Il modernissimo Santuario della Maria SS. della Neve sorge in un luogo intriso di storia e fede. Secondo la tradizione, sul finire del VI secolo, in questo sito apparve ad alcuni contadini una dolce figura femminile con in braccio un bambino. Durante l'apparizione, i buoi si inginocchiarono, e la figura, sospesa nell’aria, era circonfusa di luce abbagliante e accompagnata da angeli e Arcangeli che diffondevano musiche soavi. Era la Madonna. In quel posto, dove anticamente sorgeva un tempio pagano, fu poi eretto un tempio cristiano dedicato alla Madonna.

L'Icona della Madonna della Neve
L'icona che raffigura la Madonna della Neve a Bonito è di particolare interesse. Il velo della Madonna non è il KALIPTRA con le tre stelle, simbolo della verginità prima, durante e dopo il parto, né l’OMOPHORION (o MAPHORION), ovvero il mantello che copre le spalle di una persona di riguardo. Piuttosto, esso è un segno chiaro della divina sapienza ispiratrice, indicando Maria come SEDES SAPIENTIAE, oppure, più probabilmente dato il contesto occidentale, della sua Regalità universale. Questa icona, nitida e precisa, diventa così la rappresentazione di una preghiera impressa sulla tela e si offre come una finestra luminosa aperta sul mondo soprannaturale, al di là del tempo e dello spazio. L’autore ignoto, come in quasi tutte le icone bizantine, dimostra di possedere sicura tecnica, ricchezza di linguaggio ed ottima ispirazione e gusto.

Eventi e Controversie Recentemente Affrontate
Gli eventi che hanno coinvolto il Santuario di Santa Maria della Neve hanno scosso profondamente la comunità di Bonito, mettendo in discussione la fiducia nelle istituzioni religiose locali. Circa tre anni fa, alcuni giovani notarono strane apparizioni su una pietra all’ingresso del santuario, suscitando curiosità e preoccupazione tra la popolazione. Le preoccupazioni della comunità portarono le autorità a intervenire. La Procura di Benevento avviò un’inchiesta con l’ipotesi di reato che includeva appropriazione indebita, peculato, violenza privata, minacce e diffamazione. Nonostante le accuse, molti concittadini difesero il presidente del comitato “Santa Maria della Neve”, Giovanni Grieco, elogiandone la dedizione alla chiesa. Nel giugno 2024, emerse un ulteriore scandalo: l’oro che adornava il manto della Madonna, precedentemente sequestrato e successivamente restituito, risultò scomparso.
I Festeggiamenti in Onore di Maria SS.ma della Neve
Il 5 agosto 2025, Morroni di Bonito (AV) ospiterà i festeggiamenti in onore di Maria SS.ma della Neve. Un ricco programma religioso e civile accompagnerà la comunità dal 26 luglio al 5 agosto. Il parroco Fra Angelo Pisecco, in un messaggio rivolto ai fedeli, invita a vivere le celebrazioni come un momento di affidamento e riflessione, richiamando il ruolo della Madonna come madre e guida verso la speranza.
Programma Religioso (Estratto)
- Sabato 26 luglio: Ore 19:00 - Santa Messa per il XXVII anniversario della consacrazione della Parrocchia.
Altre Chiese e Siti di Interesse a Bonito
La Chiesa di Sant’Antonio
La costruzione del Convento di Sant'Antonio iniziò nel 1712, e inizialmente fu completato solo un dormitorio e una piccola cappella. Il 29 settembre 1712, dopo l’autorizzazione della Santa Sede e del Vescovo di Ariano, arrivarono a Bonito i Padri Riformati che per lungo tempo svolsero il ruolo di guide spirituali della comunità. La Chiesa di Sant’Antonio presentava una sola navata e ai quattro lati erano visibili quattro fosse chiuse da grandi pietre, che servivano per la sepoltura. Il Convento era di forma quadrata: al pianterreno vi erano il Chiostro e, al centro, la Cisterna, costruita nel 1794; tutt’intorno si trovavano un salone adibito a cucina, una stanza-refettorio e vari depositi. Tramite una scala in pietra levigata, si arrivava al piano superiore, all’inizio del quale, in alto sul muro, si vedeva un dipinto rappresentante l’immagine della Madonna; proseguendo lungo il corridoio, a sinistra e a destra, erano poste le cellette adibite a dormitorio dei Frati; nel 1828 fu costruito l’Organo a canne. La legge eversiva del 7 luglio 1866 ordinò la soppressione del Convento e l’incameramento dei beni ecclesiastici: con successivi provvedimenti legislativi la Chiesa passò alle dipendenze dell’Autorità ecclesiastica ed il Convento diventò proprietà del Comune. Pesanti sono stati i danni che la struttura ha dovuto sopportare, prima a causa dei terremoti (23 luglio 1930; 21 agosto 1962; 23 novembre 1980) e poi per l’incuria umana. La devozione a Sant’Antonio nacque e si sviluppò molto probabilmente nella Chiesa Madre, come confermano la sosta della Processione del Santo Padovano davanti alla Chiesa S.M. Assunta e la presenza di una cappella dedicata al Santo in quest'ultima, molto più antica.
La Chiesa di San Domenico e la Congrega del Rosario
La chiesa di San Domenico (popolarmente detta “di S. Rosario”) e la presenza dei Domenicani a Bonito risalgono al 2 ottobre 1574, quando il barone Claudio Pisanello donò a Domenico Vita, padre provinciale dei Domenicani, il convento che aveva fatto costruire presso la rinnovata chiesa di S. Domenico. Una "memoria" scritta dal Padre Lettore Giamberardino riporta che, caduto il convento di S. Maria della Valle, S. Domenico fu fondato nel 1705, dopo il terremoto del 14 marzo 1702. Cadde nuovamente con il terremoto del 29 novembre 1732 e fu riedificato, terminando i lavori verso il 1736. La chiesa di San Domenico fu fondata a Bonito e possedeva un territorio di circa 8 tomoli, appartenente alla cappella della SS. Concezione. L'atto fu stipulato dal Notar Francescantonio Fierro di Mirabella il 20 settembre 1705. In un documento vescovile del 10 maggio 1517, presentato all’arciprete Renzo Ruggiero, viene menzionata la "Ecclesia S. Petri Hospitalis" (Chiesa di S. Pietro dell’Ospizio), ricca di diverse icone, il cui ospizio attiguo, composto di cinque camerette, era al servizio dei pellegrini e degli infermi. Nel 1703, con Breve pontificio, fu fondata in essa la Congrega di S. Giuseppe. Il 6 aprile 1763 una visita documenta la presenza di una congrega in onore del SS. Patriarca S. Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria. Successivamente la chiesa prese il titolo di “San Giuseppe”. Dopo il sisma del 1930, durante alcuni lavori di restauro, fu eliminato l’ipogeo usato per le sepolture e abbassato il livello del pavimento della chiesa, sostituendo anche il portale. Fino al 2 maggio 1969 funse da chiesa parrocchiale, quando questa fu resa inagibile dal terremoto del 21 agosto 1962. Costretta alla chiusura dopo il sisma del 1980, ha beneficiato di restauri che ne hanno salvaguardato la sicurezza, restando tuttavia ancora incompleta. Al suo interno sono custoditi un dipinto su tela raffigurante la Madonna del Carmine, risalente al 1700, un’urna contenente una statua in cera di Santa Filomena, un antico Fonte battesimale e alcune antiche statue: la Madonna delle Grazie, la Madonna di Loreto, S. Giuseppe.
Nella Visita Pastorale del 10 luglio 1614 si legge che nella chiesa di S. Maria della Valle "vi è eretto un altare del S. Rosario e vi sono iscritti diversi confratelli, anche se né si regge, né funziona sotto il nome di confraternita". Questo è un dato interessantissimo perché dimostra quanto radicata fosse la devozione al S. Rosario, prima ancora che la sua festa fosse ufficialmente istituita da S. La Congrega del S. Rosario fu istituita ufficialmente nella chiesa di S. Domenico e Rosario insieme, nell’anno 1867, il 6 ottobre, prima domenica del mese sacro al SS. Rosario. L’atto di fondazione fu redatto dal sacerdote D. Arc. Giuseppe Battagliese, firmato dal Vicario Foraneo (can. Andrea De Pietro) e quattro collegiali (Can. Agostino Ciriello, Can. Crescenzo Battagliese, Can. Giuseppe Battagliese, Can. Vincenzo De Chiara). Tra gli impegni che l’iscritto si assumeva c’era quello d’istruirsi nella Dottrina Cristiana, confessarsi e comunicarsi spesso, ma specialmente a Pasqua, visitare i confratelli ammalati, assistere alle processioni e portare sempre con sé la corona benedetta del S. Rosario. Alla devozione alla Vergine del Rosario, particolarmente sentita nel mese di ottobre, si aggiunse quella a S. Ciriaco, diacono e martire, quando nel 1886 s’introdusse la statua del santo e da allora si cominciò a celebrare la festa l’otto agosto, insieme a quella di S. Domenico. Venerati sono anche S. Vincenzo Ferrer, spesso menzionato come titolare della chiesa nel linguaggio popolare, S. Alfonso de’ Liguori, S. Tommaso d’Aquino, S. Domenico e S. La chiesa, danneggiata dal terremoto del 21 agosto 1962, fu riparata, conservando le sue linee originali, e riaperta al culto il 29 luglio 1977 dal Vescovo diocesano Mons. Nicola Agnozzi, che la ridedicò a S. Domenico.
La Chiesa dell'Annunciazione (o dell'Oratorio)
La chiesa attuale risale al 2 maggio 1969, quando fu riaperta al culto dopo il terremoto del 21 agosto 1962. Al suo interno si conservano pregiate opere d’arte come il quadro dell’Annunciazione, il quadro della Madonna della Candelora di José Rodriguez della città di Oliva-Fuerteventura, la statua della Divina Pastora, il busto di Giulio Cesare Bonito e si venerano una reliquia della Santa Spina ed il corpo di San Crescenzo Martire. La fede profonda e sentita dei Bonitesi nel mistero del Verbo Incarnato è storicamente documentata fin dal 1500. Nelle chiese di rito orientale una parete, detta “iconostasi” perché coperta da icone, divide rigorosamente il presbiterio, luogo riservato al clero, dal luogo dove si congregano i fedeli. Al centro di questa parete si apre una porta che dà direttamente sull’altare maggiore. In posizione privilegiata, nel catino absidale della chiesa dell’Annunciazione (dal 1700 chiamata anche “dell’Oratorio”), troneggiava, fin dal 1738, questo magnifico dipinto. Quest'opera, un olio su tela di 3x2 metri, inserito in una ricca cornice dorata, fu probabilmente eseguita secondo ordini precisi dei committenti bonitesi, i quali vollero farvi inserire S. Bonito, da poco proclamato Patrono Principale del paese, e S. Caterina d’Alessandria, al cui nome era dedicata una chiesetta in località “Vigna della Corte” ed un’immagine nella cappella di S. Maria di Loreto nell’antica chiesa parrocchiale. In primo piano, in basso a sinistra, appare S. Bonito, mentre un bagliore investe le due figure principali e si concentra sui loro volti trasfigurati. L’angelo sembra fremere sotto il balenare della luce: le gambe nude emergono saltellanti dalla bianca tunica semidiscinta, il mantello esiguo fascia il corpo con un giro guizzante dal braccio destro al ginocchio sinistro segnatamente rialzato. La luce, accolta con docilità dall’umile tela, si fa colore. La Parola, ricevuta con fede dalla giovane donna, si fa carne: ET VERBUM CARO FACTUM EST, ET HABITAVIT IN NOBIS…DEUM DE DEO, LUMEN DE LUMINE, DEUM VERUM DE DEO VERO.
La Cappella di "Vincenzo Camuso"
Percorrendo il belvedere di Bonito, che offre uno spettacolare panorama sulle valli dell’Ufita e del Calore, si giunge alla cappella di "Vincenzo Camuso". La cappella, ricavata nella cripta di quella che un tempo era la Chiesa dell’Oratorio, abbattuta in seguito al sisma del 1962, custodisce la mummia di un misterioso personaggio venerato dai bonitesi, da circa duecento anni ormai, come un santo con proprietà taumaturgiche, come attestano i numerosi ex-voto che tappezzano le pareti dell’ambiente. Le innumerevoli versioni della tradizione popolare lo identificano a volte con un chirurgo che effettuava miracolose operazioni durante la notte, a volte con un ciabattino, altre con un monaco. La leggenda lo presenta anche come uno spietato vendicatore che, a chi lo offende o gli manca di rispetto o mette in dubbio i suoi poteri, appare in sogno per colpirlo con vigorose bastonate.
Il Fregio Dorico e i Monumenti Funerari
Un monumento locale, di cui resta solo un elemento, il fregio, rimane anonimo perché mutilo del titolo sepolcrale. Tuttavia, una ricostruzione sommaria dello stesso si potrebbe avere prendendo a modello il sepolcro di C. Nonius di Isernia, composto da una data con il titolo sepolcrale, posato su un plinto con modanatura e coronato da un fregio dorico. Al di sopra di questo era un epistilio, destinato a sostenere pulvini o acroteri, oppure una sovrastruttura zoomorfa. A parte la prova di nave (rostro), che è il simbolo della potenza marina di Roma e che incominciò ad apparire sul rovescio delle monete di bronzo dal 338 a.C., quando l’Urbe ebbe una vera marina da guerra, avendo per prima liberato il Tevere dal dominio degli Etruschi di Caere e di Tarquinia con il dittatore Marcius Rutilus nel 356 a.C. Nel caso che ci riguarda, l’insegna della nave, invece, è il tridente avvolto dal delfino; tale emblema trova riscontro sul rovescio di un denario repubblicano appartenente al console C. Sosius, il quale fu alla testa di una divisione navale di Antonio contro Ottaviano nella battaglia di Azio nel 31 a.C. Pertanto si può affermare con una certa sicurezza che questo fregio dorico faceva parte di un monumento funerario, appartenente a un ex classarius della zona di Aeclanum, partigiano di Antonio, il quale, alle dipendenze del console C. Sosius, fu coinvolto nella battaglia di Azio.
La Mostra Permanente di Gaetano Di Vito: "Alla ricerca delle cose perdute"
La mostra permanente di Gaetano Di Vito, “Alla ricerca delle cose perdute”, nella sua nuova sede, è stata inaugurata il 1 agosto 2011 a Bonito (AV), in vico Masaniello, un piccolo vicoletto del corso principale all’altezza dell’antica chiesetta di San Giuseppe. La tenacia e la perseveranza di Gaetano Di Vito, privato cittadino, hanno portato alla realizzazione di quello che sembrava un sogno solo alcuni mesi fa. Collezionista da circa venticinque anni, il giovane bonitese ha iniziato a raccogliere oggetti antichi all’età di dieci anni. La sua collezione si è ingrandita sempre di più nel tempo, abbracciando praticamente un po’ tutti i mestieri, l’oggettistica e le espressioni artistiche della nostra realtà storico-sociale. Ora, grazie anche alla disponibilità privata, la straordinaria mole di oggetti ha trovato la giusta collocazione in un immobile donatogli generosamente dalle sorelle Pagella. Per volontà della signorina Rosaria, purtroppo recentemente scomparsa, e della sorella, prof. Ermelinda, Di Vito ha avuto la possibilità di sistemare una volta per tutte le sue molteplici collezioni.
Le curiosità sono davvero tante: si passa dalla bottiglia per catturare le mosche, a uno dei primi biberon in vetro della Robert, dall’uovo da barbiere (da mettere in bocca a chi era troppo magro per radergli meglio la barba), a una notevole collezione di ceramiche, dalle stampe antiche a oggetti di arte sacra, dalle attrezzature mediche a oggetti della civiltà contadina, dalle attrezzature del calzolaio a quelle del falegname, dalle numerose scatole di latta agli strumenti per la filatura e la tessitura, per non tacere dei ricordi, dolorosi e gioiosi, dell’emigrazione. Tutto questo, sistemato con gusto e diviso per mestieri o per tipologia di oggetti nelle stanze della nuova sede, in pieno centro storico, dotata anche di un ampio e panoramico giardino retrostante che già si preannuncia, in un prossimo futuro, teatro di manifestazioni culturali e gastronomiche.
Il Culto di San Crescenzo Martire
Incastonata nella parete laterale destra della Chiesa Madre, un’urna maestosa di dimensioni di 2,20 metri per 1,20 metri contiene il corpo di San Crescenzo Martire. Questo nome augurale, auspicio di crescita non solo fisica, ma soprattutto spirituale e morale, si trova già nel Nuovo Testamento, esattamente al capitolo 4, versetto 10 della seconda lettera di S. Paolo a Timoteo, nella grafia greca, (Kreskes), resa in latino con Crescens ed in italiano con Crescente o Crescentino. Il corpo del santo è venerato dai Bonitesi come una preziosa reliquia che testimonia la fede e la storia del cristianesimo locale.