Il Calvario: Tra Dolore, Fede e Speranza nel Canto Evangelico

Sul monte è sceso il silenzio. I lamenti delle donne si sono spenti, bloccati sulle labbra da un dolore troppo forte per essere in qualche modo commentato. Anche i soldati hanno chiuso con gli insulti e le sguaiataggini: i loro sensi grezzi sono stati colpiti da qualcosa di sconosciuto, come un’emozione arrivata direttamente dall’infanzia e dalla filastrocca triste di una madre, e così le loro parole si sono fermate.

La Scena sul Calvario: Il Dolore e lo Smarrimento

La Disperazione dei Discepoli

Gli amici guardano da lontano: sono disperati e disorientati e hanno paura, non capiscono e non sanno che cosa fare. Uno di loro ha tradito e non l’hanno più visto, e poco prima tutti, mentre lui soffriva nell’agonia, si sono addormentati, eppure Lui li aveva pregati di restare svegli. Qualche tentativo per salvarlo l’avevano fatto: gli avevano detto di non scendere in città dove si ammassavano i suoi nemici e Pietro per difenderlo ha perfino tagliato un orecchio a uno di quelli che lo stavano arrestando. Ma lui non ha voluto e si è consegnato nelle mani del potere pur sapendo che l’avrebbero ucciso.

Domande come "Perché? E perché ora non chiama una legione di angeli a staccarlo dalla croce?" suonano nel silenzio assordante del cuore e precipitano nel vuoto; il sapore del rimorso è acre e distruttivo, i pensieri pesano e si confondono, conficcati nel legno con gli stessi chiodi che bucano le mani e i piedi del crocifisso. Eppure, in fondo all’uragano dell’anima spaventata, un barlume di speranza resiste contro l’evidenza: "e se ora, proprio ora, in questo momento, il Padre si decidesse a scendere dal cielo e liberarlo?".

Aguzzando lo sguardo, possono vedere che il morente parla con uno dei ladri crocifisso con Lui e poi con la madre e con Giovanni, ma sono troppo lontani per comprendere ciò che dice. Finché improvvisamente un urlo alto e disperato agghiaccia ogni emozione; è una specie di soffio faticoso in cui a malapena si distingue la voce amata del Maestro: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Lunghi brividi di paura e di compassione corrono tra i presenti.

Gesù sulla croce con la madre e Giovanni

Gli amici vorrebbero spegnere i sensi, cancellare e dimenticare ciò che hanno appena udito, chiudere gli occhi e ritornare nel cenacolo con Lui, tra i profumi buoni della cena. Invece devono ancora guardare e vedere la sua sete e il piegarsi leggero del volto per rifiutare la spugna imbevuta d’aceto, che un soldato gli porge con poca grazia. Poi un altro grido, diverso dal primo, perché carico di una specie di trionfo: «Tutto è compiuto!» Un’altra frase incomprensibile (chiederanno a Giovanni di riferire che cosa ha detto) e finalmente, desiderato e temuto, urlato e alto, intriso d’insopportabile sofferenza, inarrestabile, ecco l’ultimo respiro.

«È andato» pensano gli amici «nessuno è venuto a liberarlo» e senza una parola scendono lentamente verso la città. Riescono solo a dire come in una cantilena disperante: «È finita, è finita, è davvero tutto finito». E nemmeno si fermano a considerare la meraviglia del centurione e l’intelligenza della fede che in lui sta nascendo e che gli fa dire: «Veramente quest’uomo era il figlio di Dio». Per loro in questo momento il Cristo non è altro che uno dei tanti crocifissi della storia e l’oscurità che scende sulla Terra è percepita come un’eco della penombra che rinserra il cuore e non fa passare la luce: la sofferenza di Gesù è terminata, ma continua nella loro ed è straziante e senza consolazione, fino al mattino della risurrezione, quando la croce sarà ombra e salvezza.

Maria ai Piedi della Croce: Sofferenza, Fede e Tentazione

L'Unicità del Dolore Materno

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». Se sul Calvario, presso la croce di Gesù, c’era Maria sua Madre, vuol dire che ella era a Gerusalemme in quei giorni e, se era a Gerusalemme, allora ha visto tutto, ha assistito a tutto.

Ha assistito alle grida: «Barabba, non costui!»; ha assistito all’«Ecce homo», ha visto la carne della sua carne flagellata, sanguinante, coronata di spine, seminuda davanti alla folla, sussultare, scossa da brividi di morte, sulla croce. Ha udito il rumore dei colpi di martello e gli insulti: «Se sei il Figlio di Dio…».

Maria non era dunque sola; era una delle donne. Sì, ma lei era lì come «sua madre» e questo pone Maria in una situazione del tutto diversa dalle altre. In un funerale, sebbene molte donne vestite di nero piangano, tra esse vi è una diversa, quella alla quale tutti pensano e guardano di soppiatto: la madre. A lei fu chiesto qualcosa di molto più difficile: perdonare. Quando sentì il Figlio che diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34), ella capì cosa il Padre celeste si aspettava da lei: che dicesse con il cuore le stesse parole, e lei le disse.

Fede e Tentazione di Maria

Se Maria poté essere tentata, come lo fu anche Gesù nel deserto, questo avvenne soprattutto sotto la croce. E fu una tentazione profondissima e dolorosissima, perché aveva per motivo proprio Gesù. Lei credeva alle promesse, credeva che Gesù era il Messia, il Figlio di Dio; sapeva che, se Gesù avesse pregato, il Padre gli avrebbe mandato «più di dodici legioni di angeli» (cf Mt 26, 53). Ma vede che Gesù non fa nulla. Liberando se stesso dalla croce, libererebbe anche lei dal suo tremendo dolore, ma non lo fa.

Maria ai piedi della croce, illustrazione

Maria però non grida: «Scendi dalla croce; salva te stesso e me!», o: «Hai salvato tanti altri, perché non salvi ora anche te stesso, figlio mio?», anche se è facile intuire quanto un simile pensiero e desiderio dovesse affacciarsi spontaneamente al cuore di una madre. Umanamente parlando, ci sarebbero stati tutti i motivi, per Maria, di gridare a Dio: «Mi hai ingannata!», o, come gridò un giorno il profeta Geremia: «Mi hai sedotta e io mi sono lasciata sedurre!» (cf Ger 19, 7), e scappare giù per il Calvario.

Unità Spirituale alla Croce

Maria non stava dunque «presso la croce di Gesù», vicino a lui, solo in senso fisico e geografico, ma anche in senso spirituale. Era unita alla croce di Gesù; era dentro la stessa sofferenza. Soffriva nel suo cuore quello che il Figlio soffriva nella sua carne. Gesù era anche uomo; come uomo, egli non è, in questo momento, agli occhi di tutti, che un figlio giustiziato alla presenza di sua madre. Gesù non dice più, come a Cana: «Che c’è tra me e te, o donna? Non è ancora giunta l’ora mia» (Gv 2, 4). Adesso che la sua «ora» è giunta, c’è, tra lui e sua madre, una grande cosa in comune: la stessa sofferenza. In quei momenti estremi, in cui anche il Padre si è misteriosamente sottratto al suo sguardo di uomo, è rimasto a Gesù solo lo sguardo della madre, in cui cercare rifugio e conforto.

La Croce di Cristo: Fede, Sofferenza e Salvezza

La Fede nella Croce di Cristo

La Parola stessa di Dio, implicitamente, traccia il passaggio da Maria alla Chiesa e dice cosa deve fare ogni credente per imitarla: «Presso la croce di Gesù - è scritto - stava Maria sua Madre e accanto a lei il discepolo che egli amava». Ci sono due cose nascoste in questa frase: primo, che bisogna stare «accanto alla croce» e, secondo, che bisogna stare accanto alla croce «di Gesù». Queste parole ci dicono che la prima cosa da fare - la più importante di tutte - non è stare presso la croce in genere, ma stare presso la croce «di Gesù».

Non basta stare presso la croce, cioè nella sofferenza, starci anche in silenzio. Questo sembra già da solo una cosa eroica, eppure non è la cosa più importante. Può essere anzi niente. La cosa decisiva è stare presso la croce «di Gesù». Ciò che conta non è la propria croce, ma quella di Cristo. Non è il soffrire, ma il credere e così appropriarsi della sofferenza di Cristo. La prima cosa è la fede. La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua sofferenza. San Paolo afferma che il Vangelo è potenza di Dio «per tutti coloro che credono» (cf Rm 1, 16). È qui la fonte di tutta la forza e la fecondità della Chiesa.

La forza della Chiesa viene dal predicare la croce di Gesù, cioè da qualcosa che agli occhi del mondo è il simbolo stesso della stoltezza e della debolezza. Ciò comporta la rinuncia a ogni possibilità o volontà di affrontare il mondo incredulo e spensierato con i suoi stessi mezzi che sono la sapienza delle parole, la forza delle argomentazioni, l’ironia, il ridicolo, il sarcasmo e tutte le altre «cose forti del mondo» (cf 1 Cor 1, 27). Bisogna rinunciare a una superiorità umana, perché possa venire alla luce e agire la forza divina racchiusa nella croce di Cristo.

La Propria Croce e la Partecipazione alle Sofferenze

Il segno e la prova che si crede realmente nella croce di Cristo, che «la parola della croce» non è solo un principio astratto, ma è veramente croce, è prendere la propria croce e andare dietro a Gesù (cf Mc 8, 34). Il segno è partecipare alle sue sofferenze (Fil 3, 10; Rm 8, 17), essere crocifissi con lui (Gal 2, 20), completare, mediante le proprie sofferenze, ciò che manca alla passione di Cristo (Col 1, 24). La vita intera del cristiano deve essere un sacrificio vivente, come quella di Cristo (cf Rm 12, 1). Non si tratta solo di sofferenza accettata passivamente, ma anche di sofferenza attiva, vissuta in unione con Cristo: «Castigo il mio corpo e lo riduco in servitù» (1 Cor 9, 27).

Immagine concettuale della propria croce seguendo Gesù

Fede e Opere: Due Modi di Vivere la Croce

Sono esistiti nella Chiesa due modi diversi di porsi davanti alla croce di Cristo: uno, più caratteristico della teologia protestante, basato sulla fede e l’appropriazione, che fa leva sulla croce di Cristo, e uno - coltivato, almeno in passato, di preferenza dalla spiritualità cattolica - che insiste sul soffrire con Cristo, sul condividere la passione di lui e, come nel caso di certi santi, nel rivivere addirittura in sé la passione di Cristo, fino a vedere riprodotte in sé le sue stimmate. Non si tratta, evidentemente, di mettere sullo stesso piano l’operato di Cristo e quello nostro, ma di accogliere la parola della Scrittura. Essa ci dice che ognuna delle due cose - sia la fede, sia le opere - senza l’altra, è morta (cf Gc 2, 14 ss).

È la fede stessa nella croce di Cristo che ha bisogno di passare attraverso la sofferenza per essere autentica. La nostra croce non è in se stessa salvezza, non è né potenza né sapienza. Per se stessa è pura opera umana, o addirittura castigo. Diviene potenza e sapienza di Dio in quanto - accompagnata dalla fede e per disposizione di Dio stesso - ci unisce alla croce di Cristo. San Giovanni Paolo II scriveva dal suo letto di ospedale dopo l’attentato che «soffrire significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente aperti all’opera delle forze salvifiche di Dio, offerte all’umanità in Cristo».

La Speranza oltre la Crocifissione

Calvario: Morte, Glorificazione e Primizie della Risurrezione

Dobbiamo, ormai, allargare il nostro orizzonte. Per l’evangelista Giovanni che riferisce l’episodio, la croce di Cristo non è solo il momento della morte di Cristo, ma anche quello della sua «glorificazione» e del trionfo. La risurrezione vi è già operante nel segno dello Spirito che si effonde (cf. Gv 7, 37-39; 19, 34). Sul Calvario Maria dunque ha condiviso con il Figlio non solo la morte, ma anche le primizie della risurrezione. Un’immagine di Maria ai piedi della croce, in cui ella appare solo «triste, afflitta, piangente», come canta lo Stabat Mater, cioè solo l’Addolorata, non sarebbe completa.

Di Abramo, san Paolo afferma che «ebbe fede sperando contro ogni speranza» (Rm 4, 18). La stessa cosa si deve dire, con più ragione, di Maria sotto la croce. Ella credette, sperando contro ogni speranza, cioè in una situazione in cui, umanamente parlando, non c’è più alcuna ragione per sperare. Un testo del Concilio Vaticano II menziona questa speranza di Maria sotto la croce come un elemento determinante della sua vocazione materna.

La Speranza della Chiesa Oggi

Delle tre cose che la Chiesa commemora nel triduo pasquale - crocifissione, sepoltura e risurrezione del Signore -, sant’Agostino ha scritto che «noi, nella vita presente realizziamo ciò che significa la crocifissione, mentre teniamo per fede e speranza ciò che significano la sepoltura e la risurrezione». Anche la Chiesa, come Maria, vive la risurrezione «in speranza». Come Maria fu presso il Figlio crocifisso, così la Chiesa è chiamata a stare presso i crocifissi di oggi: i poveri, i sofferenti, gli umiliati e gli offesi. Starci con speranza. Non basta compatire le loro pene o anche cercare di alleviarle. È troppo poco. Questo possono farlo tutti, anche chi non conosce la risurrezione. La Chiesa deve dare speranza, proclamando che la sofferenza non è assurda, ma ha un senso, perché ci sarà una risurrezione da morte.

Gli uomini hanno bisogno di speranza per vivere, come dell’ossigeno per respirare. Anche la Chiesa ha bisogno di speranza per proseguire il suo cammino nella storia e non sentirsi schiacciata dalle avversità. Papa Francesco, nell’udienza generale dell’11 Marzo (l’ultima pubblica prima della sospensione per il Coronavirus), ci ha esortato a vivere questo tempo di prova «con fortezza, responsabilità e con speranza».

La "Sorella Minore" Speranza

La speranza è stata per molto tempo, ed è tutt’ora, tra le virtù teologali, la sorella minore, la parente povera. Il poeta Charles Péguy ha un’immagine bellissima al riguardo. Dice che le tre virtù teologali - fede, speranza e carità - sono come tre sorelle: due grandi e una ancora bambina. Camminano insieme per strada tenendosi per mano, le due grandi ai lati e la bambina al centro. La bambina è naturalmente la Speranza. Tutti al vederle dicono: «Certamente sono le due grandi che trascinano la bambina al centro!». Dobbiamo - come suggerisce lo stesso poeta - diventare «complici della bambina speranza».

Avere sperato ardentemente una cosa, un intervento di Dio, e non essere successo niente? Essere tornato a sperare di nuovo la volta successiva, e ancora niente? Che tutto sia andato avanti come prima, nonostante tante suppliche, tante lacrime, e forse anche tanti segni che questa volta si sarebbe stati esauditi? Bisogna continuare a sperare, sperare ancora un’altra volta, sperare sempre, fino alla fine. Diventare complici della speranza significa permettere a Dio di deluderti, di ingannarti quaggiù tutte le volte che vuole. Di più: significa essere in fondo contenti, in qualche parte remota del proprio cuore, che Dio non ti abbia ascoltato la prima e la seconda volta e che continui a non ascoltarti, perché così ti ha permesso di dargli una prova in più, di fare un atto di speranza in più e ogni volta più difficile. Ti ha fatto una grazia ben più grande di quella che chiedevi: la grazia di sperare in lui.

Bisogna fare attenzione a una cosa: la speranza non è solo una bella e poetica disposizione interiore, difficile quanto si vuole, ma che lascia, per il resto, inoperosi e senza compiti concreti, e perciò, alla fine, sterile. Quand’anche non ci fosse nulla più da fare da parte nostra per cambiare una certa situazione difficile, resterebbe pur sempre un grande compito da assolvere, tale da tenerci abbastanza impegnati e tenere lontana la disperazione: quello di sopportare con pazienza fino alla fine.

Nella Bibbia assistiamo a dei veri e propri sussulti di speranza. Uno di essi si trova nella terza Lamentazione di Geremia: «Io sono la persona che ha provato la miseria e la pena. Dio mi ha fatto camminare nelle tenebre, non nella luce; mi ha costruito un muro tutt’intorno perché non potessi più uscire. Se grido e invoco aiuto egli soffoca la mia preghiera». Ma ecco il sussulto di speranza che capovolge tutto: a un certo punto, l’orante dice a se stesso: «Ma le misericordie del Signore non sono finite; dunque in lui voglio sperare! Il Signore non rigetta mai, ma se affligge avrà anche pietà. Forse c’è ancora speranza» (cf Lam 3, 1-29).

Volgiamo lo sguardo, ancora una volta, a colei che ha saputo stare presso la croce sperando contro ogni speranza.

Il "Canto del Calvario" a Marcianise

Anche questo Venerdì Santo vedrà Marcianise, particolarmente la Parrocchia San Simeone Profeta, protagonista di un Calvario molto intenso, istituito nel 1776 dai fratelli della Congrega dell’Agonia di Gesù. Quanti sospiri e lacrime, versa Maria dolente, sul monte rio del Golgota, quando da un’empia gente. Viene tratto a morte orribile, il figlio del suo cuore. Viene tratto a morte orribile…. Il cielo, la terra, il mondo tutto, il sole, il sole, s’ottenebra. Quanti dolori o Madre, nel fondo del tuo cuore, da quella Croce il sangue, sgorgava al tuo Figliol….

Questo canto veniva eseguito da un largo gruppo di donne al seguito del simulacro rappresentante l’agonia di Gesù Cristo, da cui prende il nome della omonima Confraternita, costituitasi il 1 novembre 1777. Da quanto tempo dopo la sua costituzione sia stato vocalmente declamato come canto corale popolare, non è dato a conoscere, anche dopo aver fatto ricerche tra la documentazione cartacea in possesso di detta Confraternita.

Quest’anno, su insistenza del Parroco di S. Simeone Profeta, don Antonio Piccirillo, pur avendolo provato pochissimo, la corale guidata musicalmente per l’esecuzione dell’Inno all’Addolorata, lo ha proposto a cappella, “senza musica” secondo l’originale per le strade cittadine percorse. Trattasi di un canto che, eseguito magistralmente, profonde all’ascolto quelle intense emozioni già evocate e procurate tantissimi anni fa. Tanto che il pubblico, specialmente quello più adulto, che ha avuto il piacere di ascoltarne le esecuzioni in quei tratti, ha espresso unanime consenso di gradimento.

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