Giovanni Santi: Pittore, Poeta e la sua Cronaca Rimata

Giovanni Santi (Colbordolo, 1440/1445 - Urbino, 1494) è stato una figura poliedrica del Rinascimento italiano, noto come pittore, poeta e scenografo presso la corte ducale di Urbino. La sua opera più celebre in ambito letterario è la Cronaca Rimata, un poema fondamentale per comprendere non solo la sua erudizione, ma anche il panorama artistico del suo tempo.

Biografia e Formazione di un Umanista

Giovanni Santi nacque a Colbordolo, una località dello Stato di Urbino situata sulla cima di un monte, di cui rimane ancora il diroccato castello. Venne alla luce tra il 1440 e il 1445, figlio di Sante di Peruzzolo, un mercante di grano, e Elisabetta di Matteo di Lomo. La famiglia del Santi mantenne sempre un forte legame con Colbordolo, come attestano numerosi atti notarili di compravendita di beni e terreni. Il nonno Peruzzolo, dopo il sacco malatestiano del 1446, decise di vendere ogni proprietà e trasferirsi a Urbino.

Verso i dieci anni, Giovanni si trasferì anch'egli a Urbino, dove avvenne la sua formazione culturale a contatto con l'ambiente di una delle più importanti corti del Rinascimento. L'apprendistato artistico si svolse in qualche bottega urbinate, permettendogli di raggiungere lo status di maestro tra il 1465 e il 1475. Nel 1469, un documento attesta la sua collaborazione con Piero della Francesca per la Comunione degli apostoli, commissionata dalla confraternita del Corpus Domini, dove ricevette dieci bolognini «per fare le spese a maestro Piero del Borgo».

Contemporaneamente, Santi si distinse come valente uomo di lettere. Nel 1474, partecipando ai festeggiamenti per Federico d’Aragona, sceneggiò e diresse lo spettacolo teatrale Amore al tribunale della Pudicizia. La critica letteraria ha ricostruito la sua continuità nella scrittura e nel teatro umanistico, ambiti in cui poté far dialogare le sue vaste passioni per le diverse forme d’arte.

Ritratto di Giovanni Santi

La Produzione Letteraria: La Cronaca Rimata e il Poema di Federico

La sua personalità di umanista è eminentemente testimoniata dalla Cronaca Rimata, un poema che egli scrisse nel 1492 in occasione delle nozze del duca Guidobaldo da Montefeltro ed Elisabetta Gonzaga, in onore del padre dello sposo, il duca Federico da Montefeltro. Questo poema, di cui l'originale è conservato presso la Biblioteca Vaticana, è una fonte di grande rilevanza.

«In quel poema Santi dimostra erudizione e di conoscere i pittori del tempo: cita Melozzo da Forlì, i fiorentini, il Perugino, Giovanni Bellini, Antonello da Messina, Andrea Mantegna, il suo riferimento massimo. È una delle prime critiche d’arte perché esprime giudizi», evidenzia la studiosa Maria Rosaria Valazzi. La cronaca è, inoltre, una fonte importante per comprendere il percorso di Santi nei suoi viaggi formativi in Italia tra il settimo e l’ottavo decennio del secolo. Durante questi viaggi, soggiornò in Toscana, proseguì lungo la direttrice adriatica fino a Venezia e giunse nel Settentrione padano, approfondendo la cultura e l’arte dei maggiori interpreti del tempo, come Donatello, Andrea Mantegna, Cosmè Tura, i Bellini e altri.

Manoscritto originale della Cronaca Rimata di Giovanni Santi

Il capolavoro letterario di Santi fu però La vita e le gesta di Federico di Montefeltro duca di Urbino, un poema in terza rima del 1482. Questo lungo componimento epico-storico, di quasi ventitremila versi, è essenziale per ricostruire il mondo cortese italiano, grazie alla sua «vastità di orizzonti d’informazioni».

Lo Stile Pittorico e le Opere Principali

Come pittore, Giovanni Santi creò il suo stile guardando alle opere di artisti fiamminghi, veneti e ferraresi, attivi nelle Marche. Ciò che distingue la sua pittura è «una notevole tecnica pittorica e un parallelismo costante tra cristianesimo e cultura classica». Nell'analisi del suo corpus pittorico, si riscontrano problemi dovuti allo scarso numero di dipinti datati e alla qualità mediana del suo stile, che si mantenne quasi invariata nel corso degli anni.

Palazzo Ducale di Urbino, simbolo della corte dei Montefeltro

Pale d'Altare e Affreschi

  • Pala Oliva (1489): Considerata la sua opera più importante, realizzata per la cappella Oliva nel convento di Montefiorentino a Frontino. Rappresenta la Madonna con Bambino, tra i Santi Francesco, Giorgio, Antonio Abate, Gerolamo e il conte Gian Francesco Oliva. La Sacra conversazione completa tuttora il mausoleo affidato all’abilità progettuale di Francesco di Simone Ferrucci.
  • Pala Gradara (1484): La prima pala firmata e datata da Santi, nota come Sacra conversazione, già nella pieve di S. Sofia a Gradara e oggi nella Pinacoteca comunale di Gradara. Questo dipinto è un esempio di produzione con caratteristiche seriali, dove il pittore fonde la cultura cortese, con particolare attenzione botanica, con «una articolazione spaziale che riprende [...] suggestioni da Piero e da Melozzo, ma lo fa liberamente senza ricalchi».
  • Pala Buffi (1489): Commissionata da Gaspare Buffi per la cappella di famiglia nella chiesa di S. Francesco a Urbino, questa grande tavola, oggi nella Galleria nazionale delle Marche, è considerata un emblema del percorso stilistico del maestro. Include elementi del suo repertorio, come «i due angeli reggicorona chiaramente desunti da Giusto da Gand».
  • Monumento funebre per Battista Tiranni (1481-1482): Commissionato da Pietro Tiranni per la chiesa di S. Domenico a Cagli, l’opera, caposaldo del suo catalogo, è un affresco con la Pietà di Cristo tra i ss. Girolamo e Bonaventura che corona un sarcofago marmoreo.
  • Altare della cappella Tiranni: Nella stessa chiesa di Cagli, gli affreschi della Sacra conversazione e della Resurrezione di Cristo palesano dinamiche spaziali che fondono le propensioni toscaneggianti con la tradizione pierfrancescana. La volta con Cristo e i putti si caratterizza per l’omaggio ai modi melozziani.
  • S. Girolamo in trono: Tela firmata, proveniente dalla chiesa di S. Bartolomeo a Pesaro, è un’opera emblematica dei rapporti con Melozzo.
La Pala Oliva di Giovanni Santi

Cicli e Altre Opere

Tra le altre opere significative si annoverano:

  • Il ciclo del tempietto delle Muse, realizzato per il Palazzo Ducale di Urbino, di cui fa parte la Musa Clio, derivante da un disegno conservato nella biblioteca di Windsor. Questa fa parte di un gruppo di otto tavole della Galleria degli Uffizi, ricondotte al tempo della committenza federiciana.
  • Una serie di tavolette dedicate al tema della Vergine con il Bambino: la tavola della National Gallery di Londra con Gesù dormiente, quella della Cassa di risparmio di Fano con medesimo soggetto, e quella con Maria in preghiera del Museo Albani di Urbino.
  • Dipinti collegati a questo gruppo includono la Madonna col Bambino del Museo nazionale di Poznań e quella già al Kaiser Friedrich Museum di Berlino (distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale).
  • La bottega di Santi si cimentò anche con il tema del Cristo in pietà, con opere come la tavoletta con il Cristo come ‘uomo dei dolori’ della Galleria nazionale delle Marche (stilisticamente discesa dall’arte di Pedro Berruguete) e il Cristo in pietà della Pinacoteca civica di Pesaro.
  • L’Annunciazione per la chiesa francescana di S. Maria Maddalena a Senigallia, oggi conservata a Urbino presso la Casa di Raffaello, mostra connessioni con la Visitazione fanese.
  • La Galleria nazionale di Urbino custodisce altre due tavolette affini: il Cristo morto sorretto da angeli e la Santa martire, quest'ultima con riferimenti stilistici alla coeva cultura di Sandro Botticelli.
  • La pala commissionata dai confratelli di S. Sebastiano, anch'essa nella Galleria nazionale di Urbino, sviluppa il tema del martirio con dinamiche teatrali, ritraendo Diocleziano e i confratelli con accenti veristici.
  • Un gruppo di sette tavole con gli Apostoli, già nella cattedrale di Urbino e ora alla Galleria nazionale delle Marche, è stato oggetto di lungo dibattito critico.
  • Sono stati riferiti a Santi anche un S. Giorgio di collezione privata, la decorazione di alcuni codici e la celebre Madonna col Bambino dormiente della Casa natale di Raffaello.
Dettaglio di un'opera di Giovanni Santi, con elementi stilistici fiamminghi

Rapporti con la Corte di Urbino e i Sodalizi Laici

L'attività della bottega di Santi si diversificò e si moltiplicò, operando per importanti chiese cittadine (cattedrale, S. Francesco, S. Sebastiano) e per la corte, acquisendo notorietà nella ritrattistica. Oltre alle commissioni ducali, ebbe rapporti con sodalizi laici cittadini: ricomprò nel 1486 dalla confraternita di S. Maria della Misericordia una vigna e mantenne tra il 1486 e il 1487 una continuità lavorativa come membro insigne del Corpus Domini, sebbene ne fosse allontanato per breve tempo nel 1482.

Gli Ultimi Anni e il Rapporto con Raffaello

Nel 1480 Giovanni sposò Magia di Battista Ciarla, figlia di un facoltoso mercante, che nel 1487 gli consegnò una dote di 150 fiorini. Nel 1483 nacque il figlio Raffaello, ma «questa del figlio è una storia diversa da quella di Giovanni Santi e che poco lo riguarda». La critica novecentesca ha evidenziato che il rapporto tra i due dovette essere limitato nel tempo: Giovanni era, per l’epoca, un padre anziano impegnato in una bottega itinerante, e Raffaello aveva solo undici anni quando egli morì.

Negli ultimi anni della sua vita, Santi è menzionato in diverse imprese artistiche: nel 1490 dipinse un perduto ritratto della principessa milanese Bianca Maria Sforza per Elisabetta, duchessa di Urbino. Nel 1493 operò ancora per il Corpus Domini e poco dopo, raccomandato sempre da Elisabetta, giunse alla corte mantovana dei Gonzaga, dove è citato in una lettera d’Isabella d’Este relativa a un suo ritratto. Nella città padana, realizzò anche un altro ritratto scomparso di Ludovico, zio del marchese Francesco II e vescovo di Mantova, e si impegnò a ritrarre lo stesso Francesco, senza riuscirvi a causa di problemi di salute, come testimoniato da missive marchionali tra l’aprile e l’ottobre del 1494.

Rientrato a Urbino il 27 luglio 1494, Giovanni fece testamento davanti ai familiari, ad Ambrogio Barocci e al fido collaboratore Evangelista da Pian di Meleto. Il successivo 1° agosto spirò e fu inumato nella chiesa di S. Francesco a Urbino.

Affresco di Giovanni Santi raffigurante una scena di vita di corte

La Rivalutazione Critica

Fino alla monografia di Luigi Pungileoni (1822), la principale fonte di conoscenza su Santi furono le Vite vasariane, dissimili nelle due edizioni del 1550 e del 1568. La critica indagò inizialmente la sua vicenda biografica con grande attenzione alla formazione del figlio Raffaello, e molti testi sul figlio trattarono anche del padre. Nell’Ottocento, Giovanni Santi fu gradualmente rivalutato e gli venne «riconosciuto un dignitoso posto di precursore della grande arte del Rinascimento». Erroneamente la critica del passato riteneva fosse noto più per l'eccellente figlio che non per la propria opera.

In occasione della Mostra di Melozzo e del Quattrocento romagnolo (Forlì, 1938) si compì un’efficace e piena contestualizzazione di Santi. Negli anni Settanta successivi, basandosi non solo sull’antica letteratura artistica ma anche su altre discipline umanistiche, la considerazione della sua opera aumentò. Recenti studi, inclusa la monografia Giovanni Santi di Ranieri Varese (1994), hanno ampiamente rivalutato la figura e l'opera di questo dotto artista. A questa analisi più approfondita hanno contribuito anche la traduzione in italiano del testo di Austen Henry Layard Giovanni Santi e l'affresco di Cagli (1994) e la ristampa anastatica del volume di J.D. Passavant Rafael von Urbino uni sein Valer Giovanni Santi.

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