La Gioia della Resurrezione: Riflessioni e Testimonianze

La Pasqua non rimane chiusa nel sepolcro; irrompe nella città ed entra nella quotidianità attraverso la vita degli uomini. Questa è una delle certezze che alimentano la profonda gioia della Resurrezione, un tema centrale nella fede cristiana, esplorato e celebrato da numerosi autori e pensatori.

L'Annuncio Pasquale e le Celebrazioni Pubbliche

In un messaggio carico di speranza, il Pontefice Leone PP. ha inviato un saluto ai partecipanti alla quarta edizione della “Festa della Resurrezione”, celebrata in piazza Cibeles, nella capitale della Spagna, sabato sera, 11 aprile. Il testo pontificio, letto dal cardinale José Cobo Cano, arcivescovo di Madrid, ha sottolineato come la Pasqua sia una forza viva, capace di rinnovare il cuore delle persone, rianimare la vita della Chiesa e riaccendere nel mondo la gioia del Vangelo.

Durante la manifestazione madrilena, seguita da oltre 60 mila persone, soprattutto giovani, si sono esibiti sul palco diversi artisti, tra i quali la band Hakuna, il gruppo musicale di origine andalusa Gypsy Kings e la cantante giamaicana Liz Mitchell. Il Pontefice, in unione con il Papa che nel frattempo presiedeva la Veglia di preghiera per la pace nella basilica di San Pietro, ha chiesto un momento di silenzio e preghiera. Nel suo messaggio, datato Vaticano, 8 aprile 2026, Leone PP. ha ribadito l'annuncio centrale della fede: Cristo è risorto!

«La fede in Gesù Cristo dà senso alla gioia umana: la purifica, la eleva e la conduce alla pienezza. Ma proprio per questo la Pasqua ci chiede qualcosa di più grande di un’emozione passeggera; ci invita a lasciarci raggiungere dalla Risurrezione, affinché anche la nostra vita cominci a essere nuova.» Questo invito è cruciale, poiché, come riporta San Matteo, dopo la Risurrezione del Signore, molti corpi di santi che erano morti risuscitarono e, uscendo dai sepolcri, entrarono nella Città santa e apparvero a molti (cfr. Mt 27, 52-53).

La Pasqua, dunque, non rimane confinata al sepolcro, ma irrompe nella città e nella quotidianità attraverso la vita degli uomini. Il Pontefice ha esortato a trarre ispirazione dagli esempi dei martiri e testimoni di Gesù del secolo scorso, affinché Cristo torni a camminare per le strade, la Chiesa riacquisti ardore e la verità del Vangelo apra i sepolcri dei cuori, rendendo la Pasqua presente "qui e ora" attraverso vite cristiane che siano luce, coraggio e annuncio gioioso.

Foto di una grande folla in piazza, con persone che celebrano e bandiere

Olivier Clément e il Mistero della Vita e della Fede

Il cristianesimo è una religione della gioia, anche in un tempo come il nostro, segnato da crisi, preoccupazione e paura, che sembrano rendere difficile trovare ragioni per gioire. Olivier Clément (1921-2009), grande pensatore contemporaneo, teologo e umanista francese, scruta il mistero della vita e della fede attingendo alla sua ampia conoscenza della Bibbia e del patrimonio mistico e spirituale dell’Oriente cristiano. Egli indica nella Resurrezione il motivo ultimo della gioia dei cristiani.

Il volume «La gioia della Resurrezione» (Milano, Francesco Mondadori, 2016, con introduzione di Matteo Zuppi) raccoglie testi, per lo più inediti, redatti tra il 1995 e il 2005. Con il fascino di una scrittura sapienziale e poetica, il libro immerge il lettore in una riflessione profonda sul fondamento della fede cristiana: la morte e la Resurrezione di Gesù. È una meditazione sulla Settimana santa e sul suo culmine, la Pasqua. I testi, ordinati secondo l’itinerario liturgico della Settimana santa, raccontano la luce della Pasqua come scontro tra la vita e la morte.

Come osserva l'arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, nell'introduzione, «la gioia si misura con le difficoltà vere della vita ed è lotta». Per Clément, «Pasqua è la ‘festa delle feste’, quella in cui il messaggio fondamentale del cristianesimo non è soltanto annunciato ma vissuto con straordinaria forza». Le pagine del libro sollevano interrogativi decisivi sull’esistenza umana. L’autore si confronta con le domande sul senso della vita, sulla morte, sull’incontro con l’altro, sul male e sulla sofferenza, sulla ricerca di Dio e sull’amore, riproponendo senza stancarsi la risposta dei Vangeli: quella di un amore più forte della morte. È una celebrazione della vita, è la gioia della Resurrezione.

Clément scrive: «Nella nostra civiltà, ricca di conoscenza e di potere, non si danno più risposte all’enigma della morte. Vorremmo dimenticarla, ma essa si manifesta continuamente nell’odio, nell’oppressione, nella separazione, nella malattia, nella scomparsa di quelli che amiamo.» Clément, divenuto cristiano nella Chiesa ortodossa, è stato anche autore di «Dio è simpatia» (Milano 2003).

Ritratto di Olivier Clément con alcuni dei suoi libri in primo piano

La Gioia della Resurrezione come Forza Rinnovatrice

La gioia della Resurrezione è una gioia vera, profonda, basata sulla certezza che Cristo risorto ormai non muore più, ma è vivo e operante nella Chiesa e nel mondo. Questa certezza abita nel cuore dei credenti da quel mattino di Pasqua, quando le donne andarono al sepolcro di Gesù e gli angeli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5).

Non Cercate tra i Morti Colui che è Vivo

Queste parole sono come una pietra miliare nella storia, ma anche una «pietra d’inciampo», se non ci apriamo alla Buona Notizia, se pensiamo che dia meno fastidio un Gesù morto che un Gesù vivo. Come ha sottolineato Papa Francesco in un’Udienza Generale il 27 aprile 2014, spesso abbiamo bisogno di sentirci ripetere: «Perché stai cercando tra i morti colui che è vivo?». Questo accade quando ci chiudiamo in egoismo e autocompiacimento, quando ci lasciamo sedurre dai poteri terreni, dal denaro e dal successo, dimenticando Dio e il prossimo. La Parola di Dio ci ammonisce: «Quella cosa non ti può dare vita! Sì, forse ti darà un’allegria di un minuto, di un giorno, di una settimana, di un mese…e poi?». Questa domanda invita a superare la tentazione di guardare indietro, a ciò che è stato ieri, e ci spinge in avanti verso il futuro.

Non è facile essere aperti a Gesù, né è scontato accettare la vita del Risorto e la sua presenza in mezzo a noi. Il Vangelo mostra diverse reazioni, come quella dell’apostolo Tommaso che pone una condizione alla fede, chiedendo di toccare le piaghe; o quella di Maria Maddalena che lo vede ma non lo riconosce, realizzando che è Gesù solo quando Lui la chiama per nome. Anche i discepoli di Emmaus, depressi e con sentimenti di sconfitta, giungono all’incontro con Gesù lasciandosi accompagnare da un misterioso viandante. Ciascuno per cammini diversi, cercavano tra i morti colui che è vivo, e fu lo stesso Signore a correggere la loro rotta, essendo sempre vicino per correggerla se abbiamo sbagliato.

L’ammonimento dell’angelo ci aiuta a uscire dai nostri spazi di tristezza e ci apre agli orizzonti della gioia e della speranza, quella speranza che rimuove le pietre dai sepolcri e incoraggia ad annunciare la Buona Novella, capace di generare vita nuova per gli altri. «Lui è vivo, è con noi! Non andiamo da tanti sepolcri che oggi ti promettono qualcosa, bellezza, e poi non ti danno niente! Lui è vivo! Non cerchiamo fra i morti colui che è vivo!» (Papa Francesco).

UDIENZA DEL MERCOLEDI', PAPA FRANCESCO TORNA AD AFFRONTARE IL TEMA DELLA RESURREZIONE

La Giustizia Divina e la Redenzione del Mondo

Joseph Ratzinger, in «Cercate le cose di lassù» (Paoline, pp. 39), si interroga se sia davvero possibile gioire in un mondo così pieno di sofferenza, o se la gioia non sia quasi cinismo. Molti si chiedono se non dovremmo impiegare tutte le forze per migliorare la vita sulla terra, piuttosto che pensare a Dio. Brecht, ad esempio, vedeva la fede nell’aldilà come un’illusione che impediva all’uomo di impadronirsi in pieno di questa vita, affermando: «Non fatevi ingannare…morite come tutti gli animali, e dopo non c’è più nulla».

Una concezione più profonda è quella del filosofo ebreo Theodor Adorno, il quale, partendo dal desiderio messianico del suo popolo, ha cercato come realizzare la giustizia in questo mondo. È giunto alla convinzione che, per una giustizia vera e totale, essa dovrebbe esistere per tutti e per sempre, anche per i morti, riparando così anche la sofferenza irrimediabilmente passata. Perciò, deve esistere la risurrezione dei morti. Su questo sfondo, il messaggio pasquale di «Cristo è risorto!» assume un nuovo significato: esiste giustizia per il mondo, totale e in grado di revocare anche ciò che è irrevocabilmente passato, perché Dio esiste e ne ha il potere. San Bernardo di Chiaravalle diceva che Dio non può patire ma compatire, e questo potere della compassione, derivante dall’amore, è il potere che può revocare l’irrevocabile e rendere giustizia.

Il messaggio della risurrezione non è solo un inno a Dio, ma un inno alla potenza del suo amore e quindi agli uomini, alla terra e alla materia. Tutto viene redento. Dio non lascia che neppure una parte della sua creazione scompaia nel silenzio di ciò che è passato, ma ha creato tutto perché esista, come dice il Libro della Sapienza, e perché sia una cosa sola con Lui: Dio tutto in tutto.

La Legge Fondamentale dell'Amore e della Donazione

Come possiamo aderire a questo messaggio di risurrezione e renderlo realtà? La Pasqua è la luce che filtra dalla porta aperta che conduce fuori dall’ingiustizia del mondo, e al tempo stesso l’esortazione a seguire questo raggio di luce, a mostrarlo agli altri. È la vera luce, la vera via di uscita. Paolo, scrivendo ai Colossesi, esorta: «Cristo è risorto, perciò cercate le cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2). Questo non significa rifugiarsi in cielo o fuggire il mondo, ma comprendere una legge fondamentale: solo chi si perde trova se stesso. Chi vuole solo possedersi e non si dona, non potrà riceversi. Questa legge deriva dalla legge fondamentale dell’Amore trinitario, dall’essenza dell’essere di Dio stesso, il quale nel donarsi come amore è la vera realtà e il vero potere.

Chi cerca solo la materia, la disonora; chi cerca solo il corpo, lo svilisce. Noi serviamo la terra superandola, la salviamo non lasciandola sola e non restando soli. Come la terra ha bisogno del sole e della coesione con il tutto, così il cosmo spirituale dell’uomo ha bisogno della luce dall’alto, della forza che tiene uniti e che sola lo libera. Dobbiamo spalancare le porte della terra, affinché le vere energie di cui vive e che ci sono necessarie possano essere presenti in essa. «Cercate le cose di lassù!» è il mandato della terra: vivere verso l’alto, rivolti a ciò che è grande, e contrastare la gravità del basso, della rovina. Significa seguire il Risorto, servire la giustizia, la salvezza di questo mondo.

Seguire Cristo Vivo: La Sequela Pasquale

Il primo messaggio del Risorto, trasmesso agli apostoli dagli angeli e dalle donne, è: «Seguitemi, io vi precedo!». La fede nella risurrezione si esprime nella sequela di Cristo. Non seguiamo il morto, ma il vivo. Non cerchiamo di imitare una vita passata, ma di accettare l’intero cammino, penetrando in ciò che sta in alto, in ciò che è nascosto ma è l’essenziale: nella verità, nell’amore, nella figliolanza di Dio. Una tale sequela è possibile solo attraverso la croce, in quel perdersi che dischiude i tesori di Dio e della terra, che fa sgorgare le fonti vive del profondo e introduce in questo mondo la forza della vera vita. È penetrare in ciò che è nascosto per trovare, nella perdita di se stessi, la propria umanità. E significa al tempo stesso trovare quella provvista di gioia di cui il mondo ha urgente bisogno. Non è solo nostro diritto, ma nostro dovere gioire, perché il Signore ci ha donato la gioia e perché il mondo l’attende.

Illustrazione simbolica della luce che emerge da un sepolcro aperto

Prospettive sulla Fede e l'Esistenza Cristiana

La riflessione sulla Resurrezione e la gioia che ne deriva si manifesta attraverso diverse prospettive, tra cui quelle di Georges Bernanos e François Mauriac, che approfondiscono la natura umana e divina di Gesù, e le sfide della fede nel mondo.

La Povertà e la Verità del Vangelo

Georges Bernanos, nel suo «Diario di un curato di campagna», offre una visione profonda della povertà e del rapporto con Dio. La povertà, secondo Bernanos, non è una condizione da eliminare, ma una via per la verità. «La povertà grava molto sulle bilance del mio Padre Celeste, e tutti i vostri tesori di fumo non ne equilibreranno i piattelli.» Cristo stesso ha riconosciuto che «i poveri li avrete sempre con voi», non per condannarli all'indigenza, ma per indicare una verità fondamentale: vi saranno sempre uomini avidi e duri che cercano la potenza più del possesso.

La povertà, in questa ottica, è una delusione fondamentale, il posto del Paradiso perduto, il vuoto nei cuori e nelle mani. Cacciare la povertà dal mondo equivarrebbe a condannare i deboli. Bernanos riflette sulla gioia, non intesa come ingenua felicità, ma come una condizione interiore che resiste all'odio e al disgusto delle civiltà, rendendo i cristiani capaci di una forza inattaccabile: «oserete mai più attaccare il gregge».

L'Intimità della Cena e la "Religione di Massa"

Un'omelia tenuta nella Missa in Coena Domini nella Chiesa Sacra Famiglia di Cinisello Balsamo il Giovedì Santo 24 marzo 2005 ha riflettuto sull'intimità della Pasqua e la sua contrapposizione a una "religione di massa". La vita cristiana è rappresentata dal banchetto della Santa Cena, un rapporto personale e comunitario con Gesù. «Gesù questa sera la passa con noi, in intimità profonda, a cuore aperto! pochi, noi!». Essere presenti non è vantare qualcosa con Dio, poiché «c’era anche Giuda, che proprio perfettino non era, ma neppure il Gran capo, Pietro!».

L'omelia contrappone la Pasqua vissuta da Gesù con le reazioni della folla. Nella splendida mattina di primavera, a Gerusalemme, la gente acclamava Gesù. Tuttavia, il giovedì sera all’Ultima Cena, erano rimasti solo i suoi Apostoli, e neanche tutti buoni. Nel Getzemani, Gesù si ritrovò solo. Il venerdì, la folla tornò in piazza, ma non era più per Gesù, bensì per acclamare la sua condanna. La domenica mattina di Pasqua, solo un gruppetto di donne pensava ancora a Gesù. Eppure, quella fu la mattina della Nuova Creazione, del mondo nuovo, quando Gesù, che i potenti credevano di aver addormentato per sempre, si rialzò e risorse.

Questa riflessione denuncia la "Religione di Massa", una fede di convenienza, basata su benefici economici o sociali, o persino politici. Si spera che questa "stonatura" venga percepita. La festa della gente a Gesù è "fuori luogo" per chi non capisce che Lui va a Gerusalemme non da vincitore, ma per morire per amore. La fede fondata solo sulle processioni del venerdì santo è in crisi nell'impatto con il mondo attuale; i cristiani non sono più una maggioranza, ma un "piccolo gregge". Per questo, sono decisive le forti convinzioni personali.

Rappresentazione artistica dell'Ultima Cena

Gesù a Gerusalemme: Amore e Sacrificio

François Mauriac, nella sua «Vita di Gesù», descrive con intensità gli ultimi giorni di Cristo. All'alba, i discepoli supplicavano Gesù di nascondersi fuori dalla città. La folla, però, batteva alla porta. «Gli avevano condotto un somarello. Egli montò sulla bestia e si avanzò in mezzo alle grida dei fanciulli e delle donne. Mani agitavano dei ramoscelli.» Era il giorno sognato dall'uomo di Keriot, un giorno di trionfo apparente, quasi una "parodia gentile" delle magnificenze imperiali. Ma Gesù andava "a testa china nella trappola, in mezzo a una marmaglia imbecille".

I Farisei protestavano, ma Cristo non distoglieva più gli occhi dal suo destino. Mauriac nota che Lazzaro gli aveva spremuto le sue prime lacrime, e Gesù non malediceva, ma diceva: «Se tu conoscessi, anche tu, in questo giorno che ti è dato, ciò che farebbe la tua pace!». Egli rivela una tristezza nascosta, poiché la sua pace era celata agli occhi di molti. Anche durante la cena in casa di Simone il lebbroso, quando Maria Maddalena gli unge i piedi con un prezioso profumo, Giuda si indigna e suggerisce di vendere l'unguento per i poveri. Gesù risponde: «Lasciala. Perché le dai noia? Con voi avrete sempre i poveri, e quando vorrete potrete far loro del bene, ma me non mi avrete sempre. Ella ha fatto ciò che ha potuto; ha anticipato d'ungere il mio corpo per la sepoltura.» Queste parole di «sepoltura» rivelano la sua consapevolezza del sacrificio imminente.

Il Figlio dell'uomo, in attesa dell'ora, agisce con una calma che prelude all'agonia. «Ora la mia anima è turbata, e che dirò?». Questa domanda, pronunciata quasi per non vedere la porta aperta sulle tenebre, mostra la sua umana sofferenza. Ma Egli si riprende, perché è per questa agonia e per questa morte che è venuto. Con un grido di vittoria, annuncia: «E io, quando sarò innalzato sopra la terra, trarrò tutti a me». Anche quelli che lo tortureranno. Nel recinto del Tempio, Gesù si inquieta per l'ipocrisia dei Farisei e si intenerisce per una vedova che offre a Dio la sua indigenza, mostrando un amore che abbraccia tutti, specialmente i deboli e coloro che non lo conoscono: «Cristo è travestito e mascherato in mezzo agli uomini, nascosto nei poveri, negli infermi, nei prigionieri, nei forestieri».

La Testimonianza della Gioia nella Sofferenza

Un esempio vivido di come la gioia della Resurrezione possa emergere anche nella sofferenza più profonda è la storia della dottoressa britannica Sheila Cassidy. Entrata nell’ordine di San Benedetto nel 1978, nel 1975 fu torturata e imprigionata in Cile per aver prestato cure mediche a un rivoluzionario. In una cella, trovò una vecchia Bibbia e, aprendola, il suo sguardo cadde su un’illustrazione di un uomo annientato da tuoni, fulmini e grandine. Si identificò immediatamente con quell’uomo.

Poi, notò nella parte superiore dell’illustrazione una mano potente, la mano di Dio, e accanto a essa una citazione della Lettera ai Romani, con la professione di fede nella risurrezione: «Nulla potrà mai separarci dall’amore di Cristo» (Rm 8,39). Se all’inizio aveva vissuto l’orrore della tortura, in seguito sperimentò sempre più la seconda metà dell’illustrazione, la mano potente da cui «nulla ci potrà separare». La sua preghiera, da «Signore, liberami!», si trasformò in una calma libera che pregava insieme a Gesù Cristo: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Sentì nascere nel suo cuore un sentimento di grande libertà e di bontà nei confronti di coloro che erano schiavi dell’odio, riconoscendo che il loro odio era la loro prigionia.

In cella con donne marxiste, propose momenti di preghiera e funzioni religiose. Esse, superato l’odio, scoprirono la grande libertà che ne derivava. Cassidy testimoniò: «Sapevamo che la libertà di cui godevamo dietro alle spesse mura del carcere non era un’illusione ma una verità assolutamente reale». Dopo otto settimane fu rilasciata, ma conservò da allora la capacità di trovare ogni giorno Cristo nelle persone e nelle cose. Poté così sperimentare la frase di Chesterton, secondo cui «le persone contraddistinte dalla croce di Cristo, avanzano lietamente nelle tenebre». Trovare la vita nascosta, far sgorgare le fonti della forza per questo mondo, collegarlo alla Potenza che può salvarlo e dargli le energie che cerca invano in se stesso: questo significa far emergere la fonte della gioia che salva, trasforma e ha il potere di revocare l’irrevocabile.

La chiamata più profonda della Pasqua è questa: siamo esortati a cercare le cose di lassù, non come un protendersi nel vuoto, ma come un percorrere il grande cammino pasquale verso ciò che è veramente reale.

Donna in preghiera in una cella di prigione con una Bibbia aperta

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