Giovanni Battista Crespi, detto il Cerano: Contesto Artistico e Carriera
Giovanni Battista Crespi, detto il Cerano (1573-1632), fu uno dei protagonisti assoluti della scena artistica ambrosiana del suo tempo, lasciando un'impronta indelebile con il suo stile deciso e personale. La sua carriera fu costellata di prestigiose commissioni che lo videro protagonista nei principali cantieri milanesi e non solo.
Già nel 1598, Cerano curò i progetti per la monumentale statua del Colosso di San Carlo Borromeo (alta 21 metri) ad Arona, che avrebbe dovuto essere il fulcro di un Sacro Monte mai completato. Le prime grandi commissioni ottenute dal pittore nella capitale del ducato furono le due grandi pale d'altare con il Voto dei santi francescani (già all'Immacolata Nuova dei cappuccini di Milano, distrutta a Berlino nel 1945) e il Battesimo di Cristo (Francoforte sul Meno, Städelsches Kunstinstitut), rispettivamente del 1600 e del 1601.
Negli anni tra il 1602 e il 1603 Crespi lavorò con quattro dipinti alla prima serie (i Fatti della vita del Beato Carlo Borromeo) dei Quadroni per il Duomo di Milano e fornì alcune pale d'altare per Santa Maria presso San Celso. Anche la regia della cerimonia romana della canonizzazione di San Carlo fu affidata da Federico Borromeo a Cerano, che dipinse una serie di tele per un apparato provvisorio per la Basilica di San Pietro in Vaticano, di cui oggi resta solo il Sant'Ambrogio della Pinacoteca Ambrosiana.
A partire dal secondo decennio del secolo, che lo vede protagonista sulla scena milanese, avviene anche l'adozione di uno stile sempre più deciso e personale. Negli anni successivi Cerano dipinse alcune delle opere che ancora oggi sono considerate suoi capolavori, tra cui la Deposizione di Novara, la Crocifissione di Mortara e la Madonna del Rosario di Brera. Nel 1614 dipinse la Messa di San Gregorio Magno per Varese, e una pala per la Certosa di Pavia; nel 1618 terminò il Battesimo di Sant'Agostino per la chiesa milanese di S. Marco. Nel 1621 divenne il primo presidente dell'Accademia Ambrosiana, fondata dal Cardinale Federico Borromeo. Tra i suoi allievi si annoverano Daniele Crespi e Carlo Francesco Nuvolone. Intorno al 1626 terminò la Resurrezione di Cristo per il convento delle monache di S. Vittore a Meda, considerata uno dei suoi capolavori, dallo straordinario cromatismo.
Dal 1629 diresse la Fabbrica del Duomo, fornendo disegni per sculture e anche in qualità di architetto, disegnando un nuovo progetto della facciata che rielaborava quello cinquecentesco di Pellegrino Tibaldi, in alternativa a quello di Francesco Maria Richino. Del progetto ceranesco restano, nella facciata attuale del duomo, i cinque portali. Le sue ultime opere furono la Crocifissione per la chiesa di San Protaso ad Monachos di Milano, oggi al Seminario di Venegono Inferiore per via della demolizione della chiesa, e La Madonna libera Milano dalla peste (1631), in Santa Maria delle Grazie.

Analisi della "Crocifissione con i Santi Giacomo, Filippo e Francesco"
Il Crocifisso con i Santi Giacomo, Filippo e Francesco è senza dubbio una delle opere più mirabili di Giovanni Battista Crespi detto il Cerano.
Contesto e Collocazione dell'Opera
Commissionata per l’ormai distrutta chiesa di San Protaso ad Monachos di Milano, l’opera è ascrivibile alla piena maturità dell’artista. Oggi si trova esposta al Seminario di Venegono Inferiore, a seguito della demolizione della chiesa originaria.
La Bellezza come Rivelazione e Promessa
Quando ci fermiamo davanti a un dipinto come questo, riconosciamo una bellezza. Ma questa constatazione ci pone di fronte a un problema: come possiamo dire che un Crocifisso è bello, dove sta la bellezza davanti a un corpo inchiodato alla croce e condannato a una morte terribile?
La risposta più semplice è attribuirla alla bravura del pittore con la sua pennellata raffinata, i colori intensi e i gesti armoniosi. Ma questo non basta: se fosse solo una questione formale, la bellezza rimarrebbe chiusa e sigillata in una scenografia struggente quanto vuota e, alla lunga, disperante.
La bellezza, invece, annuncia, apre, spalanca. Anticipa quanto il mondo da solo non può darsi. È caparra. La bellezza è la promessa che regge alla prova. È promessa temprata, che rimane fedele nonostante le ferite inferte dall’ultimo e più implacabile nemico: la morte.
La bellezza, insegnano i filosofi medievali, è splendore della verità. E nulla è più vero di una vita donata nella carità. Questo è quanto vediamo davanti a un crocifisso. Gesù, benché uguale a Dio, si è fatto simile agli uomini: ha assunto così profondamente la sua umanità che, posto sulla croce, la sua stessa vita ha ceduto alla morte. Morte che però non ha avuto l’ultima parola. Cristo ha incarnato l’amore della carità e ha donato la propria vita per gli uomini affidandola all’abbraccio del Padre. E se anche la morte è stata capace di intaccare la vita, non ha però annientato l'amore che regge e governa la vita. Gesù Cristo risorto lo testimonia.
Ecco, allora, che possiamo trovare una risposta al nostro interrogativo iniziale. Un’opera d’arte comunica bellezza quando contiene questa promessa: l’amore capace di donarsi non soccombe. E un’opera d’arte, quando è annuncio cristiano, va ancora più in profondità dicendoci che questa vita, questa bellezza, questa verità si sono rese visibili come primizia nel corpo, nel volto di Cristo.
La bellezza è promessa, e quindi chiede tempo. Lo vediamo in questo dipinto del Cerano.

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Descrizione Iconografica e Dettagli Stilistici
Il Cristo
L’elegante sagoma del Cristo pare illuminare tutta la scena, offrendosi allo sguardo dei santi e dello spettatore. Il Crocifisso, ormai morto, presenta un corpo visibilmente privo di calore, reso evidente dalla scelta cromatica. Il corpo appare chiaro, pulito e illuminante. Il Figlio dell’uomo ha il capo reclinato verso la sua spalla destra, segno dell’abbandono totale alla volontà del Padre. Presenta inoltre una ferita sul costato con del sangue che scivola lungo il corpo fino al panno che lo copre parzialmente. Questo corpo luminoso è evidentemente già un richiamo netto alla Risurrezione.
San Filippo
In basso, a destra della tela, San Filippo, guardando negli occhi lo spettatore, apre un varco e crea una continuità di tempo e di luogo tra chi osserva e il Crocifisso. Egli chiama il fedele sul Gòlgota, trasformandolo in pellegrino e invitandolo a intraprendere un cammino di conversione e ad avvicinarsi alla Croce.
San Giacomo
A sinistra della croce, San Giacomo contempla il mistero dell’amore di Dio, resosi visibile nell’obbedienza del Figlio che dona se stesso «fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 8). Nelle tenebre del Venerdì Santo, egli scorge la luce, e nell’urlo emesso dalla croce riconosce la Parola che fa nuove tutte le cose. Per il Cerano, la bellezza non è un’ideale, ma una persona, un corpo da sfiorare, da accarezzare.
San Francesco
Quasi nascosto e umile, San Francesco si inginocchia e abbraccia il legno della croce. Dopo la conversione che purifica e la contemplazione che illumina il cuore, il Santo con le stimmate, l’alter Christus, indica la via dell’unione con Dio, che trasforma l’esistenza e la rende feconda. La bellezza, intesa come promessa, richiede tempo - un tempo che si fa carne e storia, affinché il cuore si apra alla conversione e la storia alla grazia.
L'atmosfera
Il buio del cielo, infine, avvolge la scena, ricordando il passo evangelico: «si fece buio su tutta la terra» (Mc 15, 33).
Altri Capolavori del Cerano
Oltre alla Crocifissione di San Protaso, il Cerano ha lasciato un'eredità artistica ricca di opere di grande valore. Tra queste si ricordano la Deposizione di Novara, la Crocifissione di Mortara e la Madonna del Rosario di Brera. Un altro capolavoro significativo è la Resurrezione di Cristo per il convento delle monache di S. Vittore a Meda, riconosciuta per il suo straordinario cromatismo e per essere un'opera che, dall'afflizione alla gioia, dalle tenebre alla luce, presenta in basso le anime purganti, dall'aspetto greve e livido, schiacciate dal peso dei loro peccati e bruciate dalle fiamme, tra i morsi dei serpenti e della coscienza del male compiuto. Questo è un capolavoro straordinario, ancora oggi collocato nella «Cappella dei defunti» nella basilica di San Vittore a Varese, realizzato nel 1617 e noto anche con il titolo di Messa di San Gregorio.
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