Le Madonne del Correggio: Un'Analisi Approfondita

Introduzione all'Arte del Correggio e il Tema della Madonna con Bambino

Antonio Allegri, universalmente noto come Correggio dal nome della sua città natale (Correggio, c. 1489 - 1534), è considerato il principale artefice del rinnovamento della pittura emiliana del primo Cinquecento. Giorgio Vasari, nelle sue Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, scriveva: “Tengasi per certo che nessuno meglio di lui toccò colori”. Sebbene associato a superbi dipinti mitologici e a straordinarie cupole affrescate, l'originalissimo ingegno di Correggio diede un'impronta tutta sua anche al soggetto della Madonna con Bambino, di cui ci ha lasciato diverse versioni.

A testimonianza del gradimento di cui godettero, queste opere si trovano dall’Austria alla Spagna, e anche oltre l’Atlantico, in prestigiose collezioni come quelle del Prado, del Kunsthistorisches Museum di Vienna e della National Gallery of Art di Washington D.C. Correggio nasce nel 1489 e si forma a Mantova, ammirando i capolavori dell’anziano Andrea Mantegna. Da lui apprende i segreti della prospettiva, che utilizzerà con virtuosismo sapiente per tutta la vita. Un "intimo fuoco" lo spinge presto a sciogliersi dai vincoli della tradizione, diventando l’incarnazione della “maniera moderna” cinquecentesca in area padana. Sarà un autentico fenomeno nel rielaborare influenze e novità, trovando la sua personalissima via, fatta di prospettive ardite, chiaroscuri delicati, effetti illusionistici e colori sontuosi, che si fondono in una pittura nuova, di soave naturalezza. Vasari aggiungeva: “Né con maggior vaghezza o con più rilievo alcun artefice dipinse meglio di lui, tanta era la morbidezza delle carni ch’egli faceva, e la grazia con che e’ finiva i suoi lavori”.

Ritratto del Correggio in stile rinascimentale

La Madonna in Adorazione del Bambino (Galleria degli Uffizi)

Nella Madonna in Adorazione del Bambino di Antonio Allegri, nota come Correggio, conservata agli Uffizi, è racchiusa tutta l'essenza del Natale, inteso come nascita. La scena è intima e raccolta, ma allo stesso tempo straordinariamente viva e comunicativa, diventando un simbolo universale di ogni luogo e tempo. I soli sguardi e gesti tra i due protagonisti del dipinto bastano a comprendere l'amore reciproco che fluisce tra loro: quello di una madre che ha appena dato alla luce il suo bambino, e quello di un figlio che, dopo aver sentito solo la voce della madre, può finalmente vederla con i suoi piccoli occhi e sentire il calore del suo abbraccio. Non sono necessarie parole, poiché l'intenso sguardo che si scambiano parla da sé; una magia silenziosa pervade l'intera opera, un dialogo tenero che sembra espandersi oltre i confini della tela.

Il pittore sceglie di porre al centro della scena solo la Madonna inginocchiata davanti al Bambino; nessun altro personaggio li circonda, né angeli, né pastori, né tantomeno San Giuseppe. È un dipinto che pulsa di intimità e spiritualità, ma anche di immensa umanità. L'origine di questo dipinto non è nota, ma è certo che dovesse essere considerato uno dei capolavori del pittore, tanto che il duca di Mantova, Ferdinando Gonzaga, lo scelse per farne dono al granduca Cosimo II de’ Medici. L’opera giunse agli Uffizi nel 1617 e fu collocata in Tribuna, dove rimase fino al 1848. Nella celebre veduta della Tribuna degli Uffizi del 1772 del pittore inglese Johann Zoffany, l’opera occupa un posto di tutto riguardo accanto alla Madonna della Seggiola di Raffaello.

Il soggetto del dipinto aveva conosciuto una certa fortuna nel Quattrocento attraverso le opere di Filippo e Filippino Lippi. L’iconografia deriva dalla visione della nascita di Gesù che Santa Brigida di Svezia ebbe a Betlemme nel 1372. Nelle sue Rivelazioni la Santa racconta che “la Vergine si tolse i calzari […] si inginocchiò in atteggiamento orante, le mani protese in avanti e, d’un tratto, in un istante mise al mondo suo Figlio. Sul suolo all’improvviso comparve il neonato e da lui si irradiò una luce ineffabile. Quando Maria sentì di aver generato il Bambino, lo salutò con queste parole: sii il Benvenuto, o mio Dio, Signore e mio Figlio”. Nell’atmosfera chiara e rarefatta dell’alba, una bella e dolce Madonna si inginocchia di fronte a Gesù appena nato, contemplandolo con tenerezza. Il piccolo ricambia lo sguardo della madre allungando la manina nel tentativo tipicamente infantile di afferrarle la veste.

Madonna in Adorazione del Bambino del Correggio agli Uffizi

La Madonna Bolognini

Tra le diverse versioni della Madonna con Bambino realizzate dal Correggio figura anche la Madonna Bolognini, olio su tavola trasportata su tela, databile tra il 1514 e il 1519. Anche questo dipinto porta nel titolo l’omaggio ad uno dei più importanti fondatori della Pinacoteca, il conte Gian Giacomo Attendolo Bolognini. L’opera propone un tema assai richiesto e trattato in diverse varianti dai grandi Maestri del Rinascimento. In questa versione giovanile, Correggio ha in mente la lezione di Leonardo, di cui ha assimilato i valori sentimentali, e di Raffaello, da cui ha colto la struttura piramidale della composizione. La lesena marmorea, richiamo al mondo classico, introduce alla raffigurazione, intima e riflessiva, che unisce la Madonna al figlio e a San Giovannino, connessi dai semplici gesti e dall'intenso scambio di sguardi. Oltre le figure, il paesaggio ha un ruolo non secondario, e propone una veduta probabilmente vicina alla terra natale del pittore.

La Madonna Campori (Galleria Estense di Modena)

La Madonna Campori, oggi tra i tesori della Galleria Estense di Modena, è una tavola piccola (58 x 45 cm) ma estremamente preziosa, che irradia grazia e naturalezza, offrendo una finestra aperta sul Rinascimento e sulla personalità artistica di uno dei suoi interpreti più amati. Correggio aveva solo 19 anni quando dipinge questa Madonna con Bambino, un periodo in cui era alla ricerca di sé stesso, ma già molto vicino alla meta: poco dopo intraprenderà la sua prima grande impresa, la Camera della Badessa nel monastero parmense di San Paolo. Nella tavola della Galleria Estense, l’artista unisce le lezioni di Leonardo e Raffaello. Fa tesoro dello sfumato leonardesco, coniugando alla maestria tecnica un’intensa sensibilità emozionale. Su queste innesta l’esempio del maestro urbinate, che possiamo notare nel confronto con la Madonna di Foligno dei Musei Vaticani o con la Madonna Tempi oggi all’Alte Pinakothek di Monaco.

Nel dipinto del Correggio, tuttavia, spira un’aria diversa. Una spontanea intimità domina la scena: una madre che gioca teneramente con il proprio bambino prima di allattarlo, un dialogo di sguardi e di mani che si intrecciano in gesti quotidiani. La luce morbida, il dinamismo fluido delle figure e il coinvolgimento emotivo si affermeranno come cifre distintive nell’opera del pittore emiliano.

Un Capolavoro di Naturalismo ed Emozione

La Madonna Campori è considerata un capolavoro grazie alla sua tavolozza ricca e raffinata che prende forma in mille pennellate sovrapposte: solo avvicinandosi al dipinto se ne coglierà la complessa e segreta struttura. Nasce così la dolce luce di Correggio, una “stupendissima meraviglia” che contiene già in sé i ricercati effetti tattili delle opere future. Ma a colpire nel segno è soprattutto l’estrema naturalezza dell’interazione tra la Vergine e suo figlio: il sacro incontra gli affetti e la realtà in un altro Rinascimento, lontano dalla monumentalità di Michelangelo o dall’elegante classicismo di Raffaello. Qui l’abilità pittorica e la costruzione formale si mimetizzano per lasciar emergere emozioni familiari a ogni essere umano.

Il Dettaglio più Curioso: il Piedino Scalciante

Impossibile non notare un piedino che scalcia avvolto nel lenzuolo, mentre il bimbo preme con la mano sulla spalla della madre e la fissa con occhio inquieto. Piccoli piedi grassocci abbondano nei libri di storia dell’arte, ma qui ad attrarre l’attenzione è proprio il fatto che sia velato. “Uno dei tratti che rende incomparabile la Madonna Campori è il panno di lino che avvolge, sembra, suo malgrado, il Bambino”, scrive lo storico e curatore Filippo Trevisani. Nel punto del telo che aderisce al piede, Correggio raggiunge uno dei suoi vertici nell’esprimere il movimento come in un’istantanea, e lo fa attraverso lo sfumato: un’anticipazione, spiega ancora Trevisani, di “quanto saprà fare nel lenzuolo che Amore cerca di sottrarre dal corpo di Danae” in uno dei suoi quadri più famosi.

Fu il pittore ottocentesco Vincenzo Rasori ad attribuire il quadro a Correggio: un fatto non insolito nella storia del maestro emiliano, che per molto tempo è stato apprezzato più dagli artisti che da critici e storici dell’arte.

Dettaglio del piedino del Bambino nella Madonna Campori

La Madonna della Scodella (Galleria Nazionale di Parma)

Uno dei dipinti più celebri e ammirati del Correggio è il Riposo durante il ritorno dall’Egitto, meglio noto con il titolo popolare di Madonna della Scodella, oggi conservato presso la Galleria Nazionale di Parma. Commissionato dalla Pia Unione di San Giuseppe ed eseguito nel corso degli anni Venti del Cinquecento, fu collocato solo nel giugno del 1530 sul primo altare a sinistra nella cappella in concessione alla confraternita dei devoti a San Giuseppe nella chiesa del Santo Sepolcro a Parma. Nella sua collocazione originale rimase fino al 1796, quando fu requisito dal governo napoleonico e portato a Parigi. Grazie anche all’interessamento di Paolo Toschi, l’opera fece ritorno in città nel 1816, all’indomani del Congresso di Vienna, ma invece di essere destinata alla sua originaria collocazione, entrò a far parte della Galleria Ducale (ora Galleria Nazionale) di Parma.

Madonna della Scodella del Correggio, Galleria Nazionale di Parma

Iconografia e Ruolo di San Giuseppe

Sappiamo che dall’ottobre del 1524 la Pia confraternita di San Giuseppe raccoglieva donazioni e lasciti per il finanziamento del dipinto. Correggio aveva proposto ai committenti un tema iconografico inconsueto e poco praticato in Italia, di derivazione prevalentemente nordica: la Sosta della Santa Famiglia durante il ritorno dall’Egitto con il Miracolo della palma (dal Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo) e la fonte miracolosa che disseta il gruppo, con una interessante novità iconografica. Fin dalla fine del Medioevo il tema del Riposo era accompagnato da elementi come concerti di violino e flauto dolce, spighe di grano che crescono per nascondere la Sacra Famiglia e palma e datteri a dare conforto. Ma prima di Correggio sembra che pochi avessero riservato una tale enfasi alla figura di San Giuseppe.

È lui il protagonista della scena, con il suo aspetto vigoroso e il netto verticalismo con cui occupa lo spazio. Nella Madonna della Scodella è possibile ravvisare una delle prime espressioni di un culto speciale rivolto a Giuseppe nella veste di guida, protettore e nutritor Domini; forse la prima manifestazione in pittura italiana nel suo genere, che più tardi conobbe ampia diffusione nella pittura emiliana. Una così evidente esaltazione della figura di Giuseppe non deve stupire se si rammenta che l’altare che ospitava la pala era officiato dalla confraternita di San Giuseppe, una pia società di recente costituzione (1516) e molto attiva nella devozione verso lo sposo di Maria. Dal 1528 San Giuseppe diventerà uno dei santi patroni di Parma.

Dibattito e Successo del Soggetto

All’eccezionale successo del tema in aree geografiche diverse, fece riscontro un vivace dibattito su tale iconografia. Alcune soluzioni, infatti, furono aspramente criticate dal vescovo di Bologna, il cardinale Gabriele Paleotti, che nel suo Discorso intorno alle immagini sacre e profane (1582) aveva biasimato quei pittori che rappresentavano “quanto si figura il misterio della Madonna allora che fuggì in Egitto, che con un vaso in mano piglia l’acqua del fiume per darne al figliolo e a S. Gioseffo che piglia anch’egli un ramo carico de frutti da un arbore e lo porge al figliolo”. Nonostante l’esplicita condanna, le parole del dotto cardinale bolognese non impedirono un’ampissima ricezione e diffusione del soggetto. Perfino nella pia Bologna, dove il cardinale Paleotti era di casa, il tema circolò ampiamente fin dal tardo Cinquecento.

Fortuna Figurativa e Copie delle Madonne del Correggio

La fortuna dell’opera del Correggio, e in particolare della Madonna della Scodella, fu eccezionale. Giorgio Vasari, che la definì “tavola di pittura divina”, rammenta nella seconda edizione delle Vite un’antica trascrizione della Madonna della Scodella, quella di Girolamo da Carpi, che tanto studiò e “con amore” la maniera del Correggio. Vasari racconta che durante il soggiorno a Parma il pittore ferrarese Girolamo da Carpi (1501-1556) riprodusse diverse opere del Correggio. Una copia antica della Madonna della Scodella, quasi nelle stesse proporzioni dell’originale, su tela, esiste alla Galleria del Prado, pervenuta dal Monastero dell’Escuriale. Copie, derivazioni e contaminazioni furono molteplici, attribuite ai nomi più autorevoli, da Lelio Orsi a Lanfranco, da Domenichino a Federico Barocci, Carlo Maratti e Pompeo Batoni, tralasciando le numerose traduzioni a stampa.

Le copie, o le più elaborate derivazioni, tracciano un percorso di memoria con pochi precedenti; un fenomeno che, se da una parte attesta il successo di un’opera d’arte, dall’altra consente di conoscere il livello di cultura artistica di un’epoca e dei suoi orientamenti critici. Le opere dei grandi maestri venivano copiate - e se ne facevano circolare le invenzioni - come utile esercizio di studio per gli allievi delle Accademie d’arte. La trattatistica artistica raccomandava ai giovani artisti l’applicazione alla copia, come esercizio propedeutico e necessario all’attività pratica e creativa.

Esempi di Copie e Derivazioni

  • Una parziale copia a olio della Madonna della Scodella (27,5 x 22, 44 x 39 cm con la cornice) si trova in una collezione privata, proveniente da una nobile famiglia romana.
  • Un dettaglio proveniente dall’atelier di William Adolphe Bouguereau (1825-1905), passato in una casa d’aste di Lione.
  • Copie dal Correggio dello scozzese John Graham-Gilbert (1794-1866) lasciate in eredità al Glasgow Museum nel 1877: una completa, l’altra parziale con le sole testa della Vergine e del Bambino.
  • Una copia della sola testa di fanciullo proveniente dalla collezione veronese di Cesare Bernasconi e al Museo di Castelvecchio a Verona dal 1871.
  • Un disegno a matita rossa su carta vergata, attribuito dubitativamente a un artista emiliano della seconda metà del XVII secolo, conservato presso il Museo Diocesano di Milano.
  • Una copia parziale della Madonna della Scodella attribuita ad Anton Raphael Mengs (1728-1779) e conservata a Swansea.

L’invenzione del Correggio fu rivisitata in modo originale anche da Lelio Orsi (1511-1587) nel suo Riposo nella fuga in Egitto con Sant’Antonio Abate, databile alla metà del Cinquecento, che è il risultato di una contaminatio tra il Riposo ora agli Uffizi e la Madonna della Scodella. Mitsumasa Takanashi ha riscoperto in una collezione privata giapponese un pregevole lacerto di tela, da lui assegnato al pennello di Ludovico Carracci. L'opera di Ludovico Carracci, Alessandro Magno visita la famiglia di Dario (National Museum of Western Art di Tokyo), pur essendo un tema storico, non ha mancato di ricordare l’ammirata Madonna della Scodella “nel moto sgusciante delle due fanciulle e soprattutto nel bambino, le braccia aperte e la testa ricciuta che si volge all’indietro verso l’osservatore”, esplicito omaggio al Gesù Bambino del Riposo di Parma. A questo memorabile dettaglio Takanashi ha ricollegato anche un bel disegno a matita rossa conservato a Windsor Castle, The Royal Library, sotto il nome di Ludovico Carracci.

Da questa carrellata emerge la preferenza accordata a una particolare parte della pala del Correggio, ossia il dettaglio della Vergine con il Bambino o, in diversi casi, della sola testa del fanciullo. I copisti, anonimi o no, hanno rivolto la loro attenzione a uno dei caratteri più ammirati e riconoscibili della pittura del Correggio, ossia a quei brani di tenera affettuosità e dolcezza che con forza facevano leva sull’emozionalità e sull’intima partecipazione dell’osservatore devoto. Giorgio Vasari, riferendosi alla Madonna del San Gerolamo, coglieva con grande acume questo particolare sentimento, scrivendo che l’angelo sorridente del Correggio sollecita chiunque lo guardi a restituirgli il sorriso, capace, a suo dire, di rallegrare anche il più malinconico degli osservatori. Le stesse considerazioni si possono riservare al Bambino della Madonna della Scodella, a quel putto biondo, vero e proprio “incantevole spiritello, senza traccia di natura divina, quasi moderno nella sua capricciosa amabilità”.

Correggio

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