A partire dal Mercoledì delle Ceneri, giorno che segna l'inizio della Quaresima, i cristiani entrano in un periodo prezioso di quaranta giorni dedicati a "ritornare a Dio con tutto il cuore" (Gl 2,12) e a riscoprire la bellezza dell’amore. Questo amore si rivolge anzitutto verso Dio, il Creatore che ci ha fatti "a sua immagine e somiglianza" (Gen 1,26), e poi verso il prossimo, da "amare come sé stessi". Il cammino quaresimale, che inizia con il segno delle ceneri, è un percorso che invita ad andare verso il fuoco che arderà e brucerà nella "notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore!" (Exultet).
La Cenere: Simbolo di Penitenza e Caducità
Biblicamente, la cenere ha sempre rappresentato il segno esteriore della penitenza e della purificazione. Le parole che accompagnano il gesto liturgico della loro imposizione, «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai», evocano la caducità della persona umana, rimandando alle origini dell’azione creativa: «Il Signore Dio modellò l’uomo dalla polvere della terra» (Gen 2,7). È la memoria di un impegno personale che, ben oltre il limite delle umane fragilità, ci pone alla presenza di Dio: come la creatura dinanzi al suo Creatore, come servi dinanzi al Signore.
La cenere, ricavata dai rami di ulivo benedetti l’anno precedente, è un "urto dal quale è difficile sottrarsi". Sebbene leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine, trasformando in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: "Convertiti e credi al Vangelo". Per questo motivo la Quaresima comincia con il segno della cenere, perché ogni reale cammino di ritorno a Dio inizia solo quando si è davvero disposti a mettere in discussione il proprio modo di essere dinanzi a Lui.

Non una Pura Esibizione, ma Azione Concreta
Nella consapevole esperienza del peccato, il profeta Daniele rivolge a Dio il suo volto «alla ricerca di un responso con preghiere e suppliche, con il digiuno, veste di sacco e cenere» (Dn 9, 3). Tuttavia, al Signore non è gradito un atteggiamento di pura esibizione; non gli basta che «si pieghi come un giunco il proprio capo, e si usi sacco e cenere per letto» (Is 58,5). Egli desidera piuttosto «sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo… dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo» (Is 58,6-7).
Per quanto austero, negativo, pessimista e di disperazione possa essere il simbolo della cenere in rapporto alla persona umana, esso è un segno che ci permette di riconoscere e sperimentare l’essenzialità di ciò che realmente resta di vero, buono e bello della nostra vita, per "ricominciare" dalla verità e «avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia», così da «trasformare le circostanze della vita in eventi». Ogni evento della nostra vita è un tempo favorevole ed appropriato per raccogliere il potenziale generativo racchiuso in tutte le situazioni, anche quelle che non scegliamo e che ci tocca subire, come la pandemia e la guerra in Ucraina, con le relative difficili e problematiche conseguenze.
Dal Freddo della Cenere al Calore del Fuoco Pasquale
Il viaggio quaresimale raggiunge la meta del suo incedere dinanzi ad un fuoco, segno con cui inizia la solenne Veglia Pasquale, quale «fiamma viva del fulgore del Signore», che «ha vinto le tenebre del mondo» (Exultet). È questa la chiara contraddizione del cammino: da un’insignificante e fredda cenere, dalle tinte scure e senza vita, si giunge ad un fuoco che riscalda, illumina e dona vita. Nell’Antico Testamento il fuoco è una delle immagini preferite per manifestare l’essere e l’agire di Dio, come la colonna di fuoco di notte davanti al suo popolo che si allontana dall’Egitto (Es 13,21). È lo stesso ardere nel proprio cuore, così come per i discepoli di Emmaus.
L’evoluzione della cenere in fuoco ci manifesta un senso certo e compiuto per la nostra vita e ci permette di «trasformare gli incroci in incontri» vitali e generativi, capaci di superare l’indifferenza caotica e riconoscere per ogni persona un volto, un nome, una storia, una dignità unica e irripetibile. Questa riscoperta di vita vera ci esorta a spogliarci degli schemi abituali e di categorie ormai inadatte, per assumere il punto di vista di quanti sono ai margini e provare a vedere il mondo con i loro occhi. Dalla "cenere" della quaresima al "fuoco" della Pasqua: è il viaggio che ci viene offerto per i prossimi 40 giorni.
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Le Opere Proprie del Tempo Liturgico
Ci viene chiesto di metterci in fila, l’uno dietro l’altro, per piegare il capo ed essere cosparsi di cenere al fine di aprire il cuore all’unica realtà che nessun vento potrà mai disperdere. Lasciamoci coinvolgere, in questo viaggio, dalle tre opere proprie del tempo liturgico, quali l’elemosina, la preghiera e il digiuno. La preghiera ci riannoda a Dio; la carità al prossimo; il digiuno a noi stessi. Sono realtà che non finiscono nel nulla, su cui bisogna investire.
Ecco dove ci invita a guardare la Quaresima: verso l’Alto, con la preghiera, che libera da una vita orizzontale, piatta, dove si trova tempo per l’io ma si dimentica Dio. E poi verso l’altro, con la carità, che libera dalla vanità dell’avere, dal pensare che le cose vanno bene se vanno bene a me. «Analogamente all’ascesa di Gesù e dei discepoli al Monte Tabor, possiamo dire che il nostro cammino quaresimale è “sinodale”, perché lo compiamo insieme sulla stessa via, discepoli dell’unico Maestro». È un tempo di grazia che non va sciupato. Insieme, dobbiamo impegnarci a sostenere la “Quaresima di Carità” della nostra Diocesi, promuovendo iniziative come quella a favore dell’emergenza “Turchia e Siria”, attraverso collette nazionali.
Don Tonino Bello e il "Camminare Insieme"
A riguardo, don Tonino Bello affermava che non è sufficiente “camminare insieme” ma, piuttosto è fondamentale stare “insieme per camminare”. Non "camminare insieme" ma "insieme per camminare". Infatti è proprio stando insieme all'altro che io posso camminare, anzi il mio cammino si motiva proprio perché sto con gli altri. Non basta camminare occorre anche tenere conto di chi, nella vita, resta indietro ed è trascurato dalla società. Questa è la logica del Vangelo, la logica più giusta.

La Parresia e il Gusto della Comunione
Don Tonino Bello aveva una personale "parresia", uno stile di chi, in piedi, a faccia alta pur senza protervia, parla apertamente e con piena libertà di linguaggio del suo incontro con Dio, alla cui Parola si sente ormai irrevocabilmente consacrato. Questo è possibile solo a chi obbedisce a Dio e, per questo, ama gli uomini con la libertà dell’amore. Diceva: “Senza peli sulla lingua, cioè. Senza smorzare le finali, per amore di quieto vivere. Senza mettere la sordina alla forza prorompente della verità. Senza decurtare la Parola, per non recare dispiacere a qualcuno”.
La parresia, affermava, consiste nell'alzarsi in piedi e avere il coraggio di parlare insieme con gli altri, coinvolgendoli nel discorso. Non si tratta di gonfiare le parole con la retorica o di protagonismo, ma è intimamente legata alla comunione. Don Tonino aveva il gusto della comunione. Per lui le parole "camminare" e "insieme" erano inseparabili e rendevano ragione l’una all’altra: non c’era altro modo di camminare se non insieme e non c’era altro motivo di stare insieme se non per camminare. La Chiesa non è fatta per essere stanziale, per chiudersi nell’autocontemplazione, ma per camminare nelle strade degli uomini.
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Una Chiesa Sinodale e Aperta
Don Tonino ha prefigurato una Chiesa sinodale tant’è che la sua prima lettera pastorale è stata il frutto di una scrittura collettiva in cui tutte le presenze della comunità erano state invitate a ripensarsi e a riscriversi: “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”. Uscire non perché si hanno tutte le sicurezze, ma solo perché si ha Cristo e perché, come spiegò Paolo VI del Concilio, l’antica storia del Samaritano è il paradigma della spiritualità che porta a guardare con simpatia immensa i bisogni umani. L’antica storia del Samaritano (Lc 10,25-37) è stato il paradigma della spiritualità di don Tonino Bello. È stato un cultore dell’uomo, senza alcun riduzionismo antropologico, perché era un uomo, un vescovo, tutto centrato su Gesù Cristo e sul suo Vangelo.
Sapeva stare con la stessa scrupolosa attenzione sia accanto alle persone conosciute con nomi, volti, storie e vicende personali, sia sui temi planetari della pace e della guerra, dell’ambiente e delle migrazioni. Non era un semplice interesse per il globale o per l’agire locale, ma una straordinaria capacità di amore che lo portava a sporgersi sempre oltre sé stesso. “Abbiate il cuore vicino e i battiti lontani”: è un’altra grande lezione di don Tonino, che non ha smesso di affidarsi allo spirito di Dio. Ha sempre invitato ad avere uno sguardo “dal cielo”, quello che permette di chiamare “fratello” chi per gli altri era solo Massimo, un ladro; a definire “basilica minore” Giuseppe che per tutti era l’ubriaco; a chiedere perdono al fratello marocchino, rappresentante di tutti gli immigrati che il nostro perbenismo non riesce ad accogliere. Sembra il rovescio della medaglia del motto episcopale di don Tonino: “Ascoltino i poveri e si rallegrino”. Teneva lo sguardo fisso su Gesù, lì dove Dio e l’uomo si sono incontrati nell’orizzonte della salvezza.

L'eredità di Don Tonino Bello: Una Chiesa umile e sinodale
Don Tonino Bello ci ha messo in guardia dal riporre il grembiule nell’armadio dei “paramenti sacri”, per comprendere che “stola e grembiule sono il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale”. Non componeva frasi a effetto ma descriveva la poesia di amore della vita da mistico che penetrava la realtà, divorato dall’amore per Dio e per il prossimo. Chi obbedisce a Dio sta alla larga, come ammoniva don Tonino, dal potere, dal prestigio e dai prodigi. Pietro annuncia il cuore del messaggio cristiano: Gesù umiliato e ucciso sulla croce è stato risuscitato da Dio. In lui c’è salvezza! Lui è la salvezza! È pieno di Spirito, donato da Dio a quelli che gli obbediscono.
Papa Francesco, nel suo Messaggio per la Quaresima, ha ricordato che «Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa. I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, e mai a chiudersi in noi stessi. Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio». La parabola del fariseo e del pubblicano ci insegna che, sebbene entrambi salgano al Tempio a pregare, la loro non è una vera comunione. Il fariseo, ossessionato dal proprio io, ruota intorno a sé stesso senza una vera relazione con Dio e con gli altri. Nella Comunità cristiana, questo succede quando l’io prevale sul noi, generando personalismi che impediscono relazioni autentiche e fraterne, creando divisione.
È al pubblicano, invece, che dobbiamo guardare. Con la sua stessa umiltà, anche nella Chiesa dobbiamo tutti riconoscerci bisognosi di Dio e bisognosi gli uni degli altri, esercitandoci nell’amore vicendevole, nell’ascolto reciproco, nella gioia del camminare insieme. Le équipe sinodali e gli organi di partecipazione sono immagine di questa Chiesa che vive nella comunione, dove si è chiamati a camminare insieme alla ricerca di Dio, per rivestirci dei sentimenti di Cristo e allargare lo spazio ecclesiale perché esso diventi collegiale e accogliente.
Dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile. Una Chiesa che non sta dritta in piedi come il fariseo, trionfante e gonfia di sé stessa, ma si abbassa per lavare i piedi dell’umanità; una Chiesa che non giudica come fa il fariseo col pubblicano, ma si fa luogo ospitale per tutti e per ciascuno; una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma resta in ascolto di Dio per poter allo stesso modo ascoltare tutti. Impegniamoci a costruire una Chiesa tutta sinodale, tutta ministeriale, tutta attratta da Cristo e perciò protesa al servizio del mondo.