Storia e Iconografia della Madonna del Soccorso

La figura della Madonna del Soccorso affonda le sue radici in diverse leggende che sono entrate a far parte della ricca tradizione cristiana, dando vita a un culto diffuso e a un'iconografia peculiare.

Origini e Diffusione dell'Iconografia

La Leggenda di Palermo del 1306

La nascita dell'iconografia mariana della Madonna del Soccorso è strettamente legata a un episodio miracoloso avvenuto a Palermo nel 1306. La tradizione narra di una donna, molto devota alla Vergine, la quale, esasperata dalla vivacità del figlio, invocò il demonio pronunciando le parole «che il diavolo ti porti via». Un giorno, il maligno apparve e afferrò il bambino, tentando di portarlo con sé all'inferno. La madre, pentita, invocò in suo soccorso la Madonna, che immediatamente intervenne in difesa del bambino. Il demonio, evocato, si palesò prontamente per impossessarsi del bambino, ma l'intervento della Vergine lo scacciò. Questa storia sottolinea la forza suggestiva dell'immagine per mostrare la supremazia di Dio sul demonio.

Il culto della Vergine Maria del Soccorso fu istituito a Palermo nel 1306, in seguito alla presunta apparizione della Vergine al padre agostiniano Nicola La Bruna. Secondo la tradizione, il monaco, affetto da male incurabile e ormai in fin di vita, sarebbe stato guarito dalla Madonna, che in cambio gli avrebbe chiesto di diffondere la notizia del miracolo e di farla invocare con il nome di Madre del Soccorso.

Gli agostiniani, che avevano una particolare devozione per la Vergine Maria, utilizzarono questa immagine potente per spingere il popolo, spesso incolto, ad abbandonare le pratiche evocatorie del maligno. Da Palermo, la Madonna del Soccorso è patrona di Sciacca in Sicilia, regione in cui il culto ebbe origine, e la devozione è venerata anche a Bologna.

Diffusione in Italia e Caratteristiche Iconografiche

L'iconografia della Madonna del Soccorso si diffuse ampiamente in Italia tra il 1400 e il 1500, in particolare nelle regioni dell'Umbria e delle Marche, ma anche in altre aree. La Vergine del Soccorso è generalmente raffigurata mentre sta per percuotere un demonio che si rannicchia terrorizzato ai suoi piedi.

Quale particolare simbologia si cela dietro la rappresentazione della Madonna del Soccorso affiancata dai Santi Sebastiano e Rocco? È noto che anche la Madonna del Soccorso, per quanto meno noto, veniva invocata contro la peste. Questo accostamento, presente ad esempio nella chiesa di San Sebastiano eretta a Castel di Sangro verso il 1500, nei pressi della Porta di Napoli, evidenzia il ruolo della Vergine come protettrice dalle epidemie, al pari dei due santi tradizionalmente invocati contro il morbo.

Madonna del Soccorso con i Santi Sebastiano e Rocco, dipinto rinascimentale

Manifestazioni Locali del Culto

La Leggenda di Pratola

A Pratola, in Abruzzo, l'origine del culto è legata a una leggenda che narra di un evento all'inizio del 1500. Un uomo di nome Fortunato, colpito dalla peste, si rifugiò in una diroccata chiesetta campestre. Addormentatosi, sognò una donna bellissima che, presentandosi come la Liberatrice, gli promise la grazia per lui e per tutti i pratolani. Al risveglio, l'uomo si accorse che un occhio lo fissava tra le pietre, confermando una profezia. Questa leggenda, supportata poi da fonti storiche, conferma che a Pratola e in Abruzzo imperversò un'epidemia di peste all'alba del 1500.

La Chiesa di Santa Maria del Soccorso ad Alfedena

Ad Alfedena, la chiesa di Santa Maria del Soccorso cela al suo interno un piccolo, inaspettato, raffinato gioiello. Si suppone che sia stata eretta dopo la seconda metà del 1400. È un dato certo, invece, che la chiesa fu dotata del suo piccolo portico solo a partire dal 1800. Un'ulteriore prova della connessione peste-affresco può essere data dalla struttura e dalla posizione della chiesa di Alfedena, un tempo posta fuori dell'abitato, lungo il tratturo e frequentata soprattutto da pastori, contadini e viandanti. L'affresco di Alfedena, come supposto dagli studiosi, si può accostare alla cerchia di artisti operanti nell'area marchigiana.

Balzano ci fornisce l’informazione che nel 1911 l’immagine del diavolo era ancora presente nell’affresco, quindi l’abrasione è stata fatta in un passato relativamente recente.

Curiosità e Simbolismi Murari

Entrando nel portico, ponendo molta attenzione poiché è quasi invisibile a un primo sguardo, può svelarsi ai nostri occhi una strana incisione. È noto che nella struttura della facciata della chiesa sono state inserite pietre e materiali di recupero, nel corso dei vari restauri eseguiti nelle epoche passate. Gli studiosi tendono ad associare le triplici cinte all'omonimo gioco con le pedine chiamato anche filetto o tris. Fu durante il Medioevo che in Europa queste incisioni ebbero la loro massima diffusione. Si pensa che la triplice cinta venne adottata, come uno dei loro simboli, dai Cavalieri templari. La presunta triplice cinta della chiesa della Madonna del Soccorso ad Alfedena non è un caso isolato in paese, notandosi in particolare le piccolissime dimensioni di alcune triplici cinte fotografate e lo spazio ridotto.

Infine, a sostegno di alcune ipotesi, la toponomastica della zona è rilevante. Indicata come la "peschiera del Barone", era situata, stando a quanto riporta G. Sul territorio italiano, le peschiere erano in uso già in epoca romana e furono importanti anche durante il Medioevo soprattutto per alcuni ordini monastici, come quello dei Templari, la cui dieta ferrea escludeva perlopiù la carne ma tollerava il pesce. In molti casi, la presenza di un toponimo come “peschiera” o “pescara” può rivelare quindi un insediamento templare in epoca medioevale. Inoltre, leggendo i dettagli particolareggiati di una scoperta archeologica, è stata notata un'altissima percentuale di sepolture di bambini, concentrate perlopiù all'interno di un circolo di grossi ciottoli, come spesso era in uso tra i Sanniti, sollevando interrogativi sul motivo di tale concentrazione.

La Devozione a Lamezia Terme (Magolà)

A Lamezia Terme, la devozione alla Madonna del Soccorso è particolarmente sentita nella frazione Magolà e, in generale, nell'ex comune di Nicastro. Il santuario dedicato alla Madonna del Soccorso è situato su una verdeggiante collina che domina la città e si affaccia sulla piana di Sant'Eufemia, nel punto più panoramico. La presenza di questa chiesa ha dato il nome poi a tutta la zona, tanto che il popolo lametino denomina la collina "U Suncùrzu", pur essendo la contrada Magolà. La leggenda narra che il culto iniziò dopo il ritrovamento di un quadro della Vergine smarrito dagli Angioini, che verso il 1265 arrivarono nelle zone di Nicastro a combattere contro gli Svevi. Da questo racconto popolare nacque una lauda dialettale, ancora cantata durante la festa, in cui si dice che la sacra Immagine venne trovata in un groviglio di spine.

La storia narra che nel 1719 nel territorio di Magolà era presente un'edicola votiva ("conicella"), eretta dai fratelli Gatto per devozione, in quanto la Vergine era stata prodiga di grazie e di miracoli. La chiesa attuale fu edificata poco dopo la costruzione dell'edicola votiva; un documento riporta che fu ultimata nel 1740. La chiesa, a una navata, possiede a lato dell'altare l'antica statua della Madonna del Soccorso, di scuola napoletana del XVIII secolo, restaurata nel 2010. La devozione alla Madonna del Soccorso era ed è praticata soprattutto dalle contrade vicine come Zangarona e Fronti, oltre che dalla stessa Magolà e dal quartiere di Nicastro. La festa è fissata alla terza domenica di luglio ed è preceduta dalla novena.

Santuario della Madonna del Soccorso a Magolà, Lamezia Terme

Il Culto a San Severo

Anche a San Severo il culto della Madonna del Soccorso è legato agli Agostiniani, che in città ebbero un convento (con annessa chiesa di Sant'Agostino) attestato dal 1319. Tornati nel 1514, dopo un periodo di allontanamento, i frati vi promossero il culto della Madonna Nera. Secondo la leggenda, la statua sanseverese della Vergine - opera quattrocentesca verosimilmente locale che, non rispondente agli standard iconografici soccorristi, fu resa barocca nel 1760 dall'artista Nicola Antonio Brudaglio di Andria - sarebbe giunta dalla Sicilia nel 1564.

Quale protettrice dei campi, la Vergine nera, che nella destra tiene alcune spighe di grano, un ramo d'olivo e un grappolo d'uva, fu invocata ogni qual volta siccità, tempeste e altri pericoli minacciavano le coltivazioni sanseveresi. Dopo una prima processione penitenziale nel 1580, la statua della Madonna fu portata per i campi e nelle vie della città negli anni 1737, 1753, 1754, 1762, 1767, 1774 e 1783. Nella prima metà dell'Ottocento, parallelamente alla rapida ascesa del ceto dei possidenti, il culto per la Vergine bruna crebbe notevolmente, e nel 1857 la Madonna fu eletta patrona aeque principalis della città e diocesi. La Vergine, la cui solennità ricorre la terza domenica di maggio, è festeggiata in quel mese. La festa patronale, popolarmente nota come Festa del Soccorso (o, per antonomasia, la Festa), si celebra la terza domenica di maggio e il lunedì successivo. Entrambi i sacri cortei sono scanditi dalle fragorose batterie pirotecniche, dette anche fuochi, incendiate al passaggio delle processioni negli oltre venti rioni, riccamente addobbati con i rispettivi colori in funzione del palio che viene assegnato alla contrada che ha realizzato il miglior fuoco.

Seravezza e le Epidemie

L'Alta Versilia, in particolare Seravezza, vanta una ricca storia e tradizioni legate alla Madonna del Soccorso. L’icona della Madonna venne condotta a Seravezza all’inizio del Seicento da Giovanni Guglielmi, un mastro organista di famiglia agiata. Persona religiosa e devota, Giovanni si recava spesso a Roma, dove ebbe probabilmente modo di visitare la chiesa di Santa Maria in Vallicella, nella quale si trovava un affresco della Madonna che pareva essere miracoloso. Quello che è certo è che fu Giovanni Guglielmi a condurre a Seravezza l’icona. Inizialmente, egli l’avrebbe collocata sull’esterno della propria abitazione, che sorgeva in un rione di Seravezza detto “Valluccio”. Da qui il primo nome attribuito al dipinto, Santa Maria del Valluccio, corredato da un’iscrizione (Ora pro nobis Beata Maria in Valluccio) estremamente simile a quella della Madonna romana di Santa Maria in Vallicella.

Nel 1626, l’icona venne collocata nel Duomo dei SS. Lorenzo e divenne ben presto oggetto di ardente venerazione. La fede riposta nella Madonna crebbe ancor di più nel 1631, quando anche a Seravezza giunse il micidiale flagello della stessa peste descritta da Alessandro Manzoni. La Madonna del Soccorso fu nuovamente invocata anche a metà del XIX secolo, quando un’epidemia di colera colpì l’Italia intera. Per la prima volta la sacra icona venne portata in processione e in moltissimi implorarono la protezione della Madonna. Un dipinto ex voto del 1854, ad esempio, in cui viene raffigurato il paese di Seravezza con la Madonna del Soccorso in alto nel cielo, riporta anche una commovente invocazione: «Dal morbo d’Asia allontana il periglio».

I seravezzini invocarono di nuovo l’aiuto della sacra icona durante le due guerre mondiali del Novecento. I bombardamenti della Seconda guerra mondiale lasciarono il segno sul paese di Seravezza: distrutto il quartiere della Fucina, la chiesa dell’Annunziata, mezzo distrutto anche il Duomo, ma la cappella della Madonna (da dove l’icona era già stata rimossa, per paura di danneggiamenti) rimase praticamente intatta. Una foto del 1944, scattata all’interno delle macerie fumanti del Duomo, permette ancora oggi di intravedere una scritta tracciata da un dito incerto su una colonna polverosa: «Salve o Madre del Soccorso!».

La Madonna del Perpetuo Soccorso: Un'Icona Distinta

Accanto all'iconografia più generale della Madonna del Soccorso, esiste la celebre icona della Madonna del Perpetuo Soccorso, con una storia e una simbologia proprie.

Descrizione e Simbolismo dell'Icona

La Madonna del Perpetuo Soccorso è un'icona di scuola cretese, oggi presente nella chiesa di Sant’Alfonso all’Esquilino a Roma. L’icona originale è "dipinta" su una tavola di legno di 51.8 x 41.8 cm ed è databile al XIV secolo. Lo stile è quello delle icone dette della “Madonna della Passione”.

L'icona non è una semplice immagine decorativa, ma un vero e proprio sacramento (o sacramentale) che introduce nelle realtà celesti, invitando alla meditazione e alla preghiera. Nel linguaggio dell'arte sacra, il simbolismo ha un'importanza fondamentale, descrivendo una realtà non terrena ma soprannaturale. Gli autori delle icone, di solito monaci, le "scrivevano" in un clima di meditazione, penitenza e preghiera, inginocchiati, immergendosi nel mistero da rappresentare.

Più che un'immagine, è rappresentata una scena con quattro personaggi, descritti come di consuetudine dagli acrostici che la contornano:

  • In alto a destra dell’immagine c’è l’arcangelo Gabriele (contrassegnato dai simboli OAΓ) che, come ha portato l’annuncio della divina maternità a Maria, ora porta l’annuncio della passione, attraverso la croce, i chiodi e il vestito rosso, colore della carità ma anche della passione.
  • La Vergine Maria, che domina la scena, è incorniciata dai simboli ΜΡ - ΘΥ, vale a dire Madre di Dio. Nelle sfumature cromatiche troviamo mirabilmente sintetizzata tutta la teologia mariana e un’anticipazione dei dogmi sulla Vergine.
  • Ai lati sono presenti i due arcangeli, Gabriele a destra e Michele a sinistra, che hanno nelle mani gli strumenti della passione.
  • Lo sguardo del bambino Gesù è rivolto verso l’alto, verso il Padre, a guardare con speranza all’approdo glorioso della sua passione. Lui si appoggia al petto della Madre, aggrappandosi alla sua mano, indicando un gesto quasi di paura, ma in realtà vuole risaltare un gesto filiale di fiducia, rifugio e sicurezza. Il calzare del piede che, slacciatosi, ne mostra la pianta, vuole sottolineare il patto di alleanza, sciogliendo i legacci dei sandali (cfr. Sal 60, 10 e Lc 3, 16).
Icona della Madonna del Perpetuo Soccorso, con Maria, Gesù Bambino e gli Arcangeli

Storia Travagliata e Riscatto dell'Icona

La tradizione popolare narra che l’icona venne rubata nel XV secolo in una chiesa dell’isola di Creta da un mercante che tentò di trafugarla a Roma. Durante il viaggio, la nave fece naufragio, ma tutti gli occupanti si salvarono, un evento interpretato come miracoloso. Il mercante custodì in casa l’Icona e in punto di morte chiese a un amico di riportarla in una chiesa. Alla morte di quest’ultimo, Maria apparve in sogno alla figlia e le chiese di essere portata in una chiesa, tra le basiliche di Santa Maria Maggiore e di San Giovanni in Laterano. Il Bresciani, primo autore redentorista sull'icona, narra che le prime notizie risalgono alla fine del XV secolo, quando un mercante trafuga da un santuario sull'isola di Creta l'effigie veneratissima per i molti prodigi che le erano attribuiti. Queste notizie si trovavano accanto all'icona su due tabelle (cartigli) databili al 1600.

Se si dà credito alla storia riportata dal Bresciani, bisogna leggerla nell'ottica della divina Provvidenza che, tutto sa e guida, come conosce la destinazione che le aveva designato: Roma, la città eterna. Il mercante vi giunge, dopo un anno di tormentata navigazione, gravemente malato. Trova rifugio presso un amico che lo accudisce. La moglie dell'amico si invaghisce dell'immagine e la vuole tutta per sé, costringendo il marito a non assolvere alla promessa. La Vergine, attraverso molte apparizioni a tutti i membri della famiglia, manifesta il desiderio di vedere la propria immagine esposta in un santuario. Gli ammonimenti vengono ignorati finché la Madonna non appare per diversi giorni alla piccola figlioletta, rivelandone anche il nome con cui vuole essere conosciuta: «Madre del Perpetuo Soccorso», e indicando il luogo preciso dove vuole essere posta: «nella Chiesa di San Matteo, situata in via Merulana, tra Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano». Finalmente convinta, la madre obbedisce e racconta ai padri agostiniani, che avevano in cura la chiesa, la prodigiosa storia e il desiderio della Vergine.

Dimenticanza e Riscoperta

Nel 1798 le truppe napoleoniche invasero la capitale, esiliando papa Pio VI. Con l’idea di riassettare l’urbanistica della città capitolina, furono distrutti molteplici conventi e chiese. La chiesetta di San Matteo non fu risparmiata, anzi fu completamente rasa al suolo. Ma la sacra icona ancora una volta fu salvata miracolosamente grazie all’intervento in extremis di un frate. L'icona venne relegata in una cappella privata del convento, senza ornamenti né atti di devozione particolare, gradualmente dimenticata dai devoti e sconosciuta a molti. Ma Frate Agostino Orsetti, un giovane religioso formatosi nella comunità di San Matteo, non dimenticò mai la forza prodigiosa della sacra immagine, continuando a innalzare preghiere. Il giovane Michele Marchi (1829-1886), futuro missionario redentorista, frequentava frate Agostino che gli parlava con ansietà e tristezza della sacra effigie per lo stato di abbandono in cui versava.

Il Ruolo dei Redentoristi e il Ritorno alla Devozione Pubblica

Per i missionari Redentoristi, ormai presenti in buona parte dell’Europa e in Nord America, si manifestò la necessità di avere una Casa Generalizia a Roma. Dunque, nel gennaio 1855 acquistarono “Villa Caserta” su via Merulana. Nell’area del giardino della villa, fino al termine del secolo precedente, sorgeva la chiesa di San Matteo dove era stata custodita per circa tre secoli l’effige della Madonna del Perpetuo Soccorso. Nel 1855 Michele Marchi entrò tra i Redentoristi.

Qualche anno dopo, il cronista della comunità di via Merulana avviò una ricerca archivistica sulla casa, scoprendo che proprio nell'area, probabilmente nel giardino di Villa Caserta, sorgeva una piccola chiesa dedicata a San Matteo, tenuta dai padri agostiniani irlandesi, nella quale si venerava l’icona della Madre del Perpetuo Soccorso. La sua indagine si arenò all'invasione napoleonica. Nello stesso tempo, esattamente nel 1863, il predicatore gesuita p. Francesco Blosi, durante i sabati mariani, decantava le meraviglie di questa immagine che una volta si trovava tra le due basiliche papali.

Due anni dopo, il padre generale dei Redentoristi, Nicola Mauron, con un memoriale ufficiale, scritto dal p. Marchi, chiese al papa che l’icona ritornasse laddove ella stessa aveva sempre desiderato essere. L'11 dicembre 1865, il Cardinale Prefetto di Propaganda Fide comunicò al Superiore della Comunità di S. Maria in Posterula la volontà del Papa che l'immagine tornasse fra S. Giovanni e S. Maria Maggiore, con l'obbligo per il P. Superiore dei Liguorini (Redentoristi) di sostituire altro quadro decente. Papa Pio IX affidò al superiore generale della Congregazione del Santissimo Redentore, p. Nicholas Mauron (1818-1893), l’icona della Madonna del Perpetuo Soccorso per ripristinarla alla pubblica devozione.

Il 19 gennaio 1866 i pp. Marchi e Bresciani consegnarono al p. Geremia O’Brien, Priore di S. M. R. P., una somma di cinquanta scudi (poi aumentata a £ 250) e, il 20 giugno 1866, una copia fedele dell’icona, come prescritto dal rescritto pontificio. Nel gennaio del 1866, quando l’icona fu portata presso la comunità dei Redentoristi, si rese conto della necessità di vari interventi. Terminato il restauro il 26 aprile 1866, l’immagine venne finalmente esposta al pubblico, aprendo una nuova stagione di diffusione della devozione grazie all’apostolato missionario dei Redentoristi.

A motivo di questa diffusione del culto, a Roma iniziarono a circolare voci secondo cui i Redentoristi avessero «quasi rubata ai RR. PP. Agostiniani il quadro della Madonna del perpetuo soccorso». Il Bresciani nel 1889 rispose, spiegando la transazione economica e la consegna di una copia fedele, chiarendo che nessuno degli Agostiniani aveva mai detto tal cosa. Indirettamente da questa lettera si comprende dell’immediato successo della divulgazione del culto dopo anni di silenzio. Nel 1994 un nuovo restauro ha permesso uno studio scientifico più approfondito: l’analisi del radiocarbonio 14C fa risalire il legno dell’icona al periodo compreso tra il 1300 e il 1450. Dalle indagini diagnostiche risulta che l’attuale Icona è stata dipinta alla fine del XVIII secolo, probabilmente occidentalizzando alcuni elementi della primitiva iconografia orientale. A 150 anni di distanza, il 27 giugno 2015, in concomitanza con la festa liturgica, è stato convocato ufficialmente l’Anno Giubilare dedicato alla sacra icona, conclusosi il 27 giugno 2016.

Santuario della Madonna del Perpetuo Soccorso - In Diretta

L'Opera di Giovanni Francesco Ferri

La tela raffigurante la Madonna del Soccorso è stata realizzata da Giovanni Francesco Ferri, pittore pergolese esponente del classicismo settecentesco, formatosi presso l’Accademia di San Luca a Roma. Qui ebbe modo di conoscere le grandi opere dell’antichità e subì l’influsso di importanti artisti dell’epoca come Sebastiano Conca, Giuseppe Bartolomeo Chiari e i marchigiani Carlo Maratta e Francesco Mancini. Tornato nella sua terra d’origine, ottenne importanti committenze civili e religiose, realizzando opere ancora oggi visibili in chiese delle Marche, dell’Umbria e della Romagna.

Inizialmente la tela del Ferri si trovava, con buona probabilità, nell’altare della Madonna del Soccorso (oggi del Sacro Cuore), corrispondente al secondo altare di destra (rispetto all’ingresso) della chiesa di Sant’Agostino. Con un meccanismo a saliscendi, l’opera aveva la funzione di mostrare e nascondere la statua della Pietà (attualmente esposta nel museo) collocata nella nicchia dell’altare. La perdita di colore visibile nella parte bassa del quadro potrebbe essere spiegata con un malfunzionamento di tale dispositivo o con un danneggiamento causato dall’acqua che avrebbe bagnato la tela. Il tema figurativo della Madonna del soccorso, legato soprattutto a committenze da parte dell’ordine agostiniano, era molto diffuso nel Medioevo in area umbro-marchigiana.

Ferri propone nella sua opera una variante iconografica: non è la Madonna a scacciare e sconfiggere il diavolo, ma l’arcangelo Michele che giunge improvvisamente dal cielo armato di lancia con cui è pronto a trafiggerlo. La tela mostra nella parte alta la Vergine, seduta su un cumulo di nuvole sorrette da due angeli, in atto di indicare all’arcangelo Michele, con l’indice della mano destra, una donna inginocchiata che in atteggiamento supplice la implora di salvare il figlio dalle grinfie del demonio. Il bambino, protendendosi verso la madre, cerca di aggrapparsi alla sua camicia, mentre una creatura demoniaca lo trattiene afferrandogli un lembo della veste. La figura del diavolo, a causa dei danni subiti dalla tela, è andata quasi completamente perduta, ma è comunque riconoscibile dai particolari della coda attorcigliata e della mano munita di artigli. Dal cielo sopraggiunge san Michele Arcangelo che salva il bambino permettendogli di tornare da sua madre.

La datazione del dipinto, in mancanza di documentazione, è stata circoscritta al periodo compreso tra il 1750 e il 1758. L’immagine della mamma orante e del bambino che si aggrappa al suo abito è molto affine a quelle presenti nella Natività di Francesco Mancini (1750, Roma, Santa Maria Maggiore) e nel disegno preparatorio dello stesso Ferri per una grande tela raffigurante l’Arrivo a Pergola delle reliquie di san Secondo, Agapito e Giustina (1758).

Dettaglio dell'Arcangelo Michele che scaccia il demonio, variante iconografica di Ferri

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