Introduzione al Vangelo di Luca 18:9-14: Significato e Contesto

La parabola del fariseo e del pubblicano, narrata nel Vangelo di Luca (18:9-14), si trova solo in questo Vangelo e, insieme al brano precedente riguardante il giudice iniquo (Lc 18:1-8), costituisce un piccolo "catechismo sulla preghiera". Mentre la parabola del giudice iniquo esortava alla preghiera incessante, questa parabola indica il modo di pregare più gradito a Dio.

Secondo una sua abitudine, Luca costruisce l'introduzione della parabola basandosi sul suo contenuto. Nell'atteggiamento del fariseo, così come emerge dal suo modo di pregare, l'evangelista vede espressa la fiducia in se stessi e il disprezzo per gli altri. Questa descrizione del fariseo appare una caricatura, poiché la sua preghiera mette in luce la superbia di un uomo che vanta i propri meriti.

Illustrazione della parabola del fariseo e del pubblicano nel tempio

Contesto Lukaniano e Intento della Parabola

La "Grande Inserzione" di Luca (Lc 9-19)

La parabola si inserisce nella sezione dei capitoli 9-19 del Vangelo di Luca, nota come la "Grande Inserzione". Questa parte è specifica del Vangelo di Luca, riportando insegnamenti di Gesù che non si trovano negli altri Vangeli, e che l'evangelista ha ritenuto importante tramandare, probabilmente attingendo a fonti orali delle comunità. Gesù è in viaggio verso Gerusalemme, e questo cammino è costellato di insegnamenti che fungono da tappe per la maturazione della fede del discepolo e la comprensione del Dio rivelato in Gesù.

A una lettura superficiale, i brani del capitolo 18 possono sembrare accostati senza una grande continuità, tuttavia, esiste un'unità tematica e una logica che il redattore ha voluto esprimere, raggruppando e organizzando i testi attorno a un nucleo teologico.

La Preghiera Incessante (Contesto di Lc 18:1-8)

Il Vangelo di Luca sente la necessità di sottolineare spesso la certezza dell'esaudimento della preghiera, come si evince anche da Lc 11:9-13. Il tema della preghiera è "scomodo", poiché, sebbene le preghiere siano esaudite (cosa che un cristiano difficilmente potrebbe negare), non è facile definire quando si è pregato "sufficientemente" o "sufficientemente bene". Il "pregare sempre" non implica l'atto continuo di preghiera vocale, ma piuttosto la trasformazione della propria vita in un dono, un "culto spirituale". Questo invito è probabilmente legato al forte senso escatologico delle prime comunità cristiane.

La parabola precedente (Lc 18:1-8), quella del giudice iniquo e della vedova, spesso interpretata come un invito a una sana cocciutaggine nel chiedere giustizia, si conclude con la domanda retorica di Gesù: "Ma quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?". Questa interrogazione suggerisce che la fede necessaria sembra legata al modello di Dio che si ha in mente, ponendo il dubbio se, al ritorno di Gesù, ci saranno ancora persone che avranno fiducia in un Dio capace di ristabilire la giustizia e di pregare con costanza.

Finalità della Parabola del Fariseo e del Pubblicano

La parabola è rivolta, come indica Luca, "ad alcuni che si credevano giusti e disprezzavano gli altri" (Lc 18:9). Sebbene il riferimento possa sembrare specifico ai farisei, il "alcuni" è un termine retorico che suggerisce un messaggio universale, estendendo i destinatari a tutti i lettori cristiani. Fin dall'incipit, la parabola di Luca 18:9-14 sembra cambiare argomento rispetto alla precedente, pur mantenendo il tema della preghiera. La sua finalità non riguarda primariamente la quantità della preghiera, ma la sua qualità e l'atteggiamento interiore di chi prega.

Il Testo Evangelico (Luca 18:9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:

«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.

Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.

Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Analisi dei Personaggi e della Preghiera

Parabola del Fariseo e del Pubblicano. Commento iconografico-spirituale a cura di Alessio Fucile

Il Fariseo: Autopresunzione e Disprezzo

Il fariseo era una figura eminente nella società ebraica, rappresentante di virtù e osservanza della Legge. Il fatto che Luca stesso abbia descritto i farisei in modo critico, prepara il lettore a un'interpretazione più complessa. La sua preghiera mette in luce la superbia di un uomo che vanta i propri meriti e si basa sulla fiducia in se stessi e il disprezzo per gli altri.

  • La Condotta Apparentemente Irreprensibile: Il fariseo, in piedi (la posizione usuale per la preghiera), ringrazia Dio, elencando le sue opere buone e l'osservanza del Decalogo. Egli non si è mescolato con i peccatori e fa più di quanto la Legge prescrive. Digiunava due volte a settimana (oltre ai digiuni occasionali e privati, esisteva un digiuno volontario regolato per lunedì e giovedì) e pagava la decima su ogni cosa che possedeva, superando le prescrizioni (che la richiedevano su frumento, olio, vino e primogenito del bestiame). In questa enumerazione, il fariseo non esagera; dice la verità sulla sua condotta.
  • La Preghiera come Monologo e Autocelebrazione: La sua preghiera, pronunciata "dentro di sé" (mentalmente o sottovoce), è in realtà un monologo che lo porta ad auto-compiacersi. Egli maledice gli altri, e la sua preghiera si trasforma in auto-condanna. Gli esegeti notano che il fariseo prega senza aspettarsi alcunché da Dio, convinto che, avendo compiuto le azioni previste dalla Legge, tutto gli sia dovuto.
  • Il Dio "Contabile" e la Legge di Retribuzione: Il fariseo non chiede salvezza, perché è convinto di possederla già. La sua preghiera non contempla una relazione autentica con Dio, ma piuttosto una versione idolatrica di Dio, una proiezione del proprio ego e delle proprie convinzioni sulla salvezza. Egli riduce Dio alla funzione di un contabile, per il quale le opere meritorie equivalgono a un diritto alla ricompensa. Questa mentalità riflette una lettura ingenua della "legge di retribuzione", diffusa nella mentalità ebraica, che concepiva la ricompensa come qualcosa da ricevere nel mondo presente.

Il Pubblicano: Umiltà e Implorazione

I pubblicani erano esattori delle tasse, considerati peccatori e impuri per la loro collaborazione con i dominatori stranieri e le pratiche disoneste spesso associate alla loro professione. Essi erano disprezzati dall'opinione pubblica del tempo. Tuttavia, il pubblicano della parabola si presenta al tempio con un atteggiamento completamente diverso.

  • Atteggiamento di Contrizione e Consapevolezza del Peccato: Egli si ferma a distanza, non osa alzare gli occhi al cielo, un atteggiamento di umiltà e consapevolezza della propria indegnità. Si batte il petto, un gesto che esprime profondo dolore, contrizione e pentimento, quasi a voler frantumare la durezza del cuore e aprirsi al perdono di Dio.
  • L'Implorazione di Misericordia: Il pubblicano sa di essere interamente peccatore e, a differenza del fariseo, non enumera i propri peccati. Non ha nulla di buono da offrire a Dio, nemmeno una conversione che, secondo l'opinione comune, richiedeva lunga preparazione e la restituzione al 120 per cento di quanto acquisito disonestamente. La sua preghiera è breve, intensa e autentica: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". Egli invoca la misericordia divina, l'unica cosa che può chiedere, mostrando di intuire che, secondo gli schemi umani, non avrebbe neppure il diritto di invocarla. Come afferma sant'Agostino, "benché la sua coscienza lo allontanasse da Dio, la sua pietà lo avvicinava a lui".

Analisi Esegetica di Termini Chiave

"Credersi giusti" (πείθω - peithō)

Il verbo greco peithō (πείθω) nel medio passivo significa "credere, essere certo", e al perfetto, come in questo versetto (Lc 18:9), assume il significato di "avere fiducia". Indica la convinzione interiore e la sicurezza che i destinatari della parabola avevano riguardo alla propria giustizia.

"Disprezzare" (ἐξουθενέω - exoutheneō)

Etimologicamente, il verbo exoutheneō (ἐξουθενέω) significa "considerare come niente" (oudèn), quindi "disprezzare a morte". Questo termine sottolinea la radice della superbia del fariseo, che si fonda sul denigrare gli altri per elevare se stesso.

"Pregava tra sé" (πρὸς ἑαυτὸν - pròs eautòn)

Questa espressione presenta un'ambiguità caratteristica del Vangelo di Luca. Pròs eautòn (πρὸς ἑαυτὸν) potrebbe significare sia "stando in piedi da solo" (in parallelo all'esattore che si tiene a distanza), sia "pregava nel suo intimo". Quest'ultima interpretazione, un modo ironico tipico dell'espressione greca corrente, suggerisce che la preghiera del fariseo, pur essendo destinata a Dio, in realtà non va oltre chi la pronuncia, rimanendo un'auto-celebrazione.

"Abbi pietà di me" (ἱλάσκομαι - hilàskomai)

Nella forma media, il verbo hilàskomai (ἱλάσκομαι) significa "placare gli dei, renderseli propizi". Al passivo, come in questo versetto (Lc 18:13), significa "essere favorevole, propizio, clemente". Nella tradizione biblica, questo passivo implica l'attività di Dio stesso e non degli uomini. Non si tratta di un semplice "abbi pietà di me" (eléesón me), ma di un'invocazione che chiede la fine di una condanna, il ristabilimento di una relazione, una rinascita.

Il Messaggio Teologico della Parabola

La Giustificazione per Fede e Misericordia Divina

Gesù, con un solenne "Vi dico", proclama il giudizio di Dio: "Vi dico, questi discese giustificato, non l'altro". Questa affermazione doveva apparire sconcertante e scandalosa per l'uditorio del tempo. Il termine "giustificazione" è un segnale forte, poiché qui è in gioco l'intera idea cristiana di giustificazione, un concetto che ha generato dibattiti teologici secolari.

Nella parabola emerge chiaramente che Dio non retribuisce in base ai meriti umani. La giustificazione operante qui, e in altri brani lucani come quello del cieco, è una giustificazione "per fede". La "fede" in questo contesto non è solo professione o fede operante, ma la fiducia incondizionata nella misericordia divina. Sebbene la dottrina cattolica sottolinei che le opere non sono mai disgiunte dalla vera fede, e che senza di esse la fede è vuota, al contempo si afferma che l'uomo non acquista la salvezza con le opere e che la fede è un dono misterioso di Dio. Questa tensione si risolve nel mistero della misericordia divina, che supera la logica umana della retribuzione.

L'Umiltà come Porta alla Grazia

La parabola insegna che la vera vita di pietà porta alla giustificazione, intesa come l'arte di piacere a Dio. Questa non consiste nel sentirsi sicuri e migliori per l'osservanza di norme, ma nel riconoscere la propria povera condizione di creature bisognose della misericordia divina e chiamate ad amare gli altri come Dio li ama.

  • Il Giudizio di Gesù: Chi si Esalta sarà Umiliato: Il versetto 14b, "perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato", sebbene alcuni esegeti suggeriscano possa essere una frase pronunciata da Gesù in un altro contesto e poi inserita qui dal redattore, riassume il cuore del messaggio. L'esaltazione qui non è solo gloria futura, ma un riconoscimento della propria verità davanti a Dio, un ritorno all'umiltà da cui si è generati.
  • Riflessioni Patristiche e Magisteriali:
    • Sant'Agostino: Sottolinea che, anche se la coscienza del pubblicano lo allontanava da Dio, la sua pietà lo avvicinava a Lui.
    • San Giovanni Crisostomo: Afferma che l'umiltà supera il peso del peccato e giunge a Dio, mentre la superbia affonda la giustizia. Anche con molte opere buone, la presunzione le rende vane, mentre l'umiltà apre la porta alla fiducia in Dio.
    • Papa Francesco: Esorta a esaminare non solo "quanto" si prega, ma "come" si prega, valutando il cuore per estirpare arroganza e ipocrisia. Il fariseo è "l'icona del corrotto che fa finta di pregare", mentre Dio ha una debolezza per gli umili, spalancando il suo cuore davanti a loro.
    • San Josemaría: Consiglia di riconoscere i progressi dell'anima per ringraziare Dio, ricordando di essere "un poveretto che indossa un bell’abito... imprestato", invitando così all'umiltà pur riconoscendo i doni ricevuti.

L'Autenticità della Preghiera e il Culto Gradito a Dio

La parabola sottolinea che è possibile pregare "accanto" ma non "insieme", indicando che l'unità di tempo e luogo della preghiera non garantisce l'unità di cuore. La preghiera del fariseo è una "preghiera dell'esclusione", fondata sulla sua convinzione di superiorità sociale, morale e religiosa, che lo allontana da Dio, dai fratelli e da uno sguardo sincero su se stesso.

La preghiera autentica, invece, smuove dalle comodità e costringe a guardare il caos interiore, come fa il pubblicano. Questo concetto si allinea con le riflessioni del Siracide, che critica un culto basato sulla quantità e sulla falsa pietà. Il Siracide (Sir 34:21-27; 35:14-17) afferma che la preghiera gradita a Dio è quella del povero, dell'oppresso, dell'orfano, della vedova, e di chi soccorre i bisognosi, perché queste preghiere non si svolgono in un luogo sacro né seguono rituali codificati, ma sono tutt'uno con la vita. La vita stessa è il luogo che manifesta l'autenticità della preghiera. Le lacrime e il "grido contro", espressioni di preghiera non verbale, rappresentano la resa coraggiosa davanti a Dio, riconoscendo la propria realtà senza maschere, in un atto di fiducia nell'unica misericordia affidabile, quella di Dio.

Ampliamento Tematico nel Vangelo di Luca

La Connessione con le Parabole Precedenti e Successive

L'episodio dei bambini, che segue immediatamente le parabole sulla preghiera, offre un modello di religiosità e umiltà, poiché i bambini non hanno pregiudizi, orgoglio o astuzie. Questo suggerisce che Luca intendeva presentare l'umiltà come una caratteristica fondamentale per accogliere il Regno di Dio.

Successivamente, il racconto del giovane ricco solleva la domanda "Chi potrà essere salvato?". Gesù risponde che "nessuno è buono" e che "ciò che è impossibile all'uomo è possibile a Dio" (Lc 18:27), offrendo speranza anche per coloro che, a causa delle loro ricchezze, sembrano ostacolati. Infine, l'episodio del cieco, con la sentenza "La tua fede ti ha salvato!", evidenzia una fede estemporanea che va oltre i criteri umani. Questi brani, accostati, mostrano un passaggio dall'ideale al reale, mitigando giudizi e avvicinandosi alle difficoltà umane, e svelando la costante del tema della misericordia divina nel Vangelo di Luca.

I Destinatari del Messaggio: Non Solo i Farisei

Sebbene il brano evangelico sia rivolto esplicitamente a "alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri", e i farisei siano il riferimento più ovvio, l'uso di "alcuni" e la natura del disfunzionamento religioso smascherato suggeriscono un messaggio universale. La parabola parla a tutti, inclusi i cristiani stessi, ammonendo contro la "preghiera dell'esclusione" (José Tolentino), dove la preghiera, pur svolgendosi nello stesso luogo, non crea comunione ma esplode in distanza e superiorità.

La posizione fisica e il linguaggio corporeo dei personaggi sono significativi: il fariseo in piedi in un posto avanzato, la sua preghiera quasi una routine, riflette una superiorità sociale e religiosa che traspone nel suo rapporto con Dio. Al contrario, il pubblicano, meno avvezzo alle preghiere nel tempio, si ferma a distanza, non osa alzare gli occhi e si batte il petto. Il suo gesto di contrizione, unito all'invocazione di riconciliazione (hilàskomai), mostra l'effetto trasformativo della preghiera autentica e sincera davanti a Dio.

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