L'Ingresso Trionfale di Gesù a Gerusalemme

L'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme è un evento cardine della narrazione evangelica, descritto da tutti e quattro i Vangeli (Matteo 21, 1-11; Marco 11, 1-10; Luca 19, 29-40; Giovanni 12, 12-19). Questo momento, avvenuto in occasione della sua ultima Pasqua, poco prima della sua morte e risurrezione, vide Gesù accolto come Messia da una folla festante che agitava rami di palma. È un evento che anticipa i santi e salvifici patimenti del nostro Redentore e apre le porte alla Settimana Santa.

Illustrazione storica dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme

Il Racconto Evangelico e la Profezia

La Preparazione dell'Asino

Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli. Disse loro: «Andate nel villaggio che vi sta di fronte, e subito entrando in esso troverete un asinello legato, sul quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: Perché fate questo?, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito».

I discepoli andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo sciolsero. Alcuni dei presenti però dissero loro: «Che cosa fate, sciogliendo questo asinello?». Ed essi risposero come aveva detto loro il Signore, e li lasciarono fare. Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto; mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». Poi condussero l’asinello da Gesù, e vi gettarono sopra i loro mantelli, ed egli vi montò sopra.

Questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Zaccaria (9,9): «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina». L'umile cavalcatura evocava la dignità regale, poiché anticamente i re solevano cavalcare un asino (cfr. Gen 49,10-11), ma senza i caratteri di potenza e belligeranza delle attese messianiche popolari. Gesù si manifesta così come il Principe della pace, che viene per riformare la mente e il cuore degli uomini, e non per imporre un altro giogo su di loro.

L'Acclamazione della Folla

Molti stendevano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde, che avevano tagliate dai campi. La folla numerosissima stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. Quelli poi che andavano innanzi, e quelli che venivano dietro gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!».

Il Vangelo di Marco (11, 1-10) tace sull’identità di coloro che esultavano, ma la tradizione, sulla base del Vangelo di Matteo (21,15-16), li identifica con i fanciulli ebrei. Solo chi lo guarda con lo sguardo puro dei bambini può davvero esultare. Da parte sua, Marco non pone sulle labbra della folla osannante il titolo di figlio di Davide, ma parla più discretamente di Regno di Davide che viene. Questo indica, da un lato, il permanere dello scandalo provocato dall’invocazione del cieco, tale da non volersi più ripetere, dall’altro il permanere nell’equivoco da parte della folla che si attendeva un regno sostitutivo a quello dell’usurpatore.

Comunque, anche in questa occasione, Gesù non mette a tacere la folla: è l’ora della sua rivelazione. È possibile equivocare, è vero, ma il rischio va corso. Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea».

Significato Teologico e Messianico

Gesù come Messia e Re di Pace

L'ingresso trionfale del Salvatore a Gerusalemme durante la festa della Pasqua adempì in modo esplicito la profezia riportata in Zaccaria 9:9-10 e proclamò pubblicamente che Gesù era il Messia e il Re d’Israele. Molti pensavano che il Messia sarebbe stato un grande capo militare che li avrebbe salvati dall’oppressione romana. Tuttavia, Gesù è un re che non arriva montando un brioso destriero, ma un modesto e tranquillo asino. La sua autorità sgorga dalla semplicità, dalla pace di Dio, unica sorgente del potere salvifico. Egli è Re e il suo potere si estende sino ai confini della terra (cfr. Zc 9, 10).

Eppure, mentre la folla esulta, il Signore piange su Gerusalemme: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace!» (Lc 19, 42). La città non ha riconosciuto il tempo della visita divina e sarà distrutta. Il suo ingresso, in effetti, prefigura il trionfo finale: la Croce sarà il trono del Re, la sua morte sarà vittoria sulla morte. Cristo vince con la Croce, libera l’uomo dalla tirannia del peccato, lo innalza con la sua Risurrezione alla gloria eterna.

Simboli di Conversione e Preparazione

Ritorna il simbolo del mantello che qui viene gettato sopra l’asino, per far sedere Gesù, e sulla strada per addolcire il passaggio della cavalcatura. Il fatto di gettare vesti sul cammino seguito dal Signore era un gesto d’onore al re unto (II Re 9, 13). Occorre gettare via il mantello delle nostre aspettative, sottomettere la nostra vita a Gesù e al suo cammino e, come il cieco di Gerico, lasciarsi illuminare da lui. Solo lui, infatti, ci fa vedere le Scritture e il loro segreto compimento.

Il simbolo dell’asino legato compiva la profezia della tribù di Giuda, quella da cui doveva sorgere il Messia: «Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli. Egli lega alla vite il suo asinello e a scelta vite il figlio della sua asina, lava nel vino la veste e nel sangue dell’uva il manto» (Gen 49, 10-11). Cristo è il re che laverà le vesti nel suo proprio sangue.

L'ingresso di Gesù a Gerusalemme

L'Evento nell'Arte e nell'Iconografia

Rappresentazioni Antiche e Iconografia Imperiale

La scena dell’entrata di Gesù a Gerusalemme sottostà, nei suoi inizi, a un’assimilazione, da parte dell’arte cristiana, dell’iconografia imperiale derivata dal rituale ellenistico e romano del sovrano che visita una piazza del suo impero o una città conquistata. L'arte recupera, in un libero adattamento, le epifanie imperiali e, in particolare, quelle rappresentazioni che ritraggono l’imperatore a cavallo, accolto da una folla acclamante.

Nelle rappresentazioni più antiche dell’entrata di Cristo a Gerusalemme, datate al secolo IV, si dava enfasi a un significato simbolico di carattere escatologico: l’accesso trionfale del Signore alla città del cielo rappresenta il suo trionfo sulla morte. La scena appare già nel celebre sarcofago di Giunio Basso (morto nel 359), e trova una definizione iconografica nei sarcofagi di Bethesda, prodotti nelle officine romane nell’ultimo scorcio del IV secolo. Tra gli alberi che contornano l’animato episodio, si intravede talvolta una piccola figura, che può essere facilmente identificata con Zaccheo, noto per la narrazione incastonata nel vangelo di Luca (19, 1-10).

Anche nel Codex Purpureus Rossanensis (scritto a Costantinopoli o ad Antiochia nel terzo quarto del secolo VI), la direzione dei discepoli, che fanno da comitiva, e quella degli abitanti di Gerusalemme è contrapposta, per cui tutto converge nella figura del Signore. La forma di cavalcare di Gesù nel Breviario d’Isabella la Cattolica può essere rapportata alla formula romana, poiché lo si mostra a cavalcioni.

Il Dipinto di Duccio e altre Opere

Duccio di Buoninsegna, fedele alla tradizione, ci riporta la scena. Dalla bocca dei bimbi e dei lattanti s’innalza la lode a questo re Messia che viene, come canta il profeta, sul dorso di un asino. Nel dipinto di Duccio (Figura 1) sono, ad esempio, soltanto i bambini quelli che veramente vanno incontro a Gesù. Qualcuno tra gli adulti sembra addirittura frenare l’impeto con cui i fanciulli vorrebbero correre incontro al Signore. Gli adulti della folla rimangono per lo più titubanti e in un atteggiamento di ambiguità che è già premessa di quanto avverrà nel giorno dell’arresto. Questi stessi volti, infatti, che solo apparentemente qui ora cantano l’Osanna, chiederanno a gran voce, tra non molti giorni, la crocifissione.

A significare che Cristo è il re che laverà le vesti nel suo proprio sangue, Duccio colora di rosso il primo mantello che un fanciullo stende davanti al passaggio di Gesù. Dietro al Signore vediamo gli stessi tre discepoli presenti alla guarigione del cieco, che con il volto mesto indicano alla folla il loro Maestro. Gesù, dal canto suo, benedice la folla ma, mentre benedice, anche indica una direzione: occorre salire, non solo a Gerusalemme, ma sulla croce.

La diagonale sulla quale è costruita la via dell’ingresso in Gerusalemme orienta, infatti, lo sguardo del fedele verso altri pannelli dell’ancona (Figura 2), verso la crocifissione e le scene della risurrezione. Nella scena tripartita dell’ingresso trionfale dipinto da Duccio, alla parte centrale gremita di folla si contrappongono due settori colmi di solitudine. In basso vediamo una porta socchiusa: è quella che conduce all’orto degli ulivi e rimanda al luogo dell’agonia che questo tripudio di folla già adombra e nasconde. In alto la città di Siena è riconoscibile nell’edificio poligonale che riproduce il tiburio del Duomo senese. In basso viene significato lo spazio della libertà personale, dell’adesione silenziosa al mistero testimoniata da Cristo; in alto lo spazio della testimonianza pubblica: la città, che deve essere il riflesso di scelte personali maturate nella verità.

Nel dipinto attribuito al Maestro del Libro di Preghiere di Dresda, sull’estrema sinistra, gli apostoli (tra cui identifichiamo, per via dei capelli e barba bianchi, San Pietro) seguono Gesù Cristo, il quale, vestito con una semplice tunica blu e scalzo, benedice con la destra, mentre con la sinistra tiene le redini della mula che cavalca. Davanti a lui, due uomini collocano al suolo, in segno d’onore, le ricche vesti, e una donna sta a mani giunte per adorare il Signore. In secondo piano, due bambini su due alberi, sullo sfondo un altro uomo che lascia in terra la sua tunica, nonché vari personaggi (tra i quali vi sono anche degli ebrei) che osservano e commentano l’avvenimento davanti alle porte delle mura di una città.

Dettaglio del dipinto di Duccio con i bambini e gli adulti

La Domenica delle Palme e il suo Ruolo Liturgico

Celebrazione e Simbolismo

Nel ciclo liturgico ortodosso, la Domenica delle Palme occupa un posto di grande rilievo. Essa segna l’ingresso solenne del Signore nella sua Città, Gerusalemme, e apre le porte alla Settimana Santa, nella quale contempliamo i santi e salvifici patimenti del nostro Redentore. Per tradizione, le palme sono un simbolo sacro per esprimere gioia nel nostro Signore, come in occasione dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, in cui «la gran folla […] prese de’ rami di palme, e uscì ad incontrarlo» (Giovanni 12:12-13; vedere anche Matteo 21:8-9; Marco 11:8-10).

Nel libro dell’Apocalisse, coloro che lodano Dio e l’Agnello lo fanno «vestiti di vesti bianche e con delle palme in mano» (Apocalisse 7:9). Insieme alle «vesti di rettitudine» e alle «[corone] di gloria», le palme sono incluse nella preghiera dedicatoria del Tempio di Kirtland (vedere Dottrina e Alleanze 109:76).

In ogni Divina Liturgia, la Chiesa canta insieme il trisagio angelico e l’acclamazione della folla: «Santo, Santo, Santo il Signore Sabaoth; il cielo e la terra sono pieni della tua gloria» e «Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Gloria a Dio nell’alto dei cieli». L’entrata trionfale prefigura il trionfo finale: la Croce sarà il trono del Re, la sua morte sarà vittoria sulla morte.

Riflessioni Spirituali sull'Umiltà e la Fede

Il talmud Babilonese ci riporta un detto che commenta in modo straordinario l’episodio: «Sta scritto: ed ecco, con le nubi del cielo Uno come figlio d’uomo (Dn7,13). E sta scritto: umile e cavalcatore di un asino (Zc 9,9). Se essi (= Israele) hanno dei meriti, egli viene con le nubi del cielo; se non ne hanno, egli viene in umiltà e cavalca un asino» (Talmud Babilonese Sanhedrin 98a). Per “vedere” questo re-Messia, per vedere il compimento delle scritture, occorre la conversione.

San Josemaría, in un’omelia su questo brano, osserva che «quando si avvicina il momento della passione e Gesù vuole manifestare in modo espressivo la sua regalità, entra trionfalmente in Gerusalemme cavalcando un asinello!»1. Il beato Álvaro del Portillo ricordava che san Josemaría «ci parlava spesso di quel povero asinello, strumento del trionfo di Gesù, nel quale vedeva ritratti tutti i cristiani che, mediante un lavoro professionale ben fatto, realizzato di fronte a Dio, cercano di fare presente Cristo tra i loro colleghi e i loro amici, portandolo nella loro vita e nelle loro opere attraverso popoli e città, affinché solo Dio sia glorificato»2.

Continuando con i suoi ricordi, faceva notare: «Perché l’asino potesse portare il Signore […] fu necessario che un’anima di apostolo andasse a slegarlo dalla greppia. Così noi dobbiamo andare verso le anime che ci stanno accanto e che stanno aspettando una mano di apostolo […] che li sleghi dalla greppia delle cose mondane e diventino trono del Signore»3. Il beato Álvaro faceva notare inoltre che «il Vangelo non ci dice il nome dei due discepoli ai quali Gesù diede l’incarico di slegare l’asino, e invece precisa che adempirono con esattezza il comando del Signore […]. La docilità di questi uomini nell’attenersi esattamente a quello che era stato detto loro, fu un requisito preliminare all’ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme, a sua volta preludio della vittoria definitiva sul peccato che avrebbe ottenuto pochi giorni dopo sull’altare della Croce»4.

La folla che allora acclamava il Signore, e i fedeli che oggi lo lodano, sono uniti dalla stessa fede. Eppure l’uomo rimane libero: la fede non nasce dalla costrizione ma dall’amore. La Domenica delle Palme è quindi anticipazione della Gloria pasquale e invito alla nostra personale ascesa alla Gerusalemme celeste. Il Catechismo della Chiesa Cattolica sintetizza così ciò che si legge nel Vangelo: «Nel tempo stabilito Gesù decide di salire a Gerusalemme per subire la sua Passione, morire e risuscitare. Ora, “Re della gloria” (Sal 24,7-10) entra nella sua città cavalcando un asino; i soggetti del suo Regno, in quel giorno, sono i fanciulli, i quali lo acclamano. La loro acclamazione è contenuta nel Sanctus della Messa: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna! (salvaci!)” (Mt 21, 9) ed è ripresa dalla Chiesa nel “Sanctus” della Liturgia eucaristica come introduzione al memoriale della Pasqua del Signore»5.

  1. San Josemaría, Amici di Dio, n.103.
  2. Beato Álvaro del Portillo, Lettera 1 aprile 1992.
  3. San Josemaría, Appunti di una conversazione, 30-III-1947 (AGP, biblioteca, P01, IX-1982, p. 56), citato in ibidem.
  4. Beato Álvaro del Portillo, Lettera 1 aprile 1992.
  5. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 559.

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