Il San Michele Arcangelo di Marco Pino e il suo Contesto Napoletano

Il dipinto raffigurante San Michele Arcangelo è un'opera significativa attribuita a Marco Pino, detto anche Marco da Siena, artista attivo nel corso del XVI secolo. Attualmente conservato presso la chiesa di Sant'Angelo a Nilo a Napoli, il dipinto si inserisce in un contesto architettonico e storico di primaria importanza per la città partenopea.

San Michele Arcangelo di Marco Pino da Siena

La Chiesa di Sant'Angelo a Nilo: Storia e Opere d'Arte

La chiesa di Sant'Angelo a Nilo fu costruita tra il 1385 e il 1426 per volere del Cardinale Rinaldo Brancaccio, al centro di un complesso che comprendeva il palazzo di famiglia e un ospedale per i poveri. Il Cardinale volle che la chiesa venisse intitolata a San Michele Arcangelo. Fondata nel primo Quattrocento, è celebre per custodire il monumentale sepolcro di Brancaccio, capolavoro rinascimentale realizzato tra il 1426 e il 1432 da Donatello e Michelozzo. L'introduzione di tali innovazioni rinascimentali in un ambiente ancora prevalentemente tardo-gotico rende la chiesa un fulcro di scambio culturale. Il "San Michele Arcangelo" di Marco Pino si colloca quindi in una sede che ha ospitato l'evoluzione artistica napoletana dal primo Rinascimento al Manierismo, testimoniando la ricchezza e la stratificazione storica del sito.

Il Monumento Funebre del Cardinale Rinaldo Brancaccio

In una piccola cappella sul lato destro della navata centrale della chiesa di Sant'Angelo a Nilo si trova il celebre monumento del Cardinale Rinaldo Brancaccio, definito "una delle prime e più importanti testimonianze delle nuove tendenze formali del Rinascimento" da Fausta Navarro. Poiché il Cardinale, che morì nel 1427, aveva molti amici a Firenze nel clero e nel mondo della politica, gli esecutori testamentari diedero l'incarico di costruire il monumento funebre a due grandi artisti fiorentini, Donatello e Michelozzo. La critica assegna a Donatello il rilievo con "l'Assunzione della Vergine", inserito sul fronte del sepolcro del Cardinale, considerato una splendida testimonianza della tecnica dello “stiacciato”, che permetteva all'artista di incidere figure di spessore minimo. I piani di queste figure, sovrapponendosi, creavano l'effetto della profondità dello spazio, al centro del quale si stagliava nitidamente l'immagine - in questo caso, la Vergine - che lo scultore considerava la più importante.

Altri Elementi Artistici e Storici della Chiesa

A sinistra dell'altare maggiore c'è il monumento funebre dei Cardinali Francesco e Stefano Brancaccio, eretto da Bartolomeo e Pietro Ghetti, scultori e marmorari carraresi. Essi ebbero bottega a Roma e, tra il 1663 e il 1728, a Napoli, operando in numerose chiese della città. Nel monumento funebre di Francesco e Stefano Brancaccio si nota l'influenza che il Bernini esercitò sulla tecnica dei Ghetti e sulla scenografia del disegno. Nel 1709, Arcangelo Guglielmelli, architetto, scultore, pittore e scenografo, avviò i lavori di ristrutturazione dell'edificio sacro, affidando allo scultore Bartolomeo Granucci il compito di sistemare le sculture e le decorazioni.

La chiesa si trova all’incrocio tra piazza San Domenico Maggiore e piazzetta Nilo, il cui nome ricorda i mercanti “egiziani” che ai tempi della Napoli greco-romana abitavano in quella zona e che al Nilo eressero un monumento, il Corpo di Napoli. Una statua di San Michele Arcangelo sormonta anche il portale che affaccia su piazzetta Nilo. Nella sagrestia si conserva una lunetta - tecnica dell’affresco su fondo d’oro - su cui il pittore, forse Perinetto da Benevento, raffigurò “la Madonna in trono tra San Michele e Sant’Andrea adorata dal cardinale Brancaccio”.

Il cardinale Rinaldo Brancaccio dispose anche, nel testamento, che la sua biblioteca, composta da ventimila volumi, venisse trasferita a Sant’Angelo a Nilo e messa a disposizione degli studiosi. Arricchita nel corso dei secoli attraverso donazioni e acquisizioni di biblioteche soppresse, la biblioteca brancacciana divenne infine un fondo della Biblioteca Nazionale.

Il San Michele Arcangelo di Marco Pino: Un Capolavoro Manierista

Sull’altare maggiore della chiesa di Sant'Angelo a Nilo "splende" il "San Michele" che Marco Pino dipinse su tavola (cm. 325 x 273) nel 1573. Questa opera è un documento eccezionale del "manierismo fiorito, fiammeggiante" (Andrea Zezza) dell’importante pittore senese. Francesco Abbate descrive il quadro così: "San Michele è una stupefacente lingua di fuoco che calpesta un demonio dai “membroni” di nuovo michelangioleschi, attorniata da un paesaggio fantasioso, ma pieno di ricordi romani, tra polidoresco e fiammingo".

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La Vita e la Carriera di Marco Pino (Marco da Siena)

Marco dal Pino, detto Marco da Siena, fu un pittore italiano nato a Siena, battezzato il 3 febbraio 1521, e morto a Napoli nel 1587 circa. Era figlio di Giovambattista da Costalpino, un borgo del Senese da cui deriva il soprannome "dal Pino".

Formazione Artistica a Siena

Nel 1537, Marco Pino era già da qualche tempo nella bottega di Domenico Beccafumi, dove si svolse interamente la sua formazione di pittore. Riscosse per conto del maestro acconti dall'Opera del Duomo di Siena per gli affreschi dell'abside in diverse date tra il 1537 e il 1542, a riprova di una stretta continuità di collaborazione. La lunga esperienza beccafumiana fissò nel linguaggio del giovane artista un'impronta stilistica destinata a persistere in tutta la sua produzione successiva, definendo un termine di paragone che Pino non lascerà decadere nemmeno nei suoi approdi più maturi.

È stato proposto, con fondati argomenti stilistici, di riconoscere interventi significativi di Marco Pino in varie opere eseguite da Beccafumi a Siena tra il 1536 e il 1542, tra cui la Discesa al limbo per la chiesa di S. Francesco (oggi nella Pinacoteca nazionale di Siena), la pala dell'oratorio di S. Bernardino raffigurante la Madonna con Bambino e santi, e gli affreschi dell'abside del Duomo. Tra le opere indipendenti di questo periodo senese, si possono considerare i tre tondi raffiguranti la Madonna col Bambino e i ss. Galgano e Paolo (Pinacoteca nazionale di Siena), la Madonna con Bambino e s. Giovannino (Staatliches Lindenau Museum di Altemburg), la Sacra Famiglia con s. Giovannino (collezione del Monte dei paschi di Siena) e la Sacra Famiglia con s. Francesco (Museo di Montalcino).

Devono essere inclusi nell'aurorale periodo senese del pittore anche l'affresco recentemente ritrovato in Palazzo Francesconi raffigurante Tre storie del profeta Giona, databile intorno al 1540, e l'affresco col Sacrificio di Ifigenia in Palazzo Mignanelli.

Periodo Romano: Collaborazioni e Prime Opere

Tra il luglio 1542 e l'ottobre 1544, Marco Pino si trasferì a Roma. La più antica opera realizzata nella città capitolina fu quasi certamente la Visitazione posta nella controfacciata di S. Maria dell'Anima. La pala presenta anche una predella con due storiette a monocromo: l'Annunciazione e la Presentazione della Vergine al tempio. Se la Visitazione testimonia l'attenzione di Marco Pino alle prove romane di Michelangelo e Raffaello, la predella esplicita il deciso retroterra beccafumiano che lo accompagnava al suo esordio sul palcoscenico capitolino.

A Roma, Marco Pino collaborò con Perin del Vaga e Daniele da Volterra. Il primo pagamento per lavori eseguiti da Marco Pino a Castel Sant'Angelo risale al 19 gennaio 1546, tramite Perin del Vaga, per due storie di Alessandro Magno. Gli ulteriori pagamenti si ebbero il 12 marzo e il 22 maggio dello stesso anno. A Marco Pino sono attribuite, con ogni probabilità, l'Incontro di Gioacchino e Anna e l'Incoronazione della Vergine nella volta della Cappella Paolina in Castel Sant'Angelo. Degne di considerazione sono anche le proposte critiche volte a riconoscere interventi non trascurabili di Marco Pino in altre importanti imprese artistiche eseguite sotto la direzione di Daniele da Volterra, in particolare il fregio con Storie di Fabio Massimo nel salone di Palazzo Massimo alle Colonne e il fregio con Storie bacchiche in Palazzo Farnese.

Riguardo al decennio successivo, i supporti documentari relativi a Marco Pino subiscono una drastica rarefazione. Si sa che il 20 agosto 1549 versò per l'ultima volta la sua quota all'Accademia di S. Luca e che nel 1552 si era già trasferito a Napoli, dove si unì in matrimonio con la napoletana Laura de Acillo. La coppia ebbe quattro figli: Livia, Beatrice, Giovanni Battista e Giulia.

Il Periodo Napoletano e la Matura Produzione

A Napoli, dove realizzò la parte più significativa della sua produzione, Marco Pino si impose per la complessità delle composizioni e raggiungendo effetti di acceso patetismo, che bene si inseriscono nel mondo figurativo della Controriforma. Agli equilibrati moduli compositivi di fonte raffaellesca unì le forme più articolate della scuola michelangiolesca, e conobbe anche le correnti spagnole e nordiche, arricchendo ulteriormente il suo linguaggio.

Alla fase di esordio della sua lunga permanenza napoletana risale la Madonna col Bambino e i ss. Giovanni e Andrea, oggi nella chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo in Nocera Inferiore, realizzata per l'altare maggiore del monastero olivetano di S. Maria di Monte Albino.

Dal 3 febbraio 1557 al 24 agosto 1558, Marco Pino attese a una complessa decorazione pittorica nella cripta dell'abbazia di Montecassino (tre cappelle e altri spazi, tutti affreschi poi distrutti all'inizio del Novecento). Questo fu il cimento di maggiore entità di cui fu responsabile e il primo che lo vide a capo di una propria squadra di aiuti. Coi lavori a Montecassino si chiuse la fase della sua carriera sviluppatasi tra Siena e Roma, che lo aveva visto affermarsi come specialista dell'affresco. Gli anni a seguire, infatti, decretarono la sua supremazia nel contesto napoletano, quasi esclusivamente come pittore di pale d'altare.

Mappa delle opere di Marco Pino in Italia

Tra le sue opere napoletane si ricordano il Battesimo di Cristo della chiesa di S. Domenico, per il quale si può accettare una collocazione intorno al 1564. Databili attorno alla metà del decennio sono la Decollazione del Battista, firmata, oggi nel Museo nazionale di Capodimonte, e la Madonna col Bambino in gloria con i ss. Antonio da Padova e Francesco di Paola, per l'altare della cappella Orioles in S. Caterina a Formiello.

Per la chiesa del Gesù Vecchio, Marco Pino realizzò una Trasfigurazione (compiuta entro il dicembre 1566), una monumentale Circoncisione per l'altare maggiore (oggi nel Museo nazionale di Capodimonte), una Madonna e Santi, e un'Adorazione dei Magi (oggi nella basilica di San Lorenzo Maggiore).

Eseguì anche opere per il Duomo, per la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, per la chiesa dei Santi Severino e Sossio (che conserva l'Adorazione dei Magi e l'Assunzione della Vergine), e per quella di Sant'Angelo a Nilo, che conserva il suo "San Michele Arcangelo".

Breve Ritorno a Roma e Ultimi Anni

Nell'agosto 1568, Marco Pino lasciò Napoli per tornare a Roma, dove ricevette l'incarico di decorare integralmente una cappella nella chiesa dei Ss. Silvestro e Dorotea (distrutta all'inizio del XVIII secolo). L'impresa maggiore, e più celebrata, di questo secondo soggiorno romano fu l'affresco della Resurrezione di Cristo nell'oratorio del Gonfalone (con le corrispondenti figure di Profeta e Sibilla nel riquadro soprastante), databile intorno agli anni 1569-70. Nella Resurrezione, si evidenzia una commistione di sinuosa fluidità lineare e dinamismo frenetico che sarebbe divenuta una sigla irrinunciabile della sua estrema produzione. Similmente, la Resurrezione su tavola conservata alla Galleria Borghese di Roma mostra una stretta contiguità stilistica e cronologica con l'affresco del Gonfalone.

Mentre si trovava a Roma, il 30 maggio 1570, Marco Pino ricevette un anticipo per la pala dell'altare maggiore raffigurante la Deposizione dalla croce per la chiesa dell'Annunziata di Aversa, opera che fu portata a termine e datata l'anno successivo e si trova oggi nel transetto destro della chiesa.

Nel 1571 eseguì due capolavori del suo tardo stile per la chiesa partenopea dei Ss. Severino e Sossio: l'Assunzione della Vergine e l'Adorazione dei Magi. La prima rielabora in senso monumentale suggestioni raffaellesche con un'elaborazione esasperatamente manierista, mentre la seconda presenta una composizione affollata e brillantemente virtuosistica, in cui memorie di Albrecht Dürer e Polidoro, ma anche di Raffaello, Perino e Salviati, cultura antiquariale e paesaggio alla fiamminga, intenso patetismo e sfarzo decorativo, trovano il loro punto di fusione grazie a una sintassi manierista magistralmente padroneggiata.

Altre sue opere sono conservate a Siena (Pinacoteca Nazionale, Collezione Chigi Lucarini Saracini, Fondazione del Monte dei Paschi), a Roma (Galleria Borghese, Oratorio del Gonfalone, Santa Maria in Aracoeli, Santo Spirito in Sassia), ad Aversa (chiese di San Biagio e dell'Annunziata), a Nocera (chiesa di San Bartolomeo), nella Galleria Nazionale di Cosenza e a Sant'Arsenio (cappella di San Tommaso Apostolo, con l'Incredulità di San Tommaso).

L'Eredità Iconografica di Marco Pino a Napoli

Verso la metà del Cinquecento, l'impianto iconico della raffigurazione della Madonna, alla luce delle nuove istanze post-tridentine e sotto le spinte delle specifiche variazioni distintive volute dagli ordini religiosi, divenne più complesso e articolato. In questo contesto, Marco Pino da Siena, campione del manierismo toscano, introdusse a Napoli un modello iconografico di grande importanza. Si presuppone una consapevole ripresa di un modello da lui introdotto, in particolare quello della Madonna nel ruolo di dispensatrice di Grazie, che influenzò successivamente gli artisti locali. Questo modello, nel Barocco, divenne una scenografica e teatrale “macchina” figurativa, portando anche alla denominazione di Madonna del Suffragio. Questo dimostra come Marco Pino non solo abbia lasciato opere d'arte di pregevole fattura, ma abbia anche contribuito a definire e propagare modelli iconografici che avrebbero avuto un impatto duraturo sull'arte napoletana.

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