La sacramentalità dell'episcopato e la sfida del governo nella Chiesa

La riforma della Curia e il principio sinodale

Tra le decisioni audaci di Papa Francesco vi è la nomina di laici e religiose a posizioni di autorità solitamente riservate a ministri ordinati, vescovi o cardinali, nei dicasteri della Curia romana. Il Papa ha giustificato questa innovazione con il principio sinodale che richiede una maggiore partecipazione dei fedeli alla comunione e alla missione della Chiesa.

Questa iniziativa si scontra tuttavia con l’antica consuetudine di affidare le posizioni di autorità ai ministri ordinati. Tale prassi trova il suo solido fondamento nel Concilio Vaticano II, che ha definito la sacramentalità dell’episcopato (Lumen Gentium 21). Da qui nasce il disagio di fronte a una decisione papale che, pur rispettata, viene considerata da alcuni come provvisoria, auspicando il ripristino dello stretto legame tra ministero ordinato e funzione di governo.

Schema che illustra il rapporto tra i tria munera (insegnare, santificare, governare) e la sacramentalità dell'episcopato secondo la Lumen Gentium.

Oltre le controversie canoniche: una prospettiva pneumatologica

Non si tratta di mettere in discussione il progresso dottrinale del Concilio, che ha riconosciuto l’episcopato come grado proprio del sacramento dell’Ordine. Il problema sorge quando la giustificazione canonica di riforme, come quella contenuta nella Costituzione Praedicate Evangelium, appare come una posizione di scuola adottata a scapito del dialogo preliminare tra teologi e canonisti.

È necessario proporre una lettura teologica che vada oltre il quadro delle posizioni canoniche sull’origine e la distinzione tra potere dell’Ordine e potere di giurisdizione. La teologia sacramentaria soffre spesso di un deficit pneumatologico: se i sette sacramenti sono atti di Cristo, essi sono anche atti della Chiesa risultanti dall’azione dello Spirito Santo. Quest’ultimo accompagna gli atti sacramentali per edificare la Chiesa intesa come Sacramento, ma la sua azione si manifesta liberamente anche nei carismi e nei ministeri.

Il ruolo dei carismi nel governo ecclesiale

Il gesto profetico di Papa Francesco discerne l’autorità dello Spirito Santo al di là del legame esclusivo tra ministero ordinato e governo. Non si intende sostituire un governo gerarchico con uno carismatico, ma integrare i carismi nell’apparato amministrativo e pastorale della Chiesa.

In ambiti come la gestione delle risorse umane, l'amministrazione finanziaria, il discernimento culturale o il dialogo ecumenico, la competenza di laici e religiosi dotati di carisma riconosciuto è fondamentale. L'autorità non è sminuita dalla mancanza di ordinazione, poiché i carismi hanno un peso specifico nei campi in cui la competenza tecnica e spirituale è prioritaria. Quando il Papa affida un dicastero a una persona competente, non delega una giurisdizione arbitraria, ma riconosce un'esperienza carismatica inquadrata dalla giurisdizione globale del Pontefice.

Infografica che mostra la distinzione tra le funzioni di governo legate all'Ordine e quelle che possono essere svolte attraverso carismi riconosciuti.

Verso un "diritto della grazia"

L’approccio canonico attuale sembra talvolta privo dei mezzi per discernere i segni dello Spirito, limitandosi a una visione positivista o amministrativa. È necessario riprendere il dialogo tra canonisti e teologi affinché possa svilupparsi un “diritto della grazia”, capace di integrare stabilmente le persone carismatiche nelle posizioni di responsabilità.

Questo progresso ecclesiologico è essenziale per combattere la piaga del clericalismo e dello spirito di casta, che concepiscono il governo solo in termini di potere. Come ricorda la Lumen Gentium (30, 33), è compito dei pastori riconoscere i ministeri e i carismi affinché tutto il corpo della Chiesa, ben connesso e solidamente collegato, possa cooperare all’opera comune in una carità sincera.

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