Il polittico noto come Madonna e Quattro Santi, firmato e datato 1464, è un'opera significativa di Bartolomeo Vivarini (Venezia 1432 ca. - 1499 ca.). L'opera proviene con ogni probabilità dalla cappella Diedo nella chiesa di Sant’Andrea della Certosa.
In origine, il polittico era inserito in un’antica cornice gotica intagliata, decorata sulla sommità da una Crocifissione e da mezze figurine di profeti, come testimonia un’incisione settecentesca di Giovanni Maria Sasso.
Descrizione dell'Opera

I cinque pannelli sopravvissuti di quest'opera maestosa rappresentano al centro la Madonna con Bambino in trono. Ai lati della Vergine sono raffigurati i santi: a sinistra si trovano sant’Andrea e san Giovanni Battista, mentre a destra sono presenti san Domenico e san Pietro.
La Madonna con Bambino
La figura della Vergine in trono occupa quasi interamente la superficie della tavola. Maria indossa una veste rossa dalle maniche aderenti, allacciate da un bottoncino sul polso, e stretta sotto il seno, formando sottili pieghe arricciate che si aprono sul ventre, sottolineandone la rotondità. Sulla veste è un ampio manto azzurro foderato di rosa e bordato a filo d’oro, che le copre anche il capo. Il volto della Madonna è quasi frontale, con lo sguardo abbassato. Ella regge sul ginocchio destro il Bambino in piedi, coperto da un sottile panno bianco che scende dalla spalla sinistra. Gesù porta sul volto, presso la bocca, la mano destra dalle dita aperte, in un gesto infantile.
Del trono è visibile il sedile marmoreo quadrangolare, con le facce specchiate da un listello, concluso in alto e in basso da una cornice modanata, poggiante su un ampio gradino, lobato nel lato anteriore. La spalliera è nascosta interamente da una cortina bruna damascata con motivi a fiorami e pigne.
I Santi
Il paesaggio ai due lati della cortina presenta un cielo azzurro che si schiarisce fino quasi al bianco all’orizzonte, con piccoli cumuli di nubi tondeggianti. Questo elemento è molto vicino a quelli della Madonna con Bambino della National Gallery of Art a Washington (1475 circa, Kress Collection, inv. 1939.1.118).
Lo Stile di Bartolomeo Vivarini
Lo stile di Bartolomeo Vivarini si caratterizza per un colorito acceso e smaltato, sottolineato da netti contrasti cromatici. Ne sono esempio il manto blu della Vergine contrapposto al rosso carminio del drappo steso sul trono, o il giallo squillante del manto di Pietro in contrasto con il blu oltremarino della veste.
Il plasticismo mantegnesco connota lo stile maturo dell’artista, nel quale ai riferimenti padovani e squarcioneschi si affianca la conoscenza di Donatello e Andrea del Castagno, presenti con alcune opere nella città lagunare. Al risalto dei volumi, definiti da una grafia marcata e aspra, si unisce la cromia smaltata e quasi vitrea dei colori luminosi e squillanti. Quest'ultima suggerisce la relazione con la contemporanea attività dei pittori muranesi nella produzione di vetrate; una visione che rimarrà distante e alternativa rispetto a quella nuova fusione cromatica e luminosa tra figura e paesaggio ricercata da Giovanni Bellini (Pallucchini 1962, pp. 37-54; Cavalli 2016, pp. 110-116; Pilo 2016, p. 131; Müller 2023, pp. 44-47).
Nel dipinto, il "mantegnismo" di Vivarini è evidente nelle pieghe spezzate del panneggio e soprattutto nella volumetria scultorea delle figure. Il volume è costruito dalla forza plastica della linea sottilmente incisa, mentre la luminosità e la purezza della cromia, sebbene in ampia parte compromessa per lo stato conservativo della superficie dipinta, restano apprezzabili nella veste rossa della Vergine, caratterizzata dal passaggio tra le ombre colorate delle pieghe e il colore quasi sbiancato dalla luce nei risalti.

Significative, a tale proposito, le parole del biografo Carlo Ridolfi: «Bartolomeo fu il quarto Pittore de’ Vivarini, et il migliore per avventura di tutti loro, poiché con gli esempi delle cose vedute, e per esser’ egli lungamente vissuto, (tutto che non sapesse dipartirsi dall’usata maniera) fece alcuna buona Pittura» (Ridolfi 1648, parte prima, p.).
Storia e Acquisizione
Il dipinto giunse in collezione in epoca recente, essendo stato acquistato dallo Stato nel 1909 dalla soppressa Congregazione di Carità di Forlì. La Congregazione, costituita con decreto del governo napoleonico nel 1807, riuniva diversi istituti assistenziali; soppressa nel 1816, fu nuovamente istituita nel 1862 per la cura dei beni destinati ai poveri e la gestione delle opere pie. Confluita nell’Ente Comunale Assistenza nel 1937, fu soppressa definitivamente nel 1977.
La tavola di Vivarini doveva essere probabilmente giunta alla Congregazione attraverso uno dei lasciti o delle eredità che la stessa provvedeva a gestire per l’attuazione dei propri compiti. Non si esclude che qualche notizia possa emergere dalle carte superstiti dell’archivio, in parte distrutto da un incendio a metà del Novecento, conservate nell’Archivio di Stato di Forlì-Cesena.
All’inizio di novembre del 1909, il Direttore della Galleria Borghese, Giulio Cantalamessa, scriveva a Gino Fogolari, all’epoca Direttore delle Regie Gallerie di Venezia, per far eseguire il restauro dell’opera, appena giunta in Galleria, ai più avvezzi tecnici veneziani. Inviava a Fogolari la tavola chiedendogli di affidarla a Giovanni Zennaro, pittore e restauratore del quale già aveva sperimentato le capacità.
Il dipinto si presentava in cattive condizioni: abraso, sporco e con ossidazioni che annerivano soprattutto il tendaggio verde e l’azzurro del manto.
Datazione e Attribuzione Critica
Successivamente all'acquisto, la tavola è registrata sotto il nome di Bartolomeo nel repertorio di Berenson (1936, p. 208). Tale attribuzione rimane confermata nei cataloghi della collezione a partire dall’edizione del 1937 della guida di De Rinaldis, che ritiene l’opera eseguita dall’artista «nel tempo inoltrato della sua carriera (1475-1480), con evidente attenuazione nell’asprezza consueta della sua scrittura. È quasi un rudere, ma in condizioni perfette di genuinità, senza ritocchi; e le sfumate abrasioni nel volto delle due figure sembrano aggiungere un tocco di pittorica dolcezza ai duri smalti di questo pittore muranese» (De Rinaldis 1937, p.).
Una datazione più tarda, intorno al 1485, è proposta da Pallucchini, che nel 1962 dedicava un ampio studio alle figure dei tre pittori muranesi: i fratelli Antonio e Bartolomeo e Alvise, figlio di Antonio. Nei cataloghi successivi, che confermano l’autografia vivarinesca, è proposta una datazione più ampia, alla seconda metà del XV secolo, comunque successiva ai contatti di Antonio, fratello e maestro del pittore, con Andrea Mantegna a Padova, nella cappella Ovetari (Moreno, Stefani 2000, p. 274, n. 4; Herrmann Fiore 2006, p.).
Per la tavola Borghese sembra da confermare una datazione nella seconda metà dell’ottavo decennio del XV secolo, in una fase particolarmente feconda della produzione di Bartolomeo (Romanelli 2016, p. 34).
Confronti Stilistici
La figura frontale e ampia della Vergine, dall’ovale largo del volto e dall’espressione lievemente malinconica, con gli occhi abbassati dallo sguardo obliquo, è confrontabile con quella del trittico della Misericordia in Santa Maria Formosa (1475). La somiglianza si estende anche al panneggio della veste e all’andamento del manto sul capo, analogamente allacciato sullo scollo e che quindi va a coprire le spalle con pieghe più tirate e meno abbondanti.
L’impianto largo e frontale torna anche nella Madonna di Seattle (Seattle Art Museum, Kress collection, inv. 61.175), messa in relazione con il Polittico della Scuola dei Tagliapietra (1477, Venezia, Gallerie dell’Accademia, inv. 825) o nel trittico di San Giovanni in Bragora a Venezia (1478), con una formula che sarà ripetuta, con varianti, anche nel decennio successivo.
Il Bambino in piedi è molto simile nella posizione, sebbene in controparte, a quello nella pala di San Nicola di Bari (1476), ugualmente trattenuto dalla mano affusolata della Vergine. Il nostro Bambino, tuttavia, porta la mano destra alla bocca con un fare infantile non nuovo in Bartolomeo, con una intonazione sentimentale del dialogo tra Madre e Figlio (Pilo 1999, pp.30-32).
Bibliografia
Di seguito una selezione delle opere citate e pertinenti alla trattazione:
- C. Ridolfi, Le maraviglie dell’arte, ovvero le vite degli illustri pittori Veneti, e dello stato, 2 tomi, Venezia, Gio. B.
- A. De Rinaldis, La R. P. Della Pergola, Galleria Borghese. R.
- G.M. Pilo, Bartolomeo Vivarini e la via gotica all’umanesimo, in Pittura veneziana dal Quattrocento al Settecento, a cura di Giuseppe Maria Pilo, Venezia, Arsenale Editrice, 1999, pp.
- P. Moreno, C. Stefani, Roma scopre un tesoro.
- C. Cavalli, I Vivarini, una famiglia di artisti nella Venezia del Quattrocento, in I Vivarini, lo splendore della pittura tra Gotico e Rinascimento, catalogo della mostra (Conegliano, Palazzo Sarcinelli, 20 febbraio-5 giugno 2016), Venezia, Marsilio 2016, pp.
- G.M. Pilo, L’altro Rinascimento veneto: i Vivarini, la dinastia e la scuola "di Murano", «Arte documento», 32, 2016, pp.
- G. Romanelli, I Vivarini, Firenze, Giunti, 2016 (Art e dossier, Dossier n.).
- R. Müller, Die Vivarini.
- Simona Ciofetta, Giugno 2024.