Mistagogia, Liturgia e Kerygma: Percorsi di Fede e Riscoperta del Mistero

Il Concetto di Mistagogia: Origini e Definizione

La parola mistagogia (μυσταγωγία) può assumere due significati distinti: può riferirsi sia alla celebrazione dei sacramenti (μυστήρια) sia a una loro spiegazione. Dopo che il cristianesimo divenne la religione ufficialmente riconosciuta dell’Impero Romano, tra il quarto e l'ottavo secolo, molti Padri della Chiesa, di fronte a ondate di nuove conversioni, scrissero commenti per spiegare i misteri del battesimo, della cresima e dell’Eucaristia ai fedeli recentemente iniziati alla fede cristiana.

Come affermava Teodoro di Mopsuestia, ogni sacramento consiste nella rappresentazione di cose invisibili e indicibili attraverso segni ed emblemi. Tali realtà richiedono spiegazioni e interpretazioni per il bene di chi si avvicina al sacramento, affinché possa conoscerne il potere. Allo scopo di spiegare i riti liturgici ai fedeli, i Padri della Chiesa adottarono metodi esegetici usati per interpretare le Scritture. La preoccupazione espressa da Teodoro, e con lui da molti altri padri, era quella di aiutare i credenti a penetrare sempre più profondamente nel significato vitale dei segni sacramentali.

Il termine "mistagogia" è utilizzato nella cultura greca per indicare l’iniziazione ai misteri, ovvero guidare qualcuno a considerare le realtà sacre e introdurre nelle cose nascoste. Nel suo utilizzo in ambito cristiano, il termine indica un cammino esperienziale fatto di apprendimento, conoscenza e testimonianza che il cristiano compie dopo aver ricevuto i sacramenti dell'iniziazione cristiana (Battesimo, Cresima, Eucaristia) al termine del suo cammino catecumenale. Si tratta di avvicinarsi al mistero pasquale di Cristo risorto attraverso la comprensione e la pratica dei riti liturgici e con la testimonianza della propria fede nella vita reale concreta di tutti i giorni.

Papa Francesco ha indicato la mistagogia come "via idonea per entrare nel mistero della Liturgia", e lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica adotta questa via per illustrare la liturgia, valorizzandone preghiere e segni. La mistagogia significa "scoprire la vita nuova che nel Popolo di Dio abbiamo ricevuto mediante i Sacramenti, e riscoprire continuamente la bellezza di rinnovarla". Questa esperienza è nuova ogni volta che la viviamo, se la consideriamo nella sua dimensione di legame con il Padre-Provvidente, nell'unione a Cristo, ricevendo nello Spirito la vita, il tutto nella concretezza della nostra situazione esistenziale. Allora non saremo mai spettatori di un rito ripetitivo e lontano, ma ci sentiremo protagonisti di un incontro con il Mistero che la Liturgia, nei suoi riti e nelle sue parole, rende presente.

rappresentazione iconografica dei primi sacramenti cristiani

Mistagogia nella Liturgia: Il Ruolo dell'Innografia e della Melurgia

In questo contesto, l’innografia ha una funzione esegetica, fornendo un commento sulla Scrittura e sul mistero della salvezza in Cristo. Nell’ambito della mistagogia innografica rientra anche la melurgia, intesa come il complesso delle musiche liturgiche delle diverse ufficiature. Sia l'innografia che la melurgia sono parte integrante e costitutiva della Divina Liturgia e hanno come fine la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli. L’armonia innografica di tutti gli elementi celebrativi non è un mero strumento per un semplice rituale, ma una coscienza concreta di introdurre ai divini misteri. È fondamentale riconoscere all’innografia e alla melurgia, parti integranti delle celebrazioni liturgiche, il loro carattere mistagogico.

Giovanni Paolo II ha riconosciuto che gli innografi e i melurgi erano imbevuti di senso di mistero e partecipi alla vita della Chiesa. Se la lex orandi è pilastro della chiesa, il servus fidei accresce il servizio ministeriale dell’innografo e del melurgo. La sintesi di queste due verità ha generato un significativo concetto di ecclesialità applicato all’intera arte celebrativa, musicale e innografica.

Un esempio perfetto della funzione dell’innografia e della melurgia nello spiegare gli stessi riti liturgici si trova nell’inno cherubico, cantato prima del grande ingresso durante la Divina Liturgia: «Οἱ τὰ Χερουβεὶμ μυστικῶς εικονίζοντες καὶ τῇ Ζωοποιῷ Τριάδι τὸν Τρισάγιον ὕμνον προσᾴδοντες πᾶσαν τὴν βιωτικὴν ἀποθώμεθα μέριμναν ὠς τὸν βασιλέα τῶν ὃλων ὑποδεξόμενοι ταῖς ἀγγελικαῖς ἀοράτως δορυφορούμενον τάξεσιν. Ἀλληλούϊα», che significa: «Noi che misticamente raffiguriamo i cherubini, e alla Trinità vivificante cantiamo l’inno Trisagio deponiamo ogni mondana preoccupazione; affinché possiamo accogliere il re dell’Universo, scortato invisibilmente dalle angeliche schiere. Alleluia».

Il teologo Taft considera l’inno cherubico come mistagogia della nostra partecipazione alla Divina Liturgia, piuttosto che una semplice spiegazione del grande ingresso come una "processione verso la tomba per la sepoltura di Cristo". Il "Re dell’Universo" che accogliamo è il Signore. L’atmosfera in cui si svolge la Divina Liturgia è di mistero e di soprannaturale, accentuandosi gradualmente nell'avvicinamento al rito eucaristico, il cuore della Santa Liturgia. L’inno cherubico, cantato dai fedeli e silenziosamente anche dai celebranti, esprime già un senso mistico: noi raffiguriamo misticamente i Cherubini del Cielo, preparandoci ad accogliere il Re dell’Universo che si manifesterà, nel grande ingresso, in mezzo al popolo, sotto forma dei Santi Doni.

coro che canta in chiesa durante una liturgia

La Liturgia come Risorsa Educativa e Formativa

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che «La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù». Essa è quindi il luogo privilegiato della catechesi del popolo di Dio, essendo «intrinsecamente collegata con tutta l’azione liturgica e sacramentale, perché è nei sacramenti, e soprattutto nell’Eucaristia, che Gesù Cristo agisce in pienezza per la trasformazione degli uomini». Di conseguenza, l’assemblea liturgica non può essere considerata un semplice gruppo di catechesi, né il luogo della celebrazione un’aula di catechismo.

La liturgia è una straordinaria risorsa educativa per la fede, poiché «contiene… una ricca istruzione per il popolo fedele». Attraverso i «segni visibili, di cui la sacra liturgia si serve per significare le realtà divine invisibili», ogni comunità cristiana e ogni singolo battezzato vengono messi a parte dei segreti di Dio, crescono nell’intelligenza della fede, maturano nell’adesione amorosa e si fortificano nella volontà di compiere il bene.

L'efficacia salvifica dei "santi segni" dipende dal fatto che in essi agisce il Padre, per mezzo di Gesù Cristo e in forza dello Spirito Santo. Non si tratta di spiegare i santi segni, ma di scoprirne il radicamento biblico e patristico, la loro intima portata teologica e spirituale, la loro forza simbolica e la loro risonanza emotiva. L’arte del ben celebrare ha bisogno di un’insistita catechesi mistagogica, che apra la mente e il cuore dei fedeli al dono di grazia e di vita racchiuso nei riti e nelle preghiere.

Per una catechesi mistagogica efficace, specialmente per i giovani, si suggeriscono almeno quattro percorsi:

  • La riscoperta delle parole chiave della preghiera liturgica come amen, alleluia, osanna, kyrie eleison.
  • La rivisitazione degli spazi celebrativi e dei luoghi della devozione all’interno dell’aula liturgica.
  • La riappropriazione dei gesti rituali con cui il corpo prende parte all’azione sacramentale.
  • L’approfondimento dei principali simboli liturgici, quali l’acqua, l’olio, il pane e il vino, la luce, il silenzio, i colori e gli abiti.
simboli liturgici in un contesto di catechesi

L'Arte Cristiana come Mistagogia e Annuncio

Come scrive San Giovanni Damasceno, «Se un pagano viene e ti dice: Mostrami la tua fede!, tu portalo in chiesa e mostragli la decorazione di cui è ornata, e spiegagli la serie dei quadri sacri». L'interesse per il patrimonio artistico cristiano è un fenomeno sorprendente che le comunità cristiane iniziano a cogliere come un movimento dello Spirito, offrendo un'inattesa occasione di annuncio alle masse di turisti, sebbene esse ci colgano impreparati.

Il turismo contemporaneo, spesso una fuga da un quotidiano percepito come "non-vita", porta l'uomo alla ricerca della sua umanità perduta, di un "tempo libero" e sacro. In questo contesto, i monumenti religiosi sono riscoperti come segni di un "altro mondo" o di un altro modo di praticare il mondo, diventando calamite per i turisti che cercano un luogo e un tempo per interpretare il quotidiano stesso. Il turista è un ricercatore di senso, e il monumento religioso offre una proposta forte di "senso forte", attirando chi dal "senso liquido" è attratto dalla solidità di pietre secolari che hanno osato scegliere un senso.

Il turista che entra in una chiesa è spinto, consapevolmente o inconsapevolmente, dall'interrogativo: «Chissà che in questo luogo non trovi una novità per la mia vita, qualcosa che le dia senso?». È lo Spirito a spingere il turista in questa ricerca, e se davvero trova qualcosa, la sua vita cambia. Il turismo religioso è un kairos, un momento di grazia, in cui l'uomo è aperto all'annuncio e lo cerca come senso ultimo dell'opera d'arte che contempla. Tuttavia, il desiderio di Dio è contrastato da resistenze, tra cui la superficialità del turismo stesso, che riproduce le logiche schiavizzanti del quotidiano.

Le guide turistiche spesso riducono l'interpretazione dell'opera d'arte cristiana a una mera descrizione o alla narrazione di una logica puramente umana, concentrandosi su motivazioni "puramente umane" come potere, sesso e denaro. Questo rischia di far credere al turista che anche lo spazio sacro obbedisca alla stessa logica del mondo, interrompendo la sua ricerca e trasformando il turismo religioso in consumismo eternamente deluso. Le motivazioni "mondane" non sono il significato profondo dell'arte cristiana, così come la descrizione tecnica o la mera illustrazione di episodi biblici non ne esauriscono il senso.

L'arte cristiana è prima di tutto l'espressione di un'esperienza spirituale, una "preghiera resa visibile". Dando forma visibile al materiale biblico, l'artista rivela la propria relazione con Dio. Un'opera d'arte cristiana è ciò che rimane di un'intensa esperienza di Dio che è la creazione artistica in materia religiosa, un ricordo che ha un valore quasi sacramentale, un invito a ritornare a quell'esperienza originaria e a fare esperienza di Dio.

Per un'autentica ermeneutica dell'arte cristiana, è urgente reinterpretarla a partire dal contesto di fede che l'ha generata, guardandola come una "teologia" che obbedisce all'assioma lex orandi, lex credendi. L'arte cristiana funziona sempre in relazione a una comunità viva, in preghiera. In una chiesa, le forme geometriche e l'iconografia sono inseparabili dalla funzione liturgica che esse inquadrano. La preghiera liturgica è la chiave di lettura privilegiata di molte opere d'arte cristiana, che "abbracciano" l'assemblea e fanno parte della liturgia. Si può dunque dire che l'arte cristiana è mistagogia, cioè un accompagnamento illuminante per chi partecipa alla liturgia.

Si crea così una circolarità tra la liturgia dei viventi e l’opera d’arte: l’opera d’arte spiega il senso della liturgia ed è al tempo stesso compresa solo a partire dalla liturgia. La liturgia è la "quarta dimensione" dell’arte negli spazi sacri della cristianità, e solo la comunità orante fruisce pienamente dell’opera d’arte. Il significato dell’opera d’arte cristiana è lo spazio per una relazione viva. Il vero capolavoro cristiano è quello capace di immettere lo spettatore in questa visione e di introdurre alla preghiera. La modalità stessa con cui si visita l’arte cristiana non è indifferente: una visita guidata senza testimonianza o tempo di ascolto meditativo tradisce l’essenza stessa dell’arte cristiana.

L'incontro tra il desiderio inespresso di Dio del turista "lontano dalla fede" e la possibilità di una relazione viva con Dio crea un nuovo campo teologico. Le precomprensioni dei turisti, le false immagini di Dio e la capacità evocativa dell'arte possono diventare il "Sitz im Leben" di una nuova teologia orante e kerygmatica al contempo.

affresco in una chiesa antica raffigurante scene bibliche

Il Sacro e il Profano: L'Esperienza del Tempio

In molte culture, la distinzione tra "sacro" e "profano" è una delle alternanze fondamentali nell’organizzazione dello spazio e del tempo. "Profano" significa "davanti al tempio", cioè "fuori dal tempio". Nella Grecia antica, l’area sacra è il temenos, da temnó (tagliare). Tra sacro e profano c’è un "taglio", una cesura che indica un’alterità. Il sacro è "altro", ma nella Bibbia il sacro è soprattutto "Un altro". Per Israele, varcare la soglia fisica del sacro significa prima di tutto varcare la soglia dell’interiorità, "entrare" (anche fisicamente) in quello "spazio del cuore" che è la relazione con Dio. Perciò diventa essenziale che chi entra in una chiesa possa incontrare "un altro" che gli parli dell’Altro.

Il popolo della Bibbia sarà portato a superare la cesura fisica tra sacro e profano: nel Primo Testamento Israele e la creazione intera diventano Tempio di Dio, nel Nuovo Testamento il Tempio è il corpo di Cristo e il corpo di ogni battezzato, di ogni "altro".

Il libro dell’Esodo parla di un "modello" celeste del Tempio, mostrato a Mosè sul monte perché possa eseguirlo sulla terra. Salomone prega Dio dicendo: «Mi hai detto di costruirti un tempio sul tuo santo monte, un altare nella città della tua dimora, un’imitazione della tenda santa che ti eri preparata fin da principio». Perciò in alcune tradizioni rabbiniche il Tempio esiste "fin da principio", cioè "in principio", "come principio". E così anche la Torà, il Sabato e la Sapienza esistono come il Tempio "prima della creazione del mondo". In altre parole: la Torà, il Sabato, la Sapienza e il Tempio sono la chiave di lettura più profonda della creazione, il suo "principio".

Ancora nel VI secolo, Cosma Indicopleuste vede nella struttura binaria del Tabernacolo di Mosè (Tenda del Convegno) il modello secondo cui il Creatore ha distinto il cielo e la terra. Molti esegeti evidenziano come lo stesso racconto della creazione (in Genesi 1) suppone una struttura architettonica che ricalca la costruzione del Tempio. Oggi, il turista che entra in una chiesa entra alla ricerca di ciò che è originario, di ciò che sta "in principio".

Nella Genesi, il primo racconto della creazione si conclude con il sabato, scopo ultimo di tutta l’attività creatrice di Dio. Nel sabato finalmente l’uomo e Dio possono stare "faccia a faccia" e "riposare" (restare) insieme. È il giorno "libero", memoria della libertà regalata da Dio dopo la schiavitù dell’Egitto. È nello spazio sacro che il turista può comprendere il senso stesso del suo "tempo libero". Tutta la creazione è un cammino in sette tappe verso questo tempo libero.

disegno architettonico del tempio di Salomone

Riflessioni Teologiche e il Ruolo di Cipriano Vagaggini ed Elmar Salmann

La mistagogia è un "linguaggio particolare", come ha notato Papa Francesco, indicandola come "via idonea per entrare nel mistero della Liturgia". Questo approccio ha radici profonde nella teologia e nella spiritualità cristiana. La memoria è feconda se nel ricordo si è capaci di decifrare il presagio di ciò che ancora ha da venire. Questo spirito anima le Lectiones Vagagginianae, un’iniziativa del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo per proseguire la riflessione di Cipriano Vagaggini (1909-1999), uno dei padri sia del Pontificio Istituto Liturgico sia della specializzazione dogmatico-sacramentaria presso l’Anselmianum.

Vagaggini, già nei primissimi anni del suo insegnamento a Sant’Anselmo, aveva considerato la liturgia parte della teologia sistematica e aveva proposto una "teologia della liturgia". Questo programma, di cui proprio Dom. Vagaggini è stato iniziatore e che il Movimento liturgico ha poi portato avanti, riceverà finalmente il suo sigillo con il Concilio Vaticano II. La ricezione del nuovo orientamento teologico inaugurato dalla costituzione Sacrosanctum Concilium è un lavoro che non può ritenersi affatto concluso.

L’ottava edizione delle Lectiones, svoltasi a Roma il 21 novembre 2018, è stata condotta da Padre Elmar Salmann OSB, già professore ordinario di filosofia e teologia sistematica. L’approccio integrale alla teologia liturgico-sacramentaria può essere qualificato "sapienziale", inteso come il felice connubio fra la più rigorosa riflessione sistematica e i risvolti essenzialmente pratici che ne discendono, rientrando nella più nobile tradizione monastica.

L’approccio proposto da Salmann, che procede dal visibile per giungere all’invisibile, ha il suo modello di riferimento nel metodo della catechesi mistagogica. Ciò che rende la mistagogia di Salmann originale e attuale è il fatto che egli lavori anzitutto sulle condizioni di possibilità della fede nel linguaggio rituale e liturgico-sacramentale. Egli si rivolge a un interlocutore scettico, provando a mostrare la plausibilità di termini quali "rito", "liturgia", "sacramento" e la desiderabilità che il mistero celebrato nella liturgia cristiana sia vero.

Il suo discorso parte da una constatazione: come mai l’uomo, fra tutti gli esseri viventi, è l’unico che avverte l’esigenza di incastonare in forme rituali la precarietà e ambivalenza della vita? Successivamente, la vita si trasforma progressivamente in "simbolo" di una ulteriorità e il rito in "liturgia" ("Dal rito alla liturgia"). La terza lezione rappresenta il momento di rovesciamento argomentativo: ora non è più l’esperienza, ma il mistero eucaristico a illuminare i diversi passaggi e le diverse dimensioni della vita umana. In questa luce la "carne" stessa dell’esperienza diventa "sacramento".

Salmann non è distante da Vagaggini, uno dei primi ad aver richiamato l’attenzione sul ruolo della corporeità nella liturgia. La logica che sostiene l’argomentazione di Salmann si rivela nella capacità di far interagire discipline diverse, di reinterpretare la teologia classica, come quella di San Tommaso, anche alla luce della teologia e della filosofia più recente. Questa visione introduce a una comprensione cristiana della liturgia.

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