L'Intervista al Cardinale Pietro Parolin: Tra Diplomazia, Conflitti e la Posizione della Chiesa

Il Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Pietro Parolin, ha rilasciato una serie di dichiarazioni significative ai giornalisti, affrontando temi cruciali della politica internazionale, le relazioni con gli Stati Uniti e la posizione della Santa Sede sui conflitti globali. Le sue parole sono state raccolte sia durante la presentazione di un libro che in occasione di una visita a San Giovanni Rotondo.

Le Dichiarazioni del Cardinale Parolin

Rapporti con gli Stati Uniti e gli attacchi di Trump al Papa

Il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha risposto alle domande dei giornalisti fuori dall’Augustinianum, dove presentava il libro “Liberi sotto la Grazia”, edito da LEV. In quell'occasione, gli è stato chiesto conto, in particolare, delle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, secondo il quale il Papa accetterebbe che l’Iran possa detenere le armi nucleari, mettendo così “in pericolo” migliaia di cattolici. Parolin ha replicato con un sorriso agli attacchi del presidente Trump al Papa, definendo "un po' strano, perlomeno" "attaccarlo in questa maniera o rimproverare quello che fa".

Il Segretario di Stato ha risposto con le stesse parole del Pontefice da Villa Barberini: “Bisogna parlare nella verità”. Quella del presidente Usa “certamente non è un'affermazione corretta, nel senso che la Santa Sede ha sempre lavorato, continua a lavorare proprio sul disarmo nucleare… ha parlato e ha promosso questo accordo che tocca la liceità del possesso delle armi nucleari”. Quindi, ha ribadito, la Santa Sede ha una posizione “molto chiara” a riguardo.

Il porporato non è entrato nel merito dei reiterati attacchi del presidente, iniziati in aprile, ma ha affermato: “Non vorrei entrare in giudizi, in valutazioni personali su questa cosa. Io credo che il Papa fa quello che deve fare: il Papa fa il Papa”.

Cardinale Pietro Parolin parla ai giornalisti all'Augustinianum

L'udienza con Marco Rubio e i "temi caldi"

Alla vigilia dell’udienza in Vaticano di Marco Rubio, segretario di Stato Usa, il Cardinale Parolin ha spiegato che verranno affrontati tutti i “temi caldi”. Riguardo all’incontro del Papa con Rubio, che vedrà poi lo stesso Segretario di Stato, il cardinale ha chiarito: “Anzitutto ascolteremo lui, l'iniziativa è partita da loro”. Ha aggiunto che “si parlerà di tutto quello che è successo in questi giorni. Non potremmo non toccare questi argomenti”.

Più in generale, come sempre negli incontri con personalità politiche, si toccheranno “temi di politica internazionale e soprattutto dei conflitti”, questioni come l'America Latina e probabilmente anche la questione di Cuba. Insomma, ha spiegato il porporato, “tutti quelli che sono i temi più caldi”.

Mappa del Medio Oriente e dell'America Latina con punti di conflitto

Apertura al dialogo con Trump

Parolin si è mostrato poi aperto a possibili “sviluppi” nel rapporto con l’amministrazione Usa. Sottolineando che “adesso è prematuro” dire se ci sarà o meno un colloquio telefonico tra il Papa e Trump, ha affermato: “Il Santo Padre è aperto a tutte le opzioni, non si è mai tirato indietro di fronte a nessuno. Quindi se ci fosse l'offerta o la richiesta di un dialogo diretto con il presidente Trump, immagino che non avrebbe nessuna difficoltà per accettarlo”.

Interrogato su chi contasse maggiormente tra Rubio e Trump, il Cardinale Parolin ha risposto con un sorriso: “Io? Io non conto su nessuno. Conto solo sul nostro Signore Gesù Cristo”.

La Posizione della Santa Sede sui Conflitti Globali e il Diritto Internazionale

Disarmo nucleare e risoluzione dei conflitti

Non ci saranno ulteriori proposte da parte della Santa Sede sulla soluzione del conflitto in Iran, se non quelle che “ci sono sempre state”, ovvero “quella del dialogo”. Parolin ha ribadito con fermezza: “Questi conflitti non si possono risolvere con la forza, ma vanno trattati e vanno risolti attraverso un negoziato. Che sia un negoziato di buona volontà, sincero, in modo che tutte le parti possano esprimere il loro punto di vista e trovare dei punti di convergenza”.

Gli Stati Uniti rimangono comunque un interlocutore fondamentale: “Come si fa a prescindere dagli Stati Uniti? Non si può prescindere dagli Stati Uniti. Nonostante avvenga qualche difficoltà, loro rimangono certamente un interlocutore per la Santa Sede. Anche perché hanno un ruolo in quasi tutte le situazioni che oggi viviamo”.

La crisi del diritto internazionale e la "diplomazia della forza"

Il Cardinale Pietro Parolin ha richiamato con chiarezza la gravità della situazione attuale, segnata dal nuovo fronte di crisi aperto in Medio Oriente dopo l’attacco statunitense e israeliano contro l’Iran. In un’intervista rilasciata ai media vaticani e firmata da Andrea Tornielli, ha osservato: «È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza». Ha parlato «con grande dolore» delle ore drammatiche che stanno vivendo i popoli mediorientali, in mezzo ai quali vivono «le già fragili comunità cristiane».

Le Nazioni, ha sottolineato Parolin, «sono nuovamente ripiombate nell’orrore della guerra», con il suo carico di morti, distruzioni e instabilità. Ha ricordato le parole del Papa all’Angelus di domenica 1° marzo 2026, che aveva definito la situazione una «tragedia di proporzioni enormi» e una «voragine irreparabile», risuonando come una diagnosi lucida del rischio che il conflitto assuma dimensioni ingestibili.

Di fronte ai raid contro l’Iran, Parolin ha ribadito la posizione costante della Santa Sede: «La pace e la sicurezza devono essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali». Ha ricordato lo spirito che animò i fondatori dell’ONU dopo la Seconda Guerra Mondiale - evitare ai popoli l’orrore già sperimentato - e ha constatato quanto oggi quello sforzo appaia indebolito. «Si va sostituendo una diplomazia della forza», ha affermato, con Stati o gruppi di alleati che ritengono di poter «perseguire la pace mediante le armi».

La diplomazia vaticana

La questione della "guerra preventiva"

Su questo sfondo si colloca il tema della cosiddetta “guerra preventiva”, invocata come motivazione dell’attacco. Parolin ha rimarcato con forza che il ricorso alla forza può essere considerato solo come «ultima e gravissima istanza», dopo aver esaurito ogni canale politico e diplomatico, e sempre all’interno di un quadro multilaterale. Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi «in fiamme». «Alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza - ha avvertito il cardinale -, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è annientato».

Le aspirazioni dei popoli e il declino del bene comune

Tra le ferite aperte, il Cardinale ha menzionato anche quelle delle grandi manifestazioni popolari in Iran, represse nel sangue nelle settimane scorse. Una pagina che, ha notato il Segretario di Stato, non può essere dimenticata: «Le aspirazioni dei popoli devono essere prese in considerazione e garantite nel quadro legale di una società che garantisce a tutti di esprimere liberamente e pubblicamente le proprie idee, e questo vale anche per il caro popolo iraniano». Ha suggerito che la soluzione non può arrivare «tramite il lancio di missili e bombe».

L’analisi si è poi allargata alla crisi profonda che attraversano oggi il diritto internazionale e la diplomazia. Alla base, secondo Parolin, c’è l’indebolimento della consapevolezza che il bene comune è il bene di tutti: la logica degli interessi particolari ha eroso lo spirito che ispirò sia il sistema multilaterale sia progetti politici come l’Unione Europea. Ne deriva la tentazione, da parte degli Stati, di liberarsi dei vincoli legali internazionali per agire in autonomia, imponendo il proprio ordine ed «evitando la drammatica ma nobile fatica della politica, fatta di discussioni, di negoziati».

In questo quadro sta emergendo «un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità», con la rimozione progressiva di principi fondamentali come l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale e il rispetto del diritto. Viene messo in discussione e gradualmente accantonato tutto l’apparato costruito dal diritto internazionale in ambiti quali il disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il rispetto dei diritti fondamentali, la proprietà intellettuale e gli scambi e i transiti commerciali.

Trattamento diseguale delle violazioni del diritto

Il cardinale ha denunciato anche un trattamento diseguale delle violazioni del diritto, con «casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente». Un atteggiamento che, ha affermato, alimenta divisioni e ingiustizie. «Non ci sono morti di serie A e di serie B, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro o in un determinato Paese». Ha richiamato l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici.

La Visita a San Giovanni Rotondo e il Messaggio del Papa

Predicare il Vangelo e la Pace "opportune et importune"

In visita a San Giovanni Rotondo il 5 maggio 2026, dove ha celebrato i settant’anni della fondazione della "Casa Sollievo della Sofferenza" voluta da Padre Pio, il Cardinale Pietro Parolin ha risposto anche a domande sui nuovi attacchi del presidente americano Donald Trump al Papa. Il presidente Usa, Donald Trump, ha rinnovato i suoi attacchi al Papa, affermando: “Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, per lui va benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare”. A stretto giro è giunta la risposta del cardinale Pietro Parolin: «Il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, di predicare la pace - ha dichiarato Parolin ai giornalisti - come direbbe San Paolo, opportune et importune».

Il riferimento è all’esortazione dell’Apostolo delle genti a Timoteo: annuncia la Parola, sia a tempo opportuno sia a tempo inopportuno. Questa frase, applicata al Successore di Pietro, «suona come una dichiarazione di indipendenza del magistero pontificio dalle stagioni burrascose della politica internazionale». Parolin ha ricordato che il Papa aveva già replicato il 13 aprile precedente, durante il volo che lo portava in Africa, e che quella fu «una risposta molto, molto cristiana» che non cerca la polemica, ma “pianta un paletto netto”. «Non so se il Papa avrà occasione di rispondere ancora, perché quella occasione c’era l’incontro coi giornalisti. Ma la linea rimane quella».

Il Cardinale ha aggiunto: «Che questo possa piacere o non possa piacere, è un discorso che capiamo non tutti sono sulla stessa linea. Però quella è la risposta del Papa».

Foto aerea di San Giovanni Rotondo con la Casa Sollievo della Sofferenza

La questione delle benedizioni per le coppie dello stesso sesso e la sinodalità

Per il cardinale Parolin, è ancora “prematuro” prevedere un intervento della Santa Sede sui vescovi tedeschi per la questione della benedizione per le coppie dello stesso sesso. Ha precisato che in questo momento si è “in dialogo” e “vediamo cosa succede”. La decisione, ha sottolineato, spetta al Papa, ma “abbiamo già da tempo iniziato un dialogo, su questo punto esprimendo ciascuno i propri punti di vista”.

Il Segretario di Stato ritiene possibile “trovare una composizione” che raccolga i diversi pareri anche sul tema della sinodalità e cioè “che qualsiasi decisione deve essere in accordo con il Diritto canonico, con il Concilio Vaticano II, con la tradizione della Chiesa”.

Le nomine episcopali e la credibilità della Chiesa

Il nervosismo del presidente Usa che continua ad attaccare il Papa, si spiega anche con le nomine degli ultimi tre vescovi, avvenute il Primo maggio, scelti tra sacerdoti che si sono distinti per l’attenzione verso i migranti e i poveri. Mentre una parte della Conferenza episcopale americana appare divisa e incerta nel sostenere apertamente il Papa, queste nomine rinforzano il fronte dei vescovi più impegnato nel sociale.

I sondaggi vedono crescere la credibilità della Chiesa, a scapito del presidente. Secondo la rilevazione di Gallup di fine 2025, il Papa è di gran lunga il leader più apprezzato. Negli Stati Uniti, un sondaggio condotto a novembre aveva rilevato che oltre due terzi degli elettori cattolici americani hanno un’opinione favorevole del Papa, mentre un sondaggio condotto questo mese da Reuters/Ipsos ha mostrato che il 60% degli americani in generale approva il Papa. Nel frattempo, Trump è in vistoso calo.

John Cavadini, direttore del McGrath Institute for Church Life presso l’Università di Notre Dame, ha notato che il Papa “non ha minato la sua credibilità perché molti ritengono che provenga da un sincero intento pastorale”. Il Papa “ha una presenza che trovo edificante e stimolante. Le sue argomentazioni tendono a essere unificanti”.

Il problema dell'idolatria politica e la figura di Cristo

Karen E. ha scritto riguardo l'immagine di Trump creata dall’intelligenza artificiale che lo ritrae come Gesù, o con le parole di Paula White-Cain e Pete Hegseth: “Il problema non è semplicemente che siano idolatriche o che violino il Primo Comandamento. Il problema è che svuotano il cristianesimo dissolvendo l’unicità di Cristo in una metafora politica riutilizzabile. Una volta che qualsiasi leader in difficoltà può essere dipinto come salvatore, qualsiasi ritorno come resurrezione, qualsiasi sopravvivenza come elezione divina, il principio cardine del cristianesimo perde il suo significato. Gli antichi credi del cristianesimo dei primi secoli, insistono giustamente sul fatto che Cristo non è un esempio di sofferenza tra tanti, ma l’unico mediatore attraverso il quale Dio salva l’umanità. Presentare Trump come Cristo non è quindi solo blasfemo o idolatrico, ma rappresenta una negazione del fondamento teologico più profondo del cristianesimo”.

Prospettive e Speranza

Un appello alla responsabilità e al negoziato

Quali prospettive, allora, per una crisi che rischia di allargarsi? «Spero e prego che l’appello alla responsabilità che il Papa ha rivolto domenica scorsa venga accolto e possa far breccia nei cuori di chi sta prendendo le decisioni», ha notato il porporato. Ha ribadito la necessità che «cessi il rumore delle armi» e si torni al negoziato, riconoscendo che la diplomazia richiede tempo, pazienza e determinazione. Allo stesso tempo, è necessario «prendere atto che l’ordine internazionale è profondamente cambiato rispetto a quello disegnato ottant’anni fa con l’istituzione dell’ONU. Senza nostalgie per il passato, è necessario contrastare ogni delegittimazione delle istituzioni internazionali e promuovere il consolidamento di norme sovranazionali che aiutino gli Stati a risolvere pacificamente le contese, attraverso la diplomazia e la politica».

Simbolo di pace con mani che si uniscono

Il ruolo delle religioni nella promozione della pace

Le religioni, ha sottolineato Parolin, danno un apporto fondamentale sul tema della promozione della pace. Tanto che, se si dovesse fare un documento ecumenico sulla falsariga di quello della Fraternità Umana, uno dei temi dovrebbe essere proprio quello della pace.

La speranza cristiana e la via del dialogo

La speranza dei cristiani, ha ricordato infine il Segretario di Stato, nasce da Cristo che rifiutò la via della spada e non rispose alla violenza con la violenza. Una speranza alimentata anche dalle tante voci che nel mondo chiedono pace e giustizia. I nostri popoli chiedono pace!

Altri temi diplomatici

  • Accordo Santa Sede-Cina: Il prossimo ottobre, scadrà l’accordo sulla nomina dei vescovi siglato da Santa Sede e Cina. Già rinnovato una volta ad experimentum, l'accordo ha portato finora a sei ordinazioni episcopali con la doppia approvazione. Ora si dovrà decidere se rinnovarlo o meno. I termini dell’accordo sono confidenziali.
  • Crisi in Ucraina: Sin dalla crisi della Crimea, e poi con le situazioni del Donbass e Luhansk, la Santa Sede ha fatto presente alla Russia la necessità di una soluzione negoziata, un tema che è stato presente in tutti i colloqui.

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