La storia di Padre Gioacchino Lanzillo, sacerdote della parrocchia di Sant'Alfonso Maria de' Liguori a Cava de' Tirreni, in Campania, rappresenta un esempio di dedizione alla comunità e di impegno personale. Don Gioacchino è un punto di riferimento per la sua comunità, stimato e amato per il suo impegno pastorale e umano.

Formazione e Carriera Ecclesiastica
Don Gioacchino è stato consacrato sacerdote il 2 aprile 2005 da Sua Eccellenza Mons. Orazio Soricelli, Arcivescovo della Diocesi di Amalfi. Un ricordo particolarmente significativo legato a quella data è la morte di Papa Giovanni Paolo II, avvenuta al termine della celebrazione della sua ordinazione sacerdotale. Il 17 novembre 2005, è stato nominato Segretario dell’Arcivescovo Mons. Soricelli, affiancandolo anche durante la visita a Papa Benedetto XVI. Durante quell'incontro, il Papa emerito si rivolse a lui con le parole "Prete giovane" e, appresa la data della sua ordinazione, commentò: "Data del mio Santo Predecessore", quasi un preannuncio della Canonizzazione di Giovanni Paolo II.
Nel 2008, Don Gioacchino si è specializzato in Comunicazioni Sociali presso la Facoltà di teologia. Il 23 novembre 2008, è diventato ufficialmente parroco della Parrocchia Sant’Alfonso a Cava de' Tirreni, dove tuttora svolge il suo ministero sacerdotale. Inizialmente, la parrocchia di Sant’Alfonso era solo una baracca, ma Don Gioacchino accettò l'incarico sotto obbedienza del Vescovo, che riteneva necessaria la sua presenza in quel momento storico. Oggi, Sant’Alfonso è una grande parrocchia, dove si concentrano molti degli eventi diocesani.
Impegno Sociale e Crescita Personale
Nella fase più dura dell'emergenza per la pandemia da Covid-19, Don Gioacchino Lanzillo è stato in prima linea nell'assistenza e nel supporto alle famiglie della sua comunità. Nei tre mesi di chiusura forzata, ha letto negli occhi degli ammalati, dei parenti disperati, degli anziani soli e di tante famiglie bisognose non la paura, ma l’angoscia. Per rispondere a questo grido esistenziale, ha cercato, insieme a tanti preziosi collaboratori, di rispondere con la carità. L’assistenza e l’impegno nei riguardi del prossimo hanno anche alimentato in lui il desiderio e la caparbietà di riprendere a pieno ritmo lo studio. Attualmente, sta per conseguire una seconda laurea in "Scienze e tecniche psicologiche" all'Università eCampus, che conta di portare a termine il prossimo luglio.

Il Legame con Don Giovanni Bertella e la Comunità
La comunità di Cetara ha espresso un caloroso augurio a Don Gioacchino Lanzillo, figlio della cittadina, in occasione del suo anniversario di sacerdozio, con un messaggio social che invocava la protezione e l'illuminazione spirituale dell'Apostolo Pietro, di Sant'Alfonso e del caro Don Giovanni. Don Gioacchino ha raccontato la vita di suo zio, Don Giovanni Bertella, durante la presentazione del libro “Non cenere. Scintille.”. Ha descritto un uomo che non ha vissuto per sé stesso, che ha fatto della semplicità un cammino e dell’umiltà un linguaggio, un sacerdote che ha saputo ascoltare più che parlare, attendere più che pretendere, accompagnare senza invadere.
Tra i momenti più toccanti, la memoria del 12 ottobre 2005, giorno della morte di don Bertella. Don Gioacchino ha narrato di come, durante la vestizione, si scoprì che nessuna delle scarpe di Don Bertella poteva appartenergli: erano tutte doni dei fedeli, quasi sempre della taglia sbagliata, e lui, senza mai lamentarsi, le aveva indossate per anni solo per dare gioia a chi gliele offriva. Un momento intenso della serata fu la lettura dell’ultima lettera che don Bertella scrisse il 23 settembre 2005 all’arcivescovo Orazio Soricelli. Don Gioacchino ha custodito con pudore questa lettera, nella quale suo zio, con la sua voce più fragile, chiedeva un aiuto pastorale a causa della salute ormai compromessa e suggeriva l’affiancamento del nipote. Nella stessa lettera, don Giovanni esprimeva profonda gratitudine per il sostegno ricevuto da Don Gioacchino, riconoscendone la dedizione e la presenza discreta. Il cuore dell’eredità di suo zio, come ricorda Don Gioacchino, non è fatto di grandi imprese, ma di piccoli gesti fatti con grande amore.

L'Esperienza e la Diffusione di Medjugorje
Don Gioacchino visita più volte all’anno Medjugorje, portando con sé numerosi giovani. La sua parrocchia di Sant’Alfonso, di cui è parroco, ogni 2 del mese (in occasione dell’apparizione mensile alla veggente Mirjana) si trasforma in una "piccola e grande Medjugorje". Qui, i pellegrini hanno la possibilità di essere in comunione di preghiera con la parrocchia di San Giacomo a Medjugorje, attraverso la Santa Messa, le confessioni, l’adorazione Eucaristica, il Santo Rosario meditato e la lettura dei messaggi. Questo appuntamento mensile, animato dai giovani della parrocchia, vede la partecipazione di circa 600 persone, motivo per cui Sant’Alfonso viene definita "Medjugorje".
Il Primo Pellegrinaggio a Medjugorje e la Profezia
Dopo circa tre mesi dall’assegnazione a parroco di Sant’Alfonso, Don Gioacchino organizzò un pellegrinaggio a Medjugorje, inizialmente con scetticismo, avendo letto diversi libri e siti contrari al fenomeno. Durante il viaggio, rassicurò i partecipanti che si trattava di una semplice esperienza di fede. Arrivato a Medjugorje, partecipò all’apparizione quotidiana del veggente Ivan. Tra una cinquantina di sacerdoti presenti, Ivan si avvicinò a lui e gli disse: “Tu porterai Maria nella nuova chiesa fatta anche di pietre”. Al suo ritorno a Sant’Alfonso, i lavori per la nuova chiesa iniziarono effettivamente, e furono sbloccati improvvisamente fondi per circa 3 milioni di euro.
Medjugorje come Luogo di Pace e Disconnessione
Per Don Gioacchino, Medjugorje rappresenta un luogo di pace, sinonimo di incontro con Maria e con Gesù, di preghiera e di incontro fraterno. È anche un’opportunità per "stoppare" le distrazioni provenienti da cellulari, televisioni e computer. Egli ha quasi obbligato i ragazzi a deporre i cellulari durante la permanenza a Medjugorje, invitandoli ad ascoltare Gesù e a guardare Maria nelle piccole cose: nelle testimonianze, nei volti delle persone che vanno a confessarsi, nei volti di coloro che si inginocchiano in adorazione davanti all’Eucaristia. I ragazzi hanno ascoltato il suo consiglio, e uno di loro ha persino confessato: “Don Gioacchino stavamo bene senza i cellulari, purtroppo per noi il cellulare rappresenta un inganno del demonio”. Questa esperienza di disconnessione ha permesso a Cristo di fare breccia nei loro cuori.
Intervista a Don Gioacchino Lanzillo, parroco di S. Alfonso
Il Miracolo del Nipote
La famiglia di Don Gioacchino aveva vissuto un periodo di grande sofferenza e preoccupazione. Suo padre desiderava andare a Medjugorje per chiedere alla Madonna una grazia per il nipote. Nell’ottobre 2009, andarono a Medjugorje. Il 1° ottobre, salendo il monte Kricevac, suo padre sentì una voce che gli diceva: “Non ti preoccupare, non ti preoccupare”. Il 2 ottobre, arrivarono in ritardo per raggiungere il monte dell’apparizione e si trovarono ai piedi della Croce blu. Dopo un po’ arrivò la veggente Mirjana e, in un momento di estasi, le diede una corona del rosario, dicendo: “Padre questa corona le servirà”.
Il 30 dicembre 2009, la sorella di Don Gioacchino fu ricoverata d’urgenza in ospedale per partorire. Mentre si recava in ospedale con due parrocchiani, l’auto non partì. Nel garage, dove era custodita la statua della Madonna Regina della Pace insieme alla corona ricevuta da Mirjana (a causa dei lavori per la chiesa), sentì un rumore strano. Alzando uno scatolone, vide la corona muoversi come un pendolo. Ricordando le parole di Mirjana, prese la corona e subito dopo la macchina partì. Arrivato in ospedale, chiese al ginecologo di consegnare la corona alla sorella. La sorella raccontò che, sotto l’effetto dell’anestesia, vedeva una croce blu che vibrava davanti ai suoi occhi. Poco dopo, il bambino nacque sano, senza la sindrome di Down, e i medici lo definirono un miracolo. Dopo questa esperienza, alla fine della Santa Messa, la comunità di Sant'Alfonso prega sempre per i genitori con figli diversamente abili, che Don Gioacchino considera i "nuovi Santi dell’era 2000", e i loro figli gli "angeli dei nostri tempi".

La Confessione e le Vocazioni
Il momento di preghiera mensile a Sant’Alfonso, detto “Sant’Alfonso come Medjugorje”, si svolge sin dalle prime ore del pomeriggio con le Sante confessioni, la Santa Messa, l’ingresso della Regina della Pace in Chiesa, l’adorazione del Santissimo Sacramento e il Santo Rosario. Ciò che colpisce Don Gioacchino è la confessione fatta col cuore, dove emergono subito i peccati gravi, un’esperienza che ha vissuto intensamente anche a Medjugorje.
I giovani sono parte attiva di questi momenti di preghiera, curando i canti e formando un complesso musicale. Da queste esperienze sono nate numerose vocazioni: l’ex tastierista è entrata in convento e una delle chitarriste è al quinto anno di teologia. È possibile seguire la diretta del 2 di ogni mese sul sito della Parrocchia Sant’Alfonso: www.chiesadisantalfonso.it.
I Messaggi di Medjugorje e il Vangelo
Don Gioacchino conferma che i messaggi di Medjugorje camminano di pari passo con il Vangelo. La loro verità risiede nella semplicità e nella ripetizione. Anche se alcuni li trovano ripetitivi, la Madonna desidera farci convertire al Vangelo prima di condurci a Suo figlio Gesù. In uno dei messaggi, la Vergine ha affermato che il progetto del demonio in questo secolo di libero arbitrio assoluto è quello di distruggere i sacerdoti e le famiglie. Maria, attraverso la sua presenza e i suoi messaggi, vuole farci comprendere che siamo più forti del male e del demonio perché figli di Dio, chiamandoci “Cari Figli”.
A coloro che non conoscono ancora l’amore di Dio, Don Gioacchino chiede di compiere un semplice gesto: entrare in una chiesa o prendere un Crocefisso, guardare Gesù in Croce e porgli la domanda “Perché Gesù sei sulla Croce?”. Egli assicura che in quel momento “quel legno del disonore diventerà per noi il legno dell’onore perché Cristo ci ha strappati dalla morte e dalle grinfie del demonio”.
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