La Compieta e i Testi Liturgici Bizantini

La Compieta (in greco Ἀπόδειπνον, letteralmente "dopo cena") è l'ora canonica che viene cantata prima del riposo. Tale ufficio è dominato dalla comparazione tra la notte e la morte, illuminata tuttavia dalla luce della Risurrezione di Cristo.

Anticamente questo ufficio si cantava nei monasteri verso le 19, ed era seguito da altre preghiere private del monaco nella propria cella (come l'ufficio delle prostrazioni), prima di coricarsi per qualche ora fino al canto dell'ufficio di mezzanotte. Sul Monte Athos vi era l'uso di venerare le Sacre Reliquie e di ricevere la benedizione individuale dall'igumeno subito dopo il termine dell'ufficiatura.

Icona della Compieta o scena monastica bizantina notturna

Varianti e Origini Storiche della Compieta

Esistono due versioni di questo ufficio, la Piccola Compieta (μικρὸν Α.) e la Grande Compieta (μέγα Α.). Pare che quest'ufficio, così com'è concepito, non sia esistito originariamente nel monachesimo orientale, ma sia menzionato per la prima volta nella Regola di S. Basilio il Grande (IV secolo).

Cionondimeno, P. Pargoire presenta le testimonianze di Callinico di S. Basilio, che attestano una preghiera liturgica celebrata tra il Vespero e l'ufficio di mezzanotte, ivi chiamata πρωθύπνια (prima del sonno). P. Vandepitte attribuisce l'invenzione di quest'ora proprio a S. Basilio di Cesarea. Dom Plaine, pur non prendendo posizione su chi sia l' "ideatore" di questo ufficio, afferma che se ne trovano riferimenti in Eusebio di Cesarea, Sant'Ambrogio e Giovanni Cassiano, facendolo dunque risalire anch'egli al IV secolo.

Certo comunque vi erano precedentemente delle preghiere private prima del sonno, non strutturate in forma liturgica, che però sono state sicuramente una sorta di "anticipazione" dell'Ora canonica, e probabilmente ne hanno anche ispirato la struttura; in questo senso, sono fondamentali le attestazioni di S. Cipriano e S. Cirillo d'Alessandria. Pare invece da scartare la tesi di Dom Besse, ovverosia che la Compieta fosse da ricondursi al monachesimo egiziano.

Elementi Liturgici Fondamentali della Tradizione Bizantina

Preghiere Mariane e Conclusive

Famosissima preghiera alla Vergine della tradizione bizantina è l'«Axion Estin» (Ἄξιόν ἐστιν ὡς ἀληθῶς μακαρίζειν σε τὴν Θεοτόκον, τὴν ἀειμακάριστον καὶ παναμώμητον καὶ Μητέρα τοῦ Θεοῦ ἡμῶν. Τὴν τιμιωτέραν τῶν Χερουβεὶμ καὶ ἐνδοξοτέραν ἀσυγκρίτως τῶν Σεραφεὶμ, τὴν ἀδιαφθόρως Θεὸν Λόγον τεκοῦσαν, τὴν ὄντως Θεοτόκον, σὲ μεγαλύνομεν), la cui traduzione è: "È veramente degno beatificare te, la Deipara, la sempre benedetta e tutta immacolata Madre del nostro Dio. Te, più onorevole dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, che senza corruzione hai partorito il Verbo di Dio, la vera Deipara, noi ti magnifichiamo."

Icona della Theotokos (Madre di Dio) con il Bambino

Si riporta anche la preghiera con cui si concludono tutte le ore liturgiche, seguita dal Kyrie, dal Pater e da una benedizione del celebrante. In alcune tradizioni si usa concludere sempre l'ufficio con una vicendevole richiesta di perdono, specialmente all'interno dei monasteri.

Mistagogia: Comprendere il Contenuto e il Simbolismo della Liturgia Bizantina

Spesso non conosciamo realmente e approfonditamente il contenuto, il simbolismo e la teologia della nostra liturgia. La domanda sorge spontanea: come possiamo ricollegare le persone ai misteri? Come possiamo avvicinarci al mistero stesso? Come possono i testi liturgici aiutarci a comprendere il mistero?

La parola mistagogia (μυσταγωγία) può avere due significati: può riferirsi sia alla celebrazione dei sacramenti (μυστήρια), sia ad una spiegazione dei sacramenti. Tra le ondate di nuove conversioni, dopo che il cristianesimo era diventato la religione ufficialmente riconosciuta dell’Impero Romano, molti Padri della Chiesa, dal quarto all’ottavo secolo, scrissero tali commenti per spiegare i misteri del battesimo, della cresima e dell’Eucaristia ai fedeli che erano stati recentemente iniziati alla fede cristiana.

Come affermava Teodoro di Mopsuestia, ogni sacramento consiste nella rappresentazione di cose invisibili e indicibili attraverso segni ed emblemi. Tali cose richiedono spiegazioni e interpretazioni, per il bene della persona che si avvicina al sacramento, affinché possa conoscerne il potere. Allo scopo di spiegare i riti liturgici ai fedeli, i Padri della Chiesa adottarono metodi esegetici usati per interpretare le Scritture.

Per quanto riguarda l’innografia, è interessante notare che a Gerusalemme, dopo il IV secolo, non furono scritti ulteriori testi esplicativi o commenti sulla Divina Liturgia e sui riti di iniziazione. In questo modo, l’innografia ha una funzione esegetica, fornendo un commento sulla Scrittura e sul mistero della salvezza in Cristo. Nell’ambito della mistagogia innografica rientra anche la melurgìa (il complesso delle musiche liturgiche delle diverse ufficiature), ed entrambe sono parte integrante e costitutiva della Divina Liturgia e hanno come fine la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli. L’armonia innografica di tutti gli elementi celebrativi non è mero strumento per un semplice rituale, ma coscienza concreta di introdurre ai divini misteri.

Bisogna riconoscere all’innografia e alla melurgìa, parte integrante delle celebrazioni liturgiche, il loro carattere mistagogico. Come anche Giovanni Paolo II ebbe a riconoscere, gli innografi e i melurgi erano imbevuti di senso di mistero e partecipi alla vita della Chiesa. Se la lex orandi è pilastro della Chiesa, il servus fidei accresce il servizio ministeriale dell’innografo e del melurgo. La sintesi di queste due verità ha generato un significativo concetto di ecclesialità applicato all’intera arte celebrativa: musicale e innografica.

L'Inno Cherubico come Esempio di Mistagogia

Un esempio perfetto della funzione dell’innografia e della melurgia nello spiegare gli stessi riti liturgici si trova nell’inno cherubico, cantato prima del grande ingresso durante la Divina Liturgia:

«Οἱ τὰ Χερουβεὶμ μυστικῶς εικονίζοντες καὶ τῇ Ζωοποιῷ Τριάδι τὸν Τρισάγιον ὕμνον προσᾴδοντες πᾶσαν τὴν βιωτικὴν ἀποθώμεθα μέριμναν ὠς τὸν βασιλέα τῶν ὃλων ὑποδεξόμενοι ταῖς ἀγγελικαῖς ἀοράτως δορυφορούμενον τάξεσιν. Ἀλληλούϊα»

La traduzione è: «Noi che misticamente raffiguriamo i cherubini, e alla Trinità vivificante cantiamo l’inno Trisagio deponiamo ogni mondana preoccupazione; affinché possiamo accogliere il re dell’Universo, scortato invisibilmente dalle angeliche schiere. Alleluia»

Il teologo Taft considera l’inno cherubico come mistagogia della nostra partecipazione alla Divina Liturgia, piuttosto che come una spiegazione del grande ingresso come una "processione verso la tomba per la sepoltura di Cristo", simboleggiata dall'altare. Per Taft, "il Re dell’Universo" che accogliamo è il Signore. È evidente che l’atmosfera nella quale si svolge la Divina Liturgia è un’atmosfera di mistero e di soprannaturale che si accentua gradualmente nel movimento di avvicinamento al rito eucaristico, il cuore della Santa Liturgia. L’inno cherubico, cantato dai fedeli e silenziosamente anche dai celebranti, ha già un senso mistico espresso dal testo citato: noi raffiguriamo misticamente i Cherubini del Cielo, perché ci prepariamo come loro ad accogliere il Re dell’Universo, che si manifesterà, nel grande ingresso, in mezzo al popolo, sotto forma dei Santi Doni e al Quale cantiamo: «Alleluia».

Inno Cherubico

L'Eucologio Barberini Gr. 336: Una Pietra Miliare negli Studi Bizantini

Presentazione e Significato

Il 19 Aprile 1996, per iniziativa della «Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani» del PAA, si è svolta la presentazione del volume: L'Eucologio Barberini gr. 336 (edizione critica a cura di Stefano Parenti ed Elena Velkovska, Bibliotheca Ephemerides Liturgicae, Subsidia 80, C.L.V. Edizioni liturgiche, Roma 1995). È la prima edizione critica di uno tra i codici più importanti di tutta la storia bizantina. A recensire l'edizione critica del testo liturgico sono intervenute personalità di rilievo nel campo degli studi bizantini.

Il Prof. Robert F. Taft s.i., del Pontificio Istituto Orientale di Roma, ha parlato dell'importanza del codice per la storia della liturgia bizantina. La Dott.sa Silvia Ronchey, dell'Università di Siena e filologa bizantinista, ha trattato dell'edizione critica del codice come fonte necessaria per la storia bizantina. Infine, Mons. Eleuterio F. Fortino, Sottosegretario del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani, è intervenuto riflettendo sull'incidenza ecumenica dell'edizione presentata.

Il Preside della «Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani», Prof. P. Alvaro Cacciotti, introducendo i lavori, ha voluto sottolineare l'impegno che la stessa «Scuola» si assume con l'attivare un indirizzo di studi bizantini a cominciare dal prossimo anno accademico. Si tratta di cinque insegnamenti:

  • Liturgia bizantina
  • Paleografia e Codicologia greca
  • Iconologia ed iconografia bizantina
  • Bisanzio e gli Slavi
  • Letteratura bizantina

Questi corsi intendono preparare studiosi e studenti ad editare criticamente i testi della tradizione bizantina.

Bisanzio in Italia e il Contesto del Manoscritto

Robert F. Taft, nel suo intervento "Bisanzio in Italia", ha evidenziato come il punto di partenza per una visita guidata nella Magna Grecia comincia non sei secoli avanti Cristo, ma altrettanti secoli dopo, nell'epoca giustinianea. Questa riconquista fu operata con grande consequenzialità su tutto l'orizzonte politico-sociale, compreso quello ecclesiastico. Già verso la metà del secolo IX i Bizantini sottrassero le diocesi della Calabria, della Sicilia, dell'Illirico orientale e forse anche di Otranto all'ubbidienza romana per sottoporle a quella del patriarca della Nuova Roma: un latrocinio mai accettato dal papa.

Mappa delle colonie greco-bizantine e monasteri in Italia meridionale

Nonostante la sconfitta inflitta ai Bizantini dai Normanni e la riappropriazione di Roma di ciò che era suo, la cultura ecclesiastica bizantino-ortodossa rimase ancora per secoli un fattore vitale nel mezzogiorno italiano. La geografia monastico-bizantina dell'Italia meridionale rispecchiava grosso modo quella politico-ecclesiastica. Dalla conquista giustinianea in poi, si diffondeva man mano nel Mezzogiorno d'Italia il monachesimo greco-ortodosso.

Fin dal tempo di Massimo Confessore, che si appellò ai monaci greci della Sicilia contro l'eresia monotelita, abbiamo per la Sicilia notizie sicure sulla presenza di monasteri ortodossi. In seguito si fanno sempre più frequenti le notizie sulla presenza di comunità monastiche greche in Sicilia e in Calabria. È proprio da questo periodo, innanzitutto a partire dall'VIII secolo, che risultano conservati manoscritti greci - sicuramente prodotti negli scrittoi monastici del Mezzogiorno d'Italia - atti ad ufficiature liturgiche di tipo monastico. Il più antico di questi scritti è un codice la cui prima edizione critica completa è stata festeggiata con la presentazione del volume. La sua attribuzione ad un centro scrittorio italo-greco può considerarsi sicura.

Descrizione, Datazione e Contenuto del Codice

L'Eucologio Vaticano Barberini greco 336 è un bel codice vergato in scrittura maiuscola, che nel mondo italo-greco fu di regola adoperata fino allo scorcio del IX secolo come unica scrittura, abbandonata invece a favore della minuscola nel resto del mondo greco-orientale, sin dall'inizio dello stesso secolo. Gli studiosi del codice Barberiniano, sia per i dati tecnico-librari del documento, sia per gli elementi contenutistici di particolarità liturgica, puntano verso l'asse calabro-siculo come luogo di provenienza. Infatti, come André Jacob ha potuto mettere in rilievo, il formulario della Liturgia di S. Basilio presenta evidenti ibridismi.

Questi ibridismi ci conducono nel merito del contenuto del codice, detto Euchologion ossia "prayerbook", "libro di preghiere". Per un libro di uso liturgico, è il carattere storico-testuale, che comporta l'inquadramento del testo nella storia dello sviluppo della tradizione rituale, il metodo più atto a collocare il documento nel milieu per cui fu creato. Così i due editori hanno potuto precisare la data del documento tramite la menzione del patriarca costantinopolitano San Germano I, deceduto nel 733 (ecco il terminus ante quem non), mentre una preghiera in lingua latina sul foglio 279 verso, datata da Wilmart attorno all'anno 800, fornisce un terminus post quem non.

Anche se fosse stato libro di culto prima di diventare libro di biblioteca o di studio, il manoscritto barberiniano non presenta segni di utilizzazione intensiva. Così dovrebbe essere stato sottratto assai presto all'uso liturgico. Di maggiore interesse per lo storico della liturgia bizantina è la storia dell'utilizzazione del codice nel campo degli studi liturgici, un saggio già tracciato dal benedettino americano Dom Anselm Strittmatter nell'Ephemerìdes liturgicae del 1933. Strittmatter stesso fu uno dei primi a studiare la tradizione eucologica bizantina secondo criteri scientifici moderni. Ma sorprendentemente, vista l'importanza primordiale del testo per la storia della liturgia bizantina, la pubblicazione presentata oggi rappresenta la prima edizione completa del preziosissimo documento. Questo sembra spiegabile solo perché tutti aspettavano che un altro lo facesse. Già nel 1933 Strittmatter annunciò che la Biblioteca Vaticana era in procinto di realizzare una edizione facsimile, ma tale edizione non è ancora apparsa. Vent'anni dopo, nel 1953, The Yearbook of the American Philosophical Society annunciò un sussidio di cinquecento dollari allo stesso Strittmatter per curare l'edizione critica del Barberini, ma non riuscì a concludere l'impresa, che passò in altre mani. Da quel tempo ci si trovava in uno stato di stallo, con il manoscritto consultabile solo per chi vive o viene a Roma e i pezzi editi, alcuni male, sparpagliati fuori dal loro contesto eucologico. L'attuale Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, il R. P. Léonard E. Boyle, O. P., ha riconosciuto l'importanza di questo lavoro.

Pagina interna dell'Eucologio Barberini Gr. 336

L'Eucologio Barberini e le Tradizioni Liturgiche

Come libro liturgico l'euchologion bizantino ha una storia propria, la cui prima testimonianza comincia con il nostro manoscritto barberiniano. Come i primi Sacramentari latini erano costituiti da vari "libelli" originariamente separati, la storia dell'eucologio bizantino è la storia dei tentativi di sintetizzare preghiere, formulari, rubriche e diakonika una volta sparpagliati in rotoli o codici distinti destinati all'uso di differenti ministri sacri. Questo studio richiede non solo gli indici, ma l'inserzione del documento nella storia dei suoi cugini, altri manoscritti non solo della tradizione italico-meridionale antica, ma delle altre famiglie già identificate dagli studiosi.

In Italia stessa sono presenti le tradizioni Siculo-calabrese ed Otrantense. I manoscritti liturgici d'Otranto, di un'epoca leggermente posteriore, dimostrano delle particolarità liturgiche facilmente distinte dalle tradizioni siculo-calabre. Un aspetto che salta agli occhi è la maggiore complessità dell'apparato critico di questi testi, e in particolare l'inevitabile presenza di una sezione dedicata ai testimonia e ai loci biblici.

Nell'edizione del romanzo di Barlaam e Ioasaf, curata da Woodward e Mattingly nella Loeb Classical Library, sono continuamente annotati a margine i riferimenti a passi evangelici o veterotestamentari. Chi legge quest'edizione può notare che le citazioni di questo tipo si rifanno non alle formule della liturgia di Crisostomo, ma a quelle della liturgia di Basilio, la più anticamente usata, la prima infatti riprodotta nell'Eucologio Barberini. Questa constatazione è molto importante per la comprensione del significato e dell'ambiente di provenienza di quel piccolo mistero letterario che è il Barlaam e Ioasaf, e anche per determinare la sua datazione, ancora oggi in sospeso: un'ipotesi da dimostrare definitivamente, condivisa con Herbert Hunger, è che il testo possa datarsi al secondo iconoclasmo e la versione cristianizzata della vita del Buddha possa leggersi come una sorta di pamphlet sugli avvenimenti della corte bizantina che si svolgono attorno al giovane basileus Teofilo. Questa è, se non erro, anche l'età di cerniera nell'uso delle due liturgie.

Sfide nella Comprensione dei Testi Liturgici Bizantini

Eustazio, professore presso la cosiddetta Scuola Patriarcale di Costantinopoli e poi arcivescovo di Tessalonica, fu un grande filologo classico che compose opere esegetiche inestimabili. Se si esamina l'edizione delle Parekbolaì all'Iliade di Eustazio, ad opera del compianto Padre Marchinus van der Valk, si noterà che a fianco dell'apparato critico propriamente detto, quello delle varianti, compare un apparato dei testimonia e dei loci paralleli, e all'interno di questo è individuato un apparato dei luoghi "biblici". La distinzione potrebbe sembrare oziosa, dal momento che ovviamente la liturgia riproduce il testo biblico, anzi, trae il suo senso da esso. Ma è invece molto significativa per un filologo.

Gli esempi sarebbero infiniti, lo stesso vale per gli inni. Inoltre, il rimando all'uno o all'altro luogo biblico o brano innografico può servire a collocare il testo nel calendario e persino a datarlo: che Eustazio avesse in mente e citasse nelle sue lezioni un certo brano o un certo cantico piuttosto che un altro può fornirci un'indicazione del periodo dell'anno in cui stava tenendo quelle lezioni.

La distinzione tra citazione biblica e citazione liturgica non è dunque affatto banale sul piano pratico. Un'enorme quantità di errori o di omissioni potrebbero evitarsi, se si tenessero presenti in sede critica quelle lievi difformità nel greco che ci consentono di distinguere il dettato liturgico. Molte citazioni scritturali verrebbero riconosciute come tali anche se non si trovano nelle concordanze bibliche. Se i filologi bizantini che si misurano con questi testi tenessero sempre sul tavolo, a portata di mano, l'edizione dell'Eucologio Barberiniano, verrebbero a capo di molte più citazioni nei testi che editano e soprattutto comprenderebbero una qualità fondamentale e distintiva del testo bizantino in sé: che esso è costituito, quasi sempre, da una fitta trama di allusioni, rimandi, riferimenti. Questo è un dato che potremmo definire antropologico e che nessun bizantinista dovrebbe ignorare. La liturgia era, per così dire, l'orologio e il calendario interiore dell'uomo bizantino, specie se membro del clero, ma non solo: un dettato interiore di citazioni scritturali, recitate, o anche cantate, o mentalmente solfeggiate, «a mo' di filastrocche».

Il Battesimo e l'Iniziazione Cristiana nella Tradizione Bizantina

Amministrazione dei Sacramenti dell'Iniziazione

Secondo la tradizione antica, la Chiesa bizantina amministra i tre sacramenti del Battesimo, Cresima ed Eucaristia in successione nello stesso momento liturgico. Ministro della Cresima è il parroco od un sacerdote da lui delegato che utilizza il Crisma consacrato dal vescovo. Il Battesimo e la Cresima possono aver luogo prima della Divina Liturgia, e perciò il neobattezzato riceverà la Comunione durante la Liturgia, oppure al termine della stessa ed in questo caso l'Eucaristia verrà somministrata con i Doni appositamente conservati. Se la cerimonia ha luogo in altri momenti la partecipazione ai Santi Doni avverrà nella prima occasione utile. Da quel momento in poi il nuovo fedele, anche se infante, parteciperà alla distribuzione dell'Eucaristia nella Liturgia domenicale.

Icona del Battesimo di Cristo o cerimonia di battesimo bizantino

Struttura dei Riti Battesimali

Nel opuscolo presentato si riporta la celebrazione del battesimo e dei riti pre-battesimali e post-battesimali nella traduzione della Commissione liturgica dell’eparchia di Lungro avendo per base l’Aghiasmatàrion di Roma del 1954. Le varie akolouthie sono disposte secondo la prassi in uso nella Chiesa di S. Atanasio in Roma:

  • Taxis di benedizione del fanciullo che riceve il nome l’ottavo giorno dalla sua nascita;
  • Taxis per fare un catecumeno;
  • Akolouthia del Santo Battesimo;
  • Ammissione all’Eucaristia.

In appendice si presentano gli altri riti pre e post battesimali:

  • Orazioni sulla donna puerpera nel primo giorno della nascita del bambino.
  • Preghiere per la puerpera e per introdurre in chiesa il bambino dopo il quarantesimo giorno dalla nascita.
  • Orazione su una donna che ha abortito.
  • Preghiere per l’abluzione dopo il Battesimo.
  • Preghiera per la tonsura.

Norme Canoniche (CCEO)

Come utile premessa alla celebrazione di questi riti si riportano qui di seguito alcune norme del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (CCEO):

  • Can. 675, §1: “Nel battesimo, per mezzo del lavacro dell’acqua naturale con l’invocazione del nome di Dio Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, l’uomo è liberato dal peccato, è rigenerato a vita nuova, è rivestito di Cristo ed è incorporato alla Chiesa, che è il suo corpo.”
  • § 2: “Solamente con il battesimo realmente ricevuto l’uomo diventa capace di tutti gli altri sacramenti.”
  • Can. 681, §1: “Perché un bambino sia lecitamente battezzato si esige:
    1. che vi sia fondata speranza che esso sarà educato nella fede della Chiesa cattolica, fermo restando il §5;
    2. che i genitori, almeno uno di essi, oppure chi ne fa le veci legittimamente, vi consentano;
    3. coloro che sono privi dell’uso della ragione fin dall’infanzia devono essere battezzati come i bambini;
    4. il bambino sia di genitori cattolici sia anche di genitori acattolici (cioè: cristiani membri di altre Chiese e Comunità ecclesiali), che si trova in un pericolo di morte tale da far ritenere prudentemente che morirà prima di raggiungere l’uso della ragione, è battezzato lecitamente;
    5. il bambino di cristiani acattolici viene battezzato lecitamente se i genitori, oppure almeno uno di essi, o colui che fa legittimamente le veci, lo richiedono e se ad essi è fisicamente o moralmente impossibile recarsi dal proprio ministro.”
  • Can. 684, §1: “Da antichissimo uso delle Chiese il battezzando abbia almeno un padrino;”
  • §2: “È compito del padrino, dalla funzione assunta, di assistere nell’iniziazione cristiana il battezzando che è uscito dall’infanzia, o di presentare il bambino da battezzare e inoltre di adoperarsi che il battezzato conduca una vita cristiana conforme al battesimo e ne adempia fedelmente gli obblighi inerenti.”
  • Can. 685, §1: “Perché uno possa adempiere validamente la funzione di padrino si richiede che:
    1. sia stata iniziato ai tre sacramenti del battesimo, della crismazione del santo myron e dell’Eucaristia;
    2. appartenga alla Chiesa cattolica, fermo restando il § 3;
    3. abbia l’intenzione di adempiere questa funzione; sia stato designato dal battezzando stesso o dai suoi genitori o tutori, oppure, se mancano, dal ministro;
    4. non sia il padre o la madre oppure il coniuge del battezzando;
    5. non sia punito da pena di scomunica, anche minore, sospensione, deposizione o privazione del diritto di fungere da padrino.
    6. perché uno possa adempiere lecitamente la funzione di padrino si richiede inoltre che abbia l’età richiesta dal diritto particolare ed inoltre conduca una vita conforme alla fede e alla funzione che assume.”
  • § 3: “Per una giusta causa è lecito ammettere un fedele cristiano di una Chiesa orientale acattolica alla funzione di padrino, ma sempre assieme ad un padrino cattolico.”

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