La Quaresima, tempo di profonda riflessione e penitenza per tutta la Chiesa, trova un significato particolarmente risonante nella vita e nel carisma di Santa Chiara d'Assisi. La sua esistenza, marcata da una radicale imitazione di Cristo povero e crocifisso, incarna in modo esemplare i principi di conversione, distacco e amore che caratterizzano questo tempo liturgico.

La Via della Croce nella Vita di Santa Chiara
Il fondamento della spiritualità di Chiara è indissolubilmente legato all'esperienza di San Francesco. Una volta, Francesco andava solitario nei pressi della chiesa di Santa Maria della Porziuncola, piangendo e lamentandosi a voce alta. Un uomo pio, udendolo, gli chiese perché piangeva così. Disse Francesco: “Piango la passione del mio Signore. Per amore di lui non dovrei vergognarmi di andare gemendo ad alta voce per tutto il mondo”. Questa profonda commozione per la Passione di Cristo, che spinge a fare continuamente memoria della croce, è la radice della spiritualità francescana e, di conseguenza, di quella di Chiara. La pratica della Via Crucis, ideata e propagata da san Leonardo da Porto Maurizio, vuole essere molto più che una pia devozione, sottolineando come il cammino del cristiano sia Via della Croce in ogni situazione e in ogni ambito della vita.
L'Esempio di Francesco e la Scelta Radicale di Chiara
Quando san Francesco e santa Chiara attrassero dietro a sé moltitudini di uomini e donne assetati di verità e di Vangelo, erano gli ultimi anni del 1100 e i primi del 1200. Francesco aveva impiegato una vita per capire cosa voleva davvero: da ricco commerciante e "re della gioventù di Assisi", era passato attraverso sogni di gloria militare, la guerra contro i Perugini, e poi un'ansia di ulteriorità che lo tormentava. Mentre lui si spogliava completamente nudo di fronte a tutta la città, Chiara, già a 12 anni, aveva iniziato a rifiutare proposte di matrimonio e deciso di seguire la strada della povertà. Indossava umili maglie sotto i vestiti sontuosi per assaggiare l'umiltà, faceva molta elemosina, privandosi spesso del cibo per i più bisognosi. Non voleva sposarsi né farsi monaca nel modo tradizionale. Era riuscita ad incontrarlo diverse volte in incontri clandestini, segreti e brevi, nei quali le parole di Francesco la infiammavano e la illuminavano, comunicandogli la sua ferma intenzione di seguirlo. Aveva già regalato tutti i beni della sua dote ai poveri, rifiutandosi di venderli ai parenti stessi che avevano offerto un prezzo altissimo, dicendo: “Non si possono truffare i poveri”. Quella notte, poi, era fuggita dal palazzo di famiglia uscendo dalla porta dei morti, sul retro, che si apriva solo per far passare i cadaveri, con la complicità di una guardia.
Il "Privilegio della Povertà" e la Lotta per l'Ideale
La vita di Chiara fu una lotta costante per la fedeltà al suo ideale di povertà assoluta. Ciò che le importava era ottenere una nuova vittoria: il Privilegio della povertà, ovvero il privilegio di non avere alcun privilegio. Questa era una richiesta inaudita, poiché ogni monastero al mondo si sostentava con rendite, proprietà e privilegi. Chiara non aveva nessuna intenzione di fare la monaca secondo le consuetudini del tempo: lei voleva condividere la vita di assoluta povertà di Francesco e dei suoi compagni. Infine, la Regola: la cosa più difficile. Non si era mai vista una donna mettersi a scrivere una regola. Tutte le abbadesse dei monasteri francescani avevano accettato la regola scritta dal cardinale Ugolino (poi papa Gregorio IX) per le monache che volevano seguire l'esempio di Francesco, tutte tranne Chiara. E alla fine, dall'ennesimo braccio di ferro con il Laterano, Chiara era uscita vittoriosa. La Regola di santa Chiara del 1253, o meglio la Forma di vita dell’Ordine delle Sorelle Povere di San Damiano, di cui Chiara ebbe l’approvazione dalla Sede Apostolica solo due giorni prima della sua morte (9 agosto 1253), è il punto di arrivo di una serie di esperienze, attraverso cui il gruppo di San Damiano è passato, per decenni, scivolando sempre invitto attraverso pressioni esterne per mitigare la povertà assoluta, in comune oltre che personale, che - come è il nucleo centrale della Regola definitiva - così fu certamente anche il primo fondamento della fraternità, nella «formula vitae» iniziale, data da san Francesco al sorgere del nuovo Ordine e citata dalla Regola stessa al cap. VI. Alla base della forma di vita di santa Chiara è l’esperienza dell’umiltà e della povertà del Figlio di Dio, il messaggio evangelico del «perdere la propria vita» sui passi di Cristo e della sua Madre poverella.
La Penitenza e il Digiuno: Un Carisma Vissuto Fino all'Estremo
Se c’è qualcosa su cui Chiara si era trovata in dissenso persino con Francesco, era il digiuno. Lei ne aveva fatto quasi una cifra stilistica: non solo praticava il digiuno due volte a settimana nei periodi normali e tutti i giorni durante la Quaresima, ma addirittura alternava giorni di digiuno con giorni in cui non mangiava proprio nulla, e solo il fine settimana si concedeva un bicchiere di vino. Digiunava anche Francesco, certo, ma solo per dare il buon esempio e tenere a bada gli istinti, non per affliggere l'organismo. Francesco stesso dovette alzare la voce riguardo le sue pratiche estreme, come dormire sulla nuda terra, usando un pezzo di legno come guanciale, non per rinunciare ai lussi ma per non farsi deliberatamente del male. Sul letto di morte, Chiara, circondata dalle sue sorelle, mostrava la gioia nel volto nonostante il dolore nel corpo. Rivedeva la visita di papa Innocenzo di pochi giorni prima, che era salito al dormitorio per rivederla viva per l'ultima volta. Chiara gli aveva chiesto di poter baciare il piede, poi la remissione di tutti i peccati, esclamando: “Lodate il Signore, figliole mie!”. Le sue ultime raccomandazioni, prima di morire, furono: “Amate sempre la povertà!” e “ricordatevi che quando uscite dal monastero e vedete gli alberi, le fronde e i fiori, dovete sempre lodare il Signore!”.

La Quaresima come "Deserto Spirituale": Implicazioni per il Carisma Clarisse
La Quaresima è un grande invito ad approfondire la nostra preparazione alla Pasqua del Signore. È un invito liberatorio per tutti i cristiani, che favorisce un fruttuoso ritorno al cuore di Dio attraverso un perfetto pentimento. Come si legge nel libro del profeta Ezechiele: “Pentitevi, allontanatevi dai vostri peccati e non ricadrete nel peccato”. È il momento di inserirsi nel cammino che segue la Via Crucis: la via della Croce e della Risurrezione, la via verso e dalla felicità, la via della conformità all'Agnello Immolato, la via della preghiera, del digiuno e della penitenza. È il momento di assumere il mistero di Cristo e di configurarsi a Lui, seguendo le sue orme.
Il Significato del Deserto nella Tradizione Cristiana
Il deserto, in questo senso, è il luogo in cui Dio stesso attira i suoi figli, come sottolinea il Deuteronomio 8, in cui conduce il popolo di Israele nel deserto per parlare al suo cuore. Per molti, il deserto significa una battaglia spirituale da combattere, soprattutto per coloro che sono più lontani da Dio, che si trovano nel vuoto esistenziale. Per San Tommaso d’Aquino, questa assenza di senso significa che “più l’uomo si allontana da Dio, più si avvicina al nulla”, riconoscendo la necessità di essere sempre davanti a Dio. Nel deserto spirituale, l’uomo è spinto al silenzio interiore, all’intimità con Dio. Questo luogo, che ci invita alla preghiera, ci incoraggia ad ascoltare la voce del Maestro, che risuona e ci conduce dalla schiavitù dei nostri peccati alla libertà dell’uomo nuovo per un tempo nuovo, come accadde al beato Charles de Foucauld, quando disse: “Tutto è cambiato per sempre nella mia vita; appena ho capito che Dio esisteva, ho capito che non potevo fare altro che vivere per lui”. Anche Oscar Wilde, in un certo senso, fece questa esperienza di deserto, che porta l'uomo all'incontro con Dio e con se stesso. Solo l’insondabile amore di Dio per l’uomo è capace di introdurlo in questo contesto per ricrearlo. Nel deserto, infatti, Dio si rivela all’uomo e si svela a lui: squarcia il velo, mostrandogli chi è veramente e di cosa è fatto. A questo proposito, Santa Teresa d’Avila proclama: “L’anima non ricorda la pena che deve soffrire per espiare i suoi peccati”, ma avvertendo un vuoto, un’accidia, si ritrova a perdere il gusto della contemplazione, desiderando ardentemente la santità.
Incontro con la Grazia e la Passione di Cristo
Entrando nel mistero del deserto, l’uomo viene raggiunto dalla Grazia divina, che lo introduce nel cammino per toccare la verità più cristallina dell’amore di Dio: i segni gloriosi della Passione. Sant’Ambrogio dice che “nulla è più consolante e glorioso che portare i segni di Gesù Crocifisso”. Allo stesso modo, Sant’Alfonso Maria de Liguori sottolinea quando dichiara che “il trono della grazia è la Croce, dove Gesù siede per distribuire grazie e misericordia a coloro che si rivolgono a lui”. In questo modo, l’uomo viene raggiunto dalla Passione di Cristo e getta le sue miserie sulla misericordia del Crocifisso, tornando ad essere figlio nel Figlio. L’essere nel deserto, anche se può provocare un rifiuto a causa dell’aridità e delle verità scoperte, è ciò che fa sì che la luce si proietti sull’uomo. Raggiunto dalla grazia, l’uomo passa a questa lotta interiore, che costituisce il combattimento costante delle tentazioni del deserto, risvegliandosi alla realtà più chiara: Dio sta combattendo per lui! Nel deserto l’uomo viene formato, rafforzato, liberato dai suoi peccati, per essere ordinato al suo fine ultimo, il cielo, l’eternità. Si lascia ricreare dalla Passione di Cristo, attraverso il processo quotidiano di croce, morte e risurrezione. In questa esperienza, l’uomo matura e si affina sul cammino dell’unione con Dio, prendendo coscienza dei suoi disturbi più nascosti, delle sue debolezze e delle sue inclinazioni più perverse. Attraverso il sangue redentore, che è il sigillo dell’assoluzione dai peccati, l’uomo diventa ora degno di ricevere il Bene supremo, che lo rende capace di ricominciare sempre, perché la lotta nel deserto è quotidiana e dura tutta la vita. Lungi dallo scoraggiarci, questa verità ci spinge a vivere di battaglia in battaglia e, con Dio, di vittoria in vittoria.

La Regola di Santa Chiara: Principi Quaresimali e di Vita Comunitaria
La Regola di Santa Chiara, frutto di un percorso di vita vissuto e combattuto, codifica i principi che incarnano lo spirito quaresimale e francescano in una forma di vita contemplativa.
- Capitolo I: Della Forma di Vita
La forma di vita delle Sorelle Povere, fondato da Francesco d’Assisi, è quella di "osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza proprio e in castità". È un costante ritorno alla fonte, un «retrocedere di sé, di fronte a un dono di grazia», come quello di san Francesco: «la grazia di fare penitenza… vivendo secondo la perfezione del santo Vangelo». - Capitolo II: Di Coloro che Vogliono Assumere Questa Vita e Come Devono Essere Ricevuti
Le sorelle devono distribuire tutti i loro beni ai poveri e "non si conceda a nessuna il velo durante il tempo della prova", sottolineando la serietà e la radicalità della scelta. - Capitolo III: Del Digiuno
Le sorelle devono digiunare in ogni tempo, eccetto la domenica e il giorno di Natale. Durante la Quaresima di san Martino e la Quaresima maggiore (dal Mercoledì delle Ceneri fino a Pasqua), e il venerdì in qualsiasi tempo, sono tenute a digiunare. - Capitolo IV: Della Vita In Comune
La badessa ha il compito di vigilare perché non sorgano situazioni di privilegio per nessuna delle sorelle e in nessun luogo, sottolineando l’uguaglianza nella vita per conservare l’«unità della scambievole carità». L'amore reciproco è, con la povertà, uno dei cardini della loro vita e vocazione. - Capitolo V: Della Povertà
Le sorelle non devono tenere cosa alcuna che non sia stata data o permessa dall’abbadessa. È l'espressione più pura del "Privilegio della Povertà", un totale affidamento alla Provvidenza divina. - Capitolo VI: Del Lavoro
Le sorelle devono lavorare le proprie mani, e quanto producono col lavoro deve essere distribuito dalla badessa o dalla sua vicaria "per le loro necessità e le necessità dei malati". - Capitolo VII: Dell'Ufficio Divino
Le sorelle, sia quelle che sanno leggere sia quelle che non sanno, devono recitare l'Ufficio divino secondo l'uso dei frati minori, unendo in un ritmo quotidiano la preghiera alla penitenza. - Capitolo VIII: Dell'Elezione e Dell'Ufficio della Badessa e del Consiglio delle Sorelle, e dei Custodi
L'autorità è soprattutto una enorme responsabilità sulle anime affidate al superiore, risolvendo in modo proprio la riflessione che Francesco desume dall’esempio di Cristo venuto «non per farsi servire ma per servire». - Capitolo IX: Delle Sorelle Inferme
L'abbadessa e le sorelle devono "con amore e sollecitudine" servire le sorelle inferme. Chiara sviluppa, secondo la sua sensibilità materna, l’invito schematico della Regola di Francesco riguardo alla cura dei frati infermi. - Capitolo X: Delle Correzioni e della Penitenza
Se una sorella pecca, l’abbadessa deve correggerla con misericordia. Qui Chiara introduce una pratica penitenziale immediata e concreta in seno alla comunità stessa, badando ai molteplici effetti che tale peccato e conseguente penitenza pubblica possono arrecare a chi ha peccato e all’intera comunità. - Capitolo XI: Della Clausura
Le sorelle devono "fuggire gli incontri o conversazioni sospette" per evitare scandali, preservando l’integrità della vita claustrale. - Capitolo XII: Del Visitatore, del Cappellano e del Procuratore
Anche le visite del cappellano devono avvenire "senza alcun sospetto" e "in luoghi dove possano essere veduti dagli altri", a garanzia di trasparenza e integrità.
La Testimonianza Quaresimale delle Clarisse Oggi
Il Monastero di Iglesias: Una Missione Attuale
Oggi, nel XXI secolo, le figlie di Chiara del monastero della Beata Vergine del Buon Cammino di Iglesias (Sud Sardegna) sentono di avere la stessa missione, anche se le forme per vivere questo carisma sono quelle che il tempo suggerisce. Sentono il bisogno di un continuo discernimento affinché il loro messaggio e la loro testimonianza raggiungano gli uomini di oggi attraverso il loro linguaggio e intercettino le loro vere domande. In questi ultimi anni, in un clima pesante a causa della pandemia e poi della guerra alle porte dell’Europa, la loro è una vita di preghiera e contemplazione, una preghiera in cui il cuore porta in sé il grido di tutti i fratelli, le speranze di interi popoli, oltre alle ansie degli amici più vicini.
Durante la pandemia, non potendo avere contatto diretto, hanno preparato un video su YouTube e dedicato un canto di speranza ai malati di COVID e agli operatori sanitari. Quell’amore le ha spinte a dedicare tutta la Quaresima di quell’anno, nel nascondimento e nel silenzio, a un’adorazione eucaristica ininterrotta con cui intercedere insistentemente per il loro Paese e il mondo intero. In modo analogo, toccate dallo strazio della guerra in Ucraina, hanno voluto coinvolgere nella preghiera i fedeli che frequentano la loro chiesa, proponendo turni di adorazione eucaristica in tutte le domeniche di Quaresima. Il loro pensiero è andato a tutte le situazioni di morte e sofferenza affidate: ammalati, persone sole e disperate, senza tetto, famiglie in difficoltà, tutte illuminate dalla gloria del Risorto che trasfigura il dolore e ne trae vita nuova.
Un’altra modalità che la loro forma di vita ha suggerito è quella di aprire, alle persone più vicine e interessate, gli incontri di lectio divina che abitualmente fanno in comunità. Sono convinte, inoltre, che la possibilità per Chiara oggi di diffondere luce ed emanare chiaro lume nella casa del Signore sia soprattutto legata alla loro testimonianza di vita fraterna, nell’unità e nella comunione. Se santa Chiara sintetizzava i cardini della sua vocazione nella “santa unità e altissima povertà”, oggi sembra ancora più incisiva e necessaria la testimonianza che è possibile superare le spinte individualistiche dominanti lavorando sul proprio cuore in una continua conversione, nella grazia dello Spirito, fino a costruire giorno dopo giorno quel “noi” comunitario in cui palpita la presenza viva di Gesù stesso, attraverso il quale si diventa feconde e generative nella Chiesa e nel mondo. Questa è la loro Quaresima, un tempo di verità, come ammonisce il Vangelo: “non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti”; “non siate simili agli ipocriti”; “quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti”. È un approccio che i santi hanno saputo far proprio, andando alle radici dei problemi veri, evitando un formalismo. Francesco sapeva andare dritto al cuore, come quella volta che a San Damiano, anziché un discorso, recitò il salmo Miserere, ricordando alle sorelle la sua realtà di peccatore e l'importanza del messaggio sulla persona. Come egli stesso ammoniva: “Quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più”.