L'Io come Parassita e la Parola nel Cervello

Il concetto di "io" e il suo rapporto con la libertà, la percezione della realtà e i processi mentali complessi è un tema affascinante e controverso. Questo articolo esplora diverse prospettive, dalla filosofia alla neurofisiologia, fino ad arrivare a casi clinici di automatismo mentale, per comprendere come la parola e l'autocoscienza possano essere interpretate come fenomeni che, in un certo senso, "parassitano" il cervello umano.

Il Rimuginio e la Mancata Comprensione

A volte capita di rimuginare su episodi passati e soffrire per questi pensieri. Questo fenomeno può essere collegato alla comprensione tardiva di certe situazioni, specialmente quelle che implicano comportamenti scorretti da parte di altre persone, e alla conseguente consapevolezza di come si sarebbe dovuto reagire. In tali contesti, la riflessione postuma su un'azione o una mancata azione può generare un senso di disagio profondo, un "dolore" che, per alcuni, diventa parte integrante della propria identità, come espresso dal Capitano Kirk in "Star Trek V, Rotta verso l'Ignoto": "Devo pensare a quando avrei dovuto svoltare a destra, ed invece ho svoltato a sinistra? È un dolore che non voglio mi venga tolto; fa parte di me e ne ho bisogno."

La Parola come Parassita: La Prospettiva di Daniel Dennett

Nel campo delle scienze cognitive, Daniel Dennett si distingue per la sua tesi che l'autocoscienza umana sia primariamente prodotta dalle parole. Nel suo saggio "Dai batteri a Bach Come evolve la mente", Dennett propone un compendio aggiornato della sua produzione trentennale, basandosi su due ipotesi principali: un'apologia della prospettiva darwiniana e il concetto di "competenza senza comprensione".

Competenza senza Comprensione

Dennett sostiene che per fenomeni complessi come l'architettura del termitaio o la diffusione del morbillo non sia necessario postulare una mente cosmica che pianifichi. Allo stesso modo, l'originalità della sua proposta risiede nell'estensione di questo principio alla vita umana: siamo capaci di usare la maggior parte degli oggetti che ci circondano senza avere la minima idea di come funzionino. Questo "prodigio della tecnica", che ci permette di adoperare smartphone e scaldabagni senza essere ingegneri o idraulici, si fonda sui prodigi della selezione naturale. Questi comportamenti adattivi non necessitano della comprensione di principi generali, replicando le strategie biologiche di propagazione dei batteri, le forme di vita più originarie.

Il Linguaggio come Infezione Microbiotica

Per gli umani, il filosofo americano ipotizza una dinamica microbiotica. Inizialmente, il linguaggio avrebbe "infettato" il nostro cervello. Successivamente, per la specie ospite, questi "parassiti" sarebbero diventati dei simbionti. Dennett elabora questo ambizioso progetto ricostruttivo con una prosa brillante e una vasta gamma di ramificazioni teoriche, esempi e aneddoti. Tuttavia, alcune ambiguità permangono.

Ambiguità Concettuali

La prima ambiguità nasce dall'equazione tra competenza senza comprensione e selezione naturale, identificando di fatto la natura con una forma di tecnica. Dennett propone di ricostruire i fenomeni evolutivi tramite l'"ingegneria inversa", un metodo che individua a ritroso le ragioni della vita nel diffondersi sul pianeta. Ma questa stretta affinità tra tecnica culturale e selezione naturale crea una "nebbia concettuale quasi impenetrabile". Dennett, ad esempio, non sembra considerare che ogni azione umana acquista significato solo dopo essere stata compiuta. Le prassi umane sono forme di competenza senza comprensione, ma non per questo necessariamente darwiniane.

Daniel Dennett: coscienza e libero arbitrio

La seconda ambiguità riguarda il linguaggio stesso, in particolare il concetto di "meme". Sebbene il "meme" sia una formula suggestiva, il suo fascino potrebbe dipendere dall'opacità di un passepartout. Dennett spiega che, come il DNA, il meme cambierebbe per un errore di copiatura, ma le lingue raramente mutano in questo modo. Ad esempio, gli usi innovativi metaforici ("sei un cane!") o metonimici ("amo le due ruote") non derivano da un'errata imitazione dell'impiego letterale. Anche il termine "doppiare", analogo italiano dell'inglese "to dub", è il risultato non casuale di una precisa trasformazione morfologica.

Inoltre, la ricerca di Dennett sembra contaminata da un lessico ultraevoluzionista mutuato, paradossalmente, dal mondo neoliberale. Espressioni come i pesci cavernicoli che "riducono i costi" divenendo ciechi, l'esistenza di "un direttore del personale" per i neuroni, o l'architettura cerebrale che somiglia "al libero mercato", suggeriscono una visione che intreccia concetti biologici con terminologia economica.

Libero Arbitrio e Determismo Cerebrale

La questione del libero arbitrio è centrale nel dibattito sulla natura dell'io e della coscienza. Se il cervello è considerato un "pezzo normale, ancorché complesso, dell’Universo", come osserva Giuseppe Trautteur nel suo "Prigioniero libero", allora la libertà potrebbe non esistere, riducendo le nostre scelte a "accadimenti naturali perfettamente giustificati dalla situazione materiale del momento".

L'Ostacolo Neurofisiologico

Molti scienziati e uomini di cultura cercano di aggirare il problema, asserendo il determinismo di base del mondo e delle strutture elementari del cervello, ma introducendo artifizi come l'emergenza ontologica di entità reali a livelli intermedi. Essi sostengono che, sebbene i singoli neuroni siano privi di libera volontà, l'aggregato emergente dall'interconnessione di miriadi di neuroni (cervello, mente, mindbrain) l'avrebbe acquisita.

Accanto alla tesi basata sull'intransigenza delle leggi fisiche, un altro ostacolo per i sostenitori del libero arbitrio è il ritardo tra l'azione nervosa necessaria per compiere un'azione e la consapevolezza di aver deciso di compierla. Scoperto da due ricercatori tedeschi negli anni '60, questo paradosso è legato al "potenziale premotorio", un'attività elettrica nella corteccia premotoria che precede un movimento volontario. Benjamin Libet, negli anni '80, ha approfondito questo nesso, dimostrando che i nervi si attivano prima che si abbia la consapevolezza di aver deciso di muovere, ad esempio, un dito.

schema delle aree cerebrali coinvolte nella decisione e nel movimento

Esperimenti recenti su scelte puramente mentali hanno prodotto risultati simili. Il "Stochastic Decision Model", un nuovo modello neurofisiologico, tenta di superare la querelle tra determinismo e libertà, ma i suoi stessi autori ammettono che "la decisione di iniziare un’azione non può avvenire prima che il soggetto ne sia consapevole, possiamo identificare l’evento neurale di partenza con una decisione di cui possiamo diventare consapevoli solo poco più tardi".

È interessante notare come, tra i critici dei risultati di Libet, nessun autore osi affermare francamente la sussistenza del libero arbitrio o formulare ipotesi significative in suo favore, limitandosi a refutare le critiche al libero arbitrio senza fornire argomenti a suo sostegno. Trautteur definisce ciò "modeste litoti", mentre registra con puntualità tesi e indizi a favore della libertà, seppur con la sensazione che la scelta per il libero arbitrio sia una forma di "apologia dell’umano".

In questo contesto, Ian McEwan formalizza con efficacia il concetto che l'io è un parassita della libertà, suggerendo che la rinuncia alla libertà sia un altro modo per rinunciare a sé stessi.

L'Automatismo Mentale e le "Parole Imposte"

Il concetto della parola come "parassita" trova una risonanza particolare nei casi di automatismo mentale, come quelli che spesso sorprendevano Lacan. In queste sindromi, i pazienti sperimentano "parole imposte" o "parassite" che irrompono nel loro pensiero, contrastandolo e interrompendone il corso, senza che il paziente possa riconoscervisi.

Caratteristiche delle Parole Imposte

Un caso esemplare è quello di un uomo di 26 anni, ex studente, ricoverato dopo un tentativo di suicidio a causa della certezza che tutti conoscessero i suoi pensieri. Le sue "parole imposte" presentavano le seguenti caratteristiche:

  • Sopraggiungevano con un ritmo "rapidissimo", a "flash", a "cicli", "pulsavano", arrivavano "a raffiche" ed erano "rimuginate".
  • Trattavano essenzialmente di morte, stupro ed erano offensive.
  • Cominciavano spesso con "sporco" o più raramente "santo/santa".
  • Spesso si riferivano al paziente in terza persona, mai in seconda, talvolta in prima persona, suscitando la sua indignazione per essere addossato a ciò che deplorava ("l'aggressività morbosa").
  • Spesso erano frammenti di frase che richiedevano un complemento sotto forma di "frase riflessiva" introdotta dalla congiunzione "ma".
  • Erano enigmatiche: "queste voci non hanno alcuna logica che le leghi. Forse è la mia immaginazione che è slegata", "sento delle voci che sono suoni reali ma che non riesco a decifrare dal punto di vista del senso ed è, nella mia testa, la mia immaginazione che le codifica".
  • Spesso si trattava di veri e propri neologismi.
  • Il paziente negava il loro carattere allucinatorio, ma la loro tonalità le rendeva immediatamente riconoscibili e distinguibili dal pensiero "normale".

Alcuni esempi di queste parole imposte includono: "Ho violentato l’uccello blu", "Ho ucciso l’uccello blu", "Vogliono uccidermi gli uccelli grigi", "Sono stato violentato", "È anarchic system…", "È sporco assistentato politico", "Sporca frammentazione dell’intelletto", "Sporco ostrogodus dell’intelletto", "Farebbe meglio ad andare a cercare un lavoro".

L'Arte dell'Enigma e la Telepatia

Il paziente non aveva alcuna idea del senso da dare a queste frasi, che in alcuni casi erano "enunciazioni pure", ovvero enigmi. Lacan affermava che "un enigma, come indica il nome, è un’enunciazione di cui non si trova l’enunciato". Questa "arte tra le righe" annientava il soggetto, lo contraddiceva, lo ingiuriava, parlando della sua morte, del suo stupro, della sua trasformazione in femmina. Quando parlavano in prima persona, il paziente non si riconosceva in quell'io, sentendosi come "altro da sé", "rivoltato come un guanto".

Le parole imposte erano comparse all'età di 15 anni, in momenti di conflitto familiare. Erano innescate dalla sua riflessione, dal dialogo o da avvenimenti "sensibili". Il paziente era convinto della sua telepatia trasmettente, ignorando di esserne sia l'emittente che il recettore. "Quando parlo di me, quando sono telepatico, tutti mi sentono, tutti sentono le mie voci, queste dicono: “Ho violentato l’uccello grigio, sono stato violentato”". Questa "telepatia" poggiava tanto sul suo pensiero e la sua parola quanto sulle voci che gli sembravano provenire dall'altro, ma anche di essere sentite in un'eco moltiplicata, come un'immagine tra due specchi.

La Percezione della Telepatia

La sua telepatia era definita come "la trasmissione del pensiero… Tutto ciò che penso è sentito da centinaia di persone, io sono l’emittente, altri sono i recettori. Non è mai in senso inverso". Il paziente sapeva di essere sentito dalle reazioni sui volti degli altri. Ad esempio, una frase imposta come "Mi hanno ucciso gli uccelli blu" era apparsa in risposta al sorriso di una ragazza, interpretato dal paziente come una conferma della sua telepatia. Queste allucinazioni assumevano il carattere di echi cacofonici, con "un'autentica voliera nella testa… uccelli blu o grigi". L'immagine degli uccelli gli era venuta leggendo la poesia "L'azur" di Mallarmé.

La sua parola era diventata straniera, risuonando negli altri e ritornandogli indietro, facendolo sentire "altro da sé". In momenti di maggiore lucidità, diceva: "Non so più se sono frasi imposte o se sono io che penso. È una regressione morbosa", mostrando come la convinzione dello psicotico possa talvolta lasciare spazio a ipotesi alternative. Il paziente riconosceva che il fenomeno era dovuto alla rottura del dialogo interiore: "Non sarebbe imposto se avessi un dialogo interiore con me stesso". Il pensiero imposto non era "riflessivo" perché non era un dialogo, ma una risposta da un altro registro, nel Reale.

Prigionieri delle Parole: Aggressività e Disgregazione dell'Io

In questo quadro, il paziente descriveva una sensazione di sdoppiamento e impulsi aggressivi: "Ho la sensazione di essere un po’ sdoppiato. Ho impulsi aggressivi verso le persone, verso certe etnie, ho l’impressione che il mio cervello non sia tanto raccolto, che non si tenga assieme... Sono xenofobo, razzista. Il mio cervello è scordato. Vedo le persone e si scatena un’ondata di ingiurie: “sporco ebreo”, “sporco negro”".

Riconosceva a momenti queste parole imposte, ma c'era uno sdoppiamento nel suo cervello: "Nel mio pensiero sono antirazzista, ma a livello dello scatto che si produce, mi metto talvolta a insultare". Le parole erano imposte in quanto "io non rifletto e il fatto di avere un contatto sensibile produce uno scatto diretto". Le distingueva bene dalle altre forme di allucinazione, considerandole "parole che sento nel mio cervello" e non qualcosa di pensato, che "arriva con il contatto, arriva tutto d’un colpo, ci sono delle frasi parassite che vengono a innestarsi". Questo evidenzia il carattere di parassita, di "cancro della parola", un'aggressività sempre mortale e inaccettabile.

Il paziente era consapevole di questa prigionia: "Bisogna che reagisca. Siamo prigionieri delle parole, è atroce… non so come fare con tutte queste frasi che mi assalgono. Vengono anche quando leggo." Questo "sapere che viene dai folli" ci insegna molto sull'amore, il corpo, il femminile, l'immagine, la libertà, il linguaggio e il sapere stesso, rivelando la profonda e complessa interconnessione tra l'io, la parola e la mente umana.

tags: #la #parolina #io #e #un #parassita