiana si pone di fronte all'antitesi giustizia/iniquità, luce/tenebre, Cristo/Beliar, fedele/infedele, indicando l'identità che dovrà caratterizzare la prassi del credente in Cristo. La luce consente all'uomo di «camminare» (metafora della condotta morale) secondo la volontà divina e in rettitudine (Isaia 2,5).

La Luce Divina nell'Ortodossia: Essenza e Energie
Nella teologia ortodossa, in particolare con figure come san Gregorio Palamas, si distingue tra l'essenza divina (inaccessibile) e le energie divine (partecipabili). La luce divina è intesa come l'energia non creata di Dio, attraverso la quale Egli si manifesta e comunica con il mondo, senza compromettere la sua trascendenza. I monaci esicasti, attraverso la preghiera e l'ascesi, cercano di raggiungere la theosis, la deificazione, che è la partecipazione alla luce increata di Dio. Questa luce non è una creazione fisica, ma la manifestazione della gloria divina che trasforma il credente, rendendolo "partecipe della Luce divina". Chi sperimenta questa luce, ne viene come trasmutato, e ciò non è solo una contemplazione ma si estende alla vita. Questa esperienza, sebbene non sia sostanza né ipostatica, è "energetica" e riflette la comunione reale tra Dio e l'uomo, che pur non essendo capace di vedere Dio in quanto tale, può essere avvolto dalle sue energie.
Le Metafore di Sale, Luce e Città: Senso e Attrazione
Le immagini di Gesù ai discepoli - sale, luce, e città posta su un monte - sono simboliche e metaforiche. Non definiscono con precisione doveri e compiti, ma costituiscono un alveo in cui muoversi, una direzione da percorrere, uno spazio in cui immergersi. Le immagini del sale, della luce e della città rinviano nel loro insieme a quello che possiamo chiamare "senso".
In quanto luce, i credenti percorrono un cammino e indicano una via, una direzione, incarnando una dimensione etica importante. In quanto sale, essi danno sapore e infondono gusto al vivere, con una valenza estetica di bellezza. Quanto alla città posta su un monte, il suo senso è quello di attrarre, di dare un orientamento al desiderio, di fornire una meta al percorso degli umani, simboleggiando il compito della Chiesa di "crescere non per proselitismo, ma per attrazione" (Benedetto XVI). Questa immagine si ricollega alla tradizione veterotestamentaria del pellegrinaggio dei popoli verso la città visibile su un monte (Isaia 2,1-5).

Il Fallimento e la Chiamata all'Intelligenza Creativa
Ciò che colpisce nelle immagini usate da Gesù è la possibilità del fallimento: il sale può divenire "sciocco" e insipido, la lampada può essere messa sotto il moggio, una città può restare nascosta. Gesù intravede la possibilità dell'insignificanza in cui i cristiani possono finire. Questa prospettiva fotografa gran parte dell'attuale situazione dei cristiani nel mondo: dov'è la forza di attrazione della Chiesa oggi? Dove e come la Chiesa è sale, capace di infondere sapore e dare bellezza al vivere? E dove e come è luce, capace di indicare vie, dischiudere futuro e speranza?
Di fronte a ciò, non si tratta di indicare "cose da fare", ma di assumere atteggiamenti come coraggio, immaginazione, creatività, ovvero "intelligenza creativa". Luce e sale indicano anche intelligenza: un'intelligenza che osa affrontare i cambiamenti, riconoscendo che non si può pretendere che le cose cambino pensando e agendo sempre allo stesso modo. L'intelligenza analizza le situazioni, osa immaginare soluzioni inedite, gettando fasci di luce in zone d'ombra, e dà forma concreta a modalità di presenza, linguaggi e contenuti che traducano l'Vangelo eterno nell'oggi storico.