Madonna del Gonfalone: Storia e Significato

Il titolo di "Madonna del Gonfalone" si riferisce a diverse espressioni di culto mariano, spesso legate alla presenza di un "gonfalone" (stendardo processionale o comunale) custodito in chiese o oratori. Questo appellativo, carico di storia e significato, caratterizza luoghi di fede e opere d'arte in diverse località italiane, testimoniando la devozione e le tradizioni locali.

Mappa dell'Italia con indicazione delle principali località dove si trova una Madonna del Gonfalone

L'Oratorio della Madonna del Gonfalone a Lucca

L'Oratorio della Madonna del Gonfalone, che si affaccia in Piazza della Torre - così denominata per ricordare l’antica fortezza che venne distrutta da Andrea Tomacelli - sorge nel punto più alto della città. La data esatta della sua costruzione non è conosciuta, ma si ipotizza non possa essere posteriore al XVI secolo. Il suo nome deriva dal fatto che anticamente il gonfalone comunale veniva custodito al suo interno poiché, data l’elevata posizione, non era facilmente attaccabile da parte dei nemici.

Originariamente la chiesa appartenne all’Ordine francescano. In un’epoca più tarda fu aggiunta una sacrestia talmente spaziosa da indurre il priore ad avanzare richiesta affinché fosse trasformata in convento. Tuttavia, questa autorizzazione non fu data e nel XVII secolo le stanze superiori furono adibite a scuola pubblica.

Opere d'Arte e Tradizioni

L’altare maggiore, dedicato alla Madonna, è decorato con stucchi dorati realizzati dai fratelli Cristoforo e Gregorio Grimani, originari di Stroncone. Ai suoi lati spiccano i dipinti di S. Giorgio e S. Biagio, probabilmente realizzati nel 1612 da Giuseppe Bastiani da Macerata.

Foto dell'altare maggiore dell'Oratorio della Madonna del Gonfalone con stucchi dorati

Nella cappella di destra veniva un tempo custodito il bossolo dei Priori, che oggi si trova nel Palazzo Comunale, a seguito dell'usanza per i Priori di partecipare alla messa in questa chiesa la domenica successiva alla loro elezione.

La chiesa della Madonna del Gonfalone è inoltre custode del Museo dei Corali, un prezioso insieme di nove codici liturgico-musicali su pergamena, risalenti al XIV secolo. I Corali furono ritrovati nel 1883 da Luigi Lanzi nelle due chiese collegiate di San Michele Arcangelo e di San Nicola.

La "Madonna del Gonfalone" di Pietro Biancucci

Al centro della composizione, in posizione frontale e su una pedana leggermente rialzata, è raffigurata la Madonna in abito rosso che con le braccia aperte sostiene l'ampio mantello blu bordato di verde per accogliere sotto la sua protezione i rappresentanti delle varie categorie sociali e i confratelli dell'Oratorio del Gonfalone. Questi ultimi, abbigliati in cappa bianca con stemma crociato in campo blu, sono inginocchiati sulla destra in adorazione della Vergine. Dalla parte opposta stanno genuflessi un monaco in veste nera con un risvolto rosso, un papa non meglio identificabile ma riconoscibile per la presenza del triregno, e un re; tutti inginocchiati in preghiera davanti alla Madonna.

Dipinto della Madonna del Gonfalone di Pietro Biancucci

Contesto Storico e Analisi Stilistica

La fortuna goduta dal Biancucci nel corso dell'Ottocento è documentata dall'inserimento di due sue opere - la Madonna del Gonfalone e la Vergine con le anime purganti della chiesa del Suffragio - da parte di Stefano Tofanelli tra i dipinti di primaria importanza ritirati dalle chiese di appartenenza all'inizio del 1809 per costituire il museo voluto da Elisa Baciocchi (Filieri 1984, p. 189 e 192). Più tardi la Vergine protegge la Nazione Lucchese dovette essere restituita all'Oratorio del Gonfalone, dove veniva citata nel 1899 da Enrico Ridolfi (1899, p. 113) e ancora nella Visita pastorale condotta nell'oratorio nel 1915 (Lucca, Archivio Arcivescovile, Visita pastorale 248, cc. nn.), per poi essere spostata nell'adiacente chiesa di San Leonardo in Borghi, dove è tuttora conservata.

La scelta operata dal Tofanelli testimonia l'interpretazione in chiave classicista e arcaista dei dipinti del Biancucci, confermata anche dalla sottolineatura operata da Luigi Lanzi delle affinità con il Sassoferrato (Lanzi 1968-1974, I, p. 184), che è soltanto uno dei referenti culturali per il linguaggio del pittore. Infatti, l'Ambrosini, e in precedenza il Contini, ha rilevato nelle opere del Biancucci l'influenza del Gentileschi, qui presente soprattutto nel personaggio inginocchiato a destra della Madonna. Più in generale, la sua versione in chiaro del naturalismo, fondata sull'uso di una luminosità nitida, permette di "introdurre un grado maggiore di accuratezza nella mimesi, di approssimazione nella resa naturale, senza rischi per la leggibilità dell'immagine, rispetto all'oscuramento delle ambientazioni nei dipinti di derivazione caravaggesca" (Ambrosini 1994, p. 240). Lo stesso personaggio, poi, nella silhouette irrigidita richiama, anche se in controparte, il chierico sulla sinistra del Miracolo di San Silao del Guidotti, presso il quale, secondo l'ipotesi recentemente formulata dall'Ambrosini (1994, pp. 244-245), il Biancucci potrebbe avere svolto il proprio alunnato all'inizio del secondo decennio del Seicento, per il comune accento posto sull'intensità degli sguardi e la predilezione per la qualità di compattezza nella resa degli incarnati.

La Madonna del Gonfalone a Tricase e nel Salento

La Festa del 22 Agosto a Tricase

Nel piccolo borgo di S. Eufemia a Tricase, nel leccese, il 22 agosto si festeggia la Madonna del Gonfalone. Questa è una festa antica, non solo religiosa ma anche civile, poiché nei secoli passati era proprio in occasione del 22 agosto che nel borgo veniva amministrata la giustizia da parte del nobile del luogo o del capitano di giustizia.

Cripta della Madonna del Gonfalone @ Tricase

La Cripta dei Monaci Basiliani

La cripta si trova poco fuori del centro abitato di Tricase, sulla sommità di un colle. Interamente scavata nella roccia tufacea, la cripta risale al IX secolo circa. Il sito appartiene all’antica storia delle presenze dei monaci basiliani (dal loro fondatore San Basilio) in Terra d’Otranto. In fuga dall’Oriente a seguito dell’editto dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico (726 d.C.), con il quale ordinava la distruzione delle immagini sacre e delle icone nelle terre a lui sottomesse, questi operosi monaci trovarono rifugio nel sud Italia, in grotte naturali o scavando nel tufo, creando le loro dimore e luoghi di preghiera che impreziosirono con magnifici affreschi. Questi luoghi crebbero progressivamente di importanza nel tempo, diventando centri di aggregazione non solo religiosa ma anche sociale. Il sito si ritiene che nasca come “laura” (nel nostro caso, monastero, colonia di monaci) per poi divenire “grancia” (fattoria-convento) dipendente dall’Abbazia di S. [nome incompleto nel testo originale].

Struttura e Elementi Architettonici della Cripta

Vi è un doppio accesso alla cripta. Il primo conduce direttamente dinanzi all’altare principale innalzato nel bel mezzo della cripta. Medea definisce questo locale di accesso come “cappella” e, intorno all’arco a sesto acuto che si incontra scendendo le scale, vi sono tracce di affreschi con motivi floreali. Molto probabilmente quest’accesso si andò ad innestare e andò a modificare l’accesso originale. Il secondo accesso è costituito da una sovrastruttura esterna con uno stemma nobiliare, le cui scale conducono al colonnato posto a destra dell’altare. In corrispondenza dell’altare principale, posto nel bel mezzo della cripta, la volta è costituita da una struttura in muratura che si erge dal piano stradale, sormontata da un bellissimo campanile a vela. La zona della cripta in cui è presente l’altare è racchiusa in un quadrato di balaustre e colonne ottagonali. Tra giochi di pietra barocchi vi è incastonata l’immagine della Vergine con il Bambino. Una corona retta da due angeli impreziosisce la cornice devozionale. Ad entrambi i lati dell’altare principale e a questo addossati, anche se arretrati, vi sono due altari della cui destinazione e dedicazione originaria non ci è pervenuta alcuna notizia.

Foto dell'interno della cripta con colonne e altare

La cripta è di dimensioni notevoli, la più ampia sino ad ora visitata, con una volta retta da ben 19 colonne dalle forme irregolari, e un’altezza media del soffitto di 2,18 metri. Il colonnato è in muratura, mentre persistono antichi pilastri scavati nella roccia. Quasi alle spalle dell’altare principale si trova un altare a credenza, ricavato nel banco tufaceo con i resti di due affreschi palinsesti, rappresentanti un Cristo che sale il Calvario e una Crocifissione. Il Cristo che porta la croce ha il nimbo crocesignato e una tunica bianca. Un cielo stellato è dipinto sulla volta di questa nicchia; tale disegno pare che continui sul soffitto della cripta.

Gli Affreschi della Cripta

Il gruppo di affreschi più interessanti, anch’essi su duplice strato, è a sinistra dell’altare principale sulla parete nord. La cripta è stata oggetto di interventi di restauro che hanno consentito di rendere più leggibili queste decorazioni parietali che, quando furono oggetto di studio del Fonseca, si presentavano poco o per nulla leggibili.

Santa Barbara e la Sua Leggenda

Partendo da sinistra, la prima figura di santa indossa una tunica stretta in vita e un mantello color rosso, che sembra quasi svolazzare al vento. Con la mano sinistra regge la palma del martirio, mentre con la destra protegge una torre. Vicino alla testa della santa il nome che si può leggere è “Barbara”. La tradizione vuole che il padre pagano, scoprendo che la figlia era stata educata al cristianesimo, la rinchiuse in una torre prima di denunciarla come cristiana. L’effetto cercato dall’artista con lo svolazzare del mantello potrebbe rimandare al fatto che Santa Barbara è invocata a protezione delle tempeste e dei fulmini.

Affresco di Santa Barbara nella cripta

La "Dormitio Virginis" e il Monito Cruento

Nell’affresco si possono notare due gruppi di figure. Accanto al papa vi sono figure oranti e poco sopra dei volti con l’aureola siglata. Questa figura appartiene all’affresco della “Dormitio Virginis” in quanto appare evidente come alcune decorazioni dell’abito della figura maschile siano uguali a quelle della Vergine. Ma in questo riquadro viene rappresentato un particolare abbastanza inquietante: nella parte bassa, con il pavimento a scacchiera, è presente un angelo con la spada sguainata dal fodero, con la quale ha appena tagliato le mani ad una figura con copricapo inginocchiata dinanzi a lui e con una borsa legata al fianco. Dalle mani tagliate sprizza sangue.

La scena è ricavata dai vangeli apocrifi dedicati alla “Dormitio”, in cui si descrive la scena nella quale il sommo sacerdote o i notabili del tempo (a seconda della versione) cercano di impossessarsi del corpo della Vergine. Nelle diverse versioni, uno degli assalitori viene colpito da un male alle mani tale che rimangono attaccate al corpo della Vergine. Dopo questo prodigio, tutto il popolo degli Ebrei, che ne era stato spettatore, gridò: “Colui che è nato da te, teotoco sempre vergine Maria, è proprio il vero Dio!”. Avendo Pietro comandato a Iefonia di fare conoscere i prodigi di Dio, questi s’alzò di dietro la lettiga e prese a gridare: “Santa Maria, che hai generato Cristo Dio, abbi pietà di me!”. Pietro, rivolto verso di lui, gli disse: “Nel nome di colui che è nato da lei, si riattaccheranno le mani che ti sono state strappate”. Alla parola di Pietro, le mani pendenti dalla lettiga della signora subito si ritrassero e si riattaccarono a Iefonia.

Questa cruenta rappresentazione esprime un monito severo, cioè il divieto di avvicinarsi ai misteri della vita dell’aldilà con la stessa curiosità e con gli stessi metodi di conoscenza che sono riservati al mondo fenomenico, quello in cui noi viviamo. In alcune rappresentazioni, le mani vengono tagliate al demonio che cerca di prendere l’anima di Maria. La datazione massima indicata dal Fonseca per la “Dormitio” è il XVI secolo.

Maria Maddalena e il Mistero Templare

L’ultima santa rappresentata nel gruppo degli affreschi, nel riquadro più a destra, è una figura che ha fatto immaginare la presenza in questo sito dei Cavalieri Templari. D’altro canto, il Salento è stato terra di partenza ed approdo verso e dai territori della Terra Santa durante il periodo delle crociate. La figura, rappresentata in grandezza naturale, tiene nelle mani un calice, chiuso superiormente da un coperchio conico. Intorno al capo la scritta con il nome della santa “Maria Magdalena”. Nell’iconografia classica il calice contiene la mirra, ovvero l’unguento con cui la penitente, dopo aver lavato i piedi del Cristo e averli asciugati con i suoi capelli, unse i piedi del Signore. Ma è lo stesso unguento con cui Maria si stava recando al sepolcro per ungere il corpo del Cristo, salvo trovarlo vuoto.

Affresco di Maria Maddalena nella cripta

Intorno alla figura di Maria Maddalena si è tanto discusso e tanto ancora si discuterà, soprattutto perché nei Vangeli le “Marie” menzionate dagli apostoli sono diverse e non sempre è facile identificarle in modo specifico e distinto; in alcuni casi vi sono studiosi che pensano che si tratti della stessa persona. Citando dal vangelo di Filippo: “La consorte di [….] Maddalena. [….] più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla […]. Gli altri discepoli allora dissero: - Perché ami lei più di tutti noi?”. La parola usata per “compagna” nel testo copto del vangelo di Filippo è inoltre un prestito dall’originale greco koinônós. Questo termine non significa “sposa” o “amante”, bensì “compagna” ed è comunemente usata per indicare rapporti di amicizia e fratellanza. "[Colui che si nutre] dalla bocca, se di lì è uscito il Logos, dovrà essere nutrito dalla bocca, e diventare perfetto. Perché il perfetto diventa fecondo per mezzo di un bacio, e genera.

Secondo alcune fonti, Maria Maddalena morì nel 63 d.C, all’età di 60 anni, in quella che oggi è St. Baume, nella Francia meridionale. Per sfuggire alla persecuzione dei romani, viene condotta in quella zona della Francia insieme, secondo alcune leggende, alla presunta discendenza del Cristo. Fra gli emigrati in Gallia nel 44 d.C., c’erano Marta e la sua serva Marcella, l’apostolo Filippo, Maria Iacopa (moglie di Cleofa) e Maria Salomè (Elena).

Il Santuario della Madonna del Gonfalone tra Lucugnano e Montesano: La Leggenda della Fanciulla Muta

Tra Lucugnano (frazione di Tricase) e Montesano, vi è una stradicciola che s’interna nei campi e sale su di un leggero rialto fino ad uno spiazzo di fronte ad una piccola grotta. Qui si trova un celebre santuario, di cui un’antica tradizione spiega la scoperta. Si dice che una volta viveva una giovane donna, che era muta da circa dieci anni. Un giorno, tornando insieme con la madre da un podere, e passando davanti alla quasi ignorata grotta, il suo volto s’illuminò di gioia nello scorgere tra gli sterpi, nel fondo della grotta, un rilievo luminoso; allora disse alla madre: “Uh! guarda, mamma!”. La madre, stupefatta nel sentire parlare la figlia, s’inginocchiò reverente verso la grotta, ma non vide la luce. Tornate in paese raccontarono il miracolo; tutto il popolo trasse alla grotta e realmente videro in fondo ad essa la Madonna in rilievo, che fu poi chiamata dal nome della località: “Madonna du Cunfalone”. (In Saverio La Sorsa, Leggende di Puglia, Bari, Levante Editore, 1958, p.103).

Immagine del santuario della Madonna del Gonfalone a Lucugnano/Montesano

Su questa leggenda esiste un’altra versione più aggiornata, ma con il medesimo contenuto. Pertanto, riteniamo opportuno citare la fonte: Cfr. Annamaria Liuzzi, Favole e leggende salentine, Bari, Adda Editore, 1977, [pagine non specificate nel testo originale]. Giunta in punto di morte, racconta la leggenda, la ormai non più giovane fanciulla chiese alla Vergine la grazia di poter restare in eterno nell’angolo benedetto dal cielo, per continuare a contemplare, custode di un’immagine, la luce della sua terra.

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